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Ucraina, al confine tra due cristianesimi

Intervista allo storico di Harvard Serhii Plokhy

Avvenire, 9.3.2016

Il destino dell’Ucraina ricorda in un certo senso quello dell’Irlanda: due nazioni di confine con un’antica e raffinata cultura, con un passato profondamente radicato nella storia del continente europeo, entrambe da sempre condizionate – per motivi geografici – dalla presenza di un potente e ingombrante vicino, che nei secoli ha oscurato il loro splendore. Quanti, oggi, metterebbero Kiev sullo stesso piano di Varsavia, di Vienna o di Berlino, considerandola a pieno titolo una grande capitale europa? La storia epica e l’identità ucraina sono state represse e svilite prima dal dominio polacco, poi da quello asburgico, ma soprattutto dall’impero zarista e dall’Unione Sovietica. Non è andata meglio neanche nel quarto di secolo che è trascorso dal crollo dell’URSS, considerando che ancora oggi Vladimir Putin non esita a definire l’Ucraina “una nazione artificiale”. 20140126_ucraina_kievCirca mille anni fa, il principe Jaroslav I dette vita a una nuova capitale sulle rive del fiume Dnepr, ispirandosi alla grandezza di Costantinopoli. Poco tempo prima suo padre Vladimiro il Grande, gran principe di Kiev, aveva unito tutte le tribù e i territori della regione in un’entità denominata Rus’ di Kiev, facendo del cristianesimo ortodosso la religione ufficiale. È il momento cruciale che segna le remote origini della disputa russo-ucraina, tanto che sia a Mosca che a Kiev quello è considerato l’atto fondativo dei rispettivi stati. Nel corso dei secoli i due paesi si sono influenzati reciprocamente ma è innegabile che sia stata l’identità ucraina ad averne subito i maggiori contraccolpi, e sia stata costretta a ridefinirsi, a rimodellarsi continuamente proprio a causa della vicinanza con il potente vicino. È quanto sostiene Serhii Plokhy, docente di storia ucraina all’università di Harvard, nel suo recente volume The Gates of Europe: a History of Ukraine. Con l’ambizioso obiettivo di salvare il suo paese da quello che definisce “il rischio dell’oblio”, Plokhy ha ripercorso in circa quattrocento pagine oltre un millennio di storia ucraina, dalle lontane cronache di Erodoto nel V secolo a.C. fino agli odierni scontri di piazza Maidan e alla guerra in Donbas. Cercando di dimostrare quanto sia falsa la vulgata che descrive l’Ucraina come un’emanazione della Russia e quanto sia invece molto più verosimile il contrario. “È un aspetto che viene spesso sottovalutato – spiega l’accademico di Harvard – ma molti simboli della cultura russa hanno un’origine ucraina. Penso ad esempio all’ideologo di Pietro I, l’arcivescovo Feofan Prokopovic, al principale fautore della politica estera di Caterina II, Aleksandr Bezborodko, ma soprattutto al capostipite della prosa russa moderna, Nikolai Gogol. E persino al leader sovietico Leonid Brezhnev”. Le radici della tradizione politica, della religione – il Cristianesimo d’Oriente – e della lingua letteraria degli ucraini risalgono all’epoca del Rus’ di Kiev. I legami storici sono raffigurati con il tridente, il simbolo dei principi di Kiev, ancora oggi usato come stemma dallo stato ucraino”. E la straordinaria cattedrale di Santa Sofia, fatta costruire a Kiev da Jaroslav I per riprendere lo splendore delle chiese bizantine, che divenne uno dei templi più grandi e importanti dell’intera cristianità, è d’altra parte un simbolo potente dell’arrivo della Cristianità alle porte d’Europa, che lì resistette almeno un paio di secoli, fino a quando Kiev non fu distrutta dalle orde dei Mongoli. Secondo Plokhy l’Ucraina contemporanea è il prodotto dell’interazione di due frontiere in movimento: “la prima risale ai tempi della divisione dell’impero romano tra Roma e Costantinopoli, e segnava il confine tra Cristianesimo orientale e occidentale. Mentre gli ucraini avevano ricevuto in eredità la tradizione ortodossa dal Rus’ di Kiev – a sua volta derivato da Bisanzio -, i popoli vicini come i polacchi e gli ungheresi erano cattolici. Nel XVI secolo fu istituita una Chiesa uniata ibrida per colmare le distanze tra le due tradizioni religiose e che combinò i rituali ortodossi col dogma cattolico. Esiste ancora oggi, col nome di chiesa cattolica ucraina, ed è di gran lunga la più grande chiesa cristiana orientale presente oggi nella giurisdizione di Roma. I contatti tra i cattolici e gli uniati contribuirono poi a trasformare l’ortodossia ucraina, che nel XVII secolo ha accolto al proprio interno molti elementi della riforma cattolica. La seconda frontiera era invece quella che delimitava la linea tra le steppe eurasiatiche e l’Europa orientale, dividendo popolazioni sedentarie e nomadi, dalla quale emersero poi i cosacchi, che alla metà del ‘600 costituirono il loro stato, detto Etmanato. Proprio il movimento di queste frontiere nel corso dei secoli ha dato origine a quell’insieme unico di caratteristiche culturali che rappresentano le fondamenta dell’identità ucraina odierna, fondata su una tradizione di coesistenza pacifica tra etnie e popoli molto diversi tra loro”. Al centro della narrazione di Plokhy c’è il carattere multietnico dello stato ucraino, le cui influenze polacche risalenti al Medioevo sono riscontrabili ancora oggi nella sua attuale complessità linguistica. Ma è il rapporto con la vicina Russia ad aver condizionato l’evoluzione dello stato ucraino e il suo libro fa capire molto bene perché la tragica memoria del passato sia troppo recente per consentire una facile riconciliazione tra i due paesi. I numeri sono d’altra parte impietosi: quasi quattro milioni di ucraini (oltre il dieci percento della popolazione) morirono di fame nella tremenda carestia causata dalle politiche di Stalin tra il 1932 e il 1933, almeno altri due milioni di persone morirono dopo la Seconda guerra mondiale a causa di fame, deportazione, o di stenti nei gulag staliniani. Per arrivare infine ai giorni nostri, con la “rivoluzione arancione” di Kiev e i manifestanti di piazza Maidan impegnati a far cadere il regime di Yanukovich, considerato un fantoccio del Cremlino. La crisi ucraina – sostiene con decisione Plokhy – è d’importanza centrale per il futuro dell’Europa, perché una volta raggiunta la necessaria stabilità politica, l’Ucraina, frontiera tra Cristianesimo e Islam, potrebbe rafforzare in modo decisivo l’Unione europea a Oriente. “È attraverso l’Ucraina che Attila marciò contro l’Impero romano mentre oggi, proprio da qui transita verso l’Europa centromeridionale il gas russo e asiatico. La storia dei cosacchi dell’Ucraina, in particolare la rivolta di Ivan Mazeppa contro Pietro I nel 1708 ispirò le opere di grandi scrittori europei come Voltaire, Byron, Hugo e Brecht. Se si pensa che l’Europa non sia un’entità limitata al solo Occidente, non possono non essere presi in considerazione quei territori che hanno avuto un ruolo chiave nella civilizzazione europea, e l’Ucraina è senza dubbio uno di questi”.
RM

La vite triste di Svetlana, figlia di Stalin

indexForse neanche Freud, Jung e gli altri illustri teorici del Complesso di Edipo potrebbero spiegare in modo compiuto cosa significa essere figli di Stalin e rincorrere inutilmente un’esistenza normale, anche mezzo secolo dopo la morte di quel padre che si è cercato in tutti i modi di “uccidere”. Rosemary Sullivan, autrice di una nuova, monumentale biografia di Svetlana Alliluyeva Stalina (Stalin’s Daughter. The Extraordinary and Tumultuous Life of Svetlana Alliluyeva, Harper Collins) prova a farcelo comprendere al termine del suo libro, usando le parole della stessa protagonista: “nascere con un padre come Stalin significa essere già morti. La tua vita è già finita. Non puoi vivere in alcun modo se non facendo sempre riferimento al suo nome”. Morta recentemente all’età di 85 anni, nel 1967 Svetlana si era trasferita negli Stati Uniti dov’era diventata la più famosa dissidente sovietica e aveva provato a ricostruirsi una vita col nome di Lana Peters. Ma non era bastato per lasciarsi alle spalle gli orrori del padre e sfuggire al destino che l’aveva resa prigioniera dalla nascita.
Al Cremlino aveva avuto un’infanzia degna di una principessa: servita e riverita da tutori e governanti, circondata dall’amore dei parenti, unica e adorata figlia femmina del sovrano assoluto di un grande paese che la coccolava scrivendole lettere tenerissime e riempiendola di baci che odoravano di tabacco. Il suo magico mondo di bambina cominciò però a incrinarsi quando aveva appena sei anni: le dissero che sua madre era morta di peritonite e la portarono davanti alla sua bara aperta, affinché potesse darle l’ultimo bacio. Nadezhda Alliluyeva, seconda moglie del dittatore, si era in realtà tolta la vita sparandosi un colpo di pistola al cuore. Mentre i parenti e le persone che vedeva intorno a lei sparivano nel nulla, la piccola Svetlana cresceva ignara dell’esistenza dei Gulag, delle esecuzioni e delle feroci purghe decise dal padre contro chi ostacolava il suo cammino o era soltanto sospettato di farlo. Solo a diciassette anni venne a sapere che sua madre si era suicidata e che il suo primo amore, il regista ebreo Aleksei Kapler, era stato internato in un campo di lavoro siberiano per tenerlo lontano da lei.
Alla morte di Stalin nel 1953, ormai adulta, Svetlana affermò di essere distrutta dal dolore per la perdita del padre, nei cui confronti provava persino dei sensi di colpa. Da quel momento in poi, la sua vita sarebbe ruotata per sempre intorno al tragico paradosso che la costringeva a cercare di conciliare la figura del padre che l’aveva amata con quella del satrapo responsabile della morte di milioni di persone. Quando apprese la mostruosità dei crimini che aveva commesso senza provare alcun senso di colpa, quando capì che aveva sacrificato la propria umanità per perseguire il potere assoluto a qualsiasi costo, cercò in tutti i modi di prendere le distanze da lui. Ma non ci riuscì. Nel 1967, ancora profondamente odiata da chi aveva sofferto a causa sua e considerata invece una traditrice dai suoi sostenitori, Svetlana scappò negli Stati Uniti creando uno scandalo internazionale. Abbandonò i suoi figli, di 21 e 16 anni, scrivendo loro che “non è possibile essere sempre schiavi”. Ma neanche in Occidente trovò la pace interiore che cercava. Tra matrimoni fugaci e amicizie fasulle, sfruttata da tutti per il suo nome, alla disperata ricerca di un equilibrio emotivo, Svetlana tornò per un breve periodo in Russia, ai tempi di Gorbaciov, giusto in tempo per essere ripudiata per sempre dai suoi figli. Per il resto della sua vita avrebbe vissuto come una fuggitiva, scappando da un luogo all’altro, tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, cercando inutilmente di liberarsi dallo spettro e dalla tremenda eredità di suo padre. “Ovunque io vada – spiegò –, fosse anche in Australia o in qualche isola sperduta, rimarrò sempre prigioniera politica del suo nome”. Per realizzare le oltre settecento pagine di questa biografia – peraltro corredata da uno straordinario apparato iconografico – Rosemary Sullivan ha raccolto materiale inedito negli archivi del regime sovietico, del Kgb e della Cia, e si avvalsa anche della collaborazione della figlia della Alliluyeva, la nipote di Stalin.
RM

Ucraina, il genocidio nascosto

Da “Avvenire” di oggi

La collettivizzazione forzata delle campagne voluta da Stalin all’inizio degli anni ’30 fu la pagina più nera del comunismo sovietico: causò milioni di morti ed è ancora oggi alla radice del risentimento degli ucraini nei confronti di Mosca. Un’immane tragedia della quale l’opinione pubblica internazionale, anche in Occidente, fu tenuta all’oscuro fino a non molto tempo fa, anche grazie alla colpevole complicità di intellettuali come lo storico Edward Carr, l’economista John Kenneth Galbraith, la scrittrice Simone De Beauvoir, il giornalista premio Pulitzer William Duranty. Persino il premio Nobel russo Alexander Solzhenitsyn, grande accusatore degli orrori del regime staliniano, negò che gli ucraini fossero stati vittime di un genocidio fino a definire le loro rivendicazioni un atto di revisionismo storico. Il tragico capitolo della fame e della carestia (Holodomor) che portò allo sterminio della popolazione contadina in Ucraina è stato quasi ignorato dagli storici fino al 1986, quando l’inglese Robert Conquest riuscì finalmente a dare alle stampe il suo epocale Harvest of Sorrow (Raccolto di dolore). Morto il 3 agosto scorso all’età di 98 anni, Conquest è stato il primo storico occidentale a svelare nel dettaglio il dramma della carestia orchestrata da Stalin – che causò la morte di milioni di contadini ucraini – e a definirla un atto di genocidio. holodomor_v1Ma la strenua opposizione della Russia ha finora impedito alle Nazioni Unite di riconoscerlo ufficialmente come tale, mentre gli storici continuano a dividersi sulle cause scatenanti di quella carestia. Un contributo fondamentale al dibattito storiografico arriva adesso dal lavoro di uno storico italiano, Ettore Cinnella, considerato uno dei massimi esperti di storia russa in Italia, che ha recentemente dato alle stampe il libro Ucraina: il genocidio dimenticato 1932-1933 (Della Porta editori). Approfondendo la documentazione emersa dopo il crollo dell’Urss nell’Archivio centrale di Mosca, Cinnella è stato in grado di ricostruire quei drammatici avvenimenti e di far emergere la verità sul più terribile dei crimini di Stalin.
Professor Cinnella, perché la tragedia che si consumò in Ucraina oltre ottant’anni fa può essere definita genocidio?
C’è ormai un consenso abbastanza vasto sul fatto che fu un genocidio sociale, cioè un tentativo di sterminare buona parte del mondo contadino sovietico, quindi anche i russi. Ma io ritengo che ci fu anche un altro tipo di genocidio, ovvero il tentativo di distruggere il carattere nazionale del popolo ucraino. Si vollero punire i contadini, dar loro una lezione memorabile per costringerli a riconoscere la collettivizzazione delle terre che li rendeva di fatto servi della gleba. Quando questi si ribellarono, si tentò anche di violentarli dal punto di vista della loro identità, attraverso un attacco deliberato alla loro chiesa e alla loro religione. Mi sono soffermato molto sull’aspetto delle persecuzioni antireligiose, della sconsacrazione e della distruzione delle chiese, la lotta allo scampanio che rappresentava l’identità dei villaggi. Il mondo contadino ucraino fu il bersaglio principale, ma non l’unico: fu attaccata anche l’intellighenzia del paese col chiaro intento di cancellare la sua memoria storica, soprattutto i maestri di scuola e la chiesa autocefala che era allora indipendente da Mosca. Furono poi colpiti anche i comunisti ucraini che sognavano una via ucraina al socialismo cercando uno sviluppo autonomo da Mosca. Mettendo insieme tutti questi tasselli, considerando che ci fu la volontà deliberata di ridimensionare e reprimere questo popolo, ritengo che sia lecito parlare di genocidio.
Perché la tragedia ucraina è stata a lungo oggetto di una vera e propria congiura del silenzio?
Perché fu un crimine gigantesco e inaudito, che bisognava nascondere a tutti i costi. Stalin e lo stato sovietico fecero di tutto – riuscendoci – per silenziare tutto. Cosa si sarebbe detto se si fosse saputo che Mosca faceva morire di fame deliberatamente milioni e milioni di contadini? Il quadro generale e anche alcuni dettagli erano abbastanza noti ma per ragioni diplomatiche si preferì tacere per mantenere buoni rapporti con l’Urss o per altri motivi.
Tutta l’opinione pubblica internazionale di sinistra che era infatuata dell’Urss scelse di tacere e dopo la guerra fu anche peggio, perché Stalin era uno dei grandi vincitori del secondo conflitto mondiale. Il silenzio durò a lungo, fino a Gorbaciov, perché anche Kruscev tra i crimini di Stalin si limitò a denunciare le purghe all’interno del partito comunista. Se si fosse saputo che i contadini sovietici erano stati lasciati morire di fame, il mito dell’Urss sarebbe crollato miseramente.
Ancora oggi i russi faticano a riconoscere appieno quello che accadde. Perché addirittura un personaggio come Solzhenitsyn negò le rivendicazioni degli ucraini?
È una conseguenza della grande forza dell’imperialismo culturale russo, non solo quello geopolitico, ma anche quello della tradizione e delle leggende russe. Non a caso si continua a credere che Kiev sia la culla della civiltà russa mentre invece fu la culla della civiltà degli slavi orientali. La storia della Russia è tutta avvolta nella leggenda. L’idea che la civiltà sia trasmigrata da Kiev a Mosca, che si è poi ripresa Kiev, è priva di fondamento. Da sempre in Russia si costruiscono leggende per giustificare un certo atteggiamento a fini di dominio. L’imperialismo culturale russo ha avuto tanti seguaci, e Solzhenitsyn era uno di quelli.
Qual è oggi la percezione del popolo ucraino nei confronti dell’Holodomor?
È un tragico simbolo dell’identità nazionale. È stato un processo faticoso e complesso che è poi sfociato in modo grandioso alla fine dello stato sovietico con la scoperta di questa terribile tragedia.
Il rancore degli ucraini nei confronti di Mosca è sopravvissuto anche alla fine del comunismo?
Sì, il risentimento nei confronti di Mosca non è mai svanito. Esiste una mole imponente di storie, memorie e ricordi di villaggi scomparsi che spiega bene perché gli ucraini non possono più stare con i russi. Potrebbero riconciliarsi solo se i russi ammettessero di avere sbagliato e di essere stati anche loro vittime di un’immane tragedia e di un regime mostruoso, e cercassero quindi il modo di andare avanti insieme. Ma un’unico stato non è più concepibile perché sono due mondi e due realtà diverse, che potranno collaborare soltanto se entrambi lo vorranno.
RM

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Antifascisti sepolti nel Gulag

L’indifferenza di Togliatti per gli esuli arrestati in Urss nel nuovo saggio di Arrigo Petacco, “A Mosca, sola andata” (Mondadori)

gulag«Non rivedrò più te, né mio figlio, né fratelli, né compagni. E io che sognavo una morte gloriosa all’ombra di quella bandiera per cui ho dato e sono pronto a dare la vita! Mi trovo nella regione più infame che ci sia: 40 gradi di freddo e manca tutto. Guai se mi mettessi a raccontare quello che mi capita… Ti pare giusto arrestare altri dieci italiani solo perché erano miei amici, e tre operai russi che della mia questione non sanno nulla?». È straziante rileggere ? nel nuovo saggio di Arrigo Petacco A Mosca, solo andata, che la Mondadori manda oggi in libreria ? la lettera scritta dal Gulag alla moglie Angelina da Luigi Calligaris, un uomo che Leo Valiani ? confinato con lui a Ponza ? definì «una delle figure più eroiche della lotta antifascista», arrestato e deportato all’inizio delle purghe staliniane. «Angiolina mia, ti supplico, anche se non dovessi più scrivere, fin che hai un attimo di respiro insisti di voler sapere dove sono finito. Scrivi alla Croce Rossa, a Parigi, va a Roma dall’ambasciatore russo e insisti per sapere cosa hanno fatto di me. Se ti diranno che mi sono ammazzato, che sono finito sotto un’automobile, non credere e non credere neppure se ti mostrassero le firme dei testimoni. Questo (…) è il grido disperato di un comunista che, dopo avere visto la morte sui campi di battaglia della guerra imperialista e della lotta politica, non vuole fare una morte ingloriosa per mano dei propri fratelli». Continua a leggere

Gareth Jones, la voce del genocidio ucraino

Da “Avvenire” di oggi

“Non abbiamo più pane, né patate. Il bestiame è morto, e anche i cavalli. Le tasse che ci costringono a pagare non ci consentono più di sopravvivere. Ci stanno uccidendo”. Nel 1932 il giovane giornalista gallese Gareth Jones cominciò a raccogliere le grida di disperazione dei contadini ucraini ridotti alla fame dalle politiche di collettivizzazione e “dekulakilazzazione” lanciate da Stalin. I suoi resoconti apparvero fin da subito diversi da quelli dei suoi colleghi occidentali: non solo egli fu capace di documentare le dimensioni della paurosa carestia di quegli anni, ma riuscì per primo a individuarne le cause nelle politiche criminali del regime di Mosca, che invece di aiutare una popolazione allo stremo continuò a esportare enormi quantitativi di grano in Occidente. La tragedia che devastò l’Ucraina dal 1929 al 1933 causando milioni di morti è adesso nota col nome di “Holodomor” (Olocausto ucraino) e in anni recenti è stata dichiarata “crimine contro l’umanità” dal Parlamento europeo, mentre la strenua opposizione della Russia ha finora impedito alle Nazioni Unite di riconoscerlo ufficialmente come “genocidio”. Ancora oggi gli storici continuano a dividersi sulle cause scatenanti di quella carestia: fu la conseguenza diretta dei piani quinquennali di Stalin che ridussero alla fame i contadini o venne addirittura creata ad arte da Mosca per spazzare via il nazionalismo ucraino? Quale che sia la risposta a un dibattito che può apparire capzioso, resta il fatto che, secondo le stime più ottimistiche, a morire furono almeno quattro milioni di ucraini, senza considerare altre centinaia di migliaia di morti nel Caucaso e nelle regioni del Volga. Il coraggioso lavoro di ricerca sul campo svolto da Gareth Jones ha consentito al mondo di aprire gli occhi su una delle pagine più buie della storia d’Europa, ed è singolare che soltanto a 80 anni di distanza da quei fatti la sua figura continui a essere poco nota fuori dall’Ucraina, dov’è considerato un eroe nazionale. La sua vita avventurosa è stata ricostruita nel dettaglio dallo statunitense Ray Gamache, docente di giornalismo al King’s College della Pennsylvania, nel libro Gareth Jones: Evewitness to the Holodomor (Welsh Academic Press). Consulente dell’ex premier britannico David Lloyd George, Jones visitò l’Ucraina in lungo e in largo per documentare le terribili condizioni di vita dei contadini. Le sue corrispondenze da quello che un tempo era definito “il granaio d’Europa”, pubblicate dai quotidiani inglesi e statunitensi, furono le prime a denunciare il genocidio e si trasformarono in un potente atto d’accusa contro Stalin. L’area era all’epoca pressoché interdetta agli osservatori internazionali e la stampa occidentale seguiva i fatti da Mosca, spesso sposando il punto di vista del regime sovietico. È eloquente il caso di Walter Duranty, capo dell’ufficio di corrispondenza di Mosca del New York Times e vincitore del premio Pulitzer, noto per i toni apologetici con i quali descriveva le politiche economiche di Stalin. In più occasioni Duranty attaccò Jones accusandolo di fare allarmismo e contribuì a screditarlo. Espulso dall’Unione Sovietica, denigrato e definito un bugiardo dai suoi influenti colleghi, il giovane giornalista gallese decise di andarsene in Mongolia per osservare da vicino l’evoluzione dell’impero giapponese. Fu lì, nell’agosto del 1935, che un gruppo di banditi lo catturò e lo uccise in circostanze misteriose. Lloyd George, ricordandolo pubblicamente, affermò che Jones “sapeva troppo”: secondo molti la sua morte fu una vendetta dell’NKVD, la polizia segreta di Mosca.
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Katyn, gli Usa complici di Stalin

Le autorità degli Stati uniti hanno attivamente contribuito a coprire per decenni le responsabilità sovietiche nel massacro di Katyn, nascondendo le prove in loro possesso e accettando la versione sovietica dei fatti anche negli anni più duri del maccartismo e della guerra fredda. L’oggettiva complicità con Stalin nell’attribuire ai nazisti la fucilazione in massa di 22mila ufficiali polacchi compiuta invece dagli uomini del NKVD su diretto ordine del Cremlino andrebbe fatta risalire a un ordine di F.D. Roosevelt, che nel 1943 non voleva guastare i rapporti con gli alleati sovietici mentre le sorti della guerra erano ancora in forse; quello che stupisce è che il silenzio venne poi mantenuto anche da Truman e dai presidenti successivi, a costo di mentire di fronte al Congresso.
L’esplosiva rivelazione viene dall’agenzia Associated Press, che cita una serie di documenti declassificati dagli Archivi nazionali degli Stati uniti. I documenti mostrano senza ombra di dubbio che il governo statunitense aveva ricevuto chiare indicazioni, già nel 1943, da parte di militari americani prigionieri di guerra dei nazisti, del fatto che il massacro di Katyn fosse avvenuto molto prima dell’estate 1941, cioè di quando le truppe tedesche occuparono la zona (attualmente nel territorio della Bielorussia). Quei militari avevano potuto vedere le salme degli ufficiali polacchi riesumate dai tedeschi e avevano notato che lo stato di decomposizione dei corpi e invece le condizioni “quasi nuove” delle divise collocavano il massacro a poca distanza di tempo dall’occupazione sovietica della Polonia orientale, avvenuta nell’autunno del 1939. Altre prove in possesso delle autorità americane erano state fornite dai servizi britannici, oltre che dal governo polacco in esilio, e tutte concordavano sul fatto che la versione sovietica dell’eccidio di Katyn – cioè che gli ufficiali polacchi erano stati massacrati dai tedeschi durante gli anni della loro occupazione di quell’area (1941-1944) – faceva acqua da tutte le parti e non poteva essere creduta.
Roosevelt invece decise a quanto pare di crederci per convenienza politica, e qualcuno in alto loco ordinò di far sparire i documenti compromettenti giunti in possesso di Washington. Più tardi, nel 1952 in pieno maccartismo, una commissione d’inchiesta del Congresso indagò sulla vicenda e concluse attribuendo la responsabilità dell’eccidio ai sovietici, ma non ottenne collaborazione dalla Casa bianca, che continuò a tenere nascosti i documenti, sostenne che era stato dato credito a Stalin “per necessità” e da allora in poi, fino a quando nel 1990 il Cremlino stesso ammise la verità, continuò ad attenersi alla posizione secondo cui “non c’erano prove conclusive” della pur credibile responsabilità dell’Urss nel massacro. Le rivelazioni odierne, presumibilmente, non faranno bene alle relazioni – perlomeno quelle emozionali – tra Stati uniti e Polonia.

(di Astrit Dakli, dal blog Est Est Est)

Katyn e la coscienza sporca dei sovietici

katynUn’elaborazione del lutto lunga quasi 70 anni per la Polonia e per Andrzej Wajda. Nella primavera del 1940, quattromilacinquecento tra ufficiali e soldati dello sconfitto esercito di Varsavia venivano eliminati con un colpo alla nuca dagli scherani del Nkvd su inequivocabili direttive del Politburo. Seppelliti in fosse comuni nella foresta di Katyn, i cadaveri vennero riportati alla luce nel 1943 dai nazisti accendendo una feroce campagna propagandistica che cambierà bruscamente di segno quando i vincitori sovietici poseranno nuovamente il tallone di ferro sulla Polonia che già avevano invaso quando erano alleati di Berlino. Da allora sino all’ammissione di colpa da parte di Mosca nel 1990 la verità ufficiale, sponsorizzata anche attraverso la solerte accondiscendenza dei partiti comunisti occidentali, fu che l’ordine della strage era stato firmato non da Giuseppe Stalin ma da Adolf Hitler. Una menzogna a miccia lunga, ma pur sempre una menzogna. Uno dei massacri di un secolo di scatenati mostri al lavoro come il Novecento è diventato un film, “Katyn”, da oggi anche nelle sale italiane, che il suo autore, Andrzej Wajda, ha dedicato alla memoria del padre, uno dei trucidati fra quegli alberi maledetti. Un’opera solenne, ieratica, toccante e austera che mette in scena la disperazione, lo spaesamento e il cocciuto coraggio di madri, mogli e figli. Con gli occhi delle donne, Wajda allestisce un’evocazione che non risparmia nulla, compresa l’emarginazione postbellica per gli orfani degli assassinati, ma che non coniuga l’odio bensì il culto della memoria e dell’identità per un olocausto il cui vergognoso opificio ha continuato a macinare vittime e disinformazione. Con uno stile secco e impietoso, uno dei grandi vecchi del cinema europeo, dopo aver condotto il melodramma privato e storico davanti alle pagine del diario di un condannato, incide sullo schermo la magistrale e terribile sequenza delle esecuzioni, prima in una squallida cella poi nel bosco: sangue lavato a secchiate e calpestato da stivaloni, morti trascinati su uno scivolo e ammassati su camion, ancora preghiere, ancora urla soffocate, una corda che stringe il collo e i polsi, il proiettile in testa, la caduta tra i corpi che saranno coperti dalla terra smossa dalla ruspa preceduta dall’aguzzino del colpo di grazia inferto con la baionetta, mentre tra le zolle spunta una mano che stringe un rosario. Questo l’epilogo di una ricostruzione che si era aperta con un’altra sequenza ad alta definizione ed emozione su un ponte nel settembre del 1939: migliaia di sfollati cercano di fuggire da una parte all’invasione dell’Armata Rossa e dall’altra a quella della Wermacht scambiandosi grida di pericolo nella vicendevole recriminazione sull’assurdità senza scampo della scelta. Una tragedia coniugata dalla metrica della superba sofferenza creativa trapunta di simboli, ora cristologici ora di tremenda metafora come la bandiera polacca smembrata: con il rosso assurto a vessillo dei torturatori e il bianco svilito a improvvisato copriscarpe della soldataglia bolscevica.
(da Il Secolo XIX)

Lo stalinismo cancellato

La prestigiosa Ong Memorial ha subito un’irruzione nella sua sede di San Pietroburgo e il sequestro di centinaia di file relativi a decenni di storia del regime sovietico.

Per riscrivere la storia basta cancellarla. Lo dimostra l’irruzione effettuata a inizio dicembre dalla polizia russa nella sede di San Pietroburgo della Ong Memorial, che si occupa proprio di tramandare la memoria storica del Paese. I quattro operatori presenti non hanno potuto fare altro che assistere alla requisizione di file e documenti, senza poter chiamare aiuto o contattare in alcun modo il mondo esterno. Un sopruso in piena regola, visto che per ore a nessuno è stato notificato alcun mandato di perquisizione, poi finalmente esibito in merito a un’indagine sulla rivista “Novyj Peterburg”, pubblicata dalla Ong e più volte sanzionata dalle autorità locali per aver dato voce al dissenso. Nella sede di Memorial, inoltre, circa un mese fa era stato proiettato il film “La rivolta. L’affare Litvinenko” sulla vicenda dell’ex agente del Kgb assassinato in Gran Bretagna, una pellicola che in Russia era stata vietata. La perquisizione, quindi, dicono i volontari, potrebbe essere stata una sorta di rappresaglia.

La morte dell’ultimo stalinista

Se n’è andato qualche giorno fa, all’età di 97 anni, Nikolai Baibakov, il potentissimo ministro del petrolio dell’Urss uscita dalla Seconda Guerra Mondiale. Era rimasto fino all’ultimo uno dei più convinti sostenitori dello statalismo dell’era stalinista.

Originario della città di Baku, situata al centro dell’area petrolifera più grande del mondo e oggi capitale dell’Azerbaijan, ebbe modo anni fa di ricordare in un’intervista l’episodio che aveva segnato l’inizio del suo lungo rapporto di collaborazione con Stalin. Nel 1942, con i nazisti alle porte di Stalingrado, il dittatore lo convocò e gli chiese di impedire che le piattaforme petrolifere del Caucaso cadessero in mano ai tedeschi senza interrompere i rifornimenti all’Armata Rossa, indispensabili per proseguire la “grande guerra patriottica”. Appena trentenne e da poco nominato viceministro del petrolio, Baibakov propose di smantellare le piattaforme principali e trasferirle nella parte orientale del paese, seguitando a estrarre e a inviare il greggio al fronte fino all’ultimo minuto. Stalin apprezzò l’idea ma gli puntò due dita alla tempia avvertendolo che se il piano non avesse funzionato, per lui era prevista la fucilazione. Lo stesso destino – aggiunse – gli sarebbe toccato anche se, una volta respinto l’invasore, non fosse riuscito a far ripartire la produzione. Bastò aspettare il 1946 per vedere il petrolio sovietico tornare ai livelli pre-bellici, trainando la ricostruzione di un sistema economico stremato da spese militari che negli anni del conflitto erano state superiori a quelle sostenute dagli Stati Uniti. Quando il quarto piano quinquennale (1946-1950) fece crescere in modo esponenziale la produzione di petrolio, per lui si schiusero definitivamente le porte del gruppo dirigente supremo del Pcus. Nel 1955 fu nominato al vertice del Gosplan, la Commissione statale per la pianificazione, vera e propria stanza dei bottoni della politica economica dell’Urss, da dove fu allontanato un paio d’anni dopo perché non condivideva le critiche mosse a Stalin dal XX Congresso. Tornò alla guida del Gosplan durante gli anni di Breznev per rimanervi ininterrottamente altri vent’anni, durante i quali riuscì a far quintuplicare la produzione industriale del paese. Gorbaciov lo sollevò da tutti gli incarichi nel 1985 ma lui riuscì a non cadere mai in disgrazia, contrariamente a quanto accadde a Kaganovich e ad altri ex Commissari del popolo dell’epoca stalinista. La caduta dell’Urss non bastò a fargli cambiare idea sulla pianificazione economica e sui dogmi dello statalismo più rigido. Ribadì, anche in anni recenti, tutta la sua disapprovazione nei confronti delle riforme della Russia post-sovietica: “anche i paesi occidentali – disse – hanno mantenuto un controllo più rigido sull’economia di quanto hanno fatto Gorbaciov e Yeltsin”. Prima di morire osservò con soddisfazione la crescita, lenta ma costante, coincisa con il ritorno del ruolo dello stato nell’economia favorito da Putin.

(Questo articolo è uscito anche su “Diario”, n. 7, anno XIII)