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Srebrenica, il calcio cura le ferite

Avvenire, 12.5.2017

C’è qualcosa di unico e di inspiegabile nella storia del FK Guber, la squadra di calcio di Srebrenica. In un’area della Bosnia che circa vent’anni fa è stata teatro del più grande orrore compiuto in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale, in una città ancora paralizzata dai fantasmi del genocidio, per una volta è il pallone a favorire la convivenza, la tolleranza e l’amicizia tra i giovani di tutte le etnie. Come se una misteriosa alchimia avesse reso possibile sul campo da gioco quello che ancora oggi rimane un miraggio nella vita di tutti i giorni. Per cercare di spiegare le ragioni di questo vero e proprio miracolo sportivo è necessario risalire alle sue radici. Ci si imbatte nel piccolo stadio del Guber poco prima di arrivare a Srebrenica, qualche chilometro dopo l’imponente memoriale di Potocari, dedicato agli ottomila bosniaci musulmani massacrati dalle milizie serbe nel 1995. La squadra di calcio fu fondata nel 1924 da un serbo e da un musulmano che donarono i loro appezzamenti di terreno confinanti per consentire la realizzazione del campo e delle piccole tribune. Nella sua storia ormai quasi centenaria, il Guber ha sempre militato nelle serie minori dando spazio a giocatori e dirigenti di tutte le etnie.

Una formazione del FK Guber Srebrenica

Raramente si è affacciato nel calcio che conta, ma i più anziani ricordano ancora la straordinaria impresa compiuta nel 1989 nei sedicesimi di finale della coppa nazionale di Jugoslava, quando i biancazzurri di Srebrenica si concessero il lusso di battere ai rigori una squadra di prima divisione, il Buducnost di Titograd (l’attuale Podgorica). A indossare i panni dell’eroe, quel giorno, ci pensò il portiere Jusuf Malagic, parando il rigore decisivo calciato da un giovane campione, fresco vincitore dei mondiali juniores e pronto a diventare la stella del Partizan Belgrado e poi del Real Madrid: Predrag Mijatovic. Partite e allenamenti sono proseguiti anche durante la prima fase della guerra degli anni ’90, quasi a voler esorcizzare i massacri e le deportazioni attraverso il potere salvifico dello sport. Ma di lì a poco anche quella piccola e fragile utopia sarebbe stata travolta dalla barbarie, molti dei suoi giocatori furono uccisi e finirono nelle fosse comuni disseminate nella campagna, lungo il corso della Drina. La ricostruzione sarebbe arrivata una decina d’anni più tardi, nel 2004. Tra i rifugiati che fecero ritorno in città c’era anche Malagic, il portiere “eroe” del 1989. Fu lui il primo a credere che il Guber potesse rinascere dalle proprie ceneri e tornare a promuovere quei principi che erano stati spazzati via insieme a tante vite umane. A poco a poco, grazie al fondamentale aiuto finanziario di alcune Ong e federazioni calcistiche europee, è stata rimessa in piedi una scuola calcio per i più giovani. All’inizio erano in pochi a credere in un progetto che traeva la propria forza dall’integrazione e dal dialogo interculturale. Ma col tempo la passione è riuscita a prevalere sulla diffidenza e sul pregiudizio, mentre la prima squadra ha cominciato a scalare le classifiche dei campionati dilettantistici. “Alcuni dei nostri ragazzi hanno perso i familiari durante la guerra oppure hanno avuto padri, zii o fratelli maggiori che hanno combattuto gli uni contro gli altri”, spiega l’allenatore Emir Bektic. “Eppure oggi il passato non li divide più e grazie al calcio sono riusciti a diventare amici”. L’anno scorso la squadra è stata promossa nella seconda divisione della Repubblica Srpska, il corrispettivo della Lega Pro per il campionato di calcio italiano. Anche adesso che si trova appena due gradini sotto l’ambitissima Premier League bosniaca, continua ad annoverare nel suo organico giocatori serbi, croati e musulmani. “Riuscire a convivere è la nostra vera vittoria – conclude Bektic – credo che il Guber rappresenti un modello di speranza per il futuro di Srebrenica e di tutta la Bosnia”.
RM

Aleppo. Dove è morta l’umanità

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di Cecilia Dalla Negra e Fouad Roueiha

Il 13 dicembre, dopo quasi 4 anni e mezzo dalla divisione della città, la parte est di Aleppo si avvia a tornare sotto il controllo del regime di Damasco. Cade l’Aleppo dell’Università della rivoluzione, quella del Consiglio Locale e degli esperimenti di democrazia, quella di emittenti libere come Radio Hara o Nasaem Souria.
Cade l’Aleppo eroica che ad agosto aveva rotto il primo assedio che le era stato imposto grazie ai civili che avevano creato una no fly zone dal basso, prodotta dalla coltre nera di centinaia di pneumatici bruciati per oscurare il cielo ed impedire i bombardamenti.
La battaglia per quella che era la più popolosa città della Siria e una tra le più antiche ancora abitate al mondo, si è conclusa con 4 mesi d’assedio e 3 settimane di martellanti bombardamenti da parte dell’aviazione siriana e russa, mentre sul terreno avanzavano le truppe governative affiancate dal libanese Hezbollah e decine di milizie irregolari siriane, irachene ed altre sostenute dall’Iran. Nessuna arma, a eccezione dell’atomica, è stata risparmiata: dai missili balistici a quelli anti-bunker, dalle armi chimiche a quelle incendiarie e termobariche, fino ai barili bomba e alle munizioni a grappolo. Continua la lettura di Aleppo. Dove è morta l’umanità

Chiesto l’ergastolo per Ratko Mladic

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“Qualsiasi pena inferiore al massimo previsto dalla legge sarebbe un insulto alle vittime, oltre che un affronto alla giustizia”. È quanto ha affermato ieri all’Aja il procuratore del Tribunale penale per l’ex Jugoslavia Alan Tieger, concludendo la sua requisitoria al processo per crimini contro l’umanità a carico di Ratko Mladic. Al termine di un’istruttoria durata oltre quattro anni l’accusa ha dunque chiesto l’ergastolo per il 74enne ex generale serbo-bosniaco, soprannominato il “boia dei Balcani” e chiamato a rispondere di ben undici capi d’imputazione, tra i quali figurano il genocidio di Srebrenica, le violenze contro la popolazione civile di Sarajevo e l’imprigionamento dei militari delle forze di pace delle Nazioni Unite. Arrestato in Serbia nel 2011 dopo una latitanza durata ben sedici anni, Mladic ha ribadito durante il processo la sua innocenza nonostante le prove schiaccianti prodotte contro di lui, a cominciare dalle intercettazioni radio dell’assedio di Sarajevo, nelle quali l’ex generale ordinava di aprire il fuoco sui quartieri “dove abita un minor numero di serbi” e di privare la popolazione di acqua, luce e aiuti umanitari per ridurla alla fame. Quello a suo carico è l’ultimo grande processo del tribunale per l’ex Jugoslavia: dopo l’arringa della difesa, la settimana prossima ci saranno le repliche finali, mentre la sentenza di primo grado è attesa per l’anno prossimo. Intanto, proprio tre giorni fa l’ex leader dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic ha presentato ricorso all’Aja contro la sentenza che nel marzo scorso l’aveva condannato a 40 anni di reclusione. Le obiezioni del cosiddetto “architetto della pulizia etnica” sono contenute in un lungo documento che cita una cinquantina di vizi sostanziali e procedurali, e afferma che “un processo errato ha portato a un esito ingiusto”.

Srebrenica avrà un sindaco serbo

Avvenire, 6.10.2016

Nella foto: Mladen Grujicic
Nella foto: Mladen Grujicic

A meno di clamorosi colpi di scena, la città martire di Srebrenica avrà un sindaco serbo per la prima volta dal genocidio del 1995. Alle elezioni amministrative di domenica scorsa il 34enne Mladen Grujicic, candidato dell’Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (Snsd) guidata dal leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, ha ottenuto circa il 70% battendo il sindaco uscente, il musulmano Camil Durakovic, che ha però chiesto il riconteggio dei voti. La commissione elettorale centrale ha stabilito che in alcuni seggi lo spoglio deve essere ripetuto, ma per avere un risultato definitivo si dovrà aspettare anche lo scrutinio dei voti a distanza che potrebbero ribaltare l’esito delle urne. La giornata elettorale si è svolta in un clima di tensione alla presenza di ingenti forze di polizia che hanno presidiato la cittadina per evitare scontri tra le opposte fazioni. Le Madri di Srebrenica contestano l’elezione del candidato serbo accusandolo di negazionismo. Grujicic, da parte sua, ha garantito che le commemorazioni dell’anniversario del genocidio continueranno a essere organizzate, e anche il presidente serbo Tomislav Nikolic ha affermato da Belgrado che l’elezione di Grujicic “non significherebbe l’oblio dei crimini commessi dai serbi a Srebrenica”. Le elezioni hanno visto la vittoria dei nazionalisti in tutto il paese: il Snsd di Dodik si è confermato primo partito nella Repubblica Srpska, il partito di azione democratica (Sda) di Bakir Izetbegovic ha prevalso invece nella Federazione croato-musulmana. Il municipio del centro di Sarajevo avrà per la prima volta una giunta guidata dai democratici musulmani, mentre nella cittadina nordoccidentale di Velika Kladusa è stato eletto sindaco Fikret Abdic, già condannato a 20 anni di carcere per crimini di guerra. La coalizione di Ong “Pod Ludom” ha denunciato numerose irregolarità e tentativi di corruzione dei commissari elettorali, definendolo “il voto più violento degli ultimi dieci anni”. L’incidente più grave si è verificato a Stolac, dove le procedure di votazione sono state sospese in seguito all’aggressione del presidente della Commissione elettorale locale da parte del candidato sindaco dell’Sda, Salmir Kaplan.
RM

Bosnia, addio al sogno di una società plurale

di Paolo Rumiz

Non torno piú in Bosnia da anni e non so se ci tornerò mai piu. Non solo perché non vi troverei più le persone che ho amato, ma perche il Paese e peggiorato dopo la fine del conflitto. Se rileggo il libro di Stanisic, scritto a guerra appena iniziata, sento tutta la nostalgia per un mondo che non c’è più. Paradossalmente e stata proprio la guerra l’ultimo momento in cui Sarajevo ha espresso la sua secolare vitalità di citta-serraglio in bilico fra i mondi. Un po’ come il Friuli, distrutto più dalla ricostruzione che dal terremoto, anche l’identita di Sarajevo si e perduta in tempo di pace, schiacciata dal trionfo della malavita organizzata e dall’irruzione di una spietata economia di mercato.
Primavera del 2016. Quattro Bmw nere ultimo modello con vetri affumicati arrivano sgommando davanti a un ristorante sulla strada fra Tuzla e Sarajevo. Ne escono dieci uomini con giubbotto antiproiettile e pistole nelle fondine, seguiti da civili e qualche valigetta ventiquattrore. L’ultimo ad aprire la portiera è un uomo in giacca e cravatta, faccia rubiconda. Entra senza salutare nessuno, seguito dalla scorta, mentre nella locanda si fa silenzio. Consuma agnello arrosto, patate. Beve un bicchiere di yogurt misto ad acqua, poi butta sul tavolo una manciata di euro spiegazzati e se ne va, seguito dai guardiaspalle. Non è un boss. È un ministro, mi spiegano. Ma fa poca differenza. In Bosnia quasi tutti i ministri girano a quel modo. La Bosnia è in mano alla mafia, mentre il popolo è alla fame.
Vent’anni dopo la fine dell’assedio, in Bosnia la situazione peggiora anziché migliorare. Appena arrivi a Sarajevo e salti su un taxi, il conducente ti fa la lista dei misfatti. Che non sono più quelli del nemico del’92, ma quelli della criminalità organizzata attuale, incoronata dagli accordi di Dayton e nella quale l’Europa trova i suoi affidabili interlocutori.  Che unità, ti dice la gente, può esprimere un Paese dove fin dalle elementari i bambini imparano, a seconda se sono serbi, croati o musulmani, una storia diversa della loro terra? Come puoi vivere – ti dicono altri – in un villaggio o in una città dove incontri ogni giorno l’assassino di tuo padre e di tuo figlio? Sono le frasi che in Bosnia suggellano l’accettazione rassegnata di una pace senza giustizia.
Negli anni Sessanta, a meno di un ventennio dal secondo conflitto mondiale, l’Italia era già in pieno boom. Nello stesso spazio di tempo in Bosnia è nata una generazione libera dalla memoria paralizzante del’92-’96, che avrebbe potuto far ripartire il Paese sbarazzandolo dai rancori etnici, ma così non è stato. Sarajevo vive ancora in uno stato di dopoguerra e centinaia di organizzazioni non governative continuano a operare sul territorio come se il disastro si fosse appena consumato.
Noi stessi ci siamo abituati a guardare alla Bosnia in termini caritatevoli anziché di sviluppo. Un turista, oggi a Sarajevo, sente ancora il fascino del vecchio mercato; anche il profumo del pane e dei cevapcici e sempre lo stesso. La prima impressione e che non sia cambiato nulla. Ma appena prendi la strada della periferia e della campagna scopri che tutto è misero, immobile, buio.
Nel ’92 Sarajevo non credette alla guerra e ci mise dei mesi ad accettare l’evidenza del fatto compiuto. Intorno alla città si scavavano trincee e nidi di cecchini, ma l’evento sembrava assurdo, inconcepibile. Irreale. Non era possibile, pensava la raffinata borghesia della città, uno scontro nella repubblica jugoslava che più delle altre aveva costruito un suo amalgama laico, forte, ben staccato dal divide et impera titoista fra serbi, croati e musulmani (gli ultimi letteralmente inventati dai geometri delle etnie per equilibrare il peso dei primi due).
Io stesso, alla vigilia del massacro, quando vidi trecentomila persone – in gran parte giovani – marciare a Sarajevo per la pace, mi dissi che la guerra sarebbe potuta scoppiare ovunque tranne che in Bosnia. Mi mostrai persino incerto che l’Italia, in una situazione analoga, potesse esprimere una simile, coraggiosa passione civile. Bastò un cecchino su un tetto per far saltare la polveriera.
Il fatto è che Sarajevo, così come all’inizio non aveva creduto alla guerra, alla fine dell’assedio ha mostrato di non credere alla pace. Nel marzo del ’96 non c’è stata nessuna esplosione di gioia. Era cambiato tutto in quei quattro anni. La parola mir – per l’appunto “pace” – si era svuotata di senso. La città aveva perso l’innocenza, aveva imparato a odiare. I Caschi blu avevano consentito il massacro di Srebrenica e l’Europa aveva mostrato le sue divisioni, i suoi opportunismi. Nello stesso tempo i dollari degli emiri avevano riempito i vuoti lasciati da un Occidente distratto, alimentando una rete di imam che all’Occidente avrebbero guardato con poca simpatia, se non con ostilità. Ovunque tornavano in auge i chierici, fossero cattolici, ortodossi o musulmani. Minareti contro campanili, entrambi enormi, nuovi fiammanti e fastidiosamente estranei alla tradizione locale. Anche il cielo veniva cantonizzato dai monoteismi militanti, e sul piano civile il mitico amalgama bosniaco crollava miseramente. Ogni speranza di rinascita veniva bloccata dalla fuga all’estero della migliore borghesia. Come oggi in Siria, in Ucraina o in Afghanistan, trionfavano i primitivi a spese degli evoluti.
Quando nel ’92 Bozidar Stanisic, bosniaco di cultura serba sposato a una bosniaca di famiglia croata, comparve sulla porta di casa mia, non capii subito di trovarmi di fronte a un dejà vu. Non mi resi conto che egli arrivava impaurito, incredulo e spaesato esattamente come migliaia di profughi istro-dalmati quarant’anni prima di lui. Quel professore di lettere mite e silenzioso rappresentava la stessa tragedia e anche la stessa indecorosa mascherata. Quella che consentiva, e consente tuttora, con l’alibi dell’etnia o della nazione (più tardi sarà anche con la scusa della religione), di espellere, terrorizzare, uccidere o rapinare pezzi importanti della societa civile di un Paese a vantaggio di una minoranza ben fornita di armi, ideologia e forme anche raffinate di persuasione mediatica.
La situazione della Bosnia di oggi non è che la conseguenza di un’emorragia iniziata non nel ’92, ma mezzo secolo prima. L’attuale governo nato dagli equilibrismi etnici di Dayton – nato da una perfida selezione negativa della popolazione a vantaggio dei peggiori – non è altro che la guida impotente di uno Stato fantoccio. Dicono che i suoi ministri non siano capaci di mettersi d’accordo su nulla, nemmeno sul bando del fumo nei locali pubblici, col risultato che oggi a Sarajevo sembra che il tempo si sia fermato, con cinema, bar e ristoranti ridotti a camere a gas. Ma il paradosso è che lo stesso – pachidermico – apparato della cooperazione internazionale in Bosnia ha trovato l’habitat ideale per perpetuare se stesso (vedi il film “Perfect day”), e oggi schiaccia la società civile, impedendole di esprimersi se non attraverso agende eterodirette.
Rileggo quel testo di allora e rifletto che se oggi viviamo con questa polveriera ancora attiva a cento e passa chilometri da Trieste, è perché ce la siamo voluta. Ce la siamo voluta come europei, perché non abbiamo compreso che lì abitava un Islam moderato, laico e aperto alle donne che ci avrebbe protetto da fondamentalismi.
Abbiamo consentito che si smantellasse una società plurale in nome di una geometria cantonale che coi Balcani non ha nulla a che fare e abbiamo
delegato la nostra difesa agli americani, esattamente come in Iraq, in Siria e in Maghreb. Sarajevo era Europa. A guerra finita era diventata lo specchio nel quale per la prima volta l’Europa si era potuta guardare allo specchio scoprendosi cinica e piena di rughe.
(da Il Messaggero Veneto, 21 settembre 2016)

Karadzic in Irlanda

Avvenire, 23.4.2016

E’ uscito The Little Red Chairs, il nuovo attesissimo romanzo di Edna O’Brien

Migliaia di sedie rosse, vuote come testimoni muti, furono messe in fila qualche anno fa sulla via Maršala Tita di Sarajevo per commemorare le vittime dell’assedio della città che durò dal 1992 al 1996. Erano 11541, una per ciascun cittadino che perse la vita in quei 44 mesi d’orrore. In quella marea rossa che per giorni colorò evocativamente il centro della città-martire della Bosnia si notavano anche centinaia di sedie di piccole dimensioni, a ricordo dei bambini uccisi. L’immagine più poetica, struggente e letteraria del dopoguerra bosniaco ha fornito a Edna O’Brien lo spunto intorno al quale costruire il suo nuovo attesissimo romanzo, The Little Red Chairs. Giunta alla soglia degli 85 anni, con più di venti romanzi alle spalle, la grande scrittrice irlandese si confronta per la prima volta con temi per lei del tutto inediti – come la guerra nei Balcani – senza abbandonare la sua consueta esplorazione della vita dell’Irlanda di provincia da una prospettiva femminile. La storia si svolge in un piccolo paese immaginario della costa occidentale irlandese chiamato Cloonoila, la cui vita tranquilla e anonima è sconvolta all’improvviso dall’arrivo di un misterioso straniero proveniente dal Montenegro. A prima vista può ricordare Christy Mahon, uno dei personaggi più noti della letteratura irlandese del XX secolo, il protagonista di The Playboy of the Western World, di J.M. Synge. Ma il dottor Vladimir Dragan, capelli lunghi e barba bianca, guaritore e poeta, uomo affascinante e misterioso, è chiaramente ispirato alla figura di Radovan Karadzic, il macellaio di Srebrenica, recentemente condannato a 40 anni di carcere per genocidio e crimini contro l’umanità. È lui il Cuore di tenebra di conradiana memoria che consente alla O’Brien di costruire una riflessione sul male e sui sensi di colpa, ma anche sull’espiazione e sulla speranza. Con l’incedere della storia si capisce però che l’obiettivo della scrittrice non è la guerra in Bosnia o la figura di Karadzic – la cui psiche non viene mai analizzata nel dettaglio – bensì la sua vittima: la bella Fidelma McBride, una donna irlandese sulla quarantina che si rivolge a lui per cercare di risolvere i suoi problemi di fertilità e presto si innamora del misterioso straniero venuto dai Balcani. Fidelma è reduce da un matrimonio fallito e ha un desiderio di maternità che fino ad allora è rimasto insoddisfatto. Rimane soggiogata dal magnetismo del dottor Dragan senza sapere che l’uomo, accolto con entusiasmo in paese e da molti considerato portatore di speranza, è in realtà un criminale di guerra in fuga dal suo passato e dai giudici internazionali che gli stanno dando la caccia. La donna descritta dalla O’Brien non è una vittima tradizionale, una di quelle di Sarajevo o Srebrenica per intendersi, ma lo diventa trovandosi improvvisamente di fronte a uno dei più famosi mostri del XX secolo. Quando la sua vera identità viene infine rivelata, la sua vita sprofonda in un abisso. Come accade spesso nei romanzi della O’Brien, la donna viene punita e cacciata dal paese per aver osato rompere le regole e i codici di comportamento della comunità in cui viveva. Pur a sua insaputa si è unita a un demonio, è diventata sua complice, e tale complicità non è vanificata dalla sua innocenza. Da quel momento in poi il senso di colpa pervade tutta l’opera, e una domanda lacerante tormenta la protagonista: com’è possibile che il dottor Dragan, un guaritore dotato di grande sensibilità poetica, sia lo stesso uomo che ha fatto sterminare senza pietà migliaia di bosniaci?
La trama non si svolge tutta nel paesino irlandese, ma ruota attorno a tre differenti ambientazioni: in Irlanda, a Londra e all’Aja. Nel tentativo disperato di espiare la sua colpa, quella dell’unione col demonio, la donna si dedicherà infatti all’aiuto dei disperati e degli sfollati andando a lavorare in un campo per rifugiati di Londra. È lì che il respiro della storia si fa potente, dando voce alle vittime di pulizia etnica, ai diseredati e ai rifugiati provenienti dai paesi devastati dalle guerre, e costruisce una narrazione fatta di contrasti, che mette a confronto la bellezza e la ferocia del mondo e contrappone momenti lirici a fatti laceranti. La storia porterà infine la protagonista in Olanda, per seguire il processo intentato contro Dragan al tribunale dell’Aja, e culmina in un finale catartico, attraverso un confronto tra i due in una cella di prigione. Edna O’Brien è nota per la sua straordinaria capacità di descrivere in modo semplice e coerente persone, fatti e luoghi, e fin dal suo primo lavoro, l’acclamatissimo romanzo di formazione Ragazze di campagna uscito nel 1960 ha articolato nelle sue opere ogni genere di inquietudine femminile. Sembra trascorso molto più di mezzo secolo da quando quel libro e i cinque successivi furono censurati e messi al bando. Da tempo la O’Brien è considerata la capostipite e la più importante scrittrice irlandese contemporanea. The Little Red Chairs, già accolto come un capolavoro dalla critica inglese e statunitense, segna il suo grande, ambizioso ritorno dopo un decennio esatto di silenzio.
RM

Srebrenica, Karadzic condannato a 40 anni

Avvenire, 26.03.2016

Sono quaranta gli anni di carcere ai quali Radovan Karadzic è stato condannato dal Tribunale penale internazionale dell’Aja, come quaranta erano state le volte in cui l’ex leader dei serbi di Bosnia era stato definito “bugiardo” dal pubblico ministero Alan Tieger, nel corso della sua dura requisitoria finale dell’ottobre scorso. La prima condanna per genocidio e crimini di guerra pronunciata nei confronti d’un leader politico europeo dai tempi di Norimberga ha lasciato l’amaro in bocca a quanti erano convinti che l’ergastolo chiesto dal pm costituisse un esito quasi scontato per un uomo che secondo il giudice coreano O-Gon Kwon era “l’unica persona in grado di evitare che i bosniaci musulmani di sesso maschile potessero essere uccisi”. La Corte ha riconosciuto Karadzic colpevole del reato di genocidio per il massacro di Srebrenica e dei crimini contro l’umanità commessi durante i 43 mesi dell’assedio di Sarajevo, durante i quali furono uccisi oltre 11500 civili, un decimo dei quali erano bambini. È stato invece giudicato non colpevole, per insufficienza di prove, nel primo dei due capi d’accusa di genocidio, relativo agli eccidi compiuti nei villaggi bosniaci di Bratunac, Prijedor, Foca, Kljuc, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik. Il giudice ha osservato che in quel caso non è stato possibile stabilire che l’imputato avesse “l’intento genocida di distruggere un gruppo”.Radovan_Karadzic_s_2760554n
Karadzic ha assistito impassibile, in silenzio, all’ultima seduta del tribunale e alla lettura della sentenza di condanna a suo carico, osservando il giudice con uno sguardo che non lasciava trapelare la minima emozione. Durante l’intero processo – che è durato sei anni e mezzo, ha coinvolto 600 testimoni e prodotto decine di migliaia di documenti – ha rifiutato un avvocato difensore e si è avvalso unicamente di un consigliere legale.
Alla fine, il verdetto ha deluso sia la difesa – che ha già annunciato che presenterà ricorso in appello -, sia le vittime. Vasvija Kadic, dell’associazione Madri di Srebrenica, ha definito “vergognosa” e “offensiva” la condanna a 40 anni e non all’ergastolo, mentre Belgrado ha accusato la giustizia penale internazionale di parzialità. “E’ selettiva quella giustizia che ritiene colpevole un popolo di crimini commessi da singoli”, ha commentato il ministro della giustizia serbo Nikola Selakovic. La posizione serba è arrivata dopo quella russa, che definiva “politicizzato” il verdetto contro l’ex leader serbo-bosniaco.
Curiosamente, la condanna di Karadzic è arrivata lo stesso giorno in cui la Serbia ricordava l’inizio dei bombardamenti della Nato, che scattarono la sera del 24 marzo 1999 contro l’allora regime di Slobodan Milosevic, accusato di atrocità e repressioni contro gli albanesi del Kosovo. Per oltre due mesi e mezzo i raid aerei dell’Alleanza atlantica colpirono obiettivi militari e civili, causando centinaia di morti ed enormi distruzioni. A Belgrado e in altre località serbe si sono svolte commemorazioni e cerimonie alla presenza del primo ministro Aleksandar Vucic.
Polemiche a parte resta il fatto che, pur con grave ritardo, i giudici dell’Aja hanno comunque scritto una pagina storica nella spaventosa vicenda della guerra in Bosnia Erzegovina e hanno dato un segnale importante sull’efficacia della corte internazionale creata oltre vent’anni fa per giudicare i criminali di guerra sulla base del diritto umanitario internazionale. A giorni è atteso il verdetto del tribunale anche nei confronti di un altra figura di spicco di quegli anni, l’ex leader paramilitare serbo Voijslav Seselj. Ma il processo più atteso resta quello contro l’ex generale Ratko Mladic, tuttora in corso di svolgimento all’Aja.
RM

Bosnia, le colpe dei bosgnacchi

di Matteo Zola

C’è un argomento di cui si parla troppo senza parlarne mai davvero. E’ quello dei crimini di guerra perpetrati durante le guerre jugoslave (1991-1999). Si parla troppo, cioè, di alcuni eventi criminali finendo per farne simboli e come tali rendendoli oggetti “sacri”, intoccabili, favorendo così le strumentalizzazioni politiche. Poiché su quei fatti è in corso, ancora oggi, una guerra. La guerra dei parolai, dei politicanti in cerca di consensi, ma anche la guerra delle memorie che cerca di dividere in assolutamente carnefici e assolutamente vittime le parti allora in causa.

L’altra faccia di Srebrenica
C’è, nel sentire comune e nella divulgazione storica spicciola, una divisione tra buoni e cattivi. I cattivi hanno quasi sempre il volto di Radko Mladic, il comandante serbo protagonista del massacro di Srebrenica, e i buoni sono generalmente i bosgnacchi, cioè i musulmani aggrediti dalla barbarie serba. Senza in nessun modo voler ridurre la portata criminale dei fatti compiuti, il confine tra buoni e cattivi non è così netto come si vorrebbe. Anche i musulmani, nella loro guerra, si sono macchiati di crimini atroci ed è tempo di penetrare la coltre di silenzio che spesso li avvolge.
Il massacro di Srebrenica è l’evento simbolo delle guerre jugoslave. Sappiamo come andò, e non è necessario riassumerlo. Sappiamo soprattutto che i serbi uccisero ottomila musulmani inermi, e lo fecero nei modi più atroci e dopo lunghe sevizie. Questo crimine ineguagliabile, definito come genocidio da due diverse corti internazionali, ha consentito alla società e ai politici musulmani di auto-assolversi dei crimini da loro commessi, elevandosi a uniche vittime del conflitto: i musulmani sono, in patria e all’estero, le “vittime più vittime delle altre”. Sull’uso politico della memoria di Srebrenica, si legga qui. Srebrenica ha però delle premesse – attenzione, non delle cause – nell’attività militare bosgnacca del 1992-1993. L’altra faccia di Srebrenica, meno nota rispetto a quella del boia Radko Mladic, è quella di Naser Orić, comandante bosgnacco lungo la valle della Drina.

Lungo la valle della Drina, i crimini di Naser Orić
La città di Srebrenica, subito occupata dai serbi nel febbraio del 1992, venne riconquistata dalle truppe musulmane già a giugno. Da quel momento Srebrenica divenne la base per incursioni nel territorio occupato dai serbi. Lo scopo dei bosgnacchi era quello di ricongiungersi con l’enclave musulmana di Zepa, in modo da spezzare il collegamento tra le milizie serbe operanti in Bosnia e la madrepatria, che da Belgrado inviava rifornimenti e uomini. Durante queste incursioni, guidate dal comandante bosgnacco Naser Orić, le truppe musulmane attaccarono villaggi a maggioranza serba, trucidando la popolazione civile e radendo al suolo le abitazioni, spingendo i superstiti alla fuga: erano quelli i metodi della pulizia etnica.
Si contano – da parte serba, ma le cifre sono oggetto di contesa – circa 1300 vittime civili serbe uccise su ordine di Naser Orić. Nel tempo il numero delle vittime è salito, secondo le autorità della Republika Srpska, a tremila, mentre per il centro di Ricerca e Documentazione (Research and Documentation Center, RDC) di Sarajevo, in cui lavorano congiuntamente investigatori bosgnacchi, serbi e croati, si tratterebbe di 843 persone. Ma non siamo qui a contare le teste, a misurare la mostruosità dell’eccidio facendo la conta delle vittime: quello che è importante è che furono vittime civili, uccise non accidentalmente ma deliberatamente, allo scopo di liberare un territorio che si intendeva controllare. Quello che conta è l’intento di queste operazioni, poiché l’eccidio era finalizzato a spaventare e allontanare la popolazione serba dalla regione: insomma, la pulizia etnica. Che si tratti di ottocento, quanti i morti per mano bosgnacca, o degli ottomila di Srebrenica, non fa differenza: la morale non è una questione di matematica.
Il 7 gennaio 1993, a seguito del fallimento dei colloqui di pace di Ginevra, i bosgnacchi di Orić ripresero l’offensiva nella valle della Drina attaccando il villaggio di Kravica e massacrando 40 civili serbi. Per questi crimini Naser Orić verrà condannato dal Tribunale penale dell’Aja a due anni di reclusione. Troppo poco secondo il procuratore generale Carla Del Ponte che chiese lo svolgimento di un processo d’appello il quale si concluse però con la completa assoluzione di Orić. Si trattò della prima di molte assoluzioni eccellenti che il Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia (ICTY) avrebbe dichiarato negli anni a venire, alimentando il sospetto che si trattasse di sentenze politicizzate. Sospetto confermato dalla stessa Carla Del Ponte quando dichiarò che le indagini e sentenze erano influenzate dalla comunità internazionale, NATO in primis, che non gradiva si indagasse sugli ex-alleati.

Il massacro di Grabovica
La mattina dell’otto settembre 1993 le truppe bosgnacche dell’ARBiH, guidate da Sefer Halilović, calarono sul villaggio di Grabovica, nell’Erzegovina, popolato in prevalenza da croati. Il villaggio era sotto il controllo bosgnacco già da maggio e non si erano registrate violenze. A cambiare la situazione fu l’arrivo della IX e X Brigata bosgnacca, note per la loro efferatezza. La notte dell’otto settembre vennero uccisi tredici civili estranei al conflitto, almeno queste sono le vittime accertate dall’ICTY anche se si suppone fossero di più. Per questi crimini vennero accusati lo stesso Halilović e altri ufficiali. Halilović fu accusato di non avere fermato il massacro e di avere la responsabilità dell’accaduto essendo l’ufficiale in comando, secondo alcuni le responsabilità di Halilović furono ben maggiori, favorendo se non ordinando il massacro. Tuttavia non fu giudicato colpevole. Vennero invece condannati gli esecutori materiali del massacro, i soldati Nihad Vlahovljak, Sead Karagić e Haris Rajkić.

Il clan dei sarajevesi e la roccia di Kazan
Quando arriva una guerra i primi a fiutarla sono quelli che popolano l’underground criminale. Più sensibili ai movimenti sotterranei, sanno quando il terremoto è in arrivo e sono in grado, talvolta, di giovarsi del disastro. Così è accaduto a Sarajevo quando, il 5 aprile del 1992, la città sprofondò nell’assedio. Senza un esercito, senza armi, la città cercava qualcuno che la difendesse e ad approfittare della situazione fu  Mušan “Caco” Topalović, trafficante e assassino, capace di formare una propria brigata autonoma che non mancò, tuttavia, di collaborare con le autorità politiche e militari bosgnacche. Una collaborazione scomoda, per alcuni necessaria in quel momento, ma il cui prezzo è stato elevato. Topalović è stato riconosciuto responsabile, dalle stesse autorità civili bosgnacche, di avere rapito, brutalizzato e sgozzato civili. In particolare è stato accusato della morte di Vasilj Lavriv e sua moglie Ana, due cittadini sarajevesi portati via dalla propria abitazione su ordine della X brigata di Montagna. Condotti a Bistrik, dove la brigata aveva il comando, sono stati denudati, colpiti a picconate e sgozzati, per essere gettati infine nel Kazan, una fenditura nella roccia dove – a guerra finita – furono ritrovati decine di corpi. “Caco” verrà ucciso, in circostanze mai chiarite, su ordine del governo di Sarajevo il 26 ottobre del 1993. La resistenza bosgnacca si è giovata anche dell’aiuto di Ismet Bajramović e Ramiz Delalić. Quest’ultimo, in particolare, è stato il comandante della IX brigata di Sarajevo, e fu responsabile dell’omicidio a sangue freddo, e del tutto immotivato, di Nikola Gardović, un giovane serbo ammazzato mentre stava celebrando il proprio matrimonio di fronte all’antica chiesa ortodossa di Sarajevo.

Conclusione

Si tratta di episodi che dimostrano come l’efferatezza e la disumanità non fossero, in quel conflitto, da una parte sola. I bosgnacchi non furono esenti dalla barbarie. Certo la quantità di eccidi e stragi compiute per mano serba, specialmente da parte delle forze serbo-bosniache di Karadzic e Mladic, è maggiore, ma non si intende qui equiparare le parti in conflitto, di fatto assolvendole tutte in nome di una comune brutalità. Le parti non sono tutte uguali, ci furono degli aggressori e degli aggrediti, e il numero di vittime musulmane fu altissimo. Ma l’abominio non si misura con i numeri. Tragedie immani come quella di Srebrenica non devono servire a nascondere i massacri compiuti. Resta la consapevolezza che in quella guerra, pur nella differenza delle responsabilità, la crudeltà non fu prerogativa di una parte soltanto.

(da East Journal)

“Nessuno scambio tra Srebrenica e Sarajevo”

Nel ventennale del genocidio di Srebrenica l’ex generale Jovan Divjak, eroe della resistenza di Sarajevo, ribadisce l’assenza di un accordo per far finire l’assedio.

Da “Avvenire” di oggi

“Srebrenica e tanti altri massacri avvenuti in Bosnia vent’anni fa rappresentano una ferita aperta che temo non si rimarginerà mai. Non avremo verità, giustizia e riconciliazione finché ci saranno tre versioni diverse della stessa storia, una croata, una serba e una bosniaca. Oggi ai giovani serbi non viene raccontato il genocidio ma solo i bombardamenti Nato su Belgrado”. Quella mattanza travestita da guerra, il generale Jovan Divjak l’ha vissuta in prima persona e continua a sentirla ogni giorno sulla propria pelle. Lui che, serbo, si trovò a difendere Sarajevo durante un assedio durato quasi quattro anni, che causò oltre diecimila morti. divjak-1_376234S1Nel 2006, per il lavoro svolto da allora con gli orfani di guerra, è stato nominato ambasciatore universale di pace. In città lo considerano tutti un eroe eppure molti, in Serbia, continuano a definirlo un disertore. “Ero comandante della difesa territoriale della Bosnia-Erzegovina – ci dice oggi, a margine delle celebrazioni del ventennale di Srebrenica – ho fatto solo il mio dovere, quello che mi era stato insegnato, cioè aiutare gli indifesi. Per questo, quando è iniziata la guerra, sono rimasto dalla parte dei più deboli, cioè dei civili”. Davanti ai suoi occhi, ancora oggi, ci sono quei giorni terribili d’inizio luglio del 1995: “Nessuno poteva prevedere una tragedia di quella entità. Srebrenica era isolata dal mondo, il nostro stato maggiore riusciva a comunicare con l’area solo un paio di volte al giorno, grazie ai radioamatori locali. Il 6 luglio i serbi cominciarono a bombardare la cittadina e le fragili linee difensive caddero una dopo l’altra. I 400 caschi blu olandesi che dovevano difenderla abbandonarono le loro postazioni, e migliaia di uomini di Srebrenica cercarono di fuggire attraverso i boschi per raggiungere la vicina città di Tuzla. Gran parte di loro furono uccisi dai serbi con bombe e armi leggere. Trentamila civili inermi si ammassarono nella vicina base Onu di Potocari, dove i serbi risparmiarono gran parte delle donne, dei vecchi e dei bambini. Ma uccisero tutti gli altri”. Da allora, c’è chi continua a sostenere che l’esercito bosniaco abbia abbandonato le enclave orientali – tra cui Srebrenica – per ottenere in cambio la fine dell’assedio di Sarajevo. Una tesi che Divjak respinge senza mezzi termini: “No, questo è inaccettabile, la colpa di quanto è accaduto è delle truppe di Mladic, il problema fu semmai che l’esercito e il governo della Bosnia non fecero niente per difendere Srebrenica. Ed era semplicemente folle pensare che un piccolo contingente di caschi blu potesse proteggere un’area che era stata completamente smilitarizzata. La difesa della cittadina disponeva solo di un paio di carri armati e di qualche mortaio ma era totalmente priva di artiglieria pesante”.
Da quei giorni, Divjak ha smesso d’indossare la divisa. Dalla fine della guerra dirige l’associazione locale Obrazovanje Gradi BiH (L’educazione costruisce la Bosnia), che difende il diritto all’istruzione dei più giovani fornendo borse di studio a bambini e ragazzi che non hanno risorse sufficienti per continuare gli studi. “Sono stato bambino anch’io dopo la Seconda guerra mondiale – ci spiega – e sapevo bene che si sarebbero ripresentati di nuovo gli stessi problemi con i profughi, gli invalidi, gli orfani. E che i primi da aiutare sarebbero stati i bambini”.
La sua disillusione sull’efficacia dell’operato delle Nazioni Unite risale a due decenni fa e poggia su basi molto solide, non può quindi stupirlo la notizia della risoluzione su Srebrenica bocciata tre giorni fa dal Consiglio di sicurezza a causa del veto russo. “Niente di nuovo – conclude con un sospiro – ma quello che servirebbe, più degli atti dei governi, sarebbe un impegno duraturo per sconfiggere tutti i nazionalismi”.
RM

Srebrenica, il parco della memoria

Da “Avvenire” di oggi

Oltre 8mila alberi e piante per tenere viva la memoria del peggior crimine compiuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, per simboleggiare la risurrezione di altrettante vittime innocenti. Mentre si avvicina il ventesimo anniversario del genocidio di Srebrenica, sono stati piantati i primi alberi del “Bosco della memoria 8372”, un progetto ideato dall’associazione bosniaca Muftijstvo Gorazde con il sostegno del governo, del cantone e del comune. srebrenica1Per dar vita al primo complesso memoriale del genere in Bosnia è stata scelta una collina che domina la cittadina di Gorazde, un’area di oltre quattro ettari di terreno al centro della quale sarà issato un grande fiore, simbolo di Srebrenica, verde al centro e circondato da undici petali bianchi. Ricorderà per sempre quello che accadde poco lontano da qui l’11 luglio del 1995, quando le truppe serbo-bosniache del generale Ratko Mladic trucidarono almeno 8372 persone, in gran parte vecchi, bambini e ragazzi, macchiandosi del più grave atto di pulizia etnica delle guerre balcaniche degli anni ’90. Il parco ospiterà alberi di castagno, frassino e abete rosso – uno per ciascuna delle vittime del genocidio – oltre a diverse specie di piante, che si alterneranno a sentieri, terrazze con viste panoramiche e panchine per i visitatori. 
Sette arbusti saranno invece piantati per ricordare il mese del genocidio. Pochi giorni fa, nel corso della piantumazione delle prime piante, è stato spiegato che il progetto non è dedicato soltanto a Srebrenica, ma a tutte le vittime delle guerre, presenti e passate. “Dopo la Seconda guerra mondiale – ha detto il muftì di Gorazde, Remzija Pitic – abbiamo detto ‘mai più’, ma purtroppo il mondo non ha imparato alcuna lezione da quello che è accaduto a Srebrenica, come possiamo vedere oggi in Siria, in Iraq, in Ucraina e in molti altre parti del mondo. Vogliamo che questo parco della memoria ricordi per sempre i drammi del passato e contribuisca a evitare che drammi simili si ripetano in futuro”.
Il lancio del progetto “8372 Srebrenica Memorial Forest” inaugura di fatto le commemorazioni che si terranno come sempre l’11 luglio ma che quest’anno assumono un carattere particolare per via di un ventennale che purtroppo non si annuncia privo di polemiche, sia per l’annunciata defezione del presidente serbo Tomislav Nikolic, che ha già declinato l’invito all’annuale cerimonia che si tiene nella piana di Potocari, il luogo dove si consumò il dramma, sia per la sentenza d’appello che qualche settimana fa ha confermato l’assoluzione di Thomas Karremans, il comandante olandese delle truppe Onu accusato di non aver protetto le migliaia di sfollati che finirono nelle mani degli uomini di Mladic.
Non è un caso che un’iniziativa come quella del “Bosco della memoria 8372” nasca proprio a Gorazde, piccola cittadina bosniaca di poco più di 22mila abitanti a meno di cento chilometri da Sarajevo, sulla riva sinistra della Drina. Nella primavera del 1994 si consumò qua un tragico assedio da parte delle truppe serbo-bosniache, che si fecero beffe delle risoluzioni Onu uccidendo centinaia di persone in poco più di un mese. Le postazioni di artiglieria dell’esercito serbo-bosniaco guidate dal generale Mladic, appostate sulle colline circostanti, bombardarono la città a un ritmo di tre granate al minuto, mentre i carri armati colpivano dalla riva destra della Drina. La presunta “zona di sicurezza” di Gorazde che le Nazioni Unite avrebbero dovuto proteggere era in realtà destinata a rivelarsi un fallimento: l’enclave musulmana fu facilmente attaccata dai serbi, proprio come sarebbe accaduto l’anno dopo a Srebrenica, seppur con esiti assai più drammatici. Oggi, con un effimero senno di poi, si può affermare che la diplomazia internazionale avrebbe potuto – e dovuto – far tesoro di quanto accaduto a Gorazde per evitare il genocidio di Srebrenica.
RM