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Alle origini della protesta catalana

Focus Storia n. 134, dicembre 2017

“Ascolta Spagna, la voce di un figlio/ che ti parla in voce non castigliana/ ti parlo nella lingua che mi ha insegnato questa terra aspra/ in questa lingua con cui pochi ti parlano/ Dove sei Spagna? Non riesco a vederti/ Non senti la mia voce tonante?/ Non senti questa lingua che ti parlo?/ Forse hai smesso di capire i tuoi figli?/ Addio, Spagna!”. Nel 1898, questi versi del grande poeta catalano Joan Maragall suonarono come il definitivo atto di sfida nei confronti del centralismo spagnolo. Maragall era uno dei principali esponenti della “Renaixença” (“Rinascimento”), la corrente letteraria nata alla fine del XIX secolo per riscattare la letteratura catalana da una lunga fase di decadenza. Dopo la guerra di successione spagnola (1701-1714), le antiche istituzioni catalane erano state soppresse, causando anche la progressiva decadenza della lingua. Quel movimento letterario fu la scintilla del moderno nazionalismo catalano, che individuò in una data – l’11 settembre 1714 – l’inizio della propria rinascita. Quel giorno la città di Barcellona, dopo quattordici mesi d’assedio, era stata riconquistata dalle truppe spagnole del duca di Berwick, ponendo fine a una lunga guerra di successione che aveva coinvolto anche le grandi potenze del Vecchio continente. Dopo aver sconfitto il pretendente al trono, Carlo d’Asburgo, il nuovo re Filippo V di Borbone dette vita a uno stato centralista simile a quello francese. Per punire i “traditori” catalani – colpevoli di aver appoggiato il nemico – impose i Decreti di Nueva Planta che cancellarono la sovranità politica della Catalogna e posero fine al suo autogoverno di origine medievale. Il catalano, fino a quel momento considerato la lingua ufficiale della regione, fu privato di ogni validità legale e conobbe, da quel momento in poi, un lento e inesorabile declino. I moderni nazionalisti catalani hanno dunque identificato lo spartiacque della loro lotta con la data di un’epocale sconfitta: per ricordare il giorno in cui la Coronela, la milizia incaricata di difendere Barcellona, venne costretta alla resa nel 1714, l’11 settembre di ogni anno in Catalogna si celebra la “Diada” (la festa nazionale catalana) e al minuto 17 delle partite di calcio del Barcellona i tifosi della squadra blaugrana intonano cori per l’indipendenza.
Il termine “Catalonia” è comparso per la prima volta nel XII secolo all’interno del Liber Maiolichinus, una cronaca epica medievale che narrava in latino le gesta di Ramón Berenguer III, considerato il primo eroe catalano della storia. Per secoli il territorio fece parte del Regno d’Aragona, la cui struttura tripartita (Aragona, Catalogna e Valencia) lasciava spazio a una parziale autonomia. I primi contrasti nacquero alla fine del XV secolo, in seguito all’unificazione delle corone di Castiglia e Aragona e alla conclusione della Reconquista nel 1492. Il paese iberico fu unito, ma in condizioni diverse da quelle altamente centralizzate di altri stati contemporanei, a cominciare dalla Francia. La capitale fu stabilita in via definitiva a Madrid soltanto alla metà del secolo successivo: fino ad allora la corte si riunì a Toledo e in altre città, mentre le comunità locali godevano di un ampio grado di autonomia dal quale scaturivano spesso conflitti col potere centrale. Nel 1518, ad esempio, per contrastare il potere mercantile di Barcellona, la Corona di Spagna le vietò di commerciare direttamente con l’America. Ma fu alla metà del XVII secolo che i contadini catalani si sollevarono contro le tasse imposte da Madrid, proclamando l’indipendenza e facendo scoppiare un lungo e cruento conflitto. La rivolta divampò nel giorno del Corpus Domini del 1640, causando la morte del viceré spagnolo e di molti funzionari e giudici; nel gennaio dell’anno successivo il presidente della Generalitat de Catalunya, Pau Claris i Casademunt, proclamò la repubblica catalana indipendente sotto il protettorato della Francia. Da quel momento in poi, la Catalogna divenne il campo di battaglia tra francesi e spagnoli all’interno della Guerra dei trent’anni finché, nel 1652, gli eserciti di Filippo IV di Spagna non prevalsero sulle truppe franco-catalane riconquistando il territorio intorno a Barcellona. Oggi, i sostenitori della separazione dalla Spagna sostengono che già in epoca medievale la Catalogna avesse sperimentato forme di sovranità e indipendenza, ad esempio con le corti catalane create durante l’Impero Carolingio, alle quali fu riconosciuta una sovranità di fatto che durò per secoli e terminò nel fatale 1714. Ma molti storici ritengono che associare l’esperienza delle “contee” di epoca Carolingia al moderno concetto d’indipendenza auspicato dagli indipendentisti rappresenti una forzatura.
Resta il fatto che da quell’11 settembre di tre secoli fa, incastrare la “nazione” catalana all’interno della Spagna è sempre stato molto difficile e i problemi sono aumentati nella seconda metà del XIX secolo, ai tempi dell’industrializzazione, con la nascita del moderno nazionalismo catalano. “Essere catalano è la maggior fortuna di fronte all’avvenire”, sosteneva uno dei più famosi figli di Catalogna di sempre, il grande pittore surrealista Salvador Dalì. Nel 1931 fu fondato quello che è ancora oggi il più antico partito indipendentista catalano in attività, l’Esquerra Republicana de Catalunya (Sinistra repubblicana di Catalogna) il cui primo leader, Lluis Companys, è stato anche l’ultimo presidente del governo autonomo che proclamò l’indipendenza dello stato catalano. “In nome del popolo e del parlamento – dichiarò la sera del 6 ottobre 1934 – il governo che presiedo si assume tutte le cariche del potere e, serrando i ranghi di coloro che sono uniti nella comune protesta contro il fascismo, li invita a sostenere il governo provvisorio della repubblica catalana”. L’indipendenza durò in realtà soltanto poche ore: la mattina dopo le truppe spagnole fecero irruzione nel palazzo del governo catalano e scatenarono una dura repressione che portò in carcere circa tremila persone. Barcellona sarebbe diventata una roccaforte repubblicana nella guerra civile che scoppiò di lì a poco, e Companys fu costretto a rifugiarsi in Francia. Nel 1940 venne catturato dalla Gestapo hitleriana e consegnato ai franchisti, che lo fucilarono all’interno della fortezza di Montjuic, a Barcellona, dichiarando la Catalogna “una regione nemica”.
Durante il successivo regime del generale Francisco Franco (1939-1975), la repressione di tutte autonomie locali spagnole raggiunse livelli parossistici: l’autogoverno catalano fu abolito e tutti i simboli della Catalogna furono soppressi a cominciare dalla lingua, il cui uso divenne illegale, con dure pene carcerarie per chi la parlava in pubblico. Lo statuto d’autonomia fu ripristinato soltanto nel 1979, dopo la morte di Franco e la fine della dittatura. È rimasto in vigore fino al 2006, quando i catalani hanno approvato con un referendum un nuovo statuto che garantisce alla “nazione” catalana maggiori poteri, soprattutto in campo finanziario. Ma quattro anni dopo, la Corte Costituzionale spagnola ha dichiarato l’incostituzionalità di diversi articoli del nuovo statuto, affermando che il diritto internazionale prevede l’autodeterminazione soltanto in caso di dominio coloniale o di occupazione straniera. Il governo autonomo ha respinto la decisione del tribunale, accusando i giudici di essere al servizio dell’esecutivo di Madrid e l’11 settembre 2012, in occasione della tradizionale festa della “Diada”, circa due milioni di persone sono scese in piazza a Barcellona dietro allo striscione “Catalogna, nuovo stato d’Europa”, in quella che è considerata la più grande manifestazione indipendentista dalla fine del franchismo. Due anni più tardi le rivendicazioni catalane hanno trovato sfogo nel primo referendum per l’autodeterminazione che, pur anch’esso dichiarato illegittimo dal tribunale costituzionale spagnolo, vide la partecipazione di circa il 36% degli elettori, circa l’81% dei quali si espresse a favore di un’indipendenza che intreccia elementi storici, culturali, economici e politici. Da allora si sono susseguite le mobilitazioni ma è mancato fatalmente il dialogo politico, da entrambe le parti, con le conseguenze che abbiamo visto nelle ultime settimane.
RM

La Spagna finanziò la dittatura argentina

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Dopo anni di accurate ricerche, il giornalista d’origine argentina Danilo Albin è riuscito a dimostrare che la Spagna firmò accordi economici con l’Argentina durante la dittatura di Videla e dunque aiutò i militari della giunta guidata da Videla a mettere in atto le terribili tattiche di sterminio del popolo argentino. Lo rivela in una clamorosa inchiesta appena pubblicata sul periodico spagnolo Público secondo la quale, nei primi anni del regno di re Juan Carlos, la Spagna sottoscrisse accordi milionari con il sanguinoso regime del dittatore argentino. Intese commerciali che nella seconda metà degli anni ’70 permisero all’Argentina di ricevere crediti dalla Spagna e coprire le spese causate dalla repressione.
Juan Carlos di Borbone, re di Spagna dal 1975 fino al giugno scorso – quando ha abdicato in favore del figlio Felipe – sarebbe stato, secondo il giornale, tra le figure responsabili di tale accordi. Nella sua intensa campagna alla ricerca di soci facoltosi, la giunta militare di Buenos Aires avrebbe anche contattato il potente banchiere spagnolo Emilio Botín, affinché il banco Santander recuperasse le due filiali che erano state nazionalizzate dai peronisti.
L’autore dell’inchiesta, Danilo Albin, sostiene inoltre che il rapporto tra i due governi è andato ben oltre la cooperazione commerciale. “C’è stata una collaborazione molto stretta che si mantenne in segreto tra entrambi i paesi. Continueremo a fornire prove che le relazioni tra la Spagna di Juan Carlos e Adolfo Suarez, e Videla in Argentina e i voli della morte sono andati molto più in là dei semplici accordi economici “, ha detto Albin, la cui inchiesta prosegue e sarà pubblicata a puntata sul giornale Pùblico. Il direttore del periodico spagnolo, Carlos Enrique Bayo, ha aggiunto che esistono documenti segreti (ancora classificati come riservati) che dimostrano il coinvolgimento diretto di Juan Carlos. L’ex re sarebbe stato infatti incaricato di facilitare, in qualità di mediatore, gli accordi tra la Spagna della transizione e l’Argentina dei voli della morte. Accordi che di fatto sostennero una dittatura alla ricerca di finanziamenti per continuare la sua brutale repressione.

Gli scheletri nell’armadio della Spagna moderna

A quasi quarant’anni dalla morte di Franco la Spagna non è ancora riuscita a fare i conti con la memoria della guerra civile e dei successivi decenni di dittatura. Soltanto dopo la faticosa transizione democratica, con la fine della censura, l’apertura degli archivi e la scoperta delle fosse comuni, è stato finalmente possibile avviare un serio lavoro di ricerca su quei tragici anni. Ma quanto accaduto di recente a Baltasar Garzon ci ha confermato che l’eredità della guerra civile, nella Spagna odierna, non appartiene soltanto al passato: il paese si è diviso di nuovo sulla sorte del noto giudice, prima condannato e poi assolto dal Tribunale supremo di Madrid in una causa aperta contro di lui per abuso delle proprie funzioni in un’inchiesta sugli scomparsi del franchismo. Un contributo fondamentale al processo di costruzione di una memoria storica il più possibile condivisa lo stanno fornendo alcuni grandi storici della scuola britannica come Helen Graham, Antony Beevor, Gabriel Jackson e soprattutto Paul Preston, considerato oggi il principale esperto europeo sulla storia della Spagna moderna. La recente uscita del suo nuovo volume, The Spanish Holocaust (edito da Harper Collins, ma Mondadori manderà presto in libreria l’edizione italiana), non ha mancato di suscitare prevedibili polemiche a partire già dal titolo, ma lo storico inglese, docente alla London School of Economics e autore di autorevoli biografie di Franco e re Juan Carlos, ha chiarito i motivi di una scelta che può a prima vista apparire discutibile. “Ho scelto il termine ‘Olocausto’ – ci ha spiegato – per sottolineare il numero enorme di vittime registrate tra i civili. E per colpire quei lettori che hanno ancora un giudizio positivo di Franco e del suo regime. Ricordiamoci che la Spagna, al contrario della Germania e dell’Italia, non ha mai avuto un processo di defascistizzazione e denazificazione”. Continua la lettura di Gli scheletri nell’armadio della Spagna moderna

Il mondo cambia, i separatisti no

(di Sandro Viola)

imagesCambia tutto, in Europa. Classi dirigenti, governi, politiche economiche. Col passare degli anni, anche i fenomeni che sembravano più radicati e costanti s’ avviano al declino. Ma l’ Eta non cambia. Solo la furia dell’ Eta, infatti, non declina. L’ offensiva degli indipendentisti baschi contro lo Stato spagnolo resta a costituire ancora oggi, così come lo ha fatto nell’ ultimo mezzo secolo, “l’ anormalità spagnola”. Due generazioni di terroristi che erano emerse (ancora in pieno franchismo) dalla regione basca, sono state falcidiate dagli arrestio dalle armi delle forze dell’ ordine. Ma i loro eredi continuano ad illudersi di poter condurre nel XXI secolo, in uno dei paesi più civili e tolleranti d’ Europa, una “guerra popolare prolungata” sui modelli sudamericani degli anni Sessanta del secolo scorso. I due attentati degli ultimi due giorni, a Burgosea Palma di Maiorca, in due posti tanto disparati come il nord del paese e le sue isole, sono venuti a dimostrare esattamente questo: l’ Eta non cambia. Il consenso di cui aveva goduto sino a un decennio fa tra la popolazione basca, si è man mano eroso. Continua la lettura di Il mondo cambia, i separatisti no

Rispetto per la memoria. Dalla Spagna un’altra lezione

Mentre in Italia si continua a sproloquiare sui ‘patrioti di Salò’, sulla corretta definizione di fascismo e altre scemenze del genere, la Spagna continua a fornirci un corretto – quanto inascoltato – esempio di come anche noi dovremmo rapportarci con gli aspetti più scabrosi e controversi del nostro passato. Il punto di partenza risale a circa un anno fa, con l’approvazione della «Legge sulla Memoria Storica» che condanna il franchismo e intende ridare dignità alle vittime attraverso la dichiarazione di nullità dei processi franchisti e l’esumazione dei cadaveri dei repubblicani sotterrati anonimamente in fosse comuni.

Due settimane fa il giudice Baltasar Garzon ha iniziato un ‘censimento’ delle vittime della repressione franchista in tutta la Spagna, in vista dell’apertura di un’eventuale indagine, ed è riuscito finalmente a convincere i discendenti del famoso poeta Federico Garcia Lorca a non opporsi più all’esumazione dei resti del grande letterato, ucciso e buttato in una fossa comune dalle milizie di Franco nella notte fra il 18 e il 19 agosto del 1936 assieme ad altri tre oppositori del futuro dittatore. In passato, di fronte a precedenti domande di esumazione, i discendenti avevano sempre detto che questa avrebbe potuto “aprire la porta definitiva dell’oblio”.
Sollecitata da un vasto movimento d’opinione, l’inchiesta di Garzon punta a ottenere per la prima volta la stima ufficiale delle persone eliminate perché considerate oppositori del regime. Esaminare i resti servirà inoltre a stabilire una volta per tutte la verità storica su quel luogo della memoria. La nipote di Garcia Lorca ha ricordato che nel burrone di Viznar, vicino all’ulivo sotto il quale si pensa che sia sepolto il grande poeta, furono gettate fra 1000 e 3000 vittime dei franchisti: “Un’esumazione parziale toglierà importanza al vero cimitero dove giacciono tante vittime della stessa repressione… ci preoccupa che segni una differenza fra gli uni e gli altri: ora tutti riposano in un cimitero comune, tutti sono stati vittime dello stesso selvaggio e crudele assassinio”.