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L’Irlanda in ansia per la Brexit. “Sarà il caos”

Avvenire, 20 ottobre 2019

La pace in Irlanda del Nord è in bilico, messa a rischio dal cortocircuito istituzionale innescato dalla Brexit e dal futuro del confine tra le due parti dell’Irlanda. A lanciare l’ennesimo allarme in tal senso, proprio nel giorno del voto decisivo di Westminster sull’addio all’UE, è stato l’ex premier britannico Tony Blair, che fu uno dei principali artefici dell’Accordo del Venerdì Santo sottoscritto nel 1998. Era più o meno da allora che l’intera Irlanda non tratteneva il fiato come ha fatto in queste ore, in preda alle incertezze e ai timori per ciò che potrà accadere nei prossimi giorni, ma anche alla rabbia per essere stata fagocitata in un caos politico dalle conseguenze imprevedibili. Nella notte di mercoledì scorso migliaia di persone sono scese in strada e hanno partecipato alla manifestazione di protesta organizzata dalle Border Communities Against Brexit – le comunità di confine contrarie alla Brexit – che si è svolta in contemporanea in trentotto punti diversi del confine, piccole località di campagna che in passato sono state teatro di gravi violenze e attentati. Fiaccole e torce alla mano hanno denunciato l’indifferenza di Westminster nei loro confronti e una situazione di stallo che mette in pericolo la pace. Un’altra manifestazione si è tenuta invece a Belfast, davanti al palazzo di Stormont, sede del parlamento nordirlandese, per ‘celebrare’ polemicamente i mille giorni dal blocco dell’assemblea legislativa, sciolta all’inizio del 2017. Da allora i partiti non sono più riusciti a ripristinarla e ciò contribuisce a esacerbare gli animi alimentando le incognite sul futuro. Tutto questo mentre sugli schermi di Channel 4 andava in onda l’intervista a un esponente della cosiddetta “Nuova” IRA, a volto coperto, il quale affermava che le infrastrutture transfrontaliere saranno considerate un bersaglio legittimo per futuri attacchi armati, al pari del personale che le gestirà.
Un’atmosfera di ansia e preoccupazione si respira anche a Dublino e nel resto della Repubblica: secondo Conor Murphy, funzionario di lungo corso del ministero dell’agricoltura di Dublino, gli uffici del governo si trovano in un caos mai visto prima d’ora. “A breve saremo sepolti da una valanga di certificazioni agricole alle quali non riusciremo a far fronte e anche i colleghi che lavorano in altri settori prevedono gravi contraccolpi per la nostra economia”, ci confessa. Sul piano politico il primo ministro irlandese Leo Varadkar ha cercato fino all’ultimo di rassicurare gli unionisti nordirlandesi sulle future implicazioni costituzionali dell’accordo sulla Brexit, affermando che l’Irlanda del Nord continuerà a far parte del Regno Unito secondo quanto previsto dall’Accordo del Venerdì Santo, le cui disposizioni – ha aggiunto – dovranno essere utilizzate anche per far sì che Londra e Dublino continuino ad avere rapporti stretti dopo la Brexit. Ma il voto negativo espresso ieri a Westminster dai dieci deputati del Democratic Unionist Party riflette la paura dell’elettorato unionista che l’accordo su Brexit possa in realtà aprire la strada alla riunificazione dell’Irlanda. Come invece chiede l’altro grande partito nordirlandese, il repubblicano Sinn Féin, che non ha potuto influenzare in alcun modo la votazione di ieri perché pur eleggendo i propri deputati a Westminster porta avanti da sempre una rigorosa linea astensionista. La Brexit, comunque andrà a finire, ha riaperto in Irlanda vecchie ferite mai del tutto rimarginate e ha dimostrato che nonostante ventuno anni di coesistenza sostanzialmente pacifica la riconciliazione tra le due parti è ancora assai lontana.
RM

Da Pat a John, a Belfast nel nome del padre

Venerdì di Repubblica, 14 giugno 2019

È quasi incredibile la somiglianza tra John Finucane, neoeletto sindaco di Belfast, e suo padre Pat, una delle vittime più illustri del conflitto angloirlandese. John non aveva ancora compiuto nove anni quando un commando di paramilitari protestanti fece irruzione in casa sua all’ora di cena e crivellò di colpi il noto avvocato Pat Finucane. Era una domenica di febbraio del 1989, e il piccolo John assistette alla scena insieme alla madre e ai due fratelli maggiori, Michael e Katherine. Oggi ha 39 anni – la stessa età che aveva suo padre allora –, è avvocato come lui e lavora in uno dei più famosi studi legali dell’Irlanda del Nord. Ha quattro figli e si è avvicinato alla politica solo in tempi recenti, nelle file dei repubblicani del Sinn Féin, dopo l’incessante campagna della sua famiglia per ottenere verità e giustizia sull’assassinio del padre. Durante il conflitto Pat Finucane fu preso di mira perché difendeva nei tribunali i membri dell’IRA: uno dei suoi clienti più illustri era Bobby Sands, morto di sciopero della fame in carcere nel 1981. L’omicidio di Finucane fu opera dell’Ulster Defence Association (UDA), un famigerato gruppo lealista protestante, ma le inchieste hanno accertato anche la partecipazione di agenti dello stato britannico. Nel 2012 l’allora primo ministro David Cameron ha dovuto ammettere l’esistenza di “sconvolgenti livelli di collusione” nell’assassinio del noto avvocato irlandese. Appena eletto sindaco, John Finucane non ha avuto alcuna perplessità a incontrare i membri della famiglia reale britannica durante una delle loro frequenti visite in città. “Voglio rappresentare tutti i cittadini di Belfast e non mi farò condizionare in alcun modo dal mio passato”, ha garantito. Ma la polizia dell’Irlanda del Nord ha confermato che sono già arrivate intimidazioni e minacce di morte dei gruppi lealisti contro di lui.
RM

La New IRA rivendica l’omicidio di Lyra McKee

Avvenire, 23 aprile 2019

La rivendicazione della New IRA è arrivata nelle prime ore di ieri, al quotidiano di Belfast Irish News, con un codice di riconoscimento noto alle forze dell’ordine e un modus operandi che ricorda quello usato dall’IRA ai tempi del conflitto. “Giovedì sera, a seguito di un’incursione a Creggan da parte delle forze armate della Corona britannica che ha provocato disordini, abbiamo schierato i nostri volontari. Nel corso dell’attacco, Lyra McKee è stata tragicamente uccisa mentre si trovava in piedi accanto alle forze nemiche”. La nota recava in calce uno pseudonimo (T. O’Neill) simile a quello utilizzato un tempo dalla vecchia IRA e si concludeva offrendo “scuse piene e sincere al partner, alla famiglia e agli amici di Lyra McKee per la sua morte”. I toni auto-giustificatori della rivendicazione confermano che l’episodio si sta trasformando in un boomerang per gli irriducibili della lotta armata repubblicana. La reazione popolare di rabbia e sgomento per l’omicidio della giovane giornalista è stata enorme, seguita da unanimi prese di posizioni politiche. La leadership di Sinn Féin ha approfittato delle consuete commemorazioni della Rivolta di Pasqua del 1916 per lanciare pesanti anatemi contro le frange dissidenti. “I sacrifici dei nostri patrioti non devono essere ripetuti”, ha affermato la presidente del partito Mary Lou McDonald parlando al cimitero di Milltown, a Belfast. “Loro hanno combattuto perché la negazione dei diritti democratici e i regimi repressivi non ci lasciarono altra strada. Ma ora abbiamo un percorso democratico e pacifico verso l’unità. Adesso non c’è alcuna giustificazione, né alcun sostegno per le azioni armate”, ha ricordato McDonald ai repubblicani presenti, invitando i dissidenti a sciogliersi. Alle sue parole ha fatto eco la vicepresidente del partito, Michelle O’Neill, secondo la quale “ci troviamo di fronte a un piccolo numero di persone intrappolate in una distorsione temporale, che si sono autonominate per compiere azioni inutili, contrarie alla comunità e antiquate”. Lunedì una piccola folla si ers radunata a Derry davanti alla sede di Saoradh, il partitino considerato vicino al movimento dissidente armato, inscenando una protesta. Sulla facciata dell’edificio i manifestanti hanno lasciato le impronte delle proprie mani cosparse di vernice rossa per condannare simbolicamente le mani sporche di sangue di chi ha ucciso Lyra. Sul fronte delle indagini, la polizia dell’Irlanda del Nord ha rilasciato i due ragazzi di 18 e 19 anni che erano stati arrestati la settimana scorsa e ieri mattina, con uno stringato messaggio su Twitter, ha reso noto di aver fermato una donna di 57 anni sospettata di attività terroristiche.
RM

Irlanda, il presidente Higgins verso un secondo mandato

Avvenire, 25.10.2018

Michael D. Higgins, il presidente-poeta della Repubblica d’Irlanda, corre per un secondo mandato. A sfidarlo, nelle elezioni che si terranno venerdì 26 ottobre, saranno cinque candidati di cui uno soltanto – la europarlamentare del Sinn Féin, Liadh Ní Riada – è espressione diretta di un partito. Le altre forze politiche del paese hanno deciso di sostenere il presidente uscente in una corsa il cui esito appare già scritto: gli ultimi sondaggi lo danno vincitore con percentuali intorno al 70 per cento. Nel settennato che volge al termine il socialista Higgins si è guadagnato una popolarità che lo ha reso uno dei presidenti più amati nella storia dell’Irlanda. Ma i suoi detrattori sostengono che a 77 anni sia ormai troppo vecchio per un altro mandato e lo accusano di aver sperperato fiumi di denaro pubblico in spese di rappresentanza e cerimoniale. Nella scheda gli irlandesi troveranno anche i nomi di tre imprenditori – Seán Gallagher (che corse già nel 2011), l’euroscettico Peter Casey e Gavin Duffy – oltre a quello della senatrice indipendente Joan Freeman, che si è attirata non poche critiche rivendicando il suo voto contrario al referendum del maggio scorso sulla legalizzazione dell’aborto. Il presidente irlandese ha un ruolo limitato di guardiano della Costituzione e di rappresentante dello Stato negli affari internazionali, che potrebbe tuttavia rivelarsi decisivo nel prossimo futuro, di fronte alle conseguenze della Brexit sul confine irlandese. Nel gennaio prossimo sarà chiamato a firmare la legge sulla regolamentazione dell’aborto volontario che il parlamento di Dublino sta discutendo in questi mesi.
RM

Così la Brexit mina gli accordi di pace in Irlanda del Nord

Avvenire, 14.4.2018

Doveva essere l’occasione per suggellare lo storico accordo di pace che nell’aprile 1998 pose fine al più lungo conflitto europeo del Dopoguerra. Per tracciare un bilancio positivo di quella svolta che sancì la conclusione della guerra in Irlanda del Nord. Invece le celebrazioni del ventennale del Good Friday Agreement in programma a Belfast in questi giorni sono state offuscate dai negoziati sulla Brexit e sul futuro del confine tra le due Irlande, che rischiano di compromettere i pilastri fondamentali di quell’accordo. Dalla Colombia a Cipro, dai Paesi Baschi alle Filippine, in questi anni il processo di pace anglo-irlandese è sempre stato considerato un modello virtuoso di risoluzione dei conflitti al quale ispirarsi. L’Accordo del Venerdì Santo del 1998 aveva sancito la parità e l’eguaglianza tra due comunità – quella cattolico-nazionalista e quella unionista-protestante – storicamente divise anche da idee opposte sul futuro del paese: mentre questi ultimi si considerano britannici e intendono restare a ogni costo all’interno del Regno Unito, i primi sono orgogliosamente irlandesi e aspirano alla riunificazione con la Repubblica d’Irlanda. La brutale discriminazione che la comunità cattolica è stata costretta a subire fino a pochi anni fa era stata la miccia del conflitto deflagrato nel 1969 e durato circa un trentennio. Il processo di pace aveva trovato una ricetta vincente nel rispetto delle diverse identità e nella creazione di istituzioni capaci di far rispettare quelle differenze. L’accordo aveva introdotto principi di inclusione che mai si erano visti prima d’allora in Irlanda, sancendo il diritto all’autodeterminazione e ponendo le basi giuridiche per l’istituzione di un parlamento nord-irlandese dotato di poteri legislativi. Sia la Gran Bretagna che la Repubblica d’Irlanda avevano accettato di cambiare le rispettive Costituzioni, la prima rinunciando alla sovranità su Belfast, la seconda abbandonando ogni aspirazione irredentista nei confronti delle sei contee del Nord. L’accordo era stato infine sottoposto alla popolazione dell’intera isola, che l’aveva approvato a larghissima maggioranza in due distinti referendum.

Nella foto: Gerry Adams, John Hume, Bill Clinton e David Trimble

La condivisione dei poteri tra le due comunità e i confini aperti tra le due Irlande erano i capisaldi attorno ai quali ruotava un’architettura istituzionale complessa e assai fragile che adesso rischia di incrinarsi irreparabilmente per effetto della Brexit. Dopo aver funzionato ininterrottamente per dieci anni, l’esecutivo condiviso guidato dai due maggiori partiti, l’unionista Dup e il nazionalista Sinn Féin, è caduto nel gennaio 2017 a causa di uno scandalo sugli incentivi per l’uso delle energie rinnovabili che ha coinvolto la premier e leader del Dup, Arlene Foster. Da allora tutti i tentativi di ripristinare l’esecutivo dell’Irlanda del Nord si sono arenati sulle reciproche intransigenze, facendo aleggiare su Belfast lo spettro di un ritorno alla “direct rule”, il governo diretto da parte di Londra, che finirebbe per esacerbare le divisioni interne alla società nordirlandese. Figure storiche come Gerry Adams, Martin McGuinness e Ian Paisley sono state rimpiazzate da una nuova generazione di leader tutta declinata al femminile e priva di un passato nella lotta armata, ma nonostante i lunghi anni di pace e di crescita economica, la violenza settaria non ha infatti mai del tutto abbandonato la piccola provincia britannica. Soltanto negli ultimi mesi, molte famiglie cattoliche di Belfast sono state costrette a evacuare le loro case in seguito alle intimidazioni dei paramilitari lealisti, mentre a Derry e in altre località sono stati ritrovati e disinnescati gli ordigni rudimentali dei gruppi dissidenti contrari al processo di pace. Ma il tragico simbolo di una fiducia inter-comunitaria che ancora stenta a decollare sono i cosiddetti “muri della pace”, le orwelliane barriere di cemento e lamiera erette negli anni ‘60 per prevenire le violenze, che in alcune città continuano ancora oggi a separare le aree nazionaliste da quelle unioniste. Continua la lettura di Così la Brexit mina gli accordi di pace in Irlanda del Nord