Un’Irlanda unita entro il 2025?

Avvenire, 29 febbraio 2020

Dublino – “Se volete davvero una repubblica irlandese votate Sinn Féin”. A Dublino, nei giorni dell’ultima campagna elettorale, un manifesto spiccava su tutti gli altri. Riproduceva lo slogan e la grafica di un poster affisso in città nel 1918, quando il partito repubblicano si presentò per la prima volta alle elezioni, in un’Irlanda non ancora divisa. E le vinse con largo margine. Il risultato non venne però accettato dagli inglesi: seguirono anni di guerra che furono il preludio alla nascita dell’Irlanda del Nord. Poco più di un secolo dopo lo Sinn Féin è tornato alla vittoria nella Repubblica d’Irlanda ottenendo un risultato elettorale che va ben oltre le aspettative e i sondaggi, e proietta l’isola verso una possibile riunificazione. Un’Irlanda unita è infatti da sempre in cima all’agenda politica dello Sinn Féin, che dopo essere tornato al governo a Belfast sta adesso cercando di formare un esecutivo anche nella capitale irlandese. Secondo Aidan Regan, docente di politica economica all’University College di Dublino, la sua vertiginosa ascesa è il risultato di tre fattori economici interconnessi: “un modello di crescita di cui hanno beneficiato in pochi, il grave conflitto sociale intergenerazionale generato dalla crisi abitativa e un decennio di austerità che ha causato un declino nei servizi e nelle infrastrutture”. Per la prima volta nella storia irlandese i due partiti centristi Fianna Fail e Fine Gael, dopo essersi alternati al governo per quasi un secolo, hanno ottenuto insieme meno della metà dei consensi. Considerando che l’Irlanda ha un livello elevato di crescita economica e un tasso di disoccupazione tra i più bassi dell’area UE, la clamorosa bocciatura dell’ex premier Leo Varadkar può a prima vista apparire inspiegabile. “La ripresa dopo la recessione di dieci anni fa è stata favorita dagli investimenti delle multinazionali dell’high-tech ma la situazione economica non è rosea come sembra”, ribatte Regan. “Secondo gli studi del Fondo Monetario Internazionale circa tre quarti degli investimenti diretti esteri sono fittizi, dovuti a semplici spostamenti di capitali per aggirare gli obblighi fiscali”. In compenso il costo della vita è aumentato in modo esponenziale, creando un divario sociale sempre più insostenibile sulla sanità, l’assistenza all’infanzia e la scuola. Per non parlare del costo delle case ormai alle stelle, con Dublino che è oggi una delle città più care d’Europa. “Gli elettori hanno voluto punire le politiche di austerità imposte negli ultimi anni dai governi Fianna Fail-Fine Gael e hanno dato invece fiducia allo Sinn Féin, che si è presentato come il partito dei lavoratori e della gente comune, deciso a tassare le multinazionali, le banche e i grandi capitali investendo nei servizi pubblici e nell’edilizia popolare”.
Spesso definito sbrigativamente ‘l’ex braccio politico dell’IRA’, lo Sinn Féin è in realtà il più antico partito politico d’Irlanda, fondato nel 1905 quando il paese era ancora una colonia britannica, e pur mantenendo fede all’obiettivo iscritto nel suo Dna – la piena sovranità nazionale irlandese – ha più volte cambiato pelle nel corso del tempo. In passato è stato convintamente anti-europeo: nel 1973 si oppose all’adesione di Dublino alla CEE ma poi, di fronte ai benefici portati dai fondi strutturali e alla spinta di Bruxelles al processo di pace, ha virato verso un euroscetticismo morbido che non gli ha impedito di schierarsi contro i vari trattati di riforma, da Maastricht, a Nizza, fino a Lisbona. Due anni fa un calcolo politico interno portò il partito anche a modificare la propria posizione sull’aborto, diventando a favore della nuova legislazione pur di cavalcare l’onda del consenso popolare. Fino a poco più di trent’anni fa lo Sinn Féin era solo un piccolo partito astensionista ma ha saputo trasformarsi in una formidabile macchina elettorale. Nel medio-lungo periodo punta adesso al grande progetto politico della riunificazione, da ottenersi attraverso un referendum in tutta l’isola. Il suo programma prevede l’immediata istituzione di un apposito comitato parlamentare e di un’assemblea di cittadini che discuta i piani per l’unità, mentre una consultazione popolare vera e propria dovrebbe svolgersi entro il 2025, ovvero prima che finisca la legislatura. Finora l’ipotesi di una riunificazione era stata poco più che un sogno proibito dei repubblicani. La paura di possibili reazioni violente da parte dei paramilitari protestanti (da sempre ostili a Dublino) e le temute conseguenze di carattere economico l’avevano sempre fatta accantonare a priori. Ma adesso ci sono davvero le condizioni perché si possa realizzare. A cambiare le carte in tavola ci ha pensato la Brexit: i cittadini dell’Irlanda del Nord hanno votato a maggioranza per il Remain e, sebbene l’intesa raggiunta da Boris Johnson con l’UE abbia fatto venir meno l’ipotesi di un confine terrestre tra le due parti dell’Irlanda, l’accordo minimalista sul commercio che Londra intende stringere con Bruxelles non funzionerebbe per le due parti dell’Irlanda, le cui economie sono da tempo profondamente legate e interdipendenti. Inoltre l’Irlanda del Nord non vuole perdere i 700 milioni di euro che arrivano ogni anno dall’Europa a sostegno dell’agricoltura, della crescita economica, dei progetti per la riconciliazione e delle iniziative culturali.
Già l’Accordo di pace del Venerdì Santo del 1998 stabiliva la possibilità di una futura riunificazione “quando entrambe le parti dell’isola lo avessero voluto” e negli ultimi due anni – complice la stessa Brexit – i sondaggi hanno mostrato un sostegno crescente nei confronti di una possibile riunificazione, persino all’interno della comunità protestante. L’ultima rilevazione si è svolta qualche settimana prima delle elezioni e ha visto circa due terzi degli intervistati al di sotto dei cinquant’anni dichiararsi a favore di un’Irlanda unita. Da tempo il dibattito ha anche varcato i confini dell’isola. La potente diaspora irlandese degli Stati Uniti – di cui fanno parte oltre trenta milioni di persone – solidarizza da sempre con i cattolici dell’Irlanda del Nord, ritenendo che la divisione del paese rappresenti un retaggio illegittimo del lungo dominio britannico. E c’è poi il censimento del 2021, che in Irlanda del Nord vedrà molto probabilmente i cattolici superare i protestanti per la prima volta nella storia. La presidente dello Sinn Féin, Mary Lou McDonald, non perde occasione per cercare alleati che possano sostenere il progetto del suo partito. In una recente intervista alla Bbc ha ribadito che l’UE deve prendere posizione sull’Irlanda come fece per la Germania dopo la caduta del Muro di Berlino. Un paragone affascinante ma forse non del tutto plausibile: lo sgretolamento del Regno Unito sarebbe in questo caso la conseguenza, non la causa della riunificazione irlandese, come fu invece il crollo del comunismo per la rinascita della Germania unita. Nel caso dell’Irlanda il processo di riavvicinamento appare assai più complicato, poiché secoli di divisioni tra le due comunità rendono alto il rischio di un ritorno alla violenza, se non sarà individuato un progetto unitario convincente per gli unionisti protestanti del Nord. Sul piano istituzionale il modello più credibile è quello di uno stato confederale con due giurisdizioni che condividano i poteri magari mantenendo un legame con la Corona britannica, sull’esempio del Canada. Al di là delle non trascurabili questioni identitarie vi sono poi anche problemi pratici, a partire dall’elevato costo della vita nella Repubblica d’Irlanda e dal suo programma di assistenza sanitaria privata che non può certo competere con il generoso National Health Service britannico.
RM

Irlanda, lo Sinn Féin in trionfo punta a un governo di coalizione

Avvenire, 11 febbraio 2020

Nelle stesse ore in cui la tempesta Ciara soffiava forte sull’isola, l’uragano Sinn Féin si è abbattuto sulla politica irlandese rompendo il duopolio che per quasi cento anni – dalla nascita dello stato indipendente – ha sempre portato al governo uno dei due partiti centristi, il Fine Gael del premier uscente Leo Varadkar e il Fianna Fail. I repubblicani di sinistra del Sinn Féin hanno ottenuto la percentuale di voti più alta della loro storia e sono oggi il primo partito nella Repubblica, un risultato che accelera l’avvicinamento tra le due Irlande e aumenta le probabilità di una riunificazione dell’isola, poiché il referendum per l’unità è uno dei punti centrali del programma di Sinn Féin. Gli elettori irlandesi si sono identificati nel messaggio di cambiamento lanciato dalla sua leader Mary Lou McDonald, che nel 2018 ha preso il posto occupato per oltre tre decenni da Gerry Adams. Finora McDonald aveva però raccolto solo sconfitte sia a livello locale, che alle europee e alle presidenziali dell’anno scorso, dove la candidata di Sinn Féin era arrivata appena al 6%. Ma a queste elezioni il suo partito ha ottenuto invece il 24,5% e ha conquistato 37 seggi, allargando il proprio consenso in tutto il paese. Un’affermazione che sarebbe risultata ancora più netta se la leadership del partito non avesse presentato soltanto 42 candidati, ritenendo improbabile un trionfo simile. “Non si tratta di una rivoluzione ma di un’evoluzione, che per Sinn Féin è andata ben oltre il consolidamento”, ha commentato lapidaria Theresa Reidy, analista elettorale dell’università di Cork. A rivelarsi vincente è stata la scelta di incentrare il programma sulla grave emergenza abitativa, la sanità, il taglio dei costi pubblici e l’abbassamento dell’età pensionabile. Fianna Fail e Fine Gael si sono fermati rispettivamente al 22 e al 21%, il gruppo degli Indipendenti al 15,4%, i Verdi al 7%, i laburisti al 4,4%. Lo scontento degli elettori verso quelli che fino a ieri erano i due principali partiti è apparso evidente in una delle circoscrizioni di Cork, all’estremo sud del paese. Qui il 31enne Donnchadh Ó Laoghaire, un candidato quasi sconosciuto di Sinn Féin, ha ottenuto più voti del leader di Fianna Fail, Michéal Martin e dell’ex ministro degli esteri Simon Coveney, di Fine Gael. Tuttavia lo scenario politico che si apre da oggi a Dublino appare incerto, perché Sinn Féin non ha i numeri per governare da solo e dar vita a un esecutivo di coalizione sarà tutt’altro che facile. Fine Gael ha escluso categoricamente un’alleanza con Sinn Féin e fino a due giorni fa anche il Fianna Fail era sulla stessa linea, ma poi il suo leader Michéal Martin non ha escluso la possibilità di trovare un accordo. Nel 2016 per formare un governo ci vollero due mesi e mezzo di consultazioni e anche stavolta non sarà facile. Al momento un governo Sinn Féin-Fianna Fail appare l’ipotesi più probabile ma non è escluso un ritorno immediato alle elezioni.
RM

Belfast, dopo tre anni c’è il governo

Avvenire, 11 gennaio 2020

Ci sono voluti esattamente tre anni e alcuni gravi episodi di violenza – culminati nell’aprile scorso con l’omicidio della giovane giornalista Lyra McKee – per sbloccare lo stallo politico delle istituzioni nordirlandesi che dura dal gennaio 2017, da quando l’allora vicepremier Martin McGuinness fece cadere il governo dopo un lungo scontro tra i due partiti di maggioranza dell’esecutivo condiviso. La svolta decisiva è arrivata nella notte di giovedì scorso: il Segretario britannico per l’Irlanda del Nord Julian Smith e il vicepremier irlandese Simon Coveney hanno reso pubblico un accordo di una sessantina di pagine intitolato “Nuovo decennio, nuovo approccio”, che entro lunedì prossimo dovrebbe consentire finalmente il ripristino dell’esecutivo di Stormont. “È stata la morte di Lyra McKee a dare nuova linfa ai colloqui – ha spiegato Coveney – adesso i cinque principali partiti dell’assemblea non potranno non accettare quest’intesa, che è piena di compromessi equi ed equilibrati”. Immediato il riscontro positivo degli unionisti del DUP, che per una volta sembrano aver messo da parte la loro tradizionale intransigenza. Secondo la loro leader, Arlene Foster, il documento è soddisfacente e il partito è quindi disposto sin da subito a tornare all’interno dell’assemblea di Stormont. Inizialmente più cauto, invece, l’atteggiamento dei repubblicani del Sinn Féin, la cui presidente Mary Lou McDonald ha convocato d’urgenza la direzione del partito per analizzare nel dettaglio la proposta congiunta Londra-Dublino. Ma nel tardo pomeriggio di ieri è arrivata anche la fumata bianca del Sinn Féin, che ha in pratica certificato la fine dell’impasse.

Mary Lou McDonald, presidente del Sinn Fein, annuncia il sì del suo partito all’accordo

Stavolta era difficile che il banco possa saltare di nuovo, sia perché l’imminente avvio della Brexit rende oltremodo necessario il pieno funzionamento delle istituzioni dell’Irlanda del Nord, sia perché urge dare una risposta politica agli scioperi nella sanità e nella scuola che si susseguono da mesi. Con il ripristino delle istituzioni Londra e Dublino hanno inoltre promesso che stanzieranno nuovi fondi per il settore pubblico nordirlandese, sebbene l’allegato finanziario all’intesa non ne specifichi l’entità. Tra i punti centrali dell’accordo figurano anche il riconoscimento legislativo di uno status ufficiale per la lingua irlandese, iniziative per promuovere la diversità culturale e l’eliminazione di alcuni veti per semplificare il funzionamento delle istituzioni create con l’Accordo di Pace del 1998.
RM

L’Irlanda in ansia per la Brexit. “Sarà il caos”

Avvenire, 20 ottobre 2019

La pace in Irlanda del Nord è in bilico, messa a rischio dal cortocircuito istituzionale innescato dalla Brexit e dal futuro del confine tra le due parti dell’Irlanda. A lanciare l’ennesimo allarme in tal senso, proprio nel giorno del voto decisivo di Westminster sull’addio all’UE, è stato l’ex premier britannico Tony Blair, che fu uno dei principali artefici dell’Accordo del Venerdì Santo sottoscritto nel 1998. Era più o meno da allora che l’intera Irlanda non tratteneva il fiato come ha fatto in queste ore, in preda alle incertezze e ai timori per ciò che potrà accadere nei prossimi giorni, ma anche alla rabbia per essere stata fagocitata in un caos politico dalle conseguenze imprevedibili. Nella notte di mercoledì scorso migliaia di persone sono scese in strada e hanno partecipato alla manifestazione di protesta organizzata dalle Border Communities Against Brexit – le comunità di confine contrarie alla Brexit – che si è svolta in contemporanea in trentotto punti diversi del confine, piccole località di campagna che in passato sono state teatro di gravi violenze e attentati. Fiaccole e torce alla mano hanno denunciato l’indifferenza di Westminster nei loro confronti e una situazione di stallo che mette in pericolo la pace. Un’altra manifestazione si è tenuta invece a Belfast, davanti al palazzo di Stormont, sede del parlamento nordirlandese, per ‘celebrare’ polemicamente i mille giorni dal blocco dell’assemblea legislativa, sciolta all’inizio del 2017. Da allora i partiti non sono più riusciti a ripristinarla e ciò contribuisce a esacerbare gli animi alimentando le incognite sul futuro. Tutto questo mentre sugli schermi di Channel 4 andava in onda l’intervista a un esponente della cosiddetta “Nuova” IRA, a volto coperto, il quale affermava che le infrastrutture transfrontaliere saranno considerate un bersaglio legittimo per futuri attacchi armati, al pari del personale che le gestirà.
Un’atmosfera di ansia e preoccupazione si respira anche a Dublino e nel resto della Repubblica: secondo Conor Murphy, funzionario di lungo corso del ministero dell’agricoltura di Dublino, gli uffici del governo si trovano in un caos mai visto prima d’ora. “A breve saremo sepolti da una valanga di certificazioni agricole alle quali non riusciremo a far fronte e anche i colleghi che lavorano in altri settori prevedono gravi contraccolpi per la nostra economia”, ci confessa. Sul piano politico il primo ministro irlandese Leo Varadkar ha cercato fino all’ultimo di rassicurare gli unionisti nordirlandesi sulle future implicazioni costituzionali dell’accordo sulla Brexit, affermando che l’Irlanda del Nord continuerà a far parte del Regno Unito secondo quanto previsto dall’Accordo del Venerdì Santo, le cui disposizioni – ha aggiunto – dovranno essere utilizzate anche per far sì che Londra e Dublino continuino ad avere rapporti stretti dopo la Brexit. Ma il voto negativo espresso ieri a Westminster dai dieci deputati del Democratic Unionist Party riflette la paura dell’elettorato unionista che l’accordo su Brexit possa in realtà aprire la strada alla riunificazione dell’Irlanda. Come invece chiede l’altro grande partito nordirlandese, il repubblicano Sinn Féin, che non ha potuto influenzare in alcun modo la votazione di ieri perché pur eleggendo i propri deputati a Westminster porta avanti da sempre una rigorosa linea astensionista. La Brexit, comunque andrà a finire, ha riaperto in Irlanda vecchie ferite mai del tutto rimarginate e ha dimostrato che nonostante ventuno anni di coesistenza sostanzialmente pacifica la riconciliazione tra le due parti è ancora assai lontana.
RM

Da Pat a John, a Belfast nel nome del padre

Venerdì di Repubblica, 14 giugno 2019

È quasi incredibile la somiglianza tra John Finucane, neoeletto sindaco di Belfast, e suo padre Pat, una delle vittime più illustri del conflitto angloirlandese. John non aveva ancora compiuto nove anni quando un commando di paramilitari protestanti fece irruzione in casa sua all’ora di cena e crivellò di colpi il noto avvocato Pat Finucane. Era una domenica di febbraio del 1989, e il piccolo John assistette alla scena insieme alla madre e ai due fratelli maggiori, Michael e Katherine. Oggi ha 39 anni – la stessa età che aveva suo padre allora –, è avvocato come lui e lavora in uno dei più famosi studi legali dell’Irlanda del Nord. Ha quattro figli e si è avvicinato alla politica solo in tempi recenti, nelle file dei repubblicani del Sinn Féin, dopo l’incessante campagna della sua famiglia per ottenere verità e giustizia sull’assassinio del padre. Durante il conflitto Pat Finucane fu preso di mira perché difendeva nei tribunali i membri dell’IRA: uno dei suoi clienti più illustri era Bobby Sands, morto di sciopero della fame in carcere nel 1981. L’omicidio di Finucane fu opera dell’Ulster Defence Association (UDA), un famigerato gruppo lealista protestante, ma le inchieste hanno accertato anche la partecipazione di agenti dello stato britannico. Nel 2012 l’allora primo ministro David Cameron ha dovuto ammettere l’esistenza di “sconvolgenti livelli di collusione” nell’assassinio del noto avvocato irlandese. Appena eletto sindaco, John Finucane non ha avuto alcuna perplessità a incontrare i membri della famiglia reale britannica durante una delle loro frequenti visite in città. “Voglio rappresentare tutti i cittadini di Belfast e non mi farò condizionare in alcun modo dal mio passato”, ha garantito. Ma la polizia dell’Irlanda del Nord ha confermato che sono già arrivate intimidazioni e minacce di morte dei gruppi lealisti contro di lui.
RM

La New IRA rivendica l’omicidio di Lyra McKee

Avvenire, 23 aprile 2019

La rivendicazione della New IRA è arrivata nelle prime ore di ieri, al quotidiano di Belfast Irish News, con un codice di riconoscimento noto alle forze dell’ordine e un modus operandi che ricorda quello usato dall’IRA ai tempi del conflitto. “Giovedì sera, a seguito di un’incursione a Creggan da parte delle forze armate della Corona britannica che ha provocato disordini, abbiamo schierato i nostri volontari. Nel corso dell’attacco, Lyra McKee è stata tragicamente uccisa mentre si trovava in piedi accanto alle forze nemiche”. La nota recava in calce uno pseudonimo (T. O’Neill) simile a quello utilizzato un tempo dalla vecchia IRA e si concludeva offrendo “scuse piene e sincere al partner, alla famiglia e agli amici di Lyra McKee per la sua morte”. I toni auto-giustificatori della rivendicazione confermano che l’episodio si sta trasformando in un boomerang per gli irriducibili della lotta armata repubblicana. La reazione popolare di rabbia e sgomento per l’omicidio della giovane giornalista è stata enorme, seguita da unanimi prese di posizioni politiche. La leadership di Sinn Féin ha approfittato delle consuete commemorazioni della Rivolta di Pasqua del 1916 per lanciare pesanti anatemi contro le frange dissidenti. “I sacrifici dei nostri patrioti non devono essere ripetuti”, ha affermato la presidente del partito Mary Lou McDonald parlando al cimitero di Milltown, a Belfast. “Loro hanno combattuto perché la negazione dei diritti democratici e i regimi repressivi non ci lasciarono altra strada. Ma ora abbiamo un percorso democratico e pacifico verso l’unità. Adesso non c’è alcuna giustificazione, né alcun sostegno per le azioni armate”, ha ricordato McDonald ai repubblicani presenti, invitando i dissidenti a sciogliersi. Alle sue parole ha fatto eco la vicepresidente del partito, Michelle O’Neill, secondo la quale “ci troviamo di fronte a un piccolo numero di persone intrappolate in una distorsione temporale, che si sono autonominate per compiere azioni inutili, contrarie alla comunità e antiquate”. Lunedì una piccola folla si ers radunata a Derry davanti alla sede di Saoradh, il partitino considerato vicino al movimento dissidente armato, inscenando una protesta. Sulla facciata dell’edificio i manifestanti hanno lasciato le impronte delle proprie mani cosparse di vernice rossa per condannare simbolicamente le mani sporche di sangue di chi ha ucciso Lyra. Sul fronte delle indagini, la polizia dell’Irlanda del Nord ha rilasciato i due ragazzi di 18 e 19 anni che erano stati arrestati la settimana scorsa e ieri mattina, con uno stringato messaggio su Twitter, ha reso noto di aver fermato una donna di 57 anni sospettata di attività terroristiche.
RM

Irlanda, il presidente Higgins verso un secondo mandato

Avvenire, 25.10.2018

Michael D. Higgins, il presidente-poeta della Repubblica d’Irlanda, corre per un secondo mandato. A sfidarlo, nelle elezioni che si terranno venerdì 26 ottobre, saranno cinque candidati di cui uno soltanto – la europarlamentare del Sinn Féin, Liadh Ní Riada – è espressione diretta di un partito. Le altre forze politiche del paese hanno deciso di sostenere il presidente uscente in una corsa il cui esito appare già scritto: gli ultimi sondaggi lo danno vincitore con percentuali intorno al 70 per cento. Nel settennato che volge al termine il socialista Higgins si è guadagnato una popolarità che lo ha reso uno dei presidenti più amati nella storia dell’Irlanda. Ma i suoi detrattori sostengono che a 77 anni sia ormai troppo vecchio per un altro mandato e lo accusano di aver sperperato fiumi di denaro pubblico in spese di rappresentanza e cerimoniale. Nella scheda gli irlandesi troveranno anche i nomi di tre imprenditori – Seán Gallagher (che corse già nel 2011), l’euroscettico Peter Casey e Gavin Duffy – oltre a quello della senatrice indipendente Joan Freeman, che si è attirata non poche critiche rivendicando il suo voto contrario al referendum del maggio scorso sulla legalizzazione dell’aborto. Il presidente irlandese ha un ruolo limitato di guardiano della Costituzione e di rappresentante dello Stato negli affari internazionali, che potrebbe tuttavia rivelarsi decisivo nel prossimo futuro, di fronte alle conseguenze della Brexit sul confine irlandese. Nel gennaio prossimo sarà chiamato a firmare la legge sulla regolamentazione dell’aborto volontario che il parlamento di Dublino sta discutendo in questi mesi.
RM

Così la Brexit mina gli accordi di pace in Irlanda del Nord

Avvenire, 14.4.2018

Doveva essere l’occasione per suggellare lo storico accordo di pace che nell’aprile 1998 pose fine al più lungo conflitto europeo del Dopoguerra. Per tracciare un bilancio positivo di quella svolta che sancì la conclusione della guerra in Irlanda del Nord. Invece le celebrazioni del ventennale del Good Friday Agreement in programma a Belfast in questi giorni sono state offuscate dai negoziati sulla Brexit e sul futuro del confine tra le due Irlande, che rischiano di compromettere i pilastri fondamentali di quell’accordo. Dalla Colombia a Cipro, dai Paesi Baschi alle Filippine, in questi anni il processo di pace anglo-irlandese è sempre stato considerato un modello virtuoso di risoluzione dei conflitti al quale ispirarsi. L’Accordo del Venerdì Santo del 1998 aveva sancito la parità e l’eguaglianza tra due comunità – quella cattolico-nazionalista e quella unionista-protestante – storicamente divise anche da idee opposte sul futuro del paese: mentre questi ultimi si considerano britannici e intendono restare a ogni costo all’interno del Regno Unito, i primi sono orgogliosamente irlandesi e aspirano alla riunificazione con la Repubblica d’Irlanda. La brutale discriminazione che la comunità cattolica è stata costretta a subire fino a pochi anni fa era stata la miccia del conflitto deflagrato nel 1969 e durato circa un trentennio. Il processo di pace aveva trovato una ricetta vincente nel rispetto delle diverse identità e nella creazione di istituzioni capaci di far rispettare quelle differenze. L’accordo aveva introdotto principi di inclusione che mai si erano visti prima d’allora in Irlanda, sancendo il diritto all’autodeterminazione e ponendo le basi giuridiche per l’istituzione di un parlamento nord-irlandese dotato di poteri legislativi. Sia la Gran Bretagna che la Repubblica d’Irlanda avevano accettato di cambiare le rispettive Costituzioni, la prima rinunciando alla sovranità su Belfast, la seconda abbandonando ogni aspirazione irredentista nei confronti delle sei contee del Nord. L’accordo era stato infine sottoposto alla popolazione dell’intera isola, che l’aveva approvato a larghissima maggioranza in due distinti referendum.

Nella foto: Gerry Adams, John Hume, Bill Clinton e David Trimble

La condivisione dei poteri tra le due comunità e i confini aperti tra le due Irlande erano i capisaldi attorno ai quali ruotava un’architettura istituzionale complessa e assai fragile che adesso rischia di incrinarsi irreparabilmente per effetto della Brexit. Dopo aver funzionato ininterrottamente per dieci anni, l’esecutivo condiviso guidato dai due maggiori partiti, l’unionista Dup e il nazionalista Sinn Féin, è caduto nel gennaio 2017 a causa di uno scandalo sugli incentivi per l’uso delle energie rinnovabili che ha coinvolto la premier e leader del Dup, Arlene Foster. Da allora tutti i tentativi di ripristinare l’esecutivo dell’Irlanda del Nord si sono arenati sulle reciproche intransigenze, facendo aleggiare su Belfast lo spettro di un ritorno alla “direct rule”, il governo diretto da parte di Londra, che finirebbe per esacerbare le divisioni interne alla società nordirlandese. Figure storiche come Gerry Adams, Martin McGuinness e Ian Paisley sono state rimpiazzate da una nuova generazione di leader tutta declinata al femminile e priva di un passato nella lotta armata, ma nonostante i lunghi anni di pace e di crescita economica, la violenza settaria non ha infatti mai del tutto abbandonato la piccola provincia britannica. Soltanto negli ultimi mesi, molte famiglie cattoliche di Belfast sono state costrette a evacuare le loro case in seguito alle intimidazioni dei paramilitari lealisti, mentre a Derry e in altre località sono stati ritrovati e disinnescati gli ordigni rudimentali dei gruppi dissidenti contrari al processo di pace. Ma il tragico simbolo di una fiducia inter-comunitaria che ancora stenta a decollare sono i cosiddetti “muri della pace”, le orwelliane barriere di cemento e lamiera erette negli anni ‘60 per prevenire le violenze, che in alcune città continuano ancora oggi a separare le aree nazionaliste da quelle unioniste. Continua a leggere “Così la Brexit mina gli accordi di pace in Irlanda del Nord”

Uniamo l’Irlanda senza ira

Intervista esclusiva a Gerry Adams
(Il Venerdì di Repubblica, 16.2.2018)

In Irlanda è finita un’era. Gerry Adams ha concluso il suo mandato quasi “cubano” alla presidenza dello Sinn Féin, il partito che ha guidato ininterrottamente dal 1983, quando in Italia Berlinguer era ancora segretario del Pci. È uno degli ultimi grandi leader politici mondiali rimasti in attività, e in questa intervista esclusiva rilasciata al Venerdì di Repubblica precisa di non essere uscito di scena. “Ho dato le dimissioni dal vertice del partito, non dalla politica”.
Per molti, a Belfast e dintorni, resta un’icona vivente. L’incarnazione di quegli ideali che hanno consentito al popolo irlandese di resistere per decenni a un potente invasore. Il leader che col suo carisma ha traghettato il paese fuori dal più lungo conflitto europeo del dopoguerra e ha trasformato il suo partito da braccio politico dell’IRA in una macchina elettorale capace di macinare consensi in tutta l’isola. Anni fa Edna O’Brien, la più famosa scrittrice irlandese contemporanea, lo paragonò a uno di quei monaci dell’Alto Medioevo intenti a trascrivere i Vangeli in gaelico, un uomo venerato come un santo dai suoi fedeli e al tempo stesso capace di attrarre l’odio viscerale di un’altrettanto vasta schiera di detrattori. Originario dei ghetti repubblicani di West Belfast, Adams è sposato da una vita con Colette, ha un figlio che fa l’allenatore di calcio gaelico e si è sempre tenuto lontano dalla politica, e quattro nipoti. A lungo è stato costretto a vivere in clandestinità: braccato dagli inglesi, preso di mira dai lealisti protestanti che nel 1984 lo ferirono gravemente sparando alla sua auto nel centro di Belfast, negli anni ‘70 fu internato senza processo nel carcere di massima sicurezza di Long Kesh, insieme a Bobby Sands e tanti altri compagni di lotta. Poi l’interminabile processo di pace, durante il quale ha trovato anche il tempo di scrivere una decina di libri.
Da sempre considerato un maestro assoluto della distinzione tra tattica e strategia, Adams ha tenuto fede all’annuncio fatto un paio di mesi fa, e proprio alla vigilia del ventesimo anniversario di quell’accordo di pace di cui fu protagonista, ha lasciato la presidenza dello Sinn Féin alla sua vice Mary Lou McDonald, che nel 1998 non era ancora iscritta al partito. Può sembrare un azzardo, proprio adesso che l’Irlanda è attesa da una fase politica complicatissima, con lo stallo delle istituzioni nel Nord, le conseguenze della Brexit e l’ipotesi di un referendum per la riunificazione dell’isola. In realtà è l’unico modo per affrancare definitivamente il partito dall’eredità della lotta armata fino a farlo diventare forza di governo a Dublino. Quanto a lui, a 69 anni appena compiuti, è inverosimile che raggiunga Blair e Clinton nel gruppo dei conferenzieri d’oro, o che si ritiri nella sua casa di campagna del Donegal per portare a spasso il cane. Anche se adesso non rischierebbe che i soldati inglesi glielo rapiscano, come accadde nel 1972 a Shane, il suo lupo alsaziano. Molti credono che punti a diventare il prossimo presidente della Repubblica d’Irlanda, candidandosi alle elezioni in programma alla fine dell’anno. Un’ipotesi che finora lui ha sempre respinto, ribadendolo anche in questa intervista. Ma in Irlanda e in Gran Bretagna si scommette sulla politica e, stando alle quote dei bookmakers, una sua candidatura alla presidenza irlandese appare sempre più probabile. In fondo le sue ambiguità sono sempre state funzionali alla sua strategia politica. Per tutta la vita ha negato strenuamente di aver fatto parte dell’IRA mentre gli storici, i giornalisti e persino alcuni suoi ex compagni sostengono da sempre il contrario, affermando che per anni fece parte del Consiglio dell’esercito, l’organismo al vertice della struttura operativa dell’IRA.
Qual è il suo bilancio dei due decenni trascorsi dalla firma dell’Accordo di pace?
Avrei voluto vedere progressi più rapidi ma non è stato possibile, per colpa dei governi di Londra e di Dublino e dei partiti unionisti, che si sono sempre opposti al cambiamento, ritardando tali progressi. Adesso una grave crisi politica che dura ormai da un anno ha bloccato le istituzioni di Belfast. Ma nonostante tutte le difficoltà, resta il fatto che oggi ci sono centinaia di persone ancora in vita per merito di un processo di pace che è riuscito a porre fine a decenni di violenza. Finalmente abbiamo strumenti democratici per risolvere le differenze e per raggiungere i nostri obiettivi politici. I piccoli gruppi dissidenti che continuano a compiere azioni armate, talvolta anche a uccidere, non hanno alcun sostegno da parte della popolazione e alcuni di essi sono già stati convinti a cessare le proprie attività.
Crede ancora che la Brexit potrà portare a un referendum sui confini nel prossimo futuro?
Il primo punto da sottolineare è che la maggioranza dei cittadini del Nord Irlanda hanno votato per restare nell’Unione europea. La Brexit rappresenta una grave minaccia all’economia dell’intera isola d’Irlanda, in particolare alle comunità che vivono sul confine, le quali saranno le prime a soffrire le conseguenze di un’uscita della Gran Bretagna dal mercato unico e dall’unione doganale che porterà al ripristino di un confine fisico tra le due parti dell’Irlanda. Numerosi studi pubblicati negli ultimi mesi hanno evidenziato i pericoli per il commercio, per il mondo del lavoro e per gli investimenti. Sinn Féin ritiene che l’unica alternativa ragionevole a tutto ciò sia che al Nord venga garantito uno status speciale all’interno dell’UE che di fatto veda l’intera isola restare parte dell’Unione. Questa è una soluzione molto pratica e ricalca gli accordi speciali che Bruxelles ha già stipulato con altri stati. La minaccia della Brexit ha prodotto molte ipotesi circa la possibilità di un referendum sulla riunificazione dell’Irlanda che è consentito ai termini dell’Accordo di pace. Noi abbiamo chiesto che questa consultazione venga svolta entro i prossimi cinque anni e crediamo che i cambiamenti politici, economici e demografici in corso lo rendano un obiettivo assai verosimile.
Prova qualche rimorso o rimpianto pensando al passato?
Faccio politica da oltre cinquant’anni e se guardo alle mie spalle mi stupisco ancora di quanto tempo è stato necessario per realizzare il processo di pace. Ho cominciato a parlarne nella metà degli anni ‘70 ma purtroppo all’epoca il governo britannico era convinto di poter vincere la guerra con le armi e non era interessato al dialogo. Quando venni eletto a Westminster per la prima volta, nel 1982, il governo Thatcher mi vietò di viaggiare in Gran Bretagna. Poi alle radio e alle televisioni fu proibito di mandare in onda la mia voce e quella di altri rappresentanti eletti del mio partito. Oltre una ventina di esponenti dello Sinn Féin e loro familiari sono stati uccisi dagli squadroni della morte lealisti collusi con i rappresentanti dello stato britannico e le forze di polizia dell’Irlanda del Nord. Ci sono voluti anni di perseveranza e il coraggio di figure come John Hume, l’ex premier irlandese Albert Reynolds e l’ex presidente Usa Bill Clinton per far sì che un processo di pace concreto potesse finalmente mettere radici.
Qual è stato il momento più difficile della sua vita?
Ce ne sono stati molti. Penso ai parenti e agli amici uccisi. All’attentato contro la casa della mia famiglia, a Belfast. Ai tanti momenti di esasperazione mentre cercavamo di persuadere Londra a impegnarsi sul serio in un dialogo. Poi ci sono state molte occasioni in cui i ministri e i funzionari britannici hanno messo in crisi il processo di pace cercando di usarlo per sconfiggerci.
Cosa prova ripensando ai suoi compagni morti?
Mi mancano loro e tutte le persone che conoscevo e che sono state uccise durante il conflitto. Ma tutti hanno sofferto. Il dolore e il senso di vuoto che provo io è lo stesso che provano tanti, da entrambe le parti. Per questo dobbiamo impegnarci per far in modo che nessun altro usi mai più la violenza per reprimere una popolazione o per opporsi a quella repressione. La nostra priorità è far prevalere sempre le armi della politica.
Che effetto le ha fatto lasciare la presidenza del partito dopo tutti questi anni?
Quando entrai, alla metà degli anni ‘60, era ancora un’organizzazione messa al bando. Oggi oltre mezzo milione di persone vota per noi in tutta l’Irlanda, siamo il secondo partito al Nord e il terzo a Dublino. Negli ultimi tre decenni abbiamo fatto molta strada: adesso c’è una nuova generazione di leader pronti ad assumerne la guida. Oltre alla nuova presidente McDonald e alla sua vice, Michelle O’Neill, abbiamo un gruppo dirigente capace ed esperto. Ho grande fiducia in loro e credo che riusciranno finalmente a raggiungere il nostro obiettivo politico, la riunificazione dell’Irlanda.
Correrà alle prossime elezioni presidenziali per la Repubblica?
Non sono interessato a candidarmi ad altre cariche elettive.
Qual è oggi il suo sogno più grande?
Anche se ho lasciato la presidenza dello Sinn Féin resto un attivista politico e continuerò a servire il partito in qualunque modo lo riterrà opportuno. Rimarrò sempre dell’idea che il governo britannico non abbia alcun diritto di intromettersi nelle questioni che riguardano il popolo irlandese. Questa ingerenza è alla radice del conflitto e delle divisioni della nostra società. Il mio obiettivo – e non è un sogno – è quello di vederla finalmente cessare consentendo alla nostra gente di costruire un paese nuovo, nel rispetto del principio dell’uguaglianza per tutti.
Come immagina la sua vita senza la politica?
Ho dato le dimissioni dal vertice del partito, non dalla vita politica. Continuerò a essere un membro del Senato irlandese fino alle prossime elezioni e intendo restare attivo in politica per aiutare la causa repubblicana. E poi avrò anche molto più tempo per scrivere, per cucinare, per leggere, per curare il mio giardino e per godermi i miei nipoti. Ho un sacco di cose da fare.
Riccardo Michelucci