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La Bestia dei lager uccide ancora?

Avvenire, 27 gennaio 2019

È possibile confrontarsi con l’orrore senza rimanerne annichiliti soverchiati, schiacciati? Oppure la Shoah è un fardello che alla lunga può divenire insostenibile, fino a condurre alla perdita della ragione persino chi non l’ha vissuta in prima persona? In un prossimo futuro potrebbe persino essere diagnosticato un disturbo che colpisce chi è costretto a fare i conti con la dimensione umana dell’irrazionalità, a misurarsi con l’inimmaginabile fino a provarne un fastidio fisico e un terribile senso di colpa. Nei suoi libri indimenticabili, Primo Levi analizzò il rimorso e la depressione dei sopravvissuti, la condizione psicologica che in molti casi compromise gravemente l’adattamento sociale e lavorativo dei superstiti dell’Olocausto. Oggi, a distanza di oltre settant’anni da allora, lo scrittore israeliano Yishai Sarid ci costringe invece a riflettere sul rischio che il peso interiore della Shoah possa farsi alla lunga insopportabile anche per gli studiosi. A chiederci se l’arte, la cultura e l’avanzamento scientifico rappresentino antidoti sufficienti per proteggerci di fronte a questo rischio. Del protagonista del suo nuovo, sorprendente romanzo Il mostro della memoria (uscita per e/o con la traduzione di Alessandra Shomroni) non conosciamo il nome. Potrebbe essere chiunque, ciascuno di noi. Sappiamo però che è un esperto del processo di sterminio, un israeliano che dopo aver abbandonato il sogno di una carriera diplomatica ha intrapreso il lavoro di storico cimentandosi con una tesi di dottorato sui meccanismi di sterminio dei lager. Per incrementare le sue entrate si ritrova poi, quasi senza volerlo, a lavorare come guida prima allo Yad Vashem, il Memoriale dell’Olocausto di Gerusalemme, poi accompagnando gruppi di visitatori ai campi di concentramento nazisti, in Polonia. Si considera “un fedele e scrupoloso agente della memoria” e vede il suo lavoro come un modo per tramandare questa memoria alle giovani generazioni. È un uomo che con i suoi studi e la sua preparazione scientifica crede di aver sviluppato la giusta distanza nei confronti degli orrori del passato ed è quindi convinto di essere immune allo stress di un lavoro simile. Proprio per questo non si accorge di aver imboccato invece una strada senza uscita che lo farà sprofondare verso un abisso interiore. Decine di visite con le scolaresche ad Auschwitz, a Treblinka, a Bélzec, a Majdanek, a Sobibor lo portano prima a scontrarsi con la difficoltà di conciliare la verità storica con il messaggio educativo. Poi comincia a vedere riflesso sé stesso nelle scolaresche, “attribuivo a loro tutto ciò che mi passava per la testa e non mi dava pace. E cercavo di ovviare a tutto questo con la conoscenza”. Con il trascorrere del tempo diventa la guida più richiesta dei viaggi nei campi polacchi e inizia ad accompagnare gruppi di ufficiali dell’esercito israeliano e politici, tra cui un frettoloso ministro preoccupato perlopiù di farsi fotografare. Si convincerà persino di essersi assuefatto a quell’orrore: “da tre anni giravo la Polonia e non ero mai riuscito a versare una sola lacrima”. Invece non riuscirà più a staccarsi da quella routine lavorativa nei campi. Affitta un appartamento a Varsavia e resta lontano da casa per lunghi periodi di tempo, allontanandosi sempre più dalla moglie e dal figlio piccolo rimasti in Israele. Quella memoria si è trasformata in un mostro che a poco a poco ha scavato un solco profondo dentro di lui fino a fargli perdere il senno, con un effetto quasi paragonabile a quello della sindrome di Stendhal di fronte alle opere d’arte di straordinaria bellezza, (“tenni lontano a forza le grida dei prigionieri, i loro lamenti disperati, perché non mi disturbassero”).
Costruito sotto forma di lettera-confessione, il romanzo di Yishai Sarid vede il giovane studioso ricostruire la sua storia raccontando al direttore dello Yad Vashem le gravi conseguenze psichiche del suo lavoro. Il flusso di coscienza generato dalla narrazione in prima persona crea un effetto catartico che conferisce al libro un’esemplare semplicità. In un passaggio cruciale, il protagonista si trova di fronte al figlio che gli chiede qual è il suo lavoro. “Papà racconta alla gente quello che è successo”, è la sua risposta. “In passato c’era un mostro che uccideva le persone”. “E tu lotti contro questo mostro?” “No, il mostro è già morto, è rimasto solo il suo ricordo”. A schiacciarlo sarà proprio il peso emotivo di quel ricordo. Per quanto lui cerchi di mantenere un atteggiamento distaccato verso gli orrori che descrive, per quanto si sforzi di spiegare la Shoah da un punto di vista esclusivamente tecnico e privo di coinvolgimenti emotivi, ben presto si accorge che addentrarsi nelle sofferenze del suo popolo gli è diventato insopportabile. Dietro alle fredde cifre sulle vittime e le tecniche di sterminio comincia a vedere le persone, i drammi umani, le atrocità del passato in un crescendo di insicurezza e di orrore. Qualcosa si è incrinato dentro di lui e quando le scuole interromperanno la collaborazione a causa della sua manifesta instabilità, sarà costretto a portare nei campi le gite organizzate per turisti generici, che non hanno alcuna intenzione di ascoltare le sue descrizioni. Infine, i suoi nervi cederanno definitivamente di fronte a un regista tedesco che lo coinvolge ingannevolmente in un progetto cinematografico. Il finale può lasciare interdetti, ma rappresenta in realtà un ulteriore invito alla riflessione. Considerato uno dei più significativi romanzi recenti sulla Shoah, Il mostro della memoria analizza in profondità la percezione dell’Olocausto nella società israeliana contemporanea riuscendo a sollevare interrogativi etici cruciali. Sul modo di affrontare la memoria, sulle lezioni storiche da trarne, sui rapporti tra gli ebrei di oggi e quelli di allora, sul fascino dei potere e sulla sua capacità di trasformare gli individui in carnefici. Yishai Sarid ha già vinto importanti riconoscimenti con le sue opere precedenti tra le quali spicca Il poeta di Gaza, un thriller psicologico già pubblicato in Italia sempre da e/o. Oggi uno dei più interessanti scrittori emergenti in un paese da poco rimasto orfano del grande Amos Oz.
RM

Bubelè. Il bambino nell’ombra

“Ci proiettarono un film di Charlot, Il monello. Ero affascinato. Toccato dalla sua grazia. Avevo assistito ad una proiezione anamorfica della mia vita. […] Quanto fui felice di vivere il momento in cui alla fine la madre ritrovò suo figlio e Charlot fu verosimilmente adottato come padre! Avevamo riso. Avevamo pianto. Tutto mi fu restituito. E niente mi fu reso”. Scampato da bambino alla Shoah, Adolphe Nysenholc, figlio di ebrei polacchi, sarebbe diventato un semiologo tra i massimi esperti europei del cinema di Charlie Chaplin. Quando aveva appena tre anni, nell’agosto del 1942, i suoi genitori lo portarono in un sobborgo di Bruxelles per affidarlo momentaneamente ai generosi coniugi Van Halden, salvandolo così dalla persecuzione razziale. Sua madre e suo padre sarebbero tornati a prenderlo dopo la guerra, se non fossero stati arrestati dalla Gestapo e condannati a morire nel campo di concentramento di Auschwitz. Il piccolo Adolphe fu quindi costretto a trascorrere il resto della sua infanzia come un “bambino nell’ombra”, nascondendo la propria identità e continuando a sperare in un ritorno dei suoi genitori. In un bel libro autobiografico pubblicato in Francia una decina d’anni fa e uscito adesso anche in italiano (Bubelè. Il bambino nell’ombra, edizioni Il Pozzo di Giacobbe, traduzione di Silvia Cerulli), Nysenholc ricostruisce l’esperienza della sua infanzia con un commovente memoir narrativo incentrato sulla questione dell’identità.

 “Bubelè” – come spiega Moni Ovadia nella prefazione – è un vezzeggiativo yiddish che incarna tutto l’amore struggente e superfluente per i propri piccini esposti nell’esilio a così tanti pericoli”. La sua storia è un paradigma della tragedia vissuta dai tanti bambini rimasti orfani durante l’Olocausto. Con il trascorrere degli anni il piccolo Adolphe comprende ciò che accade intorno a lui ma il nucleo centrale della narrazione non è la Shoah, bensì le sue vicende familiari successive. Bubelè cresce circondato dall’affetto della sua famiglia adottiva, in una quotidianità fatta di rassicuranti abitudini domestiche, ma continuando anche a vivere nella costante e illusoria attesa dei suoi genitori, finché uno zio sopravvissuto allo sterminio non verrà a reclamarne la tutela. Abraham, fratello di suo padre, non dispone dei mezzi per crescerlo eppure vuole a tutti i costi sottrarlo ai Van Halden per introdurlo ai principi dell’ebraismo, facendolo peregrinare a lungo tra orfanotrofi e istituti. La narrazione assume a tratti la forma di una fiaba, descrivendo un mondo visto con gli occhi di un bambino che pur non riuscendo a elaborare l’abbandono da parte dei genitori imparerà con il tempo a conviverci, alternando improvvisi sbalzi di umore, tra entusiasmi isterici e struggenti nostalgie. Costretto prima a fuggire dai nazisti, poi a fare i conti con un’identità che non sente sua, Nysenholc ripercorre dolorosamente gli anni della sua adolescenza, descrivendone il senso di smarrimento e l’incessante ricerca di un equilibrio interiore. Per uscire dall’ombra, Bubelè dovrà infine identificarsi con una comunità, optando per quella circoncisione rituale alla quale non era stato sottoposto da bambino, e che gli aveva consentito di nascondere le sue origini.
RM

L’internato che fotografò i boia di Mauthausen

Avvenire, 26.1.2018

Con il suo eroismo, il fotografo spagnolo Francisco Boix riuscì a trasformare l’ossessione dei nazisti per l’iconografia, la rappresentazione e la propaganda in una potente arma a servizio della giustizia e della memoria delle vittime. La sua straordinaria storia è rimasta sepolta a lungo nell’oblio prima di essere riscoperta grazie a una biografia uscita in Spagna una quindicina d’anni fa. Originario di Barcellona, poco più che ventenne Boix combatté contro i franchisti e dopo la sconfitta dei repubblicani riparò in Francia, prima di finire deportato a Mauthausen insieme a migliaia di altri prigionieri politici spagnoli.

Francisco Boix

Nel famigerato campo di concentramento austriaco si imbatté in Paul Ricken, un nazista fanatico responsabile dei servizi fotografici nel campo, che immortalava i detenuti al loro arrivo nel campo. Fu lui che lo costrinse a partecipare a un progetto folle e criminale, che prevedeva di mettere in scena la morte fotografando nel modo più professionale possibile i diversi modi di morire nel campo. Boix dovette calarsi negli abissi più profondi del delirio nazista, ma comprese anche di avere l’opportunità di documentare quei crimini di fronte al mondo. Rischiando la vita cominciò a scattare più immagini possibile e a far sparire i negativi, prima occultandoli all’interno delle baracche poi, approfittando dei deportati che uscivano dal lager per lavorare, facendoli nascondere dentro al muro di un’abitazione. In questo modo riuscì a trafugare e a salvare dalla distruzione centinaia di negativi. Quando il campo di Mauthausen venne infine liberato dagli americani nel maggio 1945, fu lui a scattare le famose foto dei deportati che abbattevano l’aquila nazista ma soprattutto mostrò ai liberatori le immagini dei prigionieri che si erano aggrappati ai fili elettrificati per porre fine alle loro sofferenze, quelli costretti a mostruosi lavori di scavo, quelli morti di fame e di stenti nelle baracche. Dopo la liberazione divenne uno dei testimoni-chiave al processo di Norimberga del 1946: con le sue foto riuscì a provare il coinvolgimento diretto degli alti ufficiali nazisti e a far condannare, tra gli altri, il comandante delle SS Ernst Kaltenbrunner. Per far conoscere la sua storia al grande pubblico, anche al di fuori dei confini spagnoli, viene pubblicata proprio in questi giorni la graphic novel Il fotografo di Mauthausen (Mondadori Comics, testi di Salvador Rubio, illustrazioni di Pedro J. Colombo e Aintzane Landa), che grazie a una rigorosa ricostruzione storica unisce la leggerezza del fumetto alla profondità della testimonianza, facendo risuonare l’eco delle parole di Elie Wiesel quando disse che “chi ascolta un superstite dell’Olocausto diventa a sua volta un testimone”. La storia di Boix riporta alla memoria anche una sequenza del recente film ungherese Il figlio di Saul nel quale alcuni deportati, rischiando la vita, riescono a impadronirsi di una macchina fotografica e a scattare di nascosto alcune foto del campo. Naturalmente le foto scattate da Boix a Mathausen non costituiscono l’unica rappresentazione iconografica della macchina dei lager al culmine del suo funzionamento. Il caso più noto resta quello di Wilhelm Brasse, il fotografo polacco autore di migliaia di scatti ad Auschwitz, alcuni dei quali sono esposti allo Yad Vashem e allo stesso museo di Auschwitz. Quanto a Boix, che con il suo coraggio riuscì a diventare il granello di sabbia capace di inceppare il meccanismo della follia nazista, avrebbe continuato a lavorare come fotografo anche nel dopoguerra, morendo nel 1951, a soli 31 anni.
RM

In ricordo di tutti i genocidi

È uscito il terzo numero di “La causa dei popoli”, la rivista telematica dedicata ai problemi delle minoranze, dei popoli indigeni e delle nazioni senza stato. Nell’interessante focus sugli “altri” genocidi – quelli meno noti o dimenticati – c’è posto anche per la Grande fame irlandese della metà del XIX secolo.

Una giornata della memoria dedicata a tutti i genocidi. La rivista telematica La causa dei popoli (pubblicata dal Centro di documentazione sui popoli minacciati) rilancia una proposta più che opportuna, che servirebbe a fugare una volta per tutte molti equivoci sul nostro recente passato.
“Il termine genocidio fu coniato nel 1943 dall’avvocato polacco Raphael Lemkin – si ricorda nell’introduzione al numero 3 della rivista, interamente dedicato al tema “altri genocidi” – erano i tempi bui della Shoah, quindi fu naturale che la tragedia ebraica fosse il primo caso al quale veniva applicata la nuova definizione. Poi, per circa mezzo secolo, lo sterminio della minoranza israelita è stato considerato una tragedia unica e irripetibile, il crimine contro l’umanità per eccellenza. Ogni confronto con altri genocidi era considerato un sacrilegio. Lemkin era stato il primo a studiare la materia approfondendo una grande varietà di casi, dal genocidio armeno a quello degli aborigeni della Tasmania. Grazie a questi studi aveva elaborato la Convenzione sul genocidio, approvata dall’ONU il 9 dicembre 1948 ed entrata in vigore tre anni dopo”. Troppe volte è stato detto “mai più”, ma purtroppo sappiamo che da quando il genocidio è stato dichiarato un crimine di diritto internazionale nell’ultimo mezzo secolo drammi simili si sono susseguiti con una regolarità quasi scientifica: dalla Cambogia al Biafra, dal Ruanda alla Bosnia. Inserire la tragedia ebraica in un contesto più ampio, accanto ad altri genocidi, non significherebbe certo diminuirne il rilievo storico. Al contrario, significherebbe sottrarla a una terra di nessuno dove spesso resta un fenomeno incomprensibile. E proprio seguendo lo spirito degli studi di Lemkin, il nuovo numero monografico sui genocidi della rivista La causa dei popoli ricostruisce e analizza eventi altrettanto tragici che hanno preceduto la Shoah. Dalla “Grande fame” irlandese della metà dell’Ottocento al genocidio ucraino degli anni ’30 del XX secolo, dai drammi dei popoli Nama e Herero all’inizio del ‘900 a quelli degli indigeni della Terra del Fuoco. Un contributo originale e in larga parte inedito – almeno in lingua italiana – che appare indispensabile per aprire un dibattito su temi troppo spesso considerati patrimonio esclusivo di accademici e specialisti.
RM

L’ultimo testimone di Treuenbrietzen

Avvenire, 25.9.2016

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Antonio Ceseri (foto di R.Michelucci)

Un silenzio lungo quasi mezzo secolo ha avvolto la storia dell’ultimo sopravvissuto della strage nazista di Treuenbrietzen. Il 23 aprile 1945, nel lager poco distante da Berlino dove il Terzo Reich produceva munizioni, gli uomini della Wehrmacht fucilarono 130 soldati italiani. “Ci fecero camminare a lungo per scappare dai russi che erano arrivati al campo due giorni prima, poi ci costrinsero a scendere in una cava di sabbia che era già piena di cadaveri, e ci spararono addosso”. Mentre ci racconta la sua storia, lo sguardo di Antonio Ceseri si vela di commozione, ancora una volta. Fiorentino, classe 1924, dunque all’epoca poco più che ventenne, Ceseri rimase miracolosamente illeso perché i corpi dei suoi compagni gli fecero da scudo e lui, con la sua corporatura minuta, restò sepolto da quei corpi sanguinanti per tutta la notte, senza che i tedeschi se ne accorgessero. Dei tre superstiti di quella barbara e immotivata esecuzione è l’unico tuttora rimasto in vita ma la sua storia terribile è rimasta sepolta dentro di lui per lungo tempo. Sono dovuti passare esattamente 45 anni, prima che decidesse che era arrivato il momento di raccontarla. Da allora ha iniziato a portare nelle scuole la sua incredibile testimonianza, che è stata ricostruita anche nel libro In silenzio di Mario Cristiani, recentemente uscito per Giunti. Ceseri è uno degli oltre seicentomila internati militari italiani – i cosiddetti Imi -, quei soldati che dopo l’armistizio del 8 settembre 1943 dissero “no” ai tedeschi e ai fascisti e furono per questo deportati nei campi di lavoro forzato in Germania. Almeno 50mila di loro non avrebbero più fatto ritorno a casa. Ma la memoria collettiva italiana ha tardato a fare i conti con questa tragedia, riconoscendola con grave ritardo appena una decina d’anni fa, con una medaglia conferita dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. A lungo gli Imi sono stati considerati dei traditori, degli “imboscati” – così riporta testualmente anche il foglio matricolare di Ceseri -, senza che nessuno riconoscesse il valore del loro rifiuto e le sofferenze patite nei campi di lavoro dove furono privati dello status di prigionieri di guerra, torturati, deportati, uccisi. “Ci chiesero se volevamo tornare in Italia per combattere per la Repubblica Sociale e io mi rifiutai, come la maggior parte dei miei compagni. Non volevamo combattere dalla parte dei tedeschi. E lo rifarei ancora oggi”, assicura Ceseri, che nonostante l’età ha conservato uno spirito straordinario e una memoria di ferro che gli consente di ricordare ogni singolo dettaglio della sua incredibile vicenda. Continua la lettura di L’ultimo testimone di Treuenbrietzen