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Un ricordo di Norma Parenti su Radio 3

Norma Parenti è una delle figure femminili più straordinarie della Resistenza italiana, insignita della medaglia d’oro al valor militare. Visse a Massa Marittima, in provincia di Grosseto, una delle prime aree dove venne organizzata la resistenza armata contro gli occupanti nazisti: è proprio qui che il 23 giugno 1944 i nazifascisti in ritirata consumarono la loro vendetta contro di lei, uccidendola la sera prima dell’arrivo degli Alleati.
Ho curato una puntata di Wikiradio dedicata a lei, che è andata in onda su Radio Rai 3 nell’anniversario della sua morte

Se questo è un prete

“Priebke era un mio amico. Era un cittadino tedesco, cristiano cattolico, soldato fedele. E’ stato l’unico caso di un ultrasettantenne innocente dietro le sbarre. È uno scandalo come è stato trattato in Italia, è stato perseguitato mentre si accolgono modo dignitoso gli immigrati a Lampedusa. E’ una vergogna”. Sono le parole di Don Floriano Abrahamowicz, sacerdote lefebvriano, intervistato da Giuseppe Cruciani a “La Zanzara”, su Radio24. Il religioso veneto difende strenuamente l’ufficiale nazista e si rende protagonista di un rovente alterco con David Parenzo, a suon di insulti e di ingiurie. “Mettete una palla da tennis in bocca a Parenzo per farlo tacere” – insorge Don Floriano al disappunto del giornalista – “È lui il nazista, perché ha la camera a gas in testa. Dalla sua bocca esce pestifero gas ogni volta che la apre”. E prosegue la sua filippica pro Priebke: “Lui era semplicemente un poliziotto che ha applicato la legge marziale internazionale. È innocente, non è un criminale, è stato prosciolto due volte per la tragedia delle Fosse Ardeatine. Criminali sono quelli che hanno fatto saltare in aria i ragazzi di via Rasella, perché erano dei privati cittadini senza uniforme. E invece” – prosegue – “ai partigiani vengono date medaglie d’oro. Dite a loro di pentirsi. Priebke invece ha rispettato la legge”. E aggiunge: “Negli stati cattolici di una volta dove c’era la tremenda pena di morte, ahi ahi ahi che oscurantismo, il condannato a morte aveva la sepoltura e i sacramenti. E questa pseudo-democrazia rifiuta a un innocente vegliardo anche la sepoltura. Io sabato prossimo dirò una messa per il riposo dell’anima di Priebke”. Il sacerdote esprime la sua sulle camere a gas: “È una vergogna che nel ventunesimo secolo non si sia fatto ancora un vero studio scientifico sulle camere a gas. Quattro anni fa ho detto che servivano almeno a disinfettare. Confermo tutto. L’Olocausto? L’unico vero che c’è stato, nel senso pieno e biblico del termine, è la morte di nostro Signore Gesù Cristo. Quello ebraico” – continua – “non è stato un Olocausto, ma un eccidio. Vieto a chiunque al mondo, ebreo o non ebreo, di rivendicare per sé quello che è unico per Gesù Cristo”.

Boris Pahor compie 100 anni

Oggi Boris Pahor, lo scrittore sloveno ormai autore di una trentina di libri, scritti in sloveno e tradotti in dieci lingue, più volte candidato al Nobel, compie 100 anni. Questo ragazzo di inizio ‘900 ha visto trascorrere un intero secolo, ha conosciuto l’orrore del campo di concentramento (che ha raccontato nel bellissimo Necropoli) e alla sua età prende ancora l’aereo da solo per andare a tenere conferenze in giro per l’Europa. Questo è il breve intervento, scritto dallo stesso Pahor, e pubblicato ieri sulla prima pagina dell’inserto domenicale del Sole 24 Ore:

Domani compio cent’anni
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Non succede quasi mai che mi occupi di poesie. Sono rimasto alle liriche di Leopardi, Ungaretti e Saba, che mi è vicino per ragioni territoriali. Quando qualcuno mi manda una sua raccolta di versi con una rispettosa dedica, ringraziando non so come confessare che nonostante la mia buona volontà con ce la faccio a comprendere il nesso tra le belle espressioni e le ricercate forme verbali. Invece la pubblicazione di Claudio Trusgnach, figlio di un minatore emigrato in Belgio, Ja zaries, puobicv, takuo je bluo an dan, in italiano Sì, davvero, bambino, così era un tempo, è un’altra cosa ed è come un dono che arriva alla vigilia di un anniversario speciale: domani infatti compio cent’anni. Il libro è di forma quadrata, di color verde, di settanta pagine, di cui una decina dedicate alla miniera, alle Valli del Natisone, una valle in Friuli Venezia Giulia, popolata per lo più da sloveni, e soprattutto ai minatori con le lampadine sul casco. È trilingue, in dialetto sloveno locale, in italiano e in francese, quindi la lingua dell’identità, quello della cittadinanza e quella dell’emigrazione. Per un minatore non c’è male. Il male è concentrato invece nell’idioma di mezzo, quella della cittadinanza, che in modo autoritario ha fatto di tutto e più di tutto per distruggere la lingua materna, cominciando subito appena Venezia e il territorio veneziano venne a far parte nel 1866 del Regno d’Italia. Fu una snazionalizzazione forzata, che ha prosciugato la vita nei paesi che piano piano si sono svuotati.
Il libro – pubblicato lo scorso luglio da «Slovenci po svetu», l’«Unione Emigranti Sloveni del Friuli Venezia Giulia» di Cividale –ha un’introduzione piuttosto estesa, necessaria per spiegare questi fatti purtroppo poco conosciuti. Per fortuna grazie alla legge 482 del 1999, rafforzata dalla legge 38 del 2001, anche lo sloveno è stato inserito tra le dodici minoranze linguistiche riconosciute meritevoli di tutela in Italia. Così è diventata statale una scuola privata bilingue a San Pietro del Natisone, in provincia di Udine, a pochi chilometri dal confine. Al tempo della Repubblica di Venezia questa cittadina si chiamava San Pietro degli Slavi e lo stesso Mussolini in Il mio diario di guerra 1915-1917, racconta di essersi trovato nel 1916 in un paese dove si parlava il dialetto sloveno e copiò da un altarino la scritta slovena «Nessuno è mai rimasto inascoltato se si è rivolto alla Madonna». Quindi c’è una frase slovena perfino in un libro scritto dal futuro Duce, che in seguito decise di eliminare con un vero genocidio culturale l’identità di mezzo milione di sloveni e croati della Venezia Giulia.
Nella lirica di Trusgnach non c’è nulla di questo passato, ma molta sofferenza, dovuta anche alla povertà che costrinse diversi valligiani a emigrare in Belgio e a divenire minatori. La grande paura degli antri sotterranei e costante nostalgia del paese natio è figlia anche di questa storia. Continua la lettura di Boris Pahor compie 100 anni

E Schindler salvò il “piccolo Leyson”

Da “Avvenire” di oggi

Quando entrò a lavorare nella fabbrica di Oskar Schindler, Leon Leyson aveva soltanto tredici anni ed era talmente basso che per azionare i macchinari doveva stare in piedi su una scatola di legno. Tre anni prima, subito dopo l’invasione nazista della Polonia, la sua famiglia era stata costretta al trasferimento forzato nel ghetto di Cracovia. Da allora i suoi occhi di bambino avevano visto solo brutalità e sadismo, morte e disperazione, finché quell’uomo alto e sicuro di sé non divenne il suo angelo custode. Prima di salvarlo da una fine atroce, l’industriale-eroe reso famoso dal libro di Thomas Keneally si prese cura di lui in modo particolare, mostrandogli con gesti semplici la sua grande umanità. L’aveva soprannominato “piccolo Leyson” e lo riforniva di razioni straordinarie di cibo, non negandogli mai il conforto del suo sorriso. Nella lista degli oltre 1100 ebrei che Schindler riuscì a salvare con lo stratagemma raccontato anche dal noto film di Steven Spielberg, c’era anche Leon Leyson con i suoi genitori e due dei suoi quattro fratelli. Il libro The Boy On the Wooden Box (“Il ragazzo sulla scatola di legno”) che arriverà nelle librerie statunitensi nel mese di agosto racconta la storia autobiografica del più giovane ebreo sopravvissuto grazie alla Schindler’s List e offre per la prima volta una prospettiva diversa sull’“uomo” Oskar Schindler, peraltro già debitamente celebrato come Giusto tra le Nazioni. “Ci trattava come esseri umani e in quell’epoca era l’unico a farlo”, ha spiegato tempo fa lo stesso Leyson, che purtroppo è stato stroncato da un linfoma nel gennaio scorso all’età di 83 anni, poco dopo la consegna del manoscritto alla casa editrice. leysonIn mezzo all’orrore del ghetto e del campo di concentramento, quell’uomo fu per il piccolo e per tanti altri come lui, l’unico barlume di speranza per il futuro. Il libro – che sarà pubblicato da Atheneum, una delle case editrici per ragazzi più importanti del mondo – è già stato paragonato al Diario di Anna Frank per l’intensità emotiva della storia raccontata e anche perché Leyson l’ha scritto basandosi esclusivamente sui suoi ricordi, usando un linguaggio simile a quello di un ragazzino. Dalle sue parole traspare infatti un’innocenza priva di alcuna forma d’odio o di rancore anche nei confronti di Amon Goeth, lo psicopatico aguzzino del campo di concentramento di Plaszów, che il “piccolo Leyson” ebbe la sventura di trovarsi di fronte in più occasioni. Continua la lettura di E Schindler salvò il “piccolo Leyson”

S. Anna di Stazzema offesa dalla giustizia tedesca

di Franco Giustolisi*

La procura di Stoccarda sapete cosa ha fatto? Si è presa la briga di assolvere gli assassini di 560 nostri concittadini, gente normale, non partigiani, uccisi il 12 agosto del 1944 a Sant’Anna di Stazzema, borgata solitaria sulle Alpi Apuane. Tra loro anche Anna Pardini che aveva sì e no un paio di settimane di vita. Solo in Toscana, la regione più colpita, le località prese d’assalto dai nazifascisti furono 83. L’altro ieri, sabato, ho scoperto che sono per lo meno 84, perché anche l’eccidio del Mulinaccio, ad Arezzo, non era compreso, come tanti altri del resto, per quello che ho definito l’armadio della vergogna. In quell’armadio, nascosto nella sede della procura generale militare di Roma in via dell’Acqua sparta, ricordo, per chi ancora non lo sa, che erano custoditi, o meglio, seppelliti, i fascicoli delle stragi commesse in Italia dai nazifascisti: oltre 600, in 415 dei quali c’erano già i nomi degli autori dei misfatti. La Germania si doveva riarmare in funzione anti Urss, e c’era da proteggere la masnada dei generali fascisti, i Roatta, i Robotti, i Pirzio Biroli che nei territori invasi dal duce, che cercava terra al sole, questi generaloni avevano fatto concorrenza alle SS o, meglio, gli avevano insegnato il mestiere. Diceva Roatta ai suoi: «Non dovete rispondere con il criterio di dente per dente bensì testa per dente». Del resto lui fece uccidere, su mandato di Mussolini, i fratelli Rosselli a Bagnoles de l’Orne in Francia. E Robotti si lamentava: «qui ne ammazziamo troppo pochi». Il governo guidato da Alcide De Gasperi, dopo che comunisti, socialisti e azionisti furono gentilmente messi alla porta dell’esecutivo, decise di nascondere quel passato di sangue e ordinò ai magistrati militari il silenzio. Circa mezzo secolo dopo quell’armadio fu casualmente scoperto, o forse non tanto casualmente, e i magistrati militari che dal 1982 sono stati equiparati ai colleghi della giustizia ordinaria cominciarono le inchieste, lunghe, difficilissime, peggio che ricomporre un mosaico con tanti pezzi sbrindellati. Continua la lettura di S. Anna di Stazzema offesa dalla giustizia tedesca

Ira e pietà dei partigiani

Talvolta mi ritorna l’immagine della città vuota. Stato d’emergenza assoluto. Ponti tutti distrutti. Ho un ricordo di questo silenzio più del rumore dei combattimenti. Il mio nome di battaglia era “Angela”. È stata un’esperienza, quella partigiana, dura e tragica, che ha richiesto immensi sacrifici e tanto coraggio. Eravamo consapevoli che, una volta catturati, prima di ricevere la morte saremmo passati attraverso la tortura e le sofferenze più atroci. I compagni ci chiedevano se si volesse il veleno da portare appresso. Ma io non l’ho mai preso: non lo volevo il veleno sul corpo. Però ho una soglia del dolore piuttosto bassa. Mi chiedo ancora come avrei fatto. Tuttavia penso che rifarei la stessa scelta che feci allora. (Liliana Mattei)

Nel 1952, a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, Einaudi pubblicò le “Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana”, un testo fondamentale che raccoglie 132 testimonianze di caduti. In questi giorni l’editore torinese, nella collana Stile libero, a cura di Stefano Faure, Andrea Liparoto e Giacomo Papi, con la collaborazione dell’Anpi, manda in libreria un volume con un centinaio di testimonianze di partigiani, dal titolo “Io sono l’ultimo” (pagine 332, euro 18), a ricordare che questa è una delle ultime occasioni per raccogliere la voce dei protagonisti della guerra di liberazione, o guerra civile, se si vuol sottolineare la contrapposizione con gli italiani che scelsero di stare dalla parte sbagliata, con la Repubblica di Salò e i nazisti. Queste pagine sono il racconto corale di una generazione che scoprì i valori della libertà e accettò il rischio della lotta. Un testo importante per capire che cosa fu la Resistenza e l’ideologia che l’animò. Dopo vent’anni di discussioni attorno agli errori dei partigiani, alla strage di Porzûs come agli eccidi successivi del Triangolo Rosso, è confortante ascoltare la voce della maggioranza che combattè per la libertà e non per vendette di parte. Anche per scoprire due diversi atteggiamenti. C’è chi, come Liliana Benvenuti Mattei, detta «Angela», classe 1923, gappista di Fiesole, antepone a tutto la pietà: «Ricordo due ragazzi entrati nella Repubblica di Salò. Voi non avete idea del dispiacere. Erano morti, questi due ragazzi». E chi, come Bruno Brizzi, detto «Cammello», continua a definire «bestie» i nemici, sulla scorta di Elio Vittorini, che nel romanzo “Uomini e no” aveva definito i repubblichini «figli di stronza». Le pagine più belle non sono tuttavia quelle intrise di ideologia, ma i racconti di chi riesce a fermare una scena, un’esperienza traumatica: le torture subite da Elvira Vremc, «Katja» di Trieste, o il tentativo di Walter Vallicelli, «Tabac» di Ravenna, di salvare un soldato tedesco colpito dall’aviazione alleata, dopo che lui stesso aveva sparato contro un camion nazista. (Dino Messina, dal blog “La Nostra Storia”)

Balcani 1941, il genocidio che divide

di Roberto Morozzo Della Rocca

Ogni anno le Giornate della memoria sono occasione per allargare l’abbraccio della memoria dalla Shoah e dalle Foibe istriane ad altre tragedie dello stesso periodo storico. Non tra le minori, ma fra le meno conosciute in Italia, vi è la tragedia della Jugoslavia. Qui nel 1941-1945 un milione e mezzo di persone perse la vita in lotte fratricide, in combattimenti di tutti contro tutti con molteplici e sanguinari protagonisti: ustascia croati, cetnici serbi, musulmani, occupanti tedeschi, partigiani, movimenti nazionalisti vari.
I serbi furono oggetto di genocidio nel cosiddetto Stato Indipendente Croato degli ustascia di Ante Pavelic (la metà circa della minoranza serba venne massacrata). Croati e musulmani furono pure vittime della reazione serba. Medie numeriche tra i vari studi indicano 600.000 serbi, 200.000 croati e 80.000 musulmani periti nei soli territori dello Stato ustascia. Dove funzionava un lager atroce: Jasenovac. Se ad Auschwitz si uccideva modernamente col gas, a Jasenovac si torturava e si uccideva come nell’età della pietra, con asce e coltelli. Tito vietò che di questi orrori si parlasse. Temeva il risorgere dell’odio tra i popoli jugoslavi. «Fratellanza e unità» era lo slogan di regime. In realtà tutti sapevano e ricordavano. Forse Tito non aveva i mezzi per elaborare i lutti della guerra. La grammatica della riconciliazione e del perdono non era nella sua cultura. Continua la lettura di Balcani 1941, il genocidio che divide

Shoah: il lato oscuro della Polonia

Da “Avvenire” di oggi

Uno dei pilastri della storia ufficiale polacca vacilla sotto i colpi di un figlio dell’insurrezione di Varsavia del 1944. Jan Tomasz Gross ha lasciato la Polonia alla fine degli anni ‘60 e dalla sua cattedra di storia all’università di Princeton ha più volte messo in discussione il ruolo svolto dai suoi connazionali durante l’occupazione nazista nella Seconda guerra mondiale. Il suo ultimo libro Golden Harvest – in uscita all’inizio di marzo per la casa editrice Znak di Cracovia – racconta la vicenda dei polacchi che si sarebbero arricchiti depredando gli ebrei durante l’Olocausto e ha letteralmente scatenato le ire degli ambienti più nazionalisti. La copertina del volume riproduce una foto dell’epoca che raffigura un gruppo di contadini in posa sotto il sole. Quella che a un occhio disattento può sembrare una normale scena agreste è in realtà un’immagine macabra. Ai piedi dei contadini c’è infatti un mucchio di ossa e teschi umani: quello che resta di alcune delle migliaia di persone finite nei forni crematori del campo di sterminio polacco di Treblinka. Il raccolto della giornata non è costituito da frutti della terra, ma da gioielli e denti d’oro. Continua la lettura di Shoah: il lato oscuro della Polonia