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Longley: la mia poesia al servizio della pace

Avvenire, 8 settembre 2019

“Pensa ai bambini / nascosti dietro le bare. / Guarda in faccia il dolore. / Quei trent’anni chiamali / gli Anni del Disonore”. Bastano pochi versi, a un grande poeta come Michael Longley, per descrivere lo strazio della guerra che dilaniò il suo paese per decenni. La breve elegia “Troubles” fa parte di Angel Hill, la sua undicesima raccolta poetica, appena uscita in edizione italiana nella traduzione di Paolo Febbraro (Elliot edizioni). Il dramma dell’Irlanda del Nord gli ha ispirato anche un’altra struggente poesia contenuta nella stessa raccolta, “Dusty Bluebells”, dedicata a Patrick Rooney, il ragazzino di nove anni che venne ucciso dalla polizia britannica nei primi giorni del conflitto. L’immaginario e l’arte di quello che oggi è considerato il più grande poeta irlandese vivente si nutrono da sempre del tema della guerra. Non uno strumento per schierarsi o esprimere giudizi, bensì un terreno di continua esplorazione letteraria, un modo per trascendere la ragione e “annotare le proprie incertezze”. In questa raccolta, uscita nel suo paese due anni fa e vincitrice del PEN Pinter Prize, il sangue versato in Irlanda si riflette nell’orrore che ha segnato l’inizio del Novecento: la Prima guerra mondiale. Un massacro al quale il padre del poeta aveva preso parte, tornando dalle trincee vivo ma irrimediabilmente segnato nel corpo e nella mente. Poco più di venti anni fa Longley si recò in Francia a visitare i campi di battaglia e i cimiteri della Grande Guerra. Era ben consapevole di quanto poco potesse la poesia di fronte alla guerra, ma sentì ugualmente il bisogno di “vegliare sulle lapidi” e costruire elegie su quel massacro, per elaborare i lutti e farsi carico del peso collettivo della memoria. Lo fece ispirandosi a Edward Thomas, il poeta di guerra britannico che morì nel 1917 nella battaglia di Arras, nei pressi di Calais. In “I sonetti” – un’altra delle poesie contenute in questa raccolta – il poeta-soldato si salva perché tiene i versi di Shakespeare nel taschino e il libro blocca il proiettile a un passo dal suo cuore. Angel Hill è un cimitero delle Highlands scozzesi dove riposano i caduti della Prima guerra mondiale ma è anche un paesaggio dell’anima per Longley, che ha appena compiuto ottant’anni. Nato a Belfast da genitori inglesi che si trasferirono in Irlanda del Nord poco prima della sua nascita, il suo nome è spesso associato a quello di Seamus Heaney. I due grandi poeti sono stati legati da una grande amicizia e dopo la morte di Heaney è toccato proprio a Longley raccogliere l’eredità del premio Nobel. Entrambi sono del 1939 – quando il mondo era sull’orlo della Seconda guerra mondiale – e hanno cercato di dare un senso poetico al conflitto in Irlanda del Nord. Ma l’opera di Longley risente assai meno dell’eredità gaelica mentre assai più profonda è in lui l’impronta della poesia greca e latina.
Le memorie contrapposte della Seconda guerra mondiale hanno segnato anche il conflitto in Irlanda del Nord?
Certamente, nella misura in cui hanno contribuito alle divisioni all’interno dell’Irlanda del Nord e tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda. I nazionalisti di entrambe le parti dell’isola hanno rimosso il ruolo dell’Irlanda nazionalista combattendo la Germania, mentre gli unionisti hanno usato a lungo il proprio ruolo nella guerra per enfatizzare la loro lealtà al Regno Unito. Ma paradossalmente, modi più articolati per ricordare la Prima guerra mondiale hanno contribuito al processo di pace irlandese, che rappresenta la nostra forma più alta di “storia condivisa”. Mio padre combatté nella Grande guerra e io ho composto molte poesie ispirate alla sua esperienza anche per cercare di interpretare i “Troubles” irlandesi. Penso che la Prima guerra mondiale rappresenti una ferita dalla quale tutta l’Europa sta ancora cercando di riprendersi.
Lei ha affermato che l’Accordo del Venerdì Santo del 1998 la fece sentire per la prima vota sia britannico che irlandese. Teme che le conseguenze della Brexit possano riaccendere l’odio e il settarismo in Irlanda del Nord?
Ho molti timori nei confronti della Brexit. Finora nel mio paese il settarismo è stato tenuto sotto controllo, ma non è mai svanito del tutto, basti pensare che a Belfast abbiamo ancora i cosiddetti “muri della pace”. Temo che la Brexit costituisca una minaccia alla nostra fragile pace, al pari dei politici nazionalisti e unionisti che negli ultimi due anni si sono rifiutati di lavorare insieme in un governo condiviso.
Oltre vent’anni dopo, crede che quell’accordo abbia soddisfatto le aspettative di pace?
Molte persone giuste continuano a lavorare duramente per la riconciliazione e il fronte moderato si sta lentamente allargando. Ma per costruire una vera pace ci vorranno generazioni e di certo non possiamo permetterci terribili battute d’arresto come la Brexit.
La questione della lingua è uno dei nodi centrali dello stallo politico del suo paese. Cosa pensa dei poeti che rimano in irlandese e in inglese?
Sono profondamente invidioso dei miei colleghi bilingui, perché credo che abbiano accesso a un retroterra culturale e a fonti di ispirazione per me inaccessibili. La scuola che ho frequentato in Irlanda del Nord non mi offrì l’opportunità di imparare l’irlandese, poiché era considerato un simbolo del nazionalismo. Forse il mio interesse nella traduzione della poesia greca e latina è un modo per compensare questa mancanza linguistica. Recentemente ho tradotto di nuovo dall’Iliade, che considero il più grande poema di guerra mai scritto in Europa. Nel nostro paese siamo molto fortunati ad avere due lingue ma di fatto, oggi la maggior parte dei poeti irlandesi scrive in inglese.
Cosa significa essere irlandesi, dal suo punto di vista?
L’Irlanda mi ha fornito la maggior parte delle informazioni e delle immagini attraverso le quali le mie poesie cercano di interpretare il mondo che ci circonda. I due luoghi più importanti, per me, sono la città di Belfast e la contea di Mayo, sulla costa occidentale dell’isola. Circa un terzo delle poesie che ho scritto sono ambientate in una piccola area sperduta chiamata Carrigskeewaun. Una poesia intitolata “Cinquant’anni” e inclusa nella raccolta Angel Hill riassume ciò che quel luogo ha rappresentato per me in quel lasso di tempo. I suoi uccelli, i suoi animali, le sue piante e il “filo ventoso” dell’Atlantico.
Lei è un profondo estimatore dei classici latini ma anche di alcuni poeti italiani contemporanei come Pavese e Pascoli. Qual è il suo rapporto con l’Italia?
È un po’ di tempo che non ci torno più ma il borgo di Cardoso, in Garfagnana, è un altro luogo molto importante per la mia opera. Forse il mio amore per poeti latini come Properzio e Catullo deriva da alcune delle sensazioni che ho provato per quel paesaggio. Sono stato là per parecchi anni, ospite di amici, e ho scritto molte poesie ispirate soprattutto alla sua flora. In tempi più recenti mi sono invece allietato davanti alle dolci colline e alle orchidee selvatiche del Mugello.
RM

Glenanne, i “boia” dei cattolici d’Irlanda

Avvenire, 22 marzo 2019

Si chiamava “Glenanne gang” ed era uno squadrone della morte in pieno stile sudamericano. Ma agì nel cuore dell’Europa, in Irlanda del Nord, negli anni ‘70. Era un gruppo composto da paramilitari lealisti, agenti dello stato britannico e della polizia nordirlandese che prese di mira i civili cattolici e si rese responsabile di almeno 120 omicidi tra il 1972 e il 1976. I primi a denunciare l’esistenza di un “triangolo della morte” tra le cittadine di Armagh, Portadown e Dungannon, a pochi chilometri dall’allora sensibilissima frontiera con la Repubblica d’Irlanda, furono due preti cattolici: Denis Faul e Raymond Murray. Inascoltati dalle forze di polizia e insospettiti dalla sistematicità degli attacchi contro persone comuni, del tutto estranee alla lotta armata, i due religiosi furono gli unici, in quegli anni, a indagare su una serie di omicidi settari uniti da un filo conduttore comune. Agenti dello stato e informatori potevano commettere qualsiasi crimine sapendo di poter contare sull’assoluta impunità. Le vittime venivano attaccate nelle loro case, nelle strade o nei pub, in circostanze che non potevano non far pensare a un accanimento nei confronti della comunità cattolica. Il lavoro pionieristico di Faul e Murray si sarebbe stato di vitale importanza per le inchieste svolte in anni recenti, che hanno dimostrato in modo inconfutabile l’esistenza di un sistema di collusione ad altissimo livello tra lo stato britannico e i gruppi paramilitari protestanti. Alla Glenanne gang sono stati attribuiti alcuni dei più atroci attentati compiuti durante gli anni più cruenti del conflitto, a cominciare dalle bombe di Dublino e Monaghan del maggio 1974, che fecero 33 vittime civili. L’anno dopo, nella rete degli assassini cadde anche Colum McCartney, cugino del grande Seamus Heaney, ucciso a sangue freddo a un posto di blocco mentre tornava a casa da una partita di calcio gaelico. La sua morte – già descritta in una struggente poesia dal futuro premio Nobel – apre anche il bel documentario Unquiet Graves: The story of the Glenanne Gang del regista Séan Murray, che sta spopolando in Gran Bretagna e in Irlanda e il 31 marzo arriverà anche in Italia, al festival del cinema irlandese di Roma. “È stato un lavoro lungo e complesso, realizzato in collaborazione con i familiari delle vittime e le associazioni per i diritti umani”, ci dice Murray, che abbiamo raggiunto telefonicamente nella sua casa di Belfast. “Neppure io sapevo quanto fosse diffusa la collusione tra i paramilitari lealisti e lo stato britannico, quanti soldati e membri delle forze dell’ordine fossero stati coinvolti in quegli omicidi”. La difficoltà maggiore – spiega – è stata quella di scegliere quali vittime raccontare nel documentario: “non potevo includerle tutte. Ho dovuto individuare quelle più simboliche, limitandomi a citare le altre solo nei titoli di coda”. La serie di omicidi indiscriminati registrò un picco nella primavera del 1975, in seguito a una tregua dichiarata dall’IRA, per impedire qualsiasi concessione al fronte indipendentista. Colpire i civili cattolici con attacchi indiscriminati faceva parte di una strategia precisa, mirante a seminare il terrore all’interno della comunità cattolica nel tentativo di costringere l’IRA ad arrendersi. La polizia dell’Irlanda del Nord – all’epoca composta solo da protestanti – non difese la popolazione e addirittura partecipò attivamente a quegli attacchi. Le indagini sulla Glenanne gang hanno avuto una svolta decisiva alcuni anni fa grazie a John Weir, un ex ufficiale di polizia che era stato anche un elemento di spicco della banda. Weir iniziò a collaborare con la giustizia spiegando che i suoi superiori all’interno della polizia erano perfettamente a conoscenza della collusione con i paramilitari e in una lunga deposizione scritta chiarì gli obiettivi di quegli omicidi. Durante la lavorazione del documentario Murray è riuscito a scovare Weir in Sudafrica, dove si è nascosto per evitare rappresaglie, e l’ha convinto a rilasciare un’intervista che racconta dettagli inediti sull’attività della Glenanne gang. Dettagli che tingono di ignominia l’operato dello stato britannico in Irlanda del Nord. “L’intelligence militare era intenzionato a trasformare il conflitto in una vera e propria guerra civile – rivela Weir – nel 1976 fu pianificato un attacco contro una scuola elementare di Belleeks, nella contea di Armagh, che doveva provocare la morte dei bambini e degli insegnanti. Il piano fu fermato all’ultimo dalla leadership dei paramilitari lealisti di Belfast, che lo considerò un passo troppo eccessivo e non se la sentì di procedere”. In primavera Unquiet Graves sarà presentato negli Stati Uniti, in Australia e in Canada. Nelle proiezioni che si sono svolte finora in Gran Bretagna non ha mancato di suscitare stupore e sdegno. “In Inghilterra gran parte del pubblico cade dalle nuvole, non ne sa proprio niente – spiega Murray – persino negli ambienti della diaspora irlandese c’è scarsissima consapevolezza di quei fatti. Il motivo è semplice. Nel corso del conflitto queste vicende sono state sottoposte a una rigida censura. Gli inglesi sono stati tenuti completamente all’oscuro di quanto accadeva nel Nord dell’Irlanda. Spero che il mio film e altri simili usciti di recente riescano a far conoscere finalmente quei fatti e a offrire una prospettiva corretta sul conflitto. Non è stato solo uno scontro settario tra due parti della popolazione che si combattevano tra loro ma una vera e propria ‘guerra sporca’ che ha coinvolto larghi settori dello stato britannico. Finora i riflettori sono stati puntati quasi esclusivamente sulle vittime dell’IRA mentre le voci delle vittime dello stato britannico erano state silenziate, marginalizzate o condannate all’oblio”. Qualcosa, seppur con enorme ritardo, comincia finalmente a muoversi sul fronte giudiziario. Due anni fa l’Alta Corte di Belfast ha imposto alla polizia di riaprire le indagini su quegli omicidi. I familiari delle vittime non hanno mai perso la speranza di ottenere giustizia.
RM

Irlanda del Nord, dolore e poesia

Può un conflitto pluridecennale essere declinato in versi? Giganti della poesia come Seamus Heaney, Michael Longley, Paul Muldoon e molti altri cercarono di usare le parole per combattere l’orrore.

Avvenire, 8.4.2018

“Nessun trattato/ intravvedo che possa del tutto sanare il tuo corpo/ tracciato di solchi e smagliature, il grande dolore/ che ti lascia ferita, come terra aperta, terreno aperto, ancora.” Mentre l’Irlanda del Nord si avvia a celebrare il ventennale dell’Accordo di pace del 10 aprile 1998, questi versi della poesia Atto di Unione scritta da Seamus Heaney negli anni ‘70, suonano oggi quasi profetici. A lungo il grande bardo d’Irlanda è stato considerato estraneo al contesto politico del suo paese, sebbene i crudi temi della guerra angloirlandese ricorrano con toni evocativi e personali in molti suoi componimenti. Heaney condivise in un certo senso ciò che Picasso affermò dopo la Liberazione (“Non ho dipinto la guerra, ma senza dubbio la guerra è presente nei quadri che ho dipinto allora”). Il conflitto è infatti una delle tematiche centrali della sua raccolta “North” risalente al 1975, con liriche come Punizione, Riti funebri, Smascheramento e la bellissima Qualunque cosa tu dica non dire niente, in cui declama, “C’è una vita prima della morte? È scritto in gesso/ a Ballymurphy. Competenza con dolore/ e miserie coerenti, un morso e un sorso,/ noi abbracciamo ancora il nostro piccolo destino”. Un’altra sua celeberrima raccolta, “Field Work” del 1979, contiene invece Vittima, la straordinaria elegia per un pescatore di anguille che viola il coprifuoco proclamato dalla sua stessa parte e muore con una pinta fra le mani, in un pub dove non avrebbe dovuto essere (“Ma la mia arte esitante/ la sua schiena girata pure osserva:/ fu dilaniato/ mentre era al pub durante un coprifuoco/ rispettato da altri, tre sere/ dopo che avevano ammazzato/ i tredici di Derry./ PARA’ TREDICI, si leggeva sui muri/ BOGSIDE ZERO. Quel mercoledì/ tutti trattennero/ il respiro e tremarono”). Nel suo incessante “scavare”, alla ricerca delle radici del proprio popolo, Heaney fu anche accusato di essere un osservatore di parte, di aver interpretato quel conflitto solo attraverso lo sguardo di un cattolico, ignorando le sofferenze della comunità protestante. Mai accusa fu più ingiusta e infondata, ripensando ad esempio a una poesia appartenente al primo periodo della sua attività – L’altra parte -, nella quale torna al contesto rurale della sua nascita per indagare la differenza tra le due tradizioni religiose e politiche dell’Irlanda. Heaney volle mantenere un’equidistanza persino nel discorso che pronunciò nel 1995 di fronte all’Accademia di Svezia, il giorno del conferimento del Nobel, ricordando i tempi in cui ascoltava la pioggia negli alberi insieme alle notizie della radio, con “le bombe dell’Ira – disse – e quelle dei lealisti del nord”. Secondo alcuni quel premio ebbe anche un significato politico, poiché seguì lo storico cessate il fuoco dell’esercito repubblicano, che l’anno prima aveva finalmente spianato la strada al processo di pace. Proprio com’era accaduto nel 1923 al suo illustre connazionale William Butler Yeats.
In una società squassata da quella guerra e in preda a un prolungato spasmo di paralisi sociale, la reinterpretazione della violenza in forma poetica è stata un effetto collaterale di trent’anni di conflitto. Dalla fine degli anni ‘60 in poi, i poeti irlandesi hanno fatto l’unica cosa che potevano fare per rispondere all’orrore: confezionare parole, mettere in rima sentimenti, costruire elegie per elaborare quei lutti e farsi carico del peso collettivo della memoria. Autori come Michael Longley e Paul Muldoon, solo per citare i più famosi degli ultimi cinquant’anni, hanno considerato la guerra e la politica come un terreno di continua esplorazione letteraria, molto più di quanto abbia fatto Heaney. Non uno strumento per schierarsi o per esprimere giudizi, bensì un modo per trascendere la ragione e – stando a Longley – “annotare le proprie incertezze”. I poeti della loro generazione hanno raccolto il testimone di Yeats e hanno rinverdito una tradizione poetica che risaliva ai tempi precedenti il conflitto in Irlanda del Nord, con autori come John Harold Hewitt e Patrick Kavanagh, Louis MacNeice e Cecil Day Lewis, questi ultimi due tra gli esponenti di spicco del “Circolo” fondato negli anni ‘30 da W.H. Auden.
La ricerca di simboli appropriati per descrivere l’orrore ha dato vita a un immaginario in parte ripreso dai classici che ha ispirato una moltitudine di componimenti, a partire da uno dei capolavori di Longley, nonché quella che è forse la poesia più nota sul conflitto irlandese, Tregua. Pubblicata nel 1994 subito dopo l’annuncio del cessate il fuoco dell’IRA, è un sonetto in quattordici versi ispirato all’Iliade di Omero, nel quale il re Priamo bacia la mano di Achille che ha ucciso suo figlio Ettore. Una metafora del perdono alla quale lo stesso Longley farà seguire, quattro anni più tardi, At Poll Salach, una poesia composta due giorni dopo la firma dell’Accordo del Venerdì Santo che è un’allegoria della pace e della speranza. Ma prima delle metafore di riconciliazione, delle immagini di crescita e di fioritura, c’erano stati gli scenari raffiguranti l’assenza, la morte e il gelo invernale. Risale ad esempio all’inizio del conflitto la splendida Canti dei bambini morti, una citazione dall’omonima opera di Gustav Mahler, che Longley scrisse ispirandosi al primo bambino ucciso durante il conflitto, il piccolo Patrick Rooney di nove anni, ammazzato a Belfast nell’agosto 1969 dall’esercito britannico. Anche Paul Muldoon ha sempre sentito un bisogno quasi ossessivo di scrivere sui cosiddetti “Troubles”, regalandoci opere memorabili come Raccogliendo funghi e il lungo componimento Più un uomo ha e più vuole. Altri poeti del Nord Irlanda hanno scritto sulla guerra veri e propri capolavori: Derek Mahon con Un capanno abbandonato nella contea di Wexford, Sinéad Morrissey con Pensieri in un taxi nero o Medbh McGuckian con la struggente Disegnando ballerine, composta per commemorare una ragazza uccisa da una bomba dell’IRA, il cui corpo violato risorge come un’icona di spazio e di biancore. Edna Longley, professore emerito alla Queen’s University di Belfast e tra le più autorevoli voci del panorama culturale irlandese, sostenne anni fa che la dimensione trascendente era stata indispensabile per costruire la pace, la quale “non si alimenta solo del pragmatismo dei negoziati e dello smantellamento dell’attitudine mentale alla conflitto. Poiché la pace, proprio come la poesia, deve essere prima di tutto anche immaginata”.
Oggi, a distanza di vent’anni da quell’accordo che sancì ufficialmente la fine del conflitto, la tradizione poetica dell’Irlanda del Nord appare sempre più vitale perché è alimentata dal basso, in luoghi come i pub, uno su tutti il rinomato Sunflower di Belfast, teatro di affollatissime sessioni di reading poetici che vedono protagonisti autori di successo ma anche semplici appassionati. Ed è sempre più un punto di riferimento per la letteratura in lingua inglese, come dimostrano i prestigiosi riconoscimenti ottenuti l’anno scorso proprio da Michael Longley – vincitore del PEN Pinter Prize – e da Paul Muldoon, che ha ricevuto la medaglia d’oro alla poesia conferita ogni anno dalla regina d’Inghilterra.
RM

L’eredità di Seamus Heaney

Avvenire, 13.11.2016

Il testamento artistico e umano di Seamus Heaney sarà ospitato nella piccola cittadina di Bellaghy, nel nord dell’Irlanda, nel nuovo centro culturale polivalente dedicato alla vita e all’opera di uno dei più grandi poeti contemporanei. Se l’avessero realizzato a Belfast, a Derry, o a Dublino non avrebbe avuto lo stesso significato, perché l’anima del premio Nobel morto nel 2013 è sempre rimasta in questo villaggio popolato da appena un migliaio di abitanti. Heaney nacque qui nel 1939 e trascorse l’infanzia nella casa colonica dove suo padre lavorava come fattore. Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale frequentò la scuola elementare nel vicino villaggio di Anahorish e riuscì a continuare gli studi grazie alle borse di studio che ottenne prima per il collegio cattolico di Saint Columb, a Derry, e poi per la Queen’s University di Belfast. Ma anche quando spiccò il volo verso una straordinaria carriera accademica negli Stati Uniti, il paesaggio rurale di Bellaghy sarebbe sempre rimasto il centro del suo mondo interiore, il principale luogo d’ispirazione degli straordinari versi con cui il bardo irlandese ha esplorato a fondo la natura umana.

Il nuovo Seamus Heaney HomePlace
Il nuovo Seamus Heaney HomePlace

Da tre anni Heaney riposa qui, nel piccolo cimitero della chiesa del paese, e la sua lapide riporta uno dei suoi versi più famosi “Walk on air against your better judgement” (“Cammina sull’aria contro ogni buon senso”). E proprio a pochi passi dal luogo che ospita la sua tomba sorge il nuovissimo Seamus Heaney HomePlace, realizzato in stretta collaborazione con la famiglia del poeta, che ha seguito e autorizzato ogni singolo passaggio del progetto. Costato oltre quattro milioni di sterline, il centro sorge negli spazi della ex stazione di polizia di Bellaghy, un’enorme caserma fortificata che fino a poco tempo fa era un lugubre retaggio dei tempi del conflitto anglo-irlandese. L’importanza anche simbolica della riconversione di uno spazio che richiamava alla memoria i tempi bui dei Troubles è stato sottolineato da uno dei figli di Heaney, Michael. “Mio padre sarebbe felicissimo di vederlo trasformato in un luogo dedicato alla cultura”, ha detto. Al suo interno potrà essere visitata la grande mostra multimediale permanente sulla vita e le opere di Heaney, collocata su due piani dell’edificio e contenente i manoscritti originali delle sue opere, foto di famiglia e molti oggetti personali – a cominciare dal suo inseparabile cappotto e dalla sua scrivania. Sarà messo liberamente a disposizione del pubblico anche il prezioso archivio audiovisivo con le poesie lette dalla viva voce del premio Nobel, i video realizzati dai suoi amici e colleghi e altro materiale finora inedito. Negli oltre 2000 mq del centro sono stati realizzati inoltre una biblioteca, aule per conferenze e seminari, un teatro con duecento posti a sedere e una caffetteria. Già allestito anche il programma culturale del primo anno di attività, intitolato “Dodici mesi, dodici libri” e incentrato sulle dodici raccolte di poesie pubblicate da Heaney: inizierà in ottobre con Morte di un naturalista per concludersi nel settembre 2017 con Catena umana. Secondo un altro grande poeta irlandese, Michael Longley, coetaneo e grande amico di Heaney, il centro è pronto per diventare “la cassa di risonanza mondiale delle sue opere”.
RM

La lezione del “bardo campestre”

Da “Avvenire” di oggi

Heaney3-1I versi che scrisse pochi giorni prima di morire, Seamus Heaney li dedicò alla più piccola delle sue nipoti, Sìofra. Con una struggente metafora paragonò i suoi passi ancora incerti di bimba all’andamento deciso di un brano di Bach. Come a volerle dire: quando tu sarai una donna adulta e sicura io non ci sarò più, ma i tempi musicali dei tuoi piedi saranno la forza che muoverà il tuo futuro. Forse nessun poeta contemporaneo è riuscito meglio di Heaney a rivelarci a noi stessi attraverso le esperienze del nostro passato, a far incontrare con grande lirismo la tradizione cattolico-rurale e la cultura urbana inglese creando un’arte poetica che facesse da ponte tra questi due mondi apparentemente lontanissimi.
Nato da una famiglia cattolica in una fattoria a trenta chilometri da Belfast, Heaney ha saputo fondere magistralmente la povertà materiale e la ricchezza spirituale della campagna irlandese dov’era cresciuto con la sua cultura di fine conoscitore del latino, del gaelico, dell’antico anglosassone, di letterato che come pochi altri poteva confrontarsi con le opere di Virgilio, di Ovidio, di Sofocle. Nel saggio Leggere Seamus Heaney (appena uscito per Fazi editore), Paolo Febbraro ripercorre l’intera opera di colui che è considerato il massimo poeta in lingua inglese del Novecento, declinando la sua vita attraverso la sua opera, in una convincente visione complessiva dell’uomo, del suo tempo e della sua arte. Anche dopo la popolarità mondiale acquisita con il premio Nobel vinto nel 1995, Heaney ha continuato a scavare, sostituendo la sua penna alla vanga del padre, cercando di arrivare al nocciolo del senso, alla verità nascosta che ogni linguaggio contiene, e che la poesia può rivelare. Ci ha raccontato i suoi paesaggi naturali e umani, la campagna irlandese dove amava girare in auto componendo versi battendo il tempo della metrica con le dita sul volante. E usando poi quegli stessi versi come stepping stones, pietre di guado, per colmare le distanze.
Il libro di Febbraro, anch’egli poeta, riesce a offrire una nuova lettura critica dell’opera del bardo irlandese anche grazie all’amicizia che per anni l’ha legato a Heaney e ad alcuni ricordi personali che aiutano a comprendere appieno la profondità etica di un uomo che aveva il “genio per gli affetti” e la cui compagnia “aumentava d’improvviso la qualità della tua esistenza”. Fino a un mese dalla sua morte – avvenuta il 30 agosto 2013 – Febbraro ha avuto modo d’incontrarlo e di confrontarsi con lui nel cottage di Glanmore, nel cuore della verde contea di Wicklow, dove Heaney si ritirò a partire dal 1972 dopo aver lasciato l’università di Belfast e il Nord Irlanda devastato dalla guerra. Glanmore era divenuta la sua “scuola campestre”, il ritorno al mondo rurale della sua infanzia e il principale luogo d’ispirazione delle sue liriche. La cui straordinaria bellezza è sintetizzata alla perfezione nella poesia che conclude il volume, San Kevin e il merlo, la parabola del santo disteso nell’atto di pregare, che “trovandosi preso nella grande rete della vita eterna”, mosso a pietà, resta immobile finché non si schiudono le uova che un merlo ha deposto tra le sue braccia.
RM