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Irlanda del Nord, dolore e poesia

Può un conflitto pluridecennale essere declinato in versi? Giganti della poesia come Seamus Heaney, Michael Longley, Paul Muldoon e molti altri cercarono di usare le parole per combattere l’orrore.

Avvenire, 8.4.2018

“Nessun trattato/ intravvedo che possa del tutto sanare il tuo corpo/ tracciato di solchi e smagliature, il grande dolore/ che ti lascia ferita, come terra aperta, terreno aperto, ancora.” Mentre l’Irlanda del Nord si avvia a celebrare il ventennale dell’Accordo di pace del 10 aprile 1998, questi versi della poesia Atto di Unione scritta da Seamus Heaney negli anni ‘70, suonano oggi quasi profetici. A lungo il grande bardo d’Irlanda è stato considerato estraneo al contesto politico del suo paese, sebbene i crudi temi della guerra angloirlandese ricorrano con toni evocativi e personali in molti suoi componimenti. Heaney condivise in un certo senso ciò che Picasso affermò dopo la Liberazione (“Non ho dipinto la guerra, ma senza dubbio la guerra è presente nei quadri che ho dipinto allora”). Il conflitto è infatti una delle tematiche centrali della sua raccolta “North” risalente al 1975, con liriche come Punizione, Riti funebri, Smascheramento e la bellissima Qualunque cosa tu dica non dire niente, in cui declama, “C’è una vita prima della morte? È scritto in gesso/ a Ballymurphy. Competenza con dolore/ e miserie coerenti, un morso e un sorso,/ noi abbracciamo ancora il nostro piccolo destino”. Un’altra sua celeberrima raccolta, “Field Work” del 1979, contiene invece Vittima, la straordinaria elegia per un pescatore di anguille che viola il coprifuoco proclamato dalla sua stessa parte e muore con una pinta fra le mani, in un pub dove non avrebbe dovuto essere (“Ma la mia arte esitante/ la sua schiena girata pure osserva:/ fu dilaniato/ mentre era al pub durante un coprifuoco/ rispettato da altri, tre sere/ dopo che avevano ammazzato/ i tredici di Derry./ PARA’ TREDICI, si leggeva sui muri/ BOGSIDE ZERO. Quel mercoledì/ tutti trattennero/ il respiro e tremarono”). Nel suo incessante “scavare”, alla ricerca delle radici del proprio popolo, Heaney fu anche accusato di essere un osservatore di parte, di aver interpretato quel conflitto solo attraverso lo sguardo di un cattolico, ignorando le sofferenze della comunità protestante. Mai accusa fu più ingiusta e infondata, ripensando ad esempio a una poesia appartenente al primo periodo della sua attività – L’altra parte -, nella quale torna al contesto rurale della sua nascita per indagare la differenza tra le due tradizioni religiose e politiche dell’Irlanda. Heaney volle mantenere un’equidistanza persino nel discorso che pronunciò nel 1995 di fronte all’Accademia di Svezia, il giorno del conferimento del Nobel, ricordando i tempi in cui ascoltava la pioggia negli alberi insieme alle notizie della radio, con “le bombe dell’Ira – disse – e quelle dei lealisti del nord”. Secondo alcuni quel premio ebbe anche un significato politico, poiché seguì lo storico cessate il fuoco dell’esercito repubblicano, che l’anno prima aveva finalmente spianato la strada al processo di pace. Proprio com’era accaduto nel 1923 al suo illustre connazionale William Butler Yeats.
In una società squassata da quella guerra e in preda a un prolungato spasmo di paralisi sociale, la reinterpretazione della violenza in forma poetica è stata un effetto collaterale di trent’anni di conflitto. Dalla fine degli anni ‘60 in poi, i poeti irlandesi hanno fatto l’unica cosa che potevano fare per rispondere all’orrore: confezionare parole, mettere in rima sentimenti, costruire elegie per elaborare quei lutti e farsi carico del peso collettivo della memoria. Autori come Michael Longley e Paul Muldoon, solo per citare i più famosi degli ultimi cinquant’anni, hanno considerato la guerra e la politica come un terreno di continua esplorazione letteraria, molto più di quanto abbia fatto Heaney. Non uno strumento per schierarsi o per esprimere giudizi, bensì un modo per trascendere la ragione e – stando a Longley – “annotare le proprie incertezze”. I poeti della loro generazione hanno raccolto il testimone di Yeats e hanno rinverdito una tradizione poetica che risaliva ai tempi precedenti il conflitto in Irlanda del Nord, con autori come John Harold Hewitt e Patrick Kavanagh, Louis MacNeice e Cecil Day Lewis, questi ultimi due tra gli esponenti di spicco del “Circolo” fondato negli anni ‘30 da W.H. Auden.
La ricerca di simboli appropriati per descrivere l’orrore ha dato vita a un immaginario in parte ripreso dai classici che ha ispirato una moltitudine di componimenti, a partire da uno dei capolavori di Longley, nonché quella che è forse la poesia più nota sul conflitto irlandese, Tregua. Pubblicata nel 1994 subito dopo l’annuncio del cessate il fuoco dell’IRA, è un sonetto in quattordici versi ispirato all’Iliade di Omero, nel quale il re Priamo bacia la mano di Achille che ha ucciso suo figlio Ettore. Una metafora del perdono alla quale lo stesso Longley farà seguire, quattro anni più tardi, At Poll Salach, una poesia composta due giorni dopo la firma dell’Accordo del Venerdì Santo che è un’allegoria della pace e della speranza. Ma prima delle metafore di riconciliazione, delle immagini di crescita e di fioritura, c’erano stati gli scenari raffiguranti l’assenza, la morte e il gelo invernale. Risale ad esempio all’inizio del conflitto la splendida Canti dei bambini morti, una citazione dall’omonima opera di Gustav Mahler, che Longley scrisse ispirandosi al primo bambino ucciso durante il conflitto, il piccolo Patrick Rooney di nove anni, ammazzato a Belfast nell’agosto 1969 dall’esercito britannico. Anche Paul Muldoon ha sempre sentito un bisogno quasi ossessivo di scrivere sui cosiddetti “Troubles”, regalandoci opere memorabili come Raccogliendo funghi e il lungo componimento Più un uomo ha e più vuole. Altri poeti del Nord Irlanda hanno scritto sulla guerra veri e propri capolavori: Derek Mahon con Un capanno abbandonato nella contea di Wexford, Sinéad Morrissey con Pensieri in un taxi nero o Medbh McGuckian con la struggente Disegnando ballerine, composta per commemorare una ragazza uccisa da una bomba dell’IRA, il cui corpo violato risorge come un’icona di spazio e di biancore. Edna Longley, professore emerito alla Queen’s University di Belfast e tra le più autorevoli voci del panorama culturale irlandese, sostenne anni fa che la dimensione trascendente era stata indispensabile per costruire la pace, la quale “non si alimenta solo del pragmatismo dei negoziati e dello smantellamento dell’attitudine mentale alla conflitto. Poiché la pace, proprio come la poesia, deve essere prima di tutto anche immaginata”.
Oggi, a distanza di vent’anni da quell’accordo che sancì ufficialmente la fine del conflitto, la tradizione poetica dell’Irlanda del Nord appare sempre più vitale perché è alimentata dal basso, in luoghi come i pub, uno su tutti il rinomato Sunflower di Belfast, teatro di affollatissime sessioni di reading poetici che vedono protagonisti autori di successo ma anche semplici appassionati. Ed è sempre più un punto di riferimento per la letteratura in lingua inglese, come dimostrano i prestigiosi riconoscimenti ottenuti l’anno scorso proprio da Michael Longley – vincitore del PEN Pinter Prize – e da Paul Muldoon, che ha ricevuto la medaglia d’oro alla poesia conferita ogni anno dalla regina d’Inghilterra.
RM

L’eredità di Seamus Heaney

Avvenire, 13.11.2016

Il testamento artistico e umano di Seamus Heaney sarà ospitato nella piccola cittadina di Bellaghy, nel nord dell’Irlanda, nel nuovo centro culturale polivalente dedicato alla vita e all’opera di uno dei più grandi poeti contemporanei. Se l’avessero realizzato a Belfast, a Derry, o a Dublino non avrebbe avuto lo stesso significato, perché l’anima del premio Nobel morto nel 2013 è sempre rimasta in questo villaggio popolato da appena un migliaio di abitanti. Heaney nacque qui nel 1939 e trascorse l’infanzia nella casa colonica dove suo padre lavorava come fattore. Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale frequentò la scuola elementare nel vicino villaggio di Anahorish e riuscì a continuare gli studi grazie alle borse di studio che ottenne prima per il collegio cattolico di Saint Columb, a Derry, e poi per la Queen’s University di Belfast. Ma anche quando spiccò il volo verso una straordinaria carriera accademica negli Stati Uniti, il paesaggio rurale di Bellaghy sarebbe sempre rimasto il centro del suo mondo interiore, il principale luogo d’ispirazione degli straordinari versi con cui il bardo irlandese ha esplorato a fondo la natura umana.

Il nuovo Seamus Heaney HomePlace
Il nuovo Seamus Heaney HomePlace

Da tre anni Heaney riposa qui, nel piccolo cimitero della chiesa del paese, e la sua lapide riporta uno dei suoi versi più famosi “Walk on air against your better judgement” (“Cammina sull’aria contro ogni buon senso”). E proprio a pochi passi dal luogo che ospita la sua tomba sorge il nuovissimo Seamus Heaney HomePlace, realizzato in stretta collaborazione con la famiglia del poeta, che ha seguito e autorizzato ogni singolo passaggio del progetto. Costato oltre quattro milioni di sterline, il centro sorge negli spazi della ex stazione di polizia di Bellaghy, un’enorme caserma fortificata che fino a poco tempo fa era un lugubre retaggio dei tempi del conflitto anglo-irlandese. L’importanza anche simbolica della riconversione di uno spazio che richiamava alla memoria i tempi bui dei Troubles è stato sottolineato da uno dei figli di Heaney, Michael. “Mio padre sarebbe felicissimo di vederlo trasformato in un luogo dedicato alla cultura”, ha detto. Al suo interno potrà essere visitata la grande mostra multimediale permanente sulla vita e le opere di Heaney, collocata su due piani dell’edificio e contenente i manoscritti originali delle sue opere, foto di famiglia e molti oggetti personali – a cominciare dal suo inseparabile cappotto e dalla sua scrivania. Sarà messo liberamente a disposizione del pubblico anche il prezioso archivio audiovisivo con le poesie lette dalla viva voce del premio Nobel, i video realizzati dai suoi amici e colleghi e altro materiale finora inedito. Negli oltre 2000 mq del centro sono stati realizzati inoltre una biblioteca, aule per conferenze e seminari, un teatro con duecento posti a sedere e una caffetteria. Già allestito anche il programma culturale del primo anno di attività, intitolato “Dodici mesi, dodici libri” e incentrato sulle dodici raccolte di poesie pubblicate da Heaney: inizierà in ottobre con Morte di un naturalista per concludersi nel settembre 2017 con Catena umana. Secondo un altro grande poeta irlandese, Michael Longley, coetaneo e grande amico di Heaney, il centro è pronto per diventare “la cassa di risonanza mondiale delle sue opere”.
RM

La lezione del “bardo campestre”

Da “Avvenire” di oggi

Heaney3-1I versi che scrisse pochi giorni prima di morire, Seamus Heaney li dedicò alla più piccola delle sue nipoti, Sìofra. Con una struggente metafora paragonò i suoi passi ancora incerti di bimba all’andamento deciso di un brano di Bach. Come a volerle dire: quando tu sarai una donna adulta e sicura io non ci sarò più, ma i tempi musicali dei tuoi piedi saranno la forza che muoverà il tuo futuro. Forse nessun poeta contemporaneo è riuscito meglio di Heaney a rivelarci a noi stessi attraverso le esperienze del nostro passato, a far incontrare con grande lirismo la tradizione cattolico-rurale e la cultura urbana inglese creando un’arte poetica che facesse da ponte tra questi due mondi apparentemente lontanissimi.
Nato da una famiglia cattolica in una fattoria a trenta chilometri da Belfast, Heaney ha saputo fondere magistralmente la povertà materiale e la ricchezza spirituale della campagna irlandese dov’era cresciuto con la sua cultura di fine conoscitore del latino, del gaelico, dell’antico anglosassone, di letterato che come pochi altri poteva confrontarsi con le opere di Virgilio, di Ovidio, di Sofocle. Nel saggio Leggere Seamus Heaney (appena uscito per Fazi editore), Paolo Febbraro ripercorre l’intera opera di colui che è considerato il massimo poeta in lingua inglese del Novecento, declinando la sua vita attraverso la sua opera, in una convincente visione complessiva dell’uomo, del suo tempo e della sua arte. Anche dopo la popolarità mondiale acquisita con il premio Nobel vinto nel 1995, Heaney ha continuato a scavare, sostituendo la sua penna alla vanga del padre, cercando di arrivare al nocciolo del senso, alla verità nascosta che ogni linguaggio contiene, e che la poesia può rivelare. Ci ha raccontato i suoi paesaggi naturali e umani, la campagna irlandese dove amava girare in auto componendo versi battendo il tempo della metrica con le dita sul volante. E usando poi quegli stessi versi come stepping stones, pietre di guado, per colmare le distanze.
Il libro di Febbraro, anch’egli poeta, riesce a offrire una nuova lettura critica dell’opera del bardo irlandese anche grazie all’amicizia che per anni l’ha legato a Heaney e ad alcuni ricordi personali che aiutano a comprendere appieno la profondità etica di un uomo che aveva il “genio per gli affetti” e la cui compagnia “aumentava d’improvviso la qualità della tua esistenza”. Fino a un mese dalla sua morte – avvenuta il 30 agosto 2013 – Febbraro ha avuto modo d’incontrarlo e di confrontarsi con lui nel cottage di Glanmore, nel cuore della verde contea di Wicklow, dove Heaney si ritirò a partire dal 1972 dopo aver lasciato l’università di Belfast e il Nord Irlanda devastato dalla guerra. Glanmore era divenuta la sua “scuola campestre”, il ritorno al mondo rurale della sua infanzia e il principale luogo d’ispirazione delle sue liriche. La cui straordinaria bellezza è sintetizzata alla perfezione nella poesia che conclude il volume, San Kevin e il merlo, la parabola del santo disteso nell’atto di pregare, che “trovandosi preso nella grande rete della vita eterna”, mosso a pietà, resta immobile finché non si schiudono le uova che un merlo ha deposto tra le sue braccia.
RM

Un poeta presidente

La nostra intervista a Michael D. Higgins, presidente della Repubblica d’Irlanda, uscita su Avvenire di oggi

president-michael-d-higgins1L’unico rammarico di Michael D. Higgins, da quando è stato eletto nono presidente della Repubblica d’Irlanda, è quello di aver avuto poco tempo per dedicarsi alla poesia. Impegnato in politica da una vita e diventato la più alta carica istituzionale irlandese nel 2011, Higgins ha trovato nella scrittura poetica la sua stella polare, divenendo un paradigma vivente del rapporto simbiotico che la cultura e la politica hanno da sempre nel suo paese, l’esempio tangibile di come la letteratura e i diritti civili, la poesia e l’impegno pacifista possano dialogare insieme compenetrandosi a vicenda. La sua opera segue la tradizione degli antichi cantori irlandesi “Aisling”, dei poeti feniani dell’inizio del XX secolo ed esprime una riflessione sul mondo che non è mai priva di un richiamo all’impegno in prima persona. “Le parole e il linguaggio hanno caratterizzato tutta la mia vita. Nei discorsi pubblici le parole sono per me uno sfogo, con esse esprimo dolore, angoscia e rabbia”, ci dice accogliendoci nella splendida residenza presidenziale immersa nel verde del Phoenix park, a Dublino. Poeta e filosofo di formazione socialista, da sempre impegnato per la pace e i diritti umani, è quasi inevitabile paragonarlo a un altro grande intellettuale che abitò in queste stanze: quel Douglas Hyde che negli anni ’30 divenne il primo presidente dell’Irlanda indipendente. Hyde traduceva testi popolari in lingua gaelica e fu l’emblema del nazionalismo culturale che lottava per preservare le antiche tradizioni di un passato quasi cancellato da secoli di colonialismo. Higgins è invece impegnato a trasporre sotto forma letteraria le grida dei poveri, degli ‘ultimi’, di tutti quelli che non hanno voce, con una visione assai più globale rispetto al suo illustre predecessore. “Il tema per me più importante – spiega – è il terribile danno che è stato fatto alle persone spegnendo la loro naturale capacità di amarsi reciprocamente. Ed è ciò che mi rende da sempre così critico nei confronti dell’autoritarismo, di qualunque genere esso sia, compreso il tremendo autoritarismo della burocrazia di cui per primo parlò Max Weber”. Il 15 ottobre uscirà per Delvecchio editore Il tradimento e altre poesie, un volume tradotto e curato da Enrico Terrinoni che farà finalmente conoscere la sua opera anche al pubblico italiano.
Il suo poema più famoso, “The Betrayal” (Il tradimento), parla del tradimento dello Stato nei confronti di suo padre e dei repubblicani durante la guerra civile del 1922. Quanto la sua vita e la sua carriera politica sono state segnate da quel fatto?
Nel mio paese ci siamo interrogati a lungo sulle motivazioni di chi lottò per l’indipendenza dell’Irlanda. Quando scoppiò la guerra civile, il fratello di mio padre si schierò tra i favorevoli al trattato (che impose la divisione dell’Irlanda, ndr), mio padre era invece contrario, e per questo fu arrestato e incarcerato. Credo che ogni serio nazionalismo debba essere incentrato sull’egualitarismo. Da sempre, nella tradizione rivoluzionaria dell’Irlanda, ci sono stati quelli che volevano essere liberi in un senso più ampio, non limitarsi alla libertà in campo economico e commerciale. Quelli che volevano per esempio l’uguaglianza nel campo dell’educazione. La mia poesia parla di questo: d’accordo, il paese è diventato indipendente, abbiamo vissuto la tragedia della guerra civile, ma purtroppo una classe dirigente conservatrice e burocratica iniziò da allora a controllare lo stato, voltando le spalle alla sensibilità nei confronti della letteratura, del cinema, delle arti. Questo atteggiamento ha portato ad alcune pessime decisioni per esempio per quanto concerne la censura. Coloro che lottarono per l’indipendenza in quegli anni, come mio padre, sono invecchiati, sono finiti negli ospedali e sono stati abbandonati da chi li aveva derubati del sogno di un’Irlanda libera e indipendente.
Crede che lo stato abbia in qualche modo tradito gli irlandesi anche durante la recente crisi economica?
Non è mio compito criticare i governi che si sono succeduti nel mio paese, ma credo che ci sia stata mancanza di cultura, credo che il concetto che esista un singolo paradigma delle connessioni tra l’economia, la società e la vita sia estremamente sbagliato e pericoloso. Credo che oggi le agenzie di rating abbiano un’influenza sproporzionata sulle politiche europee per contrastare la crisi, e che ciò stia mettendo a rischio il ruolo dei cittadini nel governare le nostre democrazie. Servirebbe invece una pluralità di insegnamenti in campo economico, che avrebbe inevitabili conseguenze anche sulle scelte politiche. Per secoli il mondo occidentale si è battuto per raggiungere una forma compiuta di democrazia, ma adesso è condizionato dalla gestione tecnocratica di un singolo modello economico che è incapace di affrontare una gigantesca bolla speculativa, e che sta di fatto rendendo schiavo il mondo. In questo la penso esattamente come papa Francesco.
Le sue poesie non parlano solo dell’Irlanda. L’America Latina, che lei conosce bene per averci vissuto a lungo, è un altro dei temi centrali. Qual è l’insegnamento che ci giunge, per esempio, da paesi derelitti come il Salvador?
Fui costretto a lasciare El Salvador nel 1982, poco dopo la strage di El Mozote, che è stato definito il peggior massacro di civili della storia dell’America Latina contemporanea, ed è stato toccante tornarci da presidente dell’Irlanda e incontrare i pochi gesuiti sopravvissuti a quel terribile massacro. Le poesie che ho scritto sul Salvador traggono ispirazione dall’esperienza che ho vissuto là, durante il periodo più drammatico della guerra civile. Gli omicidi avevano luogo durante la notte, i corpi venivano abbandonati nelle discariche di rifiuti, orrendamente mutilati, con le mani legate, e recavano sui loro corpi dei segni che erano quasi una firma dei loro assassini. Vedere quelle cose ti costringeva a fare i conti con la tua coscienza, e ad accettare la trasformazione che avveniva anche dentro te stesso, sia fisicamente che spiritualmente. Questa è forse la sfida dei nostri tempi, dove uno come me che è da sempre molto interessato alle teorie socialiste senza essere un materialista, deve prendere la vulnerabilità e le ferite del mondo dentro di sé ed essere capace di sperimentare la gioia della solidarietà. Stiamo vivendo adesso uno dei nostri momenti più bui perché ci troviamo di fronte a omicidi di massa e stragi contro minoranze religiose. Eventi che sono basati su un’interpretazione distorta delle profezie. Ci troviamo in un’epoca che necessiterebbe davvero di una leadership globale.
Un anno fa ci lasciava la voce poetica e l’intellettuale di maggior spicco di tutta l’Irlanda. Qual è l’eredità più preziosa che Seamus Heaney ha lasciato al suo paese?
Il valore della generosità. Nella sua vita Seamus non ha mai posto limiti alle cose che faceva, e che avrebbe fatto per gli altri. È bene anche ricordare che lui, insieme a Michael Longley, a Derek Mahon e ad altri poeti del Nord Irlanda aveva una profonda conoscenza dei miti greci che gli consentiva di dare forma alla modernità in un modo tutto suo. Credo che, in particolare, la lingua di Heaney abbia avuto qualcosa di straordinario. Era una lingua che nasceva dalla collisione di due idiomi: l’irlandese e l’inglese. Le sue poesie esprimevano anche un grande senso di non perdere l’opportunità, nella nostra vita, di cogliere i momenti d’amore e farne tesoro. Se penso a Heaney penso all’amicizia, alla generosità verso il prossimo e alla sua disponibilità verso i giovani.
RM

La regina in Irlanda tra l’indifferenza della gente

Lo speciale fotografico           I video della visita

Nessuna bandiera, nessun applauso, ma anche nessun fischio per le strade di Dublino.  Diceva saggiamente Elie Wiesel che il contrario dell’amore non è l’odio ma l’indifferenza, e questo hanno dimostrato di essere gli irlandesi: perlopiù indifferenti di fronte alla visita di un monarca britannico dopo cento anni esatti. Indifferenti nei confronti della carica di simbolismo che Elisabetta II Windsor portava dietro di sé nel suo storico viaggio in Irlanda, il primo in assoluto da quando l’ex colonia è diventata una repubblica e si è liberata definitivamente dal giogo coloniale che l’ha soffocata per secoli. A Dublino abbiamo capito subito che  in questi giorni era forse più facile trovare una bandiera della Padania che una Union Jack. Eppure non sarebbe stato sorprendente veder spuntare qualche bandiera britannica – un tempo tanto diffusa quanto odiata da queste parti – lungo i percorsi blindatissimi compiuti dall’anziana monarca in città. Invece ne è apparso soltanto uno sulla facciata del Trinity College e solo mentre la regina stava visitando l’antica università che rimane un simbolo del dominio protestante. Mancava la Union Jack– nessuno ha pensato a sventolarla, ma neanche a bruciarla – e mancava soprattutto il popolo. Al suo passaggio da O’Connell street, il viale principale del centro, il corteo reale è stato accolto solo da una folla di turisti e di curiosi assiepati attorno alle transenne. Tutto è apparso all’insegna del basso profilo: in un’epoca dominata dal commercio e da un certo gusto per il feticismo, a Dublino non avevano pensato neanche di preparare gadget commemorativi, né cartoline, né annulli filatelici per suggellare lo storico evento.

Michael Collins osserva la regina a colloquio con il primo ministro irlandese

Fatta eccezione per le sparute proteste di qualche gruppo di antagonisti, il percorso della regina – calibrato al millimetro dalle diplomazie – è scivolato via senza particolari problemi, nonostante abbia toccato nelle sue varie tappe i luoghi più sensibili della storia irlandese e del suo tragico passato di colonia britannica. Avendo partecipato ai primi due giorni della visita nella capitale, non credo che ciò sia stato merito soltanto dell’imponente militarizzazione del centro della capitale. Se i vari gruppi dissidenti repubblicani fossero stati in grado di compiere un atto dimostrativo per galvanizzare i loro (pochi) sostenitori e guadagnare l’attenzione dei mezzi d’informazione mondiali non avrebbero potuto trovare un’occasione più propizia. Invece hanno confermato di non avere la forza – e soprattutto il sostegno popolare – per compiere azioni clamorose. Anche quel paio di ordigni trovati fuori città prima dell’arrivo della regina facevano parte di un copione che non ha impedito agli attori protagonisti di recitare la loro parte. Continua la lettura di La regina in Irlanda tra l’indifferenza della gente