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Sands, le verità scomode sullo sciopero della fame

Fuair Roibeard bas! Un grido in gaelico risuonò per i corridoi del carcere di Long Kesh, a Belfast, la mattina del 5 maggio 1981, annunciando ai prigionieri irlandesi che Bobby Sands, il loro leader, era morto in cella dopo sessantasei giorni di sciopero della fame. “Ricordo ancora l’intenso sentimento di rabbia e tristezza che provai in quel momento. La prima volta che lo vidi fu nella mensa di un’altra prigione, quella di Crumlin road, nel 1977. Stava richiamando l’attenzione dei prigionieri repubblicani con la sua voce tuonante. L’immagine più viva che ho di lui risale invece a qualche mese prima della sua morte, quando disse a me e al mio compagno di cella che dovevamo interrompere il nostro sciopero della fame. Era il dicembre 1980. Quelle furono le ultime parole che scambiai con lui”. Anthony McIntyre, ex militante dell’I.R.A., ha speso diciotto dei suoi cinquantaquattro anni nella prigione di massima sicurezza di Long Kesh, partecipando alla fase più drammatica delle lotte carcerarie che portarono alla morte di Sands e di altri nove prigionieri irlandesi e segnarono l’avvio del lungo processo di pace anglo-irlandese. Uscito dal carcere, ha preso una laurea e un dottorato di ricerca e adesso fa il giornalista. Trent’anni dopo, sostiene di aver conservato un profondo legame d’amicizia e cameratismo con alcuni dei suoi ex compagni ma anche un tremendo senso di tristezza: “oggi i politici del Sinn Féin, quello che era il nostro partito, definiscono ‘criminali’ gli attivisti repubblicani. In questo modo tolgono valore alla nostra protesta e a tutti quelli che vi persero la vita”. McIntyre critica da sempre l’Accordo di pace raggiunto nel 1998, sostenendo che gli ideali di un’Irlanda unita e libera dal giogo inglese sono stati barattati in cambio del benessere economico. “Eravamo inevitabilmente destinati alla sconfitta ma gli ideali della nostra lotta sono stati in gran parte traditi dal modo in cui è arrivata questa sconfitta, e ricorda la fine dei maiali della Fattoria degli Animali di Orwell”. Il riferimento è ai clamorosi retroscena emersi di recente sulla vicenda dei suoi compagni che si lasciarono morire in carcere. A rivelarli è stato Richard O’Rawe – all’epoca responsabile dei comunicati inviati dentro la prigione di Long Kesh – che in due libri diventati best-seller in Irlanda fornisce prove schiaccianti sull’esistenza di un’offerta segreta del governo britannico che poteva salvare la vita agli ultimi sei prigionieri in sciopero della fame. Gerry Adams e la leadership dell’I.R.A. l’avrebbero però respinta di nascosto per ottenere il massimo profitto politico dalla radicalizzazione dello scontro carcerario e completare la svolta elettorale del partito. Rivelazioni sconcertanti che molti ex militanti si rifiutano di accettare. “Tuttavia – conclude McIntyre – è difficile confutare le prove fornite da O’Rawe e infatti sempre più persone gli credono. La pace in cui viviamo oggi è stata costruita anche ingannando i miei compagni morti”.
RM

L’Irlanda di Bobby Sands. La memoria nei corpi

«Sono un prigioniero politico. Sono un prigioniero politico perché sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra (…) Credo di essere soltanto uno dei molti sventurati irlandesi usciti da una generazione insorta per un insopprimibile desiderio di libertà. Sto morendo non soltanto per porre fine alla barbarie dei Blocchi H o per ottenere il giusto riconoscimento di prigioniero politico, ma soprattutto perché ogni nostra perdita, qui, è una perdita per la Repubblica e per tutti gli oppressi che sono profondamente fiero di chiamare la “generazione insorta”».

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Il 5 maggio di 28 anni fa il volontario repubblicano Robert (Bobby) Sands si spegneva dopo 66 giorni di sciopero della fame nel carcere di Long Kesh, a Belfast. Da allora il suo nome è diventato un simbolo universale del martirio per la libertà. Riproponiamo la bella intervista rilasciata alcuni mesi fa a “Liberazione” da Silvia Calamati (curatrice del diario di Bobby Sands e autrice di altri testi-chiave sul conflitto).

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