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Il popolo di Derry marcia ancora per la giustizia

Ancora in marcia, dalle alture di Creggan fino al Bogside, per ottenere quella giustizia che viene negata da 41 anni. Domenica 27 gennaio il popolo di Derry, memore della storica esperienza di Derry Libera della fine degli anni ’60, scenderà nelle strade e marcerà per i propri diritti da sempre calpestati dalla feroce repressione britannica. Da più di quattro decenni le mura, le case, i vicoli della piccola cittadina gridano tutta la loro rabbia per la paurosa mattanza compiuta dai paracadutisti dell’esercito britannico il 30 gennaio 1972. Fu un’esecuzione cinica, brutale e premeditata che colpì non a caso solo uomini, cittadini di Derry, scesi in strada per manifestare pacificamente. E che divennero vittime della sanguinosa vendetta decisa dalle alte sfere, a Londra, per ‘punire’ la città colpevole di essersi ribellata, qualche anno prima, dichiarando un’autogestione e una ‘liberazione’ che mise in scacco per mesi le autorità coloniali.
Ma dal 2010 qualcosa è cambiato. Le conclusioni dell’inchiesta condotta da lord Saville hanno rappresentato uno storico spartiacque, anche se purtroppo non sono riuscite a consegnare alla storia quella drammatica vicenda. Finalmente un tribunale britannico ha riconosciuto che i quattordici civili uccisi a sangue freddo dai militari di Sua Maestà erano innocenti, che non vi fu alcuno scontro a fuoco al quale i soldati risposero, nessuna battaglia per le strade, solo una vile aggressione contro cittadini inermi. Ma di incriminazioni o processi a carico dei soldati o di chi quel giorno dette l’ordine di sparare, almeno finora, neanche l’ombra. Dopo la pubblicazione del rapporto i familiari delle vittime e la popolazione di Derry, protagonista in questi anni di una memorabile battaglia per avere giustizia, sfogarono una gioia catartica, quasi liberatoria, che scaturiva dalla consapevolezza di aver ottenuto qualcosa di inimmaginabile, fino a qualche anno prima. Il Bloody Sunday Trust, la fondazione dei familiari delle vittime, stabilì che la marcia successiva all’uscita del rapporto, quella del gennaio 2011, sarebbe stata l’ultima. Che da allora in poi la giustizia sarebbe stata richiesta con altri mezzi e altre modalità. Ma la decisione fece discutere fino a spaccare il fronte della storica mobilitazione. Eamonn McCann fu il primo a dare le dimissioni dalla Fondazione, e a prendere le distanze dalle sue decisioni troppo eterodirette. L’anziano scrittore-attivista, da sempre anima di Free Derry, non fece nomi, non prestò il fianco alle polemiche, ma contestò la scelta di non svolgere più la marcia. Ben presto si capì che le decisioni del Bloody Sunday Trust e del Sinn Féin – che da sempre controllava la marcia – non incontravano il favore di tutti i familiari delle vittime. Secondo alcuni di loro interrompere la marcia era ancora prematuro, e per questo decisero di continuarla comunque, per continuare a reclamare quella giustizia che il rapporto Saville aveva decretato solo in minima parte. E l’anno scorso, per il quarantesimo anniversario, organizzarono autonomamente una marcia che portò per le strade della cittadina irlandese oltre cinquemila persone. Continua la lettura di Il popolo di Derry marcia ancora per la giustizia

Il popolo di Free Derry ha vinto

Fulvio Grimaldi, unico giornalista italiano testimone della Bloody Sunday del 30 gennaio 1972, commenta le conclusioni del rapporto sull’inchiesta Saville, rese note nei giorni scorsi dal governo britannico.

Ci sono voluti 38 anni e un magistrato, per quanto reticente, fuori dalle regole dello Stato criptodittatoriale borghese per arrivare a una sentenza giusta sull’eccidio perpetrato dai militari britannici il 30 gennaio 1972 nel ghetto repubblicano di Derry. L’inchiesta, decisa da Tony Blair, sicuramente nella speranza che avrebbe fatto la fine indecente della prima commissione d’indagine, affidata allo scagnozzo di Westminster, lord Widgery, e che esonerò gli stragisti e i loro mandanti, era iniziata dieci anni fa. Ci avevo deposto due volte, come testimone oculare del massacro, unico giornalista presente insieme a Gilles Peress, fotografo francese, e avevo prodotto il materiale audiovisivo che, più di qualsiasi testimonianza o documento, inchiodò i responsabili al loro delitto. Il verdetto attribuisce ogni responsabilità ai militari inglesi del Primo Battaglione Parà, per aver sparato, assolutamente senza le provocazioni dell’Ira inventate nella prima indagine, a gente inerme e inoffensiva, quasi tutti ragazzi tra i 16 e i 21 anni. Quello che, non innocentemente, manca e rende l’inchiesta un esercizio monco, imposto dalle evidenze sul campo, è il riferimento a una qualsiasi autorità mandante. Logica, comportamenti e documenti dimostrano invece che assalto e strage non furono l’iniziativa di militari usciti di testa, ma un piano dettagliato elaborato dai vertici militari in Irlanda del Nord su mandato del governo britannico di Edward Heath.
Ora vedete la folla di Derry festeggiare un risultato che, prima che all’onestà degli investigatori (prevalsa sulla rimozione dolosa di ogni documento audiovisivo e perfino dei fucili da parte del comando britannico), è dovuto all’enorme, irriducibile forza dei cittadini del ghetto di Derry, di Creggan e della Bogside. Neanche per un giorno hanno desistito dall’impegno collettivo, accuratamente organizzato, di premere su chi di dovere con un’assillante campagna di denunce, di libri, di documenti, di film. Riuscirono, poche centinaia di persone, con però dietro tutta la loro gente, a fare del Bloody Sunday un caposaldo della consapevolezza e della coscienza internazionale, addirittura fino a Hollywood. Ora questa gente indomabile, che ha davanti a sé ancora altri obiettivi, come il riscatto dalla discriminazione sociale e politica e come, irrinunciabile, la riunificazione con la patria lacerata dal colonialista britannico e dai coloni unionisti, avanzerà con ancora maggiore forza la richiesta di un processo penale per sicari e mandanti. Continua la lettura di Il popolo di Free Derry ha vinto

Doppio gioco in salsa britannica

Il quotidiano britannico Daily Mail ha stabilito un nuovo record per il giornalismo mondiale, riuscendo a uscire lo stesso giorno con due edizioni che fornivano interpretazioni opposte sullo stesso fatto. È successo il 16 giugno scorso, all’indomani della pubblicazione del rapporto sulla Bloody Sunday di Derry. Come si può vedere dall’immagine, sia l’edizione di Londra (a sinistra) che quella uscita nella Repubblica d’Irlanda davano ampio spazio in prima pagina alla notizia del rapporto, alle parole del primo ministro Cameron in parlamento, alla reazione delle famiglie delle vittime. Nell’edizione uscita a Dublino (immagine a destra), il giornale ha preso una posizione analoga a quella di gran parte della stampa britannica: “Ecco infine le scuse per la domenica di sangue, ma basteranno?”, si chiede riportando in una foto la felicità delle famiglie delle vittime dell’eccidio compiuto dai militari britannici 38 anni fa. All’interno il titolo principale recitava: “i paracadutisti hanno mentito deliberatamente per giustificare quanto hanno fatto…finalmente è stata stabilità la verità dei fatti, grazie a Dio”. Peccato che l’edizione di Londra dello stesso giornale la pensasse in modo assai differente, e lo stesso giorno abbia usato l’immagine di due militari inglesi morti in Afghanistan per mostrare “il vero volto dei nostri soldati”. Memorabile, nelle pagine interne, quanto sentenziato dal commentatore Max Hastings: “nessuna nazione sulla Terra possiede il talento che hanno gli irlandesi nel promuovere i torti subiti…sarebbe avventato aspettarsi benevolenza o gratitudine da parte degli irlandesi”.
RM

Bloody Sunday, la verità giudiziaria arriverà il 15 giugno

Il rapporto finale del giudice Saville relativo alla seconda inchiesta sulla Bloody Sunday sarà reso pubblico martedì 15 giugno. Toccherà al nuovo premier britannico David Cameron illustrare alla Camera dei Comuni gli esiti del lavoro del giudice Saville, incaricato da Tony Blair nell’ormai lontano 1998. Per le famiglie dei civili uccisi dai paracadutisti inglesi a Derry durante la manifestazione per i diritti civili del 30 gennaio 1972 si concluderà finalmente un’attesa durata ben dodici anni.
La controversa inchiesta di Lord Saville è stata la più lunga e dispendiosa dell’intera storia giudiziaria britannica (434 giorni di udienze in aula, 2500 dichiarazioni di testimoni per un costo totale di circa 200 milioni di sterline) e fu avviata in seguito ad anni di campagne e battaglie legali dei familiari delle quattordici vittime. Una precedente inchiesta-lampo, condotta da Lord Widgery subito dopo la strage, si era conclusa con un vergognoso insabbiamento che aveva scagionato completamente l’operato dell’esercito.

Bloody Sunday, la giustizia impossibile

Chi si illude di poter credere ancora nella giustizia britannica ha iniziato un conto alla rovescia che terminerà tra pochi giorni. La pubblicazione del sospiratissimo rapporto del giudice Saville sulla Bloody Sunday di Derry è prevista infatti per la prossima settimana, dopo anni di estenuante attesa. Il magistrato che dal 2000 al 2004 ha condotto la seconda inchiesta sull’eccidio perpetrato nel 1972 dai paracadutisti britannici consegnerà i risultati del suo lavoro nelle mani di Shaun Woodward, segretario di Stato per l’Irlanda del nord, per un’analisi preventiva che il governo ha voluto imporre ritardando ulteriormente la pubblicazione del documento. Un passaggio intermedio di pessimo gusto, che Londra poteva francamente risparmiarsi, e che infatti non ha mancato di suscitare critiche veementi da parte dei familiari dei quattordici civili massacrati per le strade del quartiere popolare di Bogside, a Derry. In modo assai comprensibile e legittimo, i familiari temono che il rapporto possa essere in qualche modo emendato o modificato preventivamente dagli avvocati del governo. Secondo Woodward, l’analisi in anteprima da parte dei suoi uffici è necessaria per verificare se il corposo rapporto (si parla di 4500 pagine) non comprometta in qualche modo la sicurezza nazionale o la privacy delle persone coinvolte (i soldati autori della mattanza, per esempio). Un vero eccesso di zelo, specie ripensando alle udienze tenute nel totale anonimato dei testi militari e alla grande scrupolosità del giudice Saville. La sua inchiesta è stata la più lunga e dispendiosa dell’intera storia giudiziaria britannica (434 giorni di udienze in aula, 2500 dichiarazioni di testimoni per un costo totale di circa 200 milioni di sterline), forse anche per fare da contraltare alla vergognosa inchiesta-insabbiamento condotta nel 1972 da Lord Widgery, conclusa in undici settimane producendo un documento di poche pagine che scagionò completamente l’operato dell’esercito. Forse una verità giudiziaria capace di rendere finalmente giustizia alle vittime innocenti di quell’eccidio non ci sarà mai, come in tutte le vicende che coinvolgono gli eserciti e i servizi segreti, perché purtroppo la Ragion di Stato prevale sempre sulla vita e sui diritti delle persone. Di sicuro il governo britannico – nonostante la montagna di soldi spesi – rischia di perdere un’altra grande occasione, non recitando neanche stavolta un mea culpa doveroso sui crimini che ha compiuto in Irlanda negli ultimi decenni.
RM