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Gheddafi, il dittatore rimasto senza laurea

Sembra una barzelletta, ma tra i molteplici attestati di stima e amicizia offerti dal nostro paese al dittatore libico Muhammar Gheddafi stava per esserci anche una laurea honoris causa in giurisprudenza. Stava per assegnargliela l’Università di Sassari meno di due anni fa, senza farsi troppi scrupoli del fatto che il satrapo di Tripoli non fosse mai stato eletto democraticamente e che soprattutto non avesse – coerentemente – mai sottoscritto i trattati internazionali sui diritti umani. Il preside dell’Ateneo, il docente di diritto romano Giovanni Lobrano, ebbe il coraggio di dichiarare congolante alla stampa: “il conferimento della laurea honoris causa al presidente Gheddafi da parte di una facoltà che si pone certamente in un contesto diverso da quelle islamico contribuisce a un processo già in corso di dialogo e di conoscenza reciproca fra sistemi giuridici diversi ma convergenti nel Mediterraneo. Anche se ho proposto io la cosa e ho votato a favore, è mia abitudine scientifica non attribuirmi meriti che non ho. Non posso definirla come una mia iniziativa ma sicuramente la proposta in facoltà l’ho fatta io. Prima ne ho parlato con alcuni colleghi anziani e poi con il Magnifico rettore, Alessandro Maida. In particolare, ci siamo fatti carico di renderci conto se ci poteva essere una disponibilità, un’attenzione politico diplomatica per l’iniziativa. Poi veramente di più non posso dire perché non si tratta di questioni personali di cui posso disporre. Su alcune cose sono veramente impegnato alla riservatezza”.
Contro la proposta – che secondo alcuni era arrivata direttamente dall’ex ministro sardo Giuseppe Pisanu – si mossero i Radicali, presentando un’interrogazione ai Ministri degli Esteri e dell’Università. L’idea di assegnare l’onorificenza venne approvata a maggioranza dal Consiglio di facoltà e poi avallata dal Rettore, ma alla fine si arenò di fronte al clamore suscitato da un crescente coro di proteste. Il vergognoso progetto fu definitivamente affossato con lo spostamento del G8 da La Maddalena a L’Aquila.
RM

Rosarno 1911, quando i “negri” erano gli operai sardi

Itri (LT), 4 luglio 1911 quando i «negri» erano gli operai sardi. La camorra scatenò la furia della gente: 8 morti e 60 feriti.

(da La Nuova Sardegna, 12 gennaio 2010)

Nel suo ripetersi la storia rimescola ruoli e ragioni, paesaggi umani e derive dei sentimenti, paure profonde e torrenti di violenza. E il tempo lava le ferite e sa così far dimenticare il morso doloroso di ricordi nei quali invece si trovano preziose tracce per capire come si declinano la civiltà, il rispetto, la tolleranza e il reciproco riconoscersi. I fatti di Rosarno, con il loro carico di ferocia razzista, sembrano oggi una ferita nuova, una rottura improvvisa e stordente rispetto alla diffusa – e falsa – convinzione che negli “italiani brava gente” sia connaturata la cultura dell’accoglienza e della comprensione “cristiana” della disperazione degli altri. E invece no, non è così. Perché ci si è dimenticati di infinite storie che raccontano invece una storia diversa e crudele. Storie nelle quali, per esempio, noi sardi siamo stati in passato i «negri», come i disperati di Rosarno. Braccati come animali, inseguiti e colpiti a morte da uomini spinti da una furia razzista. Come accadde nel 1911, a Itri, una cittadina tra Gaeta e Formia (all’epoca in provincia di Caserta), patria di Fra Diavolo, il leggendario brigante diventato poi colonnello dell’esercito borbonico. In quegli anni occorrevano braccia e sudore per la costruzione del quinto tronco della ferrovia Roma-Napoli. Le Ferrovie Regie e le aziende che avevano in appalto i lavori reclutarono un migliaio di operai sardi. Quasi tutti minatori del Sulcis-Iglesiente. Il perché di questa scelta non è mai stato spiegato, ma è facile immaginare che i sardi, spinti dalla disperazione, erano propensi ad accettare salari più bassi e orari di lavoro massacranti. All’inizio dell’estate del 1911, 500 sardi lavoravano in un cantiere a pochi chilometri da Itri. Vivevano in condizioni disumane: baracche, tuguri, alcuni perfino all’aperto. Su di loro gravavano pregiudizi radicati. Basti pensare cosa aveva scritto sui sardi, anni prima, il responsabile della cancelleria sabauda Joseph De Maistre: «I sardi sono più selvaggi dei selvaggi perché il selvaggio non conosce la luce, il sardo la odia… Razza refrattaria a tutti i sentimenti, a tutti i gusti e a tutti i talenti che onorano l’umanità». Continua la lettura di Rosarno 1911, quando i “negri” erano gli operai sardi