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Scontri a Derry, uccisa la giornalista Lyra McKee

Avvenire, 20 aprile 2019

L’assurdo sacrificio di Lyra McKee si è consumato nel giorno del Venerdì Santo, a ventuno anni esatti dalla firma di quell’accordo che avrebbe dovuto porre fine per sempre alle violenze in Irlanda del Nord. Una tragica coincidenza che ci ricorda quanto sia fragile la pace, da quelle parti. La 29enne, una nota giornalista originaria di Belfast, è stata raggiunta accidentalmente dai colpi d’arma da fuoco sparati da un uomo a volto coperto, durante l’ennesima notte di scontri a Derry, nel quartiere periferico di Creggan. La PSNI (la polizia dell’Irlanda del Nord) stava effettuando perquisizioni a tappeto alla ricerca di armi ed esplosivi nell’area, che è considerata una roccaforte dei repubblicani dissidenti da sempre contrari agli accordi di pace. La violenza è scoppiata intorno alle undici, quando gli agenti hanno fatto irruzione nelle case scatenando la reazione degli abitanti del quartiere. Decine di “petrol bomb” – le bombe incendiarie costruite artigianalmente – sono state lanciate contro le camionette della polizia, incendiando alcuni veicoli. L’epicentro dei disordini si è concentrato in Fanad Drive, una piccola area residenziale intorno alla chiesa di St. Mary, dove nel frattempo si era riversato un centinaio di persone, tra cui anche alcuni bambini. Intorno alla mezzanotte, secondo quanto riferito dai testimoni presenti sulla scena, un uomo a volto coperto ha iniziato a sparare in direzione degli agenti raggiungendo McKee, che si trovava vicino a uno dei blindati della polizia. Le condizioni della giovane sono apparse subito gravissime. Gli stessi agenti l’hanno trasportata d’urgenza nel vicino ospedale di Altnagelvin, dov’è morta poco più tardi. Prima di essere colpita dai proiettili aveva avuto il tempo di postare sul suo profilo Twitter una foto degli scontri, definendoli “una follia totale”. Gli inquirenti hanno aperto immediatamente un’inchiesta per omicidio. Il vicecapo della polizia, Mark Hamilton, ha riferito che il caso è da considerarsi un “atto terroristico”, e ha subito puntato il dito contro la cosiddetta New IRA. “Le operazioni in corso a Creggan – ha spiegato – erano state decise per cercare armi da fuoco ed esplosivi che potevano essere utilizzati dai dissidenti repubblicani durante il fine settimana di Pasqua”. Un periodo considerato di massima allerta perché in quei giorni i repubblicani commemorano da sempre la rivolta di Dublino del 1916. La condanna delle forze politiche è stata immediata e unanime, sia al Nord che nella Repubblica, al pari dei messaggi di cordoglio per McKee. Sia il primo ministro irlandese, Leo Varadkar, che Arlene Foster, leader del DUP, hanno ribadito che nessuno vuole tornare indietro ai tempi della violenza, mentre Michelle O’Neill del Sinn Féin ha definito l’episodio “un attacco alla comunità e al processo di pace”. Soltanto monsignor Noel Treanor, vescovo di Down e Connor, ha collegato i fatti di Derry all’incertezza dovuta alla Brexit e all’instabilità politica che da due anni blocca le istituzioni nordirlandesi “Fatti simili succedono da tempo ed è molto difficile capire cosa stia veramente accadendo – ha detto Treanor – qui da due anni le istituzione politiche stabilite dall’Accordo del 1998 non esistono, non funzionano. Inoltre per diverse ragioni, si è sviluppata una polarizzazione tra i due principali partiti politici, il Sinn Féin di matrice nazionalista e gli unionisti del Dup, che tendono piuttosto verso il Regno Unito”. In serata è arrivato anche il comunicato di Saoradh, il piccolo partito considerato vicino alla New IRA. “La responsabilità di quanto accaduto è tutta delle forze dell’ordine che continuano a opprimere la popolazione di Derry – si legge nella nota – . Siamo addolorati per la morte accidentale della giornalista, ma chi ha sparato l’ha fatto per difendere la sua gente dalla polizia”. Era dal 2001 che un giornalista non veniva ucciso in Irlanda del Nord, da quando il reporter investigativo Martin O’Hagan rimase vittima di un agguato dei paramilitari lealisti.
RM

Derry, rabbia e paura dopo l’autobomba

Avvenire, 31 gennaio 2019

Erano sette anni che non esplodeva un’autobomba da queste parti. Per la popolazione di Derry è stato un brusco risveglio: ha fatto svanire di colpo la convinzione che la guerra fosse ormai solo un lontano ricordo. “Sembrava un sabato sera come tutti gli altri, finché non abbiamo ricevuto la chiamata della polizia che ci ordinava di evacuare immediatamente l’edificio”. Ciaran O’Neill è il direttore del Bishop’s Gate Hotel, l’elegante albergo che si trova a poche decine di metri dal luogo dell’attentato del 19 gennaio scorso.

Il luogo dell’attentato del 19 gennaio
(foto R.Michelucci)

Erano le otto di sera, e il ristorante dell’hotel era pieno di gente. “Gran parte del mio staff ha meno di trent’anni e non si era mai trovato in una situazione simile. In pochi minuti siamo stati costretti a portare al sicuro quasi duecento persone”. Aperto nell’estate di due anni fa, il Bishop’s Gate è stato votato secondo miglior albergo del Regno Unito dagli utenti di Tripadvisor ed è il simbolo più eloquente della riqualificazione di un’area che negli ultimi anni ha visto fiorire nuovi negozi, bar, ristoranti e un mercato coperto. Adesso O’Neill teme che l’evento possa avere gravi ricadute sull’economia cittadina. All’angolo della strada si trova invece la libreria Little Acorn. La proprietaria, Jenny Doherty, non si è ancora ripresa dallo choc. Il sabato sera di solito chiude alle sei ma quel giorno aveva deciso di restare più a lungo per rimettere a posto il negozio. “Stavo per chiudere la saracinesca quando ho sentito un botto enorme. Mi sono affacciata fuori e ho visto i poliziotti che stavano evacuando l’area in tutta fretta. Uno di loro mi ha gridato di tornare nel negozio e restare chiusa all’interno”. Jenny abita all’interno dell’area che è stata evacuata per motivi di sicurezza, e ha potuto far ritorno a casa solo due giorni dopo, quando l’allerta è terminata. Quasi per miracolo il potente ordigno sistemato nel veicolo in sosta di fronte al tribunale non ha fatto vittime.

(foto R.Michelucci)

Ma chi l’ha piazzato ha scelto con cura sia il luogo che una data precisa per compiere l’attentato. Eamonn McCann, 75 anni, scrittore e storico attivista politico di Derry, è convinto che la bomba non abbia avuto niente a che fare con la Brexit. “I repubblicani dissidenti contrari al processo di pace hanno voluto celebrare in questo modo il centenario dell’inizio della guerra d’indipendenza, nel 1919. L’eredità della storia è ancora pesante da queste parti, e alcuni vorrebbero rivivere il passato”, spiega McCann, che nel 1972 fu uno degli organizzatori della marcia che culminò nella strage della Bloody Sunday.
Bishop street, dov’è esplosa l’autobomba, si trova nel cuore del centro di Derry, all’interno delle mura cittadine, in un luogo dal forte valore simbolico. Il piccolo tratto di strada scende verso il Diamond – la piazza centrale -, costeggia la cattedrale anglicana di San Columba ed è adiacente al Fountain, una piccola enclave protestante chiusa dietro a un recinto di grate metalliche. Uno dei tanti muri che continuano a dividere le città dell’Irlanda del Nord. L’area è controllata da decine di telecamere a circuito della polizia e pare impossibile che gli autori dell’attentato non siano stati ancora scovati. Le cinque persone arrestate finora sono state rilasciate nel giro di poche ore, senza alcuna accusa. Il giorno dopo la bomba, gruppi di uomini armati hanno sequestrato tre veicoli seminando il caos in città. Anche adesso che l’allarme è finito gli agenti continuano a pattugliare il centro giorno e notte con i cani anti-esplosivo.

La polizia sulle mura di Derry (foto R.Michelucci)

La gente è scossa, ma la paura delle prime ore ha ormai lasciato spazio a una profonda rabbia nei confronti di chi vorrebbe riportare l’Irlanda del Nord agli anni bui del passato. Un gruppo che si è presentato con il nome di “IRA” ha inviato una dichiarazione al Derry Journal rivendicando l’attentato al tribunale e minacciando nuovi attacchi. Molti temono che i gruppi paramilitari possano usare la Brexit e l’eventuale ripristino del confine con la Repubblica d’Irlanda come pretesto per compiere nuovi atti di violenza ma nessuno crede che il conflitto possa riesplodere come in passato. Nei giorni scorsi alcune centinaia di persone si sono radunate in centro, al Giardino della pace, per manifestare contro i dissidenti. C’erano i rappresentanti dei principali partiti nordirlandesi, anche quelli un tempo vicini alla lotta armata come Sinn Féin e gli unionisti del DUP. Dalla manifestazione sono emerse critiche nei confronti dei leader politici, per l’impasse che da oltre due anni blocca il parlamento di Stormont. Dal palco ha infine preso la parola Antoinette McMillen del NIPSA, il più grande sindacato d’Irlanda. “I nostalgici della lotta armata – ha gridato – dovrebbero innanzitutto dare ascolto alla gente comune e ai lavoratori, che non vogliono un ritorno al passato e sono decisi a resistere a qualsiasi forma di intimidazione”.
RM