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Ora è ufficiale: l’invasione dell’Iraq fu decisa dal petrolio

“Memorandum segreti rivelano collegamenti tra le compagnie petrolifere e l’invasione dell’Iraq”, titola oggi l’Independent denunciando il ruolo della collusione tra il governo britannico e l’industria petrolifera nell’invasione dell’Iraq nel 2003. Le rivelazioni su una serie di incontri tra il primo ministro e i dirigenti delle compagnie “contrastano con le smentite pubbliche a proposito di una coincidenza di interessi tra l’industria del petrolio e i governi occidentali”, sottolinea il quotidiano londinese. Uno dei memorandum rivela che nel 2002 la baronessa Symons, allora ministro del commercio, informò la multinazionale petrolifera BP “che il governo era convinto che le compagnie energetiche britanniche avrebbero dovuto ottenere una fetta delle enormi riserve di petrolio e gas dell’Iraq come ricompensa per l’impegno militare di Tony Blair a seguito degli Stati Uniti”. Pubblicamente la BP ha continuato a sostenere di non avere “alcun interesse strategico” in Iraq, ma in privato ha fatto sapere al ministero degli esteri che l’Iraq era “più importante di qualsiasi cosa avessero visto da molto tempo”.

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Iraq: il costo dell’ignoranza

Il New York Times denuncia sprechi per oltre 100 miliardi di dollari dell’amministrazione statunitense in Medioriente.  La costosissima ricostruzione dell’Iraq, secondo un rapporto governativo non ancora pubblico, è stata un clamoroso fallimento. Fino alla metà del 2008, infatti, sono stati spesi in Iraq 117 miliardi di dollari ma non è stato avviato nulla di davvero innovativo. Al massimo, commenta polemicamente il giornale americano, «è stato rimesso in piedi ciò che le cannonate del 2003 e i successivi saccheggi avevano distrutto». Le due cause dello spreco dovrebbe essere ricercate, secondo il quotidiano d’oltreoceano, fondamentalmente nella poca conoscenza dei vertici del Pentagono verso la cultura irachena e quindi nei limiti imposti dalla burocrazia. Il Pentagono, denuncia chiaramente il rapporto, ha cercato di nascondere il fallimento gonfiando e modificando le cifre. Ad esempio vengono citate, tra virgolette, alcune parole  dell’ex segretario di stato Colin Powell «nei mesi successivi all’invasione del 2003 i numeri dei militari inviati in loco sono stati “gonfiati” di circa ventimila unità a settimana». L’affermazione, destinata a riscaldare gli animi, è stata confermata dall’ex comandante delle truppe americane in Iraq, Ricardo Sanchez. Ma anche gli appalti per la ricostruzione sul territorio pare non siano stati tanto “limpidi”. Le imposizioni sulle aziende utilizzabili, denuncia un ufficiale americano impegnato sul territorio, «sono state costanti, e se si decideva di non servirsi dei fornitori prestabiliti semplicemente si decideva di non fare il lavoro».
Conclusione pessimista per il rapporto intitolato “Dura lezione: l’esperienza della ricostruzione in Iraq”: «il governo non ha mai davvero sviluppato una nuova legislazione o messo le basi per operazioni diplomatiche, di sviluppo e tantomeno militari». In questo momento -sempre secondo il New York Times- gli Stati Uniti non hanno né la capacità tecnica, né la visione politica, né la struttura organizzativa per portare a compimento il più grande piano di ricostruzione elaborato dai tempi del Piano Marshall.

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Fu’ad al-Takarli (1927-2008)

Ci ha lasciati uno degli esponenti di spicco della generazione di scrittori che a partire dagli anni ’50 ha reso grande la letteratura irachena. Fu’ad al-Takarli se ne andò dal suo paese durante la prima guerra del Golfo, seguendo la rotta di un esilio che lo portò in giro per il mondo arabo.

“Non c’è posto per me a Baghdad. Questa non è più l’Iraq che conoscevo”. Nel 2004 uno dei massimi letterati iracheni contemporanei lasciava per l’ultima volta il suo paese per non farvi ritorno mai più. Ad amareggiarlo non era la distruzione materiale ma il definitivo disgregamento di un tessuto sociale e la constatazione che di fatto l’Iraq non fosse più un paese realmente laico. Aveva appena appreso che nel parlamento che stava per insediarsi proprio nei giorni della sua ultima visita sarebbe stato assegnato solo un seggio ai nazionalisti laici e soltanto tre ai comunisti. Tutto ciò mentre gli scontri religiosi tra sunniti e sciiti stavano devastando il paese. Neanche la lunga dittatura di Saddam Hussein – notò – era mai arrivata a tanto. Si chiudeva così, simbolicamente, una storia che lo aveva visto prima protagonista, poi attento osservatore dei cambiamenti sociali che avevano attraversato l’Iraq nell’ultimo mezzo secolo. Nato a Baghdad nel 1927 e laureato in legge ventidue anni dopo, Al-Takarli era diventato un rispettato membro dell’establishment lavorando al ministero della Giustizia e intraprendendo una lunga e brillante carriera di magistrato. Una volta ebbe modo di raccontare che proprio la professione l’aveva aiutato a capire fino in fondo il suo paese, a conoscere le istanze delle realtà sociali più disagiate, a comprendere le frustrazioni del suo popolo per un desiderio di libertà mai appagato. Aveva iniziato a scrivere racconti di nascosto, all’età di 15 anni, pubblicando i primi all’inizio degli anni ’50, ma il grande pubblico cominciò ad apprezzarlo ben più tardi con “Il ritorno lontano”, una lunga epopea familiare che descriveva i tumultuosi eventi sfociati nel colpo di stato del partito Ba’th nel 1963. All’epoca fu uno dei pochi romanzi che osò criticare il regime: per questo ne fu vietata la pubblicazione in Iraq, anche se la forma acuta e indiretta delle sue critiche riuscì a salvare l’autore dalla prigione. Mentre all’estero si moltiplicavano gli apprezzamenti e i riconoscimenti anche per le sue opere successive, in patria dovette subire boicottaggi, intimidazioni e minacce. Finché alla fine degli anni ’80 non decise di lasciare definitivamente il suo paese per trasferirsi prima in Tunisia, poi in Siria e in Giordania. È morto ad Amman all’età di 81 anni. Se la cultura irachena non è uscita distrutta da decenni di guerre e dittatura il merito è anche suo.
Riccardo Michelucci

Questo articolo è stato pubblicato anche su “Diario” n. 6, anno XIII

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Ancora su Halabja. La Memoria non è un privilegio

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(di Alessandro Michelucci)

Il 12 agosto 1944 tre reparti armati di SS raggiunsero Sant’Anna di Stazzema, paese situato sulle colline che sovrastano Lucca. Molti uomini, credendo che si trattasse della solita retata, lasciarono le case per rifugiarsi nella valle: in paese restarono soprattutto vecchi, donne e bambini. Ma la realtà era ben diversa: gli abitanti dovevano essere puniti perchè “colpevoli” di non aver rispettato il bando tedesco che imponeva l’evacuazione del paesino. I soldati si accanirono sulla popolazione in modo spietato. Alcuni aprirono il ventre di una donna incinta e lanciarono il bambino per aria, sparandogli alla testa. Non esistono parole per commentare orrori simili. Da allora, ogni anno viene ricordato questo eccidio nel quale persero la vita 560 civili innocenti. Eppure civili innocenti erano anche quelli che persero la vita il 16 marzo 1988, quando l’esercito di Saddam Hussein attaccò la città di Halabja utilizzando il gas nervino: morirono oltre 5000 civili, in prevalenza kurdi. Altre migliaia rimasero ferite o mutilate. L’attacco viene generalmente considerato il più tragico massacro con gas nervini che sia stato compiuto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. La tragedia fu completamente ignorata dalla cosiddetta “comunità internazionale”. Venne riscoperta solo nel 2003, quando fece comodo addurla come scusa per legittimare l’invasione dell’Irak. Oggi si parla e si scrive molto di memoria storica. Ma viene da chiedersi se questa sia un diritto di tutti o un privilegio di pochi. Certo, i Kurdi non hanno, e forse non avranno mai, canali politici e diplomatici per far valere le proprie ragioni. Allora spetta agli altri, cioè a noi, decidere se contano soltanto le tragedie che colpiscono chi ha i mezzi per far punire i responsabili. Sopraffatte dall’egoismo, queste vittime dimenticano che la loro tragedia non potrà mai legittimare l’oblio delle altre. La memoria non può essere un privilegio.

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Il massacro di Halabja e il doppio gioco Usa

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La mattina del 15 marzo 1988 venti aerei dell’aviazione di Saddam Hussein sorvolarono il cielo sopra la cittadina curda irachena di Halabja. Il più massiccio e letale attacco con armi chimiche su civili che la storia ricordi durò quattro interminabili giorni, causando la morte di almeno 5000 civili, in gran parte donne e bambini. Oggi, mentre ricorre il ventesimo anniversario, l’attuale governo iracheno ha affermato di voler intentare azioni legali contro i fornitori – occidentali – dell’agente chimico usato nell’attacco e ha approvato un finanziamento di 6 milioni di dollari per la ricostruzione della città.

Ma aggiungendo ulteriore barbarie a quanto accadde esattamente 20 anni fa, alcuni giorni fa il Consiglio presidenziale iracheno ha anche approvato l’esecuzione di Ali Hassan al-Majid, detto “Ali il chimico”, uno dei più stretti collaboratori di Saddam. Al Majid è considerato il responsabile dell’attacco chimico sulla città curda per questo è stato condannato a morte insieme ad altri ex gerarchi del regime. Sulla vicenda di Halabja e sul doppio gioco degli Usa in proposito è assai lluminante quanto scrive il media indipendente americano “Democracy now”.

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