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Pristavkin, una penna per i diritti umani

Avvenire, 10.11.2018

Nessuno scrittore è stato capace di rappresentare la storia recente della Russia con il crudo realismo di Anatolij Pristavkin, la cui vicenda personale è stata anche un barometro dei mutamenti politici in atto nel suo paese negli ultimi cinquant’anni. Romanziere prolifico e di successo ma anche instancabile attivista per i diritti umani, se n’è andato nel 2008, dopo aver ottenuto risultati straordinari nella lotta per l’abolizione della pena di morte. Negli anni del Secondo conflitto mondiale, come tanti orfani di quella che era allora l’Unione Sovietica fu costretto a trascorrere un’infanzia e una giovinezza fatte di lavoro, stenti e paura. Da bambino finì persino in carcere perché la fame l’aveva spinto a rubare un cesto di verdure.

Anatolij Pristavkin

Nato nel 1931 in una famiglia poverissima dei bassifondi di Mosca, rimase senza genitori a undici anni e fu mandato a lavorare in una fabbrica di conservazione di cibi in scatola. Più tardi, nel suo romanzo di maggior successo, avrebbe cercato di restituire una dimensione letteraria a quell’esperienza: “l’unica cosa che potevamo definire ‘nostra’ – scrisse – eravamo noi stessi e le nostre gambe, sempre pronte a correre via nel caso succedesse qualcosa. E anche le nostre anime, sebbene tutti ci ripetessero che non le avevamo”. Quel romanzo è Inseparabili. Due gemelli nel Caucaso, che l’editore Guerini ha appena fatto uscire nella sua nuova collana “Narrare la memoria” con la traduzione e la curatela di Patrizia Deotto, colmando un vuoto significativo del panorama editoriale italiano. Un’opera già tradotta in trenta lingue, che Pristavkin terminò nel 1981 ma poté vedere pubblicata soltanto alcuni anni più tardi, nel pieno della Perestrojka, e che racconta con toni autobiografici la vita dei cosiddetti besprizornye, le centinaia di migliaia di bambini e ragazzi senza casa e senza famiglia, abbandonati “come foglie secche, che andavano dove li portava il vento” dopo gli anni della guerra civile, delle carestie, delle epidemie e della collettivizzazione forzata. La storia, sulle orme di Puškin e Tolstoj, è piena di riferimenti ai classici russi e prende forma durante l’ultimo anno del secondo conflitto mondiale, quando una colonia di orfani viene evacuata da Mosca e trasferita nel Caucaso, “una terra dove regna un silenzio profondo, interrotto di tanto in tanto dall’eco di spari ed esplosioni”. I protagonisti sono due gemelli di undici anni, Saska and Kol’ka, davvero inseparabili come recita il titolo e soprattutto costantemente alla ricerca di un modo per contrastare i morsi della fame. Insieme a tanti altri bambini e ragazzi i due fratelli vengono mandati in Cecenia, in un villaggio dove la popolazione è stata appena deportata verso la Siberia con l’accusa – falsa – di collaborazionismo con il nemico nazista. È una pagina crudele e poco conosciuta della storia sovietica, segnata dalla xenofobia e dalle tensioni inter-etniche, nella quale spicca il contrasto tra il mondo scintillante promesso dalla propaganda staliniana e le reali condizioni di vita dei piccoli protagonisti. Orrori che sono spesso stemperati dal senso di leggerezza, talvolta persino dagli spunti di ironia, di una narrazione che non può che sfociare in un finale tragico.
Quasi tutti i ventisei romanzi che hanno solcato l’intensa attività di Anatolij Pristavkin portano i segni della povertà e della disperazione che lo scrittore originario dei dintorni di Mosca visse sulla propria pelle in gioventù, prima manovale poi operaio della centrale elettrica di Bratsk, in Siberia. Il completamento degli studi e i primi successi letterari non gli fecero mai dimenticare quel mondo e la necessità di impegnarsi a fondo per i diritti umani e la giustizia sociale. Nella seconda metà degli anni ‘50, quando Kruscev iniziò a denunciare i crimini di Stalin, Pristavkin aveva già pubblicato i suoi primi scritti e cominciò ad assumere anche un ruolo pubblico, schierandosi apertamente contro il culto della personalità. Un impegno che di lì a poco lo vedrà diventare il capofila di una nuova élite letteraria che non teme di chiedere l’abolizione della pena di morte in uno dei paesi col più elevato numero di condanne eseguite. Nei giorni della caduta del regime sovietico è alla testa del Comitato di Aprile, un gruppo di cinquecento intellettuali desiderosi di promuovere la democrazia e decisi a sfidare il monolitismo del sindacato degli scrittori. Nel novembre 1989 è a Berlino per partecipare alle grandi manifestazioni che precedono la caduta del Muro, in seguito prende posizione a favore dell’indipendenza delle Repubbliche Baltiche. Ma la vera svolta si compie nel 1991, quando Boris Yeltsin lo chiama a presiedere la Commissione per la Grazia. Per la prima volta giuristi e intellettuali sono incaricati di esaminare le richieste di clemenza dei condannati a morte. Pristavkin decide che da allora in poi la Commissione svolgerà le sue sedute nella stanza dove un tempo i funzionari del Cremlino emettevano le condanne a morte. Sui muri dell’ufficio fa attaccare i disegni della figlia tredicenne e ogni settimana riunisce i quindici membri intorno a un tavolo e a una bottiglia di vodka per esaminare una decina di casi di condanne a morte. Vuole educare un’opinione pubblica che è ancora largamente favorevole alla pena capitale e chiede sempre, anche di fronte ai delitti più efferati, almeno la commutazione della condanna nel carcere a vita. Definisce il suo lavoro “una goccia in un oceano di crudeltà” ma a partire dal 1993 riesce a far diminuire in modo esponenziale il numero di esecuzioni, fino a ridurle ad appena una decina l’anno. In precedenza non erano state mai meno di duecento, con punte massime annuali fino a cinquecento. Durante il suo mandato alla guida della Commissione salva così dal patibolo migliaia di condannati a morte. Il sogno abolizionista si interrompe però bruscamente con l’arrivo di Putin: la Commissione viene prima ostacolata – sostenendo che un suo presunto effetto controproducente sui criminali -, poi delegittimata e infine sostituita nel 2001 con decine di piccole commissioni regionali dagli scarsi poteri. Curiosamente sarà lo stesso Putin a ricordare la “dignità morale” e i “grandi ideali” di Anatolij Pristavkin, nel giorno della sua morte.
RM

Testimoni della rivoluzione del 1917

Avvenire, 18.1.2017

Quei nomi in codice – Davis, Cole, Lane – corrispondevano rispettivamente a Lenin, Trotsky e Kerensky e ricorrevano spesso nei dispacci ricevuti dai servizi segreti britannici nel 1917. Somerville, la spia che li inviava sotto falso nome da San Pietroburgo, era in realtà il grande scrittore e commediografo inglese William Somerset Maugham, mandato in Russia dall’intelligence di Sua Maestà per cercare di ostacolare il colpo di stato dei bolscevichi. Ormai giunto al culmine della sua fama, Maugham fingeva di lavorare come inviato di un noto quotidiano, ma era invece impegnato a fornire sostegno al governo provvisorio di Kerensky, che guidò il paese nei pochi mesi che separarono l’abdicazione dello zar dall’ascesa al potere di Lenin. Il suo sguardo appare uno dei più informati di fronte alla portata storica di quanto stava accadendo in quei giorni, e che di lì a poco avrebbe cambiato per sempre la Russia e il mondo intero. Al contrario dello zar Nicola II il quale, secondo quanto raccontò l’ambasciatore statunitense David Francis, “sembrava non rendersi conto di essere seduto sul bordo di un vulcano”.
Il 24 febbraio 1917, mentre nelle strade di San Pietroburgo riecheggiano i colpi di fucile, la principale preoccupazione dei ricchi frequentatori dei teatri cittadini è quella di trovare i biglietti per la prima dell’Ispettore generale di Gogol. Il giorno dopo, mentre i manifestanti invadono la città, un diplomatico francese esclude categoricamente che la rivoluzione stia per dilagare perché – spiega – “gli insorti non hanno alcol, né un leader, né obiettivi precisi”. Arthur Ransome, giornalista inglese del Daily News, è invece uno dei pochi a comprendere fin da subito la gravità della situazione, e in una lettera alla sua famiglia scrive che la vita in città si fa ogni giorno più difficile, e pane, latte, burro e zucchero sono ormai quasi introvabili. Nel suo nuovo, affascinante libro Caught in the Revolution. Petrograd, Russia, 1917 (Hutchinson), la storica britannica Helen Rappaport ricostruisce l’atmosfera dei giorni della rivoluzione russa di febbraio attraverso gli sguardi increduli della variegata comunità straniera presente a San Pietroburgo. Diplomatici, giornalisti, impresari, commercianti e operatori di enti benefici che prima del conflitto mondiale erano stati attirati dalla straordinaria crescita economica del paese e trascorrevano le loro giornate nei club, nelle ambasciate o nelle sale del lussuoso hotel Astoria, quasi senza accorgersi di essere diventati un’isola in una polveriera di malcontento pronta a esplodere da un momento all’altro. Mentre il popolo era alla fame, i saccheggi e le sparatorie si susseguivano giorno dopo giorno e il governo stava per proclamare lo stato d’assedio, loro continuavano a fumare sigari pregiati e a pasteggiare a champagne tenendo diari o scrivendo lettere che inviavano regolarmente in patria. È anche su questo materiale – finora in gran parte inedito – che Rappaport ha incentrato la ricerca confluita in questo volume, uscito opportunamente proprio in occasione del centenario della rivoluzione. Già autrice di opere importanti sulla dinastia Romanov e sull’era Vittoriana, la storica inglese non offre un resoconto organico su quei giorni cruciali ma una prospettiva affascinante e del tutto inedita, attingendo a piene mani dagli archivi russi, statunitensi, francesi e britannici. Continua la lettura di Testimoni della rivoluzione del 1917

Ucraina, al confine tra due cristianesimi

Intervista allo storico di Harvard Serhii Plokhy

Avvenire, 9.3.2016

Il destino dell’Ucraina ricorda in un certo senso quello dell’Irlanda: due nazioni di confine con un’antica e raffinata cultura, con un passato profondamente radicato nella storia del continente europeo, entrambe da sempre condizionate – per motivi geografici – dalla presenza di un potente e ingombrante vicino, che nei secoli ha oscurato il loro splendore. Quanti, oggi, metterebbero Kiev sullo stesso piano di Varsavia, di Vienna o di Berlino, considerandola a pieno titolo una grande capitale europa? La storia epica e l’identità ucraina sono state represse e svilite prima dal dominio polacco, poi da quello asburgico, ma soprattutto dall’impero zarista e dall’Unione Sovietica. Non è andata meglio neanche nel quarto di secolo che è trascorso dal crollo dell’URSS, considerando che ancora oggi Vladimir Putin non esita a definire l’Ucraina “una nazione artificiale”. 20140126_ucraina_kievCirca mille anni fa, il principe Jaroslav I dette vita a una nuova capitale sulle rive del fiume Dnepr, ispirandosi alla grandezza di Costantinopoli. Poco tempo prima suo padre Vladimiro il Grande, gran principe di Kiev, aveva unito tutte le tribù e i territori della regione in un’entità denominata Rus’ di Kiev, facendo del cristianesimo ortodosso la religione ufficiale. È il momento cruciale che segna le remote origini della disputa russo-ucraina, tanto che sia a Mosca che a Kiev quello è considerato l’atto fondativo dei rispettivi stati. Nel corso dei secoli i due paesi si sono influenzati reciprocamente ma è innegabile che sia stata l’identità ucraina ad averne subito i maggiori contraccolpi, e sia stata costretta a ridefinirsi, a rimodellarsi continuamente proprio a causa della vicinanza con il potente vicino. È quanto sostiene Serhii Plokhy, docente di storia ucraina all’università di Harvard, nel suo recente volume The Gates of Europe: a History of Ukraine. Con l’ambizioso obiettivo di salvare il suo paese da quello che definisce “il rischio dell’oblio”, Plokhy ha ripercorso in circa quattrocento pagine oltre un millennio di storia ucraina, dalle lontane cronache di Erodoto nel V secolo a.C. fino agli odierni scontri di piazza Maidan e alla guerra in Donbas. Cercando di dimostrare quanto sia falsa la vulgata che descrive l’Ucraina come un’emanazione della Russia e quanto sia invece molto più verosimile il contrario. “È un aspetto che viene spesso sottovalutato – spiega l’accademico di Harvard – ma molti simboli della cultura russa hanno un’origine ucraina. Penso ad esempio all’ideologo di Pietro I, l’arcivescovo Feofan Prokopovic, al principale fautore della politica estera di Caterina II, Aleksandr Bezborodko, ma soprattutto al capostipite della prosa russa moderna, Nikolai Gogol. E persino al leader sovietico Leonid Brezhnev”. Le radici della tradizione politica, della religione – il Cristianesimo d’Oriente – e della lingua letteraria degli ucraini risalgono all’epoca del Rus’ di Kiev. I legami storici sono raffigurati con il tridente, il simbolo dei principi di Kiev, ancora oggi usato come stemma dallo stato ucraino”. E la straordinaria cattedrale di Santa Sofia, fatta costruire a Kiev da Jaroslav I per riprendere lo splendore delle chiese bizantine, che divenne uno dei templi più grandi e importanti dell’intera cristianità, è d’altra parte un simbolo potente dell’arrivo della Cristianità alle porte d’Europa, che lì resistette almeno un paio di secoli, fino a quando Kiev non fu distrutta dalle orde dei Mongoli. Secondo Plokhy l’Ucraina contemporanea è il prodotto dell’interazione di due frontiere in movimento: “la prima risale ai tempi della divisione dell’impero romano tra Roma e Costantinopoli, e segnava il confine tra Cristianesimo orientale e occidentale. Mentre gli ucraini avevano ricevuto in eredità la tradizione ortodossa dal Rus’ di Kiev – a sua volta derivato da Bisanzio -, i popoli vicini come i polacchi e gli ungheresi erano cattolici. Nel XVI secolo fu istituita una Chiesa uniata ibrida per colmare le distanze tra le due tradizioni religiose e che combinò i rituali ortodossi col dogma cattolico. Esiste ancora oggi, col nome di chiesa cattolica ucraina, ed è di gran lunga la più grande chiesa cristiana orientale presente oggi nella giurisdizione di Roma. I contatti tra i cattolici e gli uniati contribuirono poi a trasformare l’ortodossia ucraina, che nel XVII secolo ha accolto al proprio interno molti elementi della riforma cattolica. La seconda frontiera era invece quella che delimitava la linea tra le steppe eurasiatiche e l’Europa orientale, dividendo popolazioni sedentarie e nomadi, dalla quale emersero poi i cosacchi, che alla metà del ‘600 costituirono il loro stato, detto Etmanato. Proprio il movimento di queste frontiere nel corso dei secoli ha dato origine a quell’insieme unico di caratteristiche culturali che rappresentano le fondamenta dell’identità ucraina odierna, fondata su una tradizione di coesistenza pacifica tra etnie e popoli molto diversi tra loro”. Al centro della narrazione di Plokhy c’è il carattere multietnico dello stato ucraino, le cui influenze polacche risalenti al Medioevo sono riscontrabili ancora oggi nella sua attuale complessità linguistica. Ma è il rapporto con la vicina Russia ad aver condizionato l’evoluzione dello stato ucraino e il suo libro fa capire molto bene perché la tragica memoria del passato sia troppo recente per consentire una facile riconciliazione tra i due paesi. I numeri sono d’altra parte impietosi: quasi quattro milioni di ucraini (oltre il dieci percento della popolazione) morirono di fame nella tremenda carestia causata dalle politiche di Stalin tra il 1932 e il 1933, almeno altri due milioni di persone morirono dopo la Seconda guerra mondiale a causa di fame, deportazione, o di stenti nei gulag staliniani. Per arrivare infine ai giorni nostri, con la “rivoluzione arancione” di Kiev e i manifestanti di piazza Maidan impegnati a far cadere il regime di Yanukovich, considerato un fantoccio del Cremlino. La crisi ucraina – sostiene con decisione Plokhy – è d’importanza centrale per il futuro dell’Europa, perché una volta raggiunta la necessaria stabilità politica, l’Ucraina, frontiera tra Cristianesimo e Islam, potrebbe rafforzare in modo decisivo l’Unione europea a Oriente. “È attraverso l’Ucraina che Attila marciò contro l’Impero romano mentre oggi, proprio da qui transita verso l’Europa centromeridionale il gas russo e asiatico. La storia dei cosacchi dell’Ucraina, in particolare la rivolta di Ivan Mazeppa contro Pietro I nel 1708 ispirò le opere di grandi scrittori europei come Voltaire, Byron, Hugo e Brecht. Se si pensa che l’Europa non sia un’entità limitata al solo Occidente, non possono non essere presi in considerazione quei territori che hanno avuto un ruolo chiave nella civilizzazione europea, e l’Ucraina è senza dubbio uno di questi”.
RM

“Ora la mia Russia spera nella libertà”

La nostra intervista ad Andrej Mironov, difensore dei diritti umani, uscita oggi su Avvenire

annaFu tutta colpa di un libro. Per aver distribuito clandestinamente “I racconti della Kolyma” di Varlam Salamov – una cronaca agghiacciante dei gulag nell’omonima regione – il giornalista e attivista Andrey Mironov fu arrestato dalla polizia segreta russa, il Kgb, e condannato a quattro anni di detenzione e tre di esilio per propaganda sovversiva antisovietica. Era il 1985 e al potere a Mosca c’era ancora Gorbaciov. Mironov fu spedito in un gulag in Mordovia, e rinchiuso in cella di punizione, costretto a mangiare cibi pieni di vermi e a bere acqua sporca. Venne liberato dopo un anno e mezzo, grazie all’intercessione di Reagan e alla perestrojka che stava facendo il suo corso. Da allora ha iniziato a lavorare come ricercatore specializzato in diritti umani in diverse zone di conflitto: Nagorno Karabakh, Tagikistan, Afghanistan e soprattutto in Cecenia, dove ha provato a organizzare incontri tra rappresentanti ceceni e deputati russi per trovare una soluzione pacifica al conflitto. Un’iniziativa destinata a rivelarsi fallimentare perché Mosca aveva già deciso di schiacciare l’insurrezione con la forza. Nel 2003 venne aggredito in circostanze misteriose riportando gravi ferite alla testa. “Alla mia cara amica e collega Anna Politkovskaja è andata molto peggio”, chiosa con amarezza, adesso che è tornato in Italia insieme ad Amnesty International e ad altre Ong per denunciare ancora una volta le gravi violazioni dei diritti umani nel suo paese. Durante la sua visita a Firenze, Mironov ci spiega in un ottimo italiano che purtroppo la Russia continua a dover essere identificata con Vladimir Putin e con la polizia politica che sta dietro di lui, con un enorme potere. “Dai tempi dell’Unione Sovietica non è cambiato molto sul piano dei diritti umani e della libertà d’opinione. È come se dopo Hitler in Germania fosse rimasta a comandare la Gestapo. Non è un caso che, oltre a Politkovskaja, negli ultimi anni abbiano fatto sparire altri quattro giornalisti della Novaja Gazeta, che è l’unico quotidiano che si permette di criticare la politica di Putin”.
Da alcuni anni Mironov collabora assiduamente con l’associazione Memorial, la più importante organizzazione russa per i diritti umani, che assiste i familiari delle vittime dei campi di concentramento sovietici. Ma il suo rischioso lavoro di denuncia si concentra soprattutto sul presente: “in Russia continua a esserci un pesante controllo dell’informazione, a tutti i livelli, basti pensare che i media russi hanno taciuto persino sulla notizia dell’ora di ritardo con cui Putin si è presentato in Vaticano, al recente incontro con papa Francesco”. Quanto alla Cecenia, altro grande tasto dolente del quale la stampa internazionale ormai non parla più, Mironov ci tiene a sottolineare quanto sia falsa l’immagine di pacificazione che Mosca è riuscita a far passare. “C’è sempre un regno di terrore in Cecenia – spiega – perché non si può stabilizzare un paese con la repressione e l’assenza di giustizia e diritto. Viceversa ci sono ancora uccisioni extragiudiziali, e le vittime non sono i terroristi ma gli operatori dei diritti umani”. Il dramma ceceno accende l’indignazione di questo anziano giornalista-attivista e il ricordo sempre vivo della sua amica Anna Politkovskaja torna a velargli gli occhi di tristezza. “Anna era una persona straordinaria, che aiutava le persone, che non sapeva dire di no a chi le chiedeva aiuto. La nostra collaborazione era costante e basata su ideali comuni. Mi manca tanto. Sia le indagini che stava portando avanti prima di morire che gli attentati subiti in precedenza fanno pensare a una precisa volontà di eliminarla da parte del regime”. Negli ultimi trent’anni della sua vita quest’uomo ha conosciuto una lunga scia di orrori che parte dagli ultimi gulag del regime sovietico agli orrori interni ed esterni della Russia del Terzo Millennio. Ha subito minacce e attentati. Ha visto amici, compagni e colleghi imprigionati, uccisi, spariti nel nulla. Eppure negli ultimi anni è riuscito a intravedere qualcosa che ha riacceso in  lui la speranza in un futuro migliore. “Vedo che sta crescendo una nuova generazione di ventenni e trentenni, che è finalmente orfana del paternalismo che caratterizzava il regime sovietico, e quindi non ha niente da perdere. Una generazione di giovani più liberi perché non si aspettano nulla dal potere, che cercano le notizie su internet invece che ascoltare le tv controllate dallo stato. Che si è indignata per l’evidente falsificazione degli ultimi risultati elettorali, e che per questo è scesa in piazza a protestare. Forse la società civile sta diventando più forte rispetto al passato, e non è più disposta a tollerare un regime autoritario fondato sulla paura”.
RM

Svetlana Aleksievic, la memoria morale dell’homo sovieticus

Da “Avvenire” di oggi

Migliaia di voci che rappresentano il ritratto di un’epoca, di una società tentacolare, di una cultura stratificata e complessa come quella dell’ex Unione Sovietica. Una straordinaria ricostruzione dei sentimenti, dei vissuti, delle riflessioni e dei sogni traditi di un intero popolo. Un progetto grandioso che non ha precedenti nella storia della letteratura e che è già valso a Svetlana Aleksievič la candidatura al premio Nobel: ricostruire il corso della storia sovietica e post-sovietica documentando la vicenda dell’homo sovieticus in forma letteraria. Un obiettivo che la scrittrice bielorussa – da molti considerata la memoria morale dell’ex Unione Sovietica – intende realizzare attraverso un ciclo di sette libri, quattro dei quali già usciti e tradotti in decine di lingue in tutto il mondo. Nata nel 1948 da padre bielorusso e madre ucraina, nella sua lunga carriera Aleksievič è passata dal giornalismo investigativo ai reportage, dai racconti brevi ai romanzi, fino a sviluppare un genere letterario originale, definito “romanzo di voci” perché basato sulla raccolta di centinaia di testimonianze. фото Кабаковой М.Come vivevano quelle persone? In cosa credevano? Come sono morte e perché hanno, invece, ucciso? E fino a che punto hanno cercato la felicità, senza riuscire a raggiungerla? “Il mio metodo d’indagine”, spiega Aleksievič, “non consiste nel porre domande sul socialismo ma sull’amore, la gelosia, l’infanzia, la vecchiaia. Sulle migliaia di dettagli di una vita che è andata perduta. È l’unico modo per inserire la catastrofe in un quadro familiare, perché la storia s’interessa ai fatti ma non alle emozioni. Io guardo il mondo con gli occhi di un letterato, non con quelli di uno storico”. Col suo lavoro è riuscita infatti a tracciare l’anatomia dell’anima di centinaia di esseri umani che negli anni si sono confessati di fronte al suo registratore in dialoghi svolti spesso nelle cucine, un luogo paradigmatico della cultura popolare russa. Un flusso ininterrotto di piccole storie che, raccolte insieme magistralmente, riescono a narrare la grande Storia. I suoi libri raccontano gli orrori del comunismo, i gulag di Stalin, le guerre, l’ecatombe di Chernobyl, ma anche l’enorme solitudine di un popolo che vent’anni dopo la caduta del regime ancora non è riuscito a dare una traiettoria alla propria vita e al proprio futuro.
E se l’Accademia di Stoccolma non l’ha ancora incoronata, l’associazione dei librai e degli editori tedeschi ha deciso quest’anno di conferirle il premio speciale per la pace che viene consegnato annualmente alla Fiera di Francoforte, “per essere riuscita a delineare in modo coerente ed efficace le esperienze di vita dei russi, degli ucraini e dei suoi compatrioti bielorussi raccontando le loro passioni e le loro sofferenze in modo umile e generoso”. Aleksievič ha infatti una capacità straordinaria di osservare la vita attraverso le sfumature e per scrivere un libro impiega anni di lavoro, intervistando dalle trecento alle cinquecento persone. “Non mi interessa un fatto in quanto tale – spiega – ma il modo in cui questo influisce sugli esseri umani, la loro reazione, il loro comportamento”. Continua la lettura di Svetlana Aleksievic, la memoria morale dell’homo sovieticus