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Quel silenzio francese sul Ruanda

(di Niccolò Rinaldi)*

I risultati della Commissione d’inchiesta ruandese dicono cose gravissime, terribili. Raccontano forse la peggiore onta di cui si sia macchiato un paese della civile Europa dal dopoguerra a oggi. Delineano una notte oscura dove ogni etica è morta. La forma più depravata di politica estera, di ingerenza, di giocare con la vita dei civili africani. Oltre questo abisso della politica, se ne sta aprendo un altro. Per molto meno, a Srebrenica, un governo olandese, seppure col tempo, si dimise. Per colpe ben meno gravi il Belgio ha chiesto formalmente scusa al Ruanda. Le denunce del Ruanda sul ruolo della Francia nel genocidio meriterebbero quantomeno di aprire un dibattito agitato in Francia e nel resto dell’Europa, dovrebbero provocare articoli e inchieste, trasmissioni televisive e ricerca delle responsabilità individuali, dovrebbero agitare le coscienze dei cittadini e quelle dei politici. Dovrebbero installare il sacro dubbio sulle nostre fragili certezze, scalfire la nostra sicurezza di civiltà. Kouchner, che della moral politik faceva una bandiera, ha balbettato poche cose. La stampa preferisce mescolare il tutto alla diatriba con l’indagine di Bruguière, come se questo riducesse di un palmo la pesantezza di quegli interrogativi: noi (francesi, europei) chi eravamo nel 1994? Noi dove eravamo nel 1994? Forse eravamo dove si trovava, nell’aprile di quell’anno, il Primo Ministro Balladur, che poneva una corona di fiori ad Auschwitz e pronunciava giuste parole sulle responsabilità del collaborazionismo di stato del suo paese nella caccia all’ebreo, mentre, in quegli stessi momenti, il suo paese armava i genocidari in Ruanda, quel paese per il quale, secondo Mitterand, “un genocidio non è una questione troppo importante”.
Intanto, oltre alla colpevole indifferenza con la quale media, politica e opinione pubblica guarda a queste cose, ci sfugge anche qualcos’altro che la Commissione d’inchiesta ruandese indica. Per la prima volta – è, sì, la prima volta – una paese che fu a lungo colonizzato mette a nudo le responsabilità di una potenza europea, una di quelle che in Africa è abituata da tempo a fare il bello e il cattivo tempo. La Francia ha perso la guerra in Ruanda, sconfitta militarmente dall’FPR. Adesso perdiamo tutti anche un’altra guerra, quella di capire che la storia sta cambiando, che pian piano c’è un’Africa che sta alzando la testa, che comincia a giudicare, perfino a rompere relazioni diplomatiche se si sente profondamente ferita, che sfida l’Europa mostrandoci più deboli di quello che siamo, meno padroni di un mondo che ci illudiamo poter dominare per sempre.

* Segretario generale aggiunto al Parlamento europeo, scrittore e saggista. Il suo ultimo libro è “L’invenzione dell’Africa”

La Francia colpevole del genocidio ruandese?

L’accusa è di quelle infamanti, non solo per un governo, ma per tutta una nazione. La Francia avrebbe preso parte attiva nel genocidio del 1994 in Ruanda, quando circa 800mila persone furono barbaramente uccise. L’accusa è contenuta nel rapporto di una Commissione indipendente, presentato al governo del Ruanda lo scorso novembre, ma reso pubblico solo ora. Il ministro della Giustizia ruandese Karugarama Tharcisse ne ha presentato le conclusioni: “il rapporto – ha detto – mostra il ruolo giocato dalla Francia durante il genocidio ed evidenzia anche il ruolo giocato dalla Francia dopo il genocidio nel proteggere le forze che hanno perpetrato il genocidio, rendendo difficile la loro consegna alla giustizia”.  Il rapporto, frutto di un’attività investigativa durata due anni, mette sotto accusa 33 persone tra alti funzionari militari e politici, tra i quali spiccano l’allora primo ministro Dominique de Villepen e il presidente Francois Mitterrand. La Bbc riferisce che la diplomazia francese si è riservata di rispondere nel merito delle accuse solo dopo aver letto e valutato il rapporto. Il ministro degli esteri di Parigi, Bernard Kouchner, ha avuto in quest’anno già occasione di negare ogni responsabilità pur ammettendo gli errori politici fatti nella gestione della crisi.

Tre mesi nella storia del Ruanda

Tra il 6 aprile e il 19 luglio del 1994 un milione di cittadini ruandesi venivano trucidati dagli estremisti appartenenti alla maggioranza Hutu. Sotto gli occhi indifferenti della comunità internazionale che ignorò le invocazioni d’aiuto del Generale Dallaire, comandante della missione di pace dell’Onu, fu compiuto in media un omicidio ogni dieci secondi.

Proprio nei giorni in cui si celebra la Giornata internazionale della Memoria per le vittime del Genocidio del Ruanda, e nonostante la giustizia internazionale stia cercando di fare il proprio corso (come dimostra anche la condanna del prete rifugiato in Italia Don Atanasio Seromba), l’attuale presidente ruandese Paul Kagame ha attaccato i giudici spagnoli che hanno emesso un mandato d’arresto per 40 ufficiali dell’esercito ruandese accusati di aver preso parte al genocidio di 14 anni fa.

Un’iniziativa commemorativa si è svolta oggi a Roma, organizzata dalla Onlus Bene-Rwanda, fondata e diretta da cittadini ruandesi residenti in Italia.

La banalità del male

C’è un genocida tra noi. O meglio, c’è stato. Ha vissuto accanto a noi, a un passo dalle nostre case, ha fatto lezioni di catechismo ai nostri figli, ha recitato messa e confessato tanti fiorentini. Ma qualche anno prima di riempirsi la bocca con parole come “perdono”, “pace” e “solidarietà”, si era reso responsabile della morte di almeno 1500 ruandesi di etnia tutsi. Stiamo parlando di “Don Atanasio”, al secolo Athanase Seromba, il simpatico e brillante prete di colore che nella seconda metà degli anni ’90 ha fatto parte attivamente della parrocchia fiorentina di S. Martino a Montughi, nei pressi di via Vittorio Emanuele. seromba.jpg

Ieri la Corte d’Appello del tribunale internazionale per il crimini del Ruanda l’ha condannato all’ergastolo per aver commesso atti di genocidio e sterminio durante la mattanza che sconvolse il piccolo Paese africano nel 1994. Una valanga di prove e testimonianze hanno accertato che don Atanasio aveva attirato all’interno della sua parrochia a Nyange, nella prefettura di Kibuye, almeno 1500 persone. Aveva assicurato a tutti che lì, al cospetto di Gesù e della Madonna, protettrice del Ruanda, sarebbero stati in salvo. Le bande armate hutu non avrebbero osato entrare nella cattedrale. Invece mentre i rifugiati pregavano, ha chiuso a chiave le porte della chiesa, e ha ordinato all’autista di un bulldozer di abbattere l’edificio mentre gli assassini sparavano e lanciavano granate dalle finestre. Fu un massacro soprattutto di donne, vecchi e bambini. Dicono che durante il lungo processo il candido don Atanasio non abbia mostrato alcun segno di pentimento e non abbia riconosciuto le sue responsabilità. La corte ha constatato che senza la sua autorità morale quel massacro non sarebbe stato commesso.
A coprire la sua fuga in Italia era stato il Vaticano: con l’aiuto delle gerarchie vaticane si era rifugiato a Firenze, aveva cambiato nome, (padre Anastasio Sumbabura) e aveva continuato a officiare messa come se nulla fosse accaduto. Era stato poi riconosciuto e denunciato, ma l’allora procuratrice del Tribunale dell’Onu, Carla del Ponte, aveva avuto difficoltà a ottenere l’estradizione perché il Vaticano aveva esercitato pressioni sul governo italiano per evitare che prendesse una decisione in proposito. I parrocchiani fiorentini, convinti a priori della sua innocenza, avevano addirittura costituito un comitato in sua difesa. Chissà cosa penseranno adesso che la sentenza del tribunale internazionale ha finalmente chiuso l’incredibile storia di questo genocida della porta accanto.