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Del Ponte: “giustizia per le vittime in Siria”

Left, 28.12.2018

Da almeno vent’anni Carla Del Ponte è il terrore dei governanti e dei capi di stato chiamati a rispondere davanti ai tribunali internazionali per crimini contro l’umanità. La donna che ha portato alla sbarra Milosevic e Karadzic, nonché i principali responsabili del genocidio del Ruanda. Ma dopo aver trascorso gran parte della sua lunga carriera dando la caccia ai criminali di guerra, persino lei ha dovuto alzare bandiera bianca di fronte ai massacri compiuti in Siria. Un anno fa la magistrata ticinese ha lasciato polemicamente la Commissione d’inchiesta Onu sui crimini siriani. Si è ritirata dalla scena lanciando un duro atto d’accusa nei confronti della comunità internazionale. “È una vergogna”, ci dice quando la raggiungiamo al telefono nella sua natia Svizzera. “Avevamo trovato prove a sufficienza per condannare Assad e i suoi gerarchi, ma anche i ribelli che si erano resi colpevoli di gravi crimini. Per cinque anni ho provato a convincere il Consiglio di Sicurezza a istituire un tribunale per la Siria sulla falsariga di quelli per l’ex Jugoslavia e il Ruanda. Purtroppo è sempre mancata la volontà politica per farlo”. L’accusa di Del Ponte – circostanziata nel suo nuovo libro Gli impuniti (Sperling&Kupfer) – è rivolta in particolare nei confronti di Mosca per aver sempre esercitato il diritto di veto, bloccando le risoluzioni presentate al Consiglio di Sicurezza che chiedevano la creazione di un tribunale ad hoc sul modello di quello da lei presieduto sull’ex Jugoslavia. Eppure all’inizio sembrava che ottenere giustizia per le vittime fosse un obiettivo ragionevolmente possibile. Nel 2011 il Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu aveva istituito una commissione d’inchiesta sulla Siria e aveva chiamato la stessa Del Ponte a farne parte per accertare le violazioni, stabilire l’entità dei crimini e arrestare i responsabili. Un incarico che doveva durare pochi mesi e invece si è protratto per sei anni. Fino al 2017, quando Del Ponte ha deciso di andarsene sbattendo la porta.
Quando si è accorta che mancava la volontà politica di fare giustizia in Siria?
Molto presto. Ma non è nel mio carattere arrendermi facilmente e allora ho deciso di restare per cercare di cambiare le cose dall’interno. In tanti anni di attività non ho mai visto una ferocia simile in un conflitto. Bambini torturati e uccisi, raid aerei che colpivano gli ospedali, bombe lanciate sulle persone in fila per il pane. Un orrore indicibile e documentato. I crimini erano così tanti e così gravi che continuavo a sperare che i nostri rapporti avrebbero infine smosso la politica. Per quasi sei anni mi sono impegnata in questo senso, non è stato possibile e allora non potevo far altro che andarmene. Spero che altri riescano laddove io non sono riuscita.
È ormai trascorso più di un anno dalle sue dimissioni dalla Commissione per la Siria. Da allora ha visto qualche cambiamento?
No. Sotto il profilo della giustizia non è cambiato niente. Continua a non esserci la volontà politica di istituire un tribunale che si occupi di quei crimini. La commissione esiste ancora ma non ha più alcuna efficacia. Rappresenta soltanto un alibi per la comunità internazionale, che attraverso di essa vuole far credere che sta facendo qualcosa. Ma in realtà non sta facendo niente. Gli sviluppi, in prospettiva, potrebbero esserci almeno dal punto di vista politico. È possibile che si arrivi finalmente alla pace, poiché il presidente Assad sta riconquistando tutto il territorio del paese. Ma mi domando fino a quando durerà. E purtroppo sono certa che le vittime non otterrano alcuna giustizia. Una pace che non affronta il problema della giustizia sarà sempre una pace fragile. Molto fragile.
Alcuni mesi fa però la Germania ha spiccato un mandato di cattura internazionale nei confronti di Jamil Hassan, una figura-chiave della repressione del regime, accusandolo di crimini contro l’umanità. Può essere il segnale che qualcosa sta finalmente cambiando?
È stato senz’altro un fatto positivo. Almeno qualcuno cerca di fare qualcosa di concreto, ma purtroppo sappiamo già che Hassan non sarà mai né arrestato, né processato per l’iniziativa di un singolo stato straniero.
Eppure i colpevoli hanno nomi e cognomi. La Commissione di cui lei ha fatto parte ha consegnato all’Alto Commissariato dell’ONU una lista che indica almeno un centinaio di criminali di guerra.
Gli impuniti di cui parlo nel libro sono tantissimi, quella lista non pretende certo di essere esaustiva. Il maggior responsabile dei crimini è il presidente della Siria, Assad. Ma abbiamo riscontrato gravi e ripeture violazioni del diritto internazionale da entrambe le parti. Sia le forze governative che i ribelli hanno per esempio fatto uso di armi chimiche. I casi accertati sono almeno ventisette. Abbiamo fornito le prove ma non basta: ci vuole un ufficio del Procuratore che possa terminare le inchieste, che formuli le accuse e soprattutto alla fine emetta i mandati d’arresto internazionali.
Perché nonostante tutto conclude il suo libro affermando che Assad verrà condannato all’ergastolo?
Volevo chiuderlo con una speranza. Non posso assolutamente accettare di aver lavorato oltre otto anni, e con successo, nei tribunali internazionali e dovermi adesso convincere che è stato tutto invano. Che adesso si torna indietro. Allora resto dell’idea che un giorno o l’altro qualcuno dovrà rispondere dei gravissimi crimini commessi in Siria. Sono i passi avanti compiuti dal diritto internazionale a 70 anni dall’approvazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani a fornirmi questa speranza.
Il suo libro contiene un’accusa anche nei confronti dell’UE per come ha gestito la questione dei profughi.
Sì, ritengo vergognoso il fatto che l’UE non sia mai riuscita a trovare un accordo tra gli stati membri. Che ogni stato abbia deciso cosa fare per conto suo. È vergognoso anche perché i profughi non resteranno per sempre dispersi in Europa ma al momento opportuno torneranno a casa loro. Tutti i siriani con i quali ho parlato non aspettano altro che il momento di fare ritorno nel loro paese.
Anche dopo il caso siriano la sua fiducia nei confronti dei meccanismi di giustizia internazionale resta immutata?
Assolutamente sì. Riconosco che il momento sia delicato, poiché dopo i buoni risultati ottenuti con i tribunali per l’ex Jugoslavia e per il Ruanda adesso dobbiamo purtroppo registrare un passo indietro. Non solo in Siria, ma anche in Myanmar e in Yemen. Ma lo sapevamo fin dall’inizio: la giustizia internazionale funziona soltanto se sono gli stati a volerlo.
RM

Shoah-Ruanda: orrori a confronto

Ci sono tanti, troppi punti in comune tra il genocidio del Ruanda – di cui ricorre adesso il ventennale – e l’Olocausto, che fino a non molto tempo fa veniva considerato un evento unico e quindi incomparabile nella storia recente dell’umanità. Evidenziare le analogie e le somiglianze tra questi due orrori non è un esercizio accademico né una sterile comparazione tra contabilità delle vittime e atti di brutalità. È piuttosto un’esigenza dettata dalla memoria e dal bisogno di comprendere le responsabilità e le cause di due eventi che risultano assai meno distanti del mezzo secolo di storia che li separa. In un saggio breve ma intenso, Shoah, Ruanda. Due lezioni parallele (Giuntina), Niccolò Rinaldi declina in modo efficace l’inevitabile parallelismo tra i due maggiori orrori del XX secolo, senza scordare le inevitabili differenze. Shoah RuandaLa prima e più eloquente di queste sta nella modalità: le vittime dell’Olocausto morirono nelle camere a gas, nei forni crematori e nei campi di concentramento; in Ruanda fu invece distrutto circa un milione di vite umane a colpi di machete, oppure bruciando gruppi di persone chiusi in chiese o scuole, o ancora seppellendo i vivi e i morti insieme. Differente è stata anche la presa di coscienza post-genocidio, poiché nel caso del Ruanda non c’è ancora stata una condanna unanime, al contrario di quanto è accaduto invece per l’Olocausto. Rinaldi – esperto di “memorie” e già autore di altri libri importanti su Afghanistan e Africa – delinea invece il parallelismo Shoah-Ruanda attraverso un caleidoscopio di parole attorno alle quali fa ruotare una narrazione che non scade mai nella retorica. Parole che hanno in alcuni casi un significato opposto (crudeltà e pietà, oblio e memoria, revisionismo e riconoscimento, rassegnazione e resistenza) e che rappresentano i punti di partenza di un percorso di approfondimento che risulta assai utile per fugare una volta per tutte l’equivoco più pericoloso: considerare ciò che è accaduto in Ruanda vent’anni fa uno “scontro tribale”, come a lungo l’Occidente  ha volu­to credere. Fu invece anch’esso, al pari della Shoah, uno sterminio pianificato basato su divisioni antiche e causate da politiche che, finita l’epoca colonialista, non hanno mai smesso nei fatti d’essere colo­nialiste, sostituendo il dominio territoriale con il con­trollo e lo sfruttamento economico. Dagli anni ’50 in poi il Ruanda è stato violentato per decenni da studiosi e da antropologi che hanno raccontato la storia del paese in termini di guerra tra razze, e a lungo le tradizioni del piccolo paese africano sono state demonizzate e occultate dagli hutu che le attribuivano solo alla cultura tutsi. È quindi confortante che in questi ultimi anni sia apparsa una nuova generazione di storici capace di fornire un’altra lettura della storia antica ruandese, non basata su pregiudizi razzisti ma su un passato comune. La tragedia del Ruanda conferma purtroppo che affermare “mai più” non basta per evitare gli orrori del passato. “C’è poco da stare tranquilli – conclude Rinaldi – ma se conosciamo siamo tutti più forti”.
RM

Bastano poche pagine per raccontare l’orrore più grande

Si chiama “Piccola anatomia di un genocidio – Auschwitz e oltre” l’ultimo libro di Niccolò Rinaldi, scrittore dalla penna e dalla sensibilità non comuni, che ci ha già regalato pagine importanti sull’Islam, sull’Afghanistan e sull’Africa. È un racconto emotivo che si legge in un soffio, ma che lascia qualcosa dentro e riesce, in meno di un centinaio di pagine, a scavare dentro l’anima dell’Olocausto attraverso un lungo viaggio a tappe che arriva fino ai giorni nostri. Una lettura che personalmente consigliamo a tutti, giovani e vecchi, esperti e disinformati, perché lascia il segno nella già vasta letteratura sull’argomento. L’autore, insieme a Renzo Bandinelli e a Daniel Vogelmann, lo presenterà domenica 25 gennaio alle 10,45 presso la Sala Servi della Comunità Ebraica di Firenze (via Farini 4) in occasione delle celebrazioni organizzate per il Giorno della Memoria 2009.

La rinascita del Ruanda

(Articolo uscito su “Avvenire” di oggi)

Chi la conosce bene l’ha definita un “Primo Levi africano”: uno dei testimoni principali del più grave crimine contro l’umanità commesso dopo la seconda guerra mondiale. Yolande Mukagasana è scampata per miracolo al genocidio del 1994 in Ruanda, nel quale ha perso tre figli e il resto della sua famiglia, sopravvivendo alla mattanza che in appena cento giorni ha spazzato via circa un milione di vite. Da allora, l’impegno per mantenere viva la memoria e dare un futuro alle giovani generazioni del suo paese è diventato la sua ragione di vita, l’unica cosa che le consente di andare avanti. Rifugiata a Bruxelles, da anni gira il mondo per raccontare il suo calvario e parlare di riconciliazione nei luoghi di conflitto. Dell’attuale tragedia in Congo dice: “è l’ideologia del genocidio che ha oltrepassato le frontiere del Ruanda. Il valore della vita umana non esiste più di fronte agli interessi delle grandi potenze. Non è normale che i paesi africani più ricchi siano al tempo stesso quelli che hanno la popolazione più povera e quelli dove si concentra il maggior numero di conflitti”.
Nei giorni scorsi è stata in Italia, dove in un incontro pubblico a Sesto Fiorentino ha illustrato il suo sogno: creare in Ruanda una scuola per centinaia di bambini, che insegni i valori della condivisione e della solidarietà, consentendo loro di riappropriarsi della cultura ruandese. “Sarà una scuola che ospiterà i miei ventuno figli, tutti orfani del genocidio, e molti altri ragazzi che troveranno un tetto sotto il quale mangiare, dormire e diventare adulti. Per un futuro migliore è necessario occuparsi dell’educazione dei bambini, visto che è stato proprio il precedente sistema educativo a formare i carnefici”. Un progetto che costerà circa due milioni di euro e sul quale si stanno già impegnando enti locali italiani e organismi internazionali. Da tempo, per raccontare il genocidio “fantasma” del Ruanda, Yolande ha cominciato anche un’intensa attività di scrittrice. Dopo “La morte non mi ha voluta” e “Ruanda 1994”, è da poco uscito “Le ferite del silenzio”, un bel volume fotografico in bianco e nero che cerca di spiegare la follia collettiva scoppiata nella primavera di 14 anni fa. Il libro ritrae i volti e riporta le testimonianze delle vittime ma anche dei carnefici, gli estremisti Hutu, intervistati dall’autrice nelle affollate carceri di Kigali. “La ricostruzione – spiega – è possibile soltanto attraverso la verità e la giustizia, ma non grazie all’operato del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, che ad oggi ha prodotto solo trenta condanne e cinque assoluzioni, e soprattutto non riconosce le vittime, che non possono costituirsi parte civile e devono limitarsi al ruolo di testimoni. Né prevede per loro alcun genere di riparazione. Basti pensare che le donne violentate non hanno accesso ai farmaci anti-Aids, mentre i violentatori ricevono assistenza medica nel carcere del tribunale”. Ben più importanti, a suo avviso, sono gli undicimila tribunali tradizionali “Gacaca” creati alcuni anni fa e basati sul concetto di giustizia “riconciliatrice”. “Bisogna partire dal presupposto che sia le vittime che i carnefici sono stati disumanizzati, che tutto il paese è stato privato della sua umanità. Gli assassini non sono nati assassini: lo sono diventati in seguito, a causa di una certa educazione. Dunque il modo migliore per fare giustizia è quello di riconoscere il male che è stato compiuto e punirlo, facendo sì che la gente possa riprendere a vivere insieme”. È anche grazie all’efficacia di questo tipo di giustizia che il Ruanda uscito dal genocidio appare adesso un paese moderno, uno dei pochi in Africa ad aver abolito la pena di morte, ad attrarre da anni importanti investimenti esteri e a proporsi anche come laboratorio di democrazia, grazie a un parlamento composto da una maggioranza di donne. Nei mesi scorsi il governo ruandese, con un coraggio assolutamente inedito per un paese africano, ha accusato ufficialmente alti funzionari militari e politici francesi dell’epoca di aver svolto un ruolo attivo nel genocidio, proteggendo gli assassini e ostacolando la giustizia. “Parigi ha più colpe del governo ruandese – conclude Mukagasana – e i militari francesi sono direttamente colpevoli del genocidio del 1994. La Francia ha il dovere di riconoscere le proprie responsabilità”.
RM

Ruanda, la testimone del genocidio al teatro della Limonaia di Sesto F.no

yolandeLa scrittrice Yolande Mukagasana, tra i principali testimoni del genocidio in Ruanda, sarà nei prossimi giorni in Italia per prendere parte a un’iniziativa che si terrà sabato 29 novembre al teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino (FI). Tragicamente colpita nei propri affetti e scampata quasi per miracolo alla mattanza che nell’aprile 1994 causò la morte di circa un milione di persone, la donna racconterà la propria storia e quella dei sopravvissuti nell’iniziativa intitolata “Silence for Rwanda. Memoria di un genocidio”. La serata (inizio ore 21) sarà aperta da una performance di e con Niccolò Rinaldi, segretario generale aggiunto al Parlamento Europeo, tratta dal libro “L’invenzione dell’Africa. Un viaggio, un dizionario” e accompagnata dai video e dalle musiche di Claudio Boncompagni. Seguirà l’incontro con Yolande Mukagasana, autrice di “La morte non mi ha voluta”, “Ruanda 1994” e del recente “Le ferite del silenzio”, una donna che continua a lottare per la memoria e la riconciliazione nel suo paese e nei luoghi di conflitto. L’iniziativa inaugurerà il programma di iniziative organizzate dal Comune di Sesto Fiorentino in occasione del 60° anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani.

“Silence for Rwanda. Memoria di un genocidio”
Sabato 29 novembre ore 21
Teatro della Limonaia
via Gramsci 426, Sesto Fiorentino (FI)
Ingresso libero

Come raggiungere il teatro