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Che fa l’Europa per la Siria?

di Riccardo Noury, Amnesty International

Il 26 settembre, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il primo ministro britannico David Cameron ha detto parole chiare: “Il sangue dei bambini siriani è una macchia terribile sulla reputazione di questo organismo”. Qualche mese prima, a giugno, il Consiglio europeo aveva espresso “dura condanna per la brutale violenza e i massacri di civili” e aveva sollecitato il regime siriano “a cessare immediatamente gli attacchi contro la popolazione civile”. Alla luce di queste parole, e del successivo Nobel per la pace, conferito al’Unione europea come si dà un premio alla carriera a un regista perdonandogli gli ultimi brutti film, ci si aspetterebbe qualche gesto concreto. Invece, nonostante le frasi di condanna, parole ipocrite mischiate a dita puntate, la comunità internazionale e in particolare l’Unione europea non stanno trovando alcuna soluzione per chiedere alle parti in conflitto di porre fine alle massicce violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario in Siria.
I morti, negli ultimi 19 mesi, sono stati almeno 24.000. Oltre un milione sono i profughi interni e più di 280.000 persone  si sono registrate come rifugiati in Turchia, Giordania, Iraq e Libano. Altre decine di migliaia sono in attesa di esserlo. Secondo le Nazioni Unite, alla fine dell’anno i rifugiati siriani nei paesi limitrofi saranno 700.000. È evidente che queste cifre non sono gestibili e che alla crisi dei diritti umani in Siria seguirà una crisi umanitaria oltre i suoi confini. L’Europa, che ha ricevuto, ad oggi, solo 16.500 richieste d’asilo politico, che intende fare? Se la preoccupazione per i civili in Siria fosse genuina, altrettanta dovrebbe essercene per coloro che sono costretti a lasciare il paese. Assistere e proteggere chi cerca di scappare dal bagno di sangue è il minimo che la comunità internazionale dovrebbe fare.
Per questo motivo, Amnesty International ha chiesto all’Unione europea di fare alcune cose concrete. Ad esempio, garantire accesso alle procedure d’asilo a tutti i siriani che chiedono asilo nel suo territorio; assicurare che nessun rifugiato siriano sia rinviato a Damasco, cosa che invece rischia di accadere nel Regno Unito; abolire procedure che oggi costituiscono enormi ostacoli, come la richiesta di un visto ai consolati o le voluminose documentazioni necessarie per i ricongiungimenti familiari. Un altro modo concreto per mostrare responsabilità e solidarietà dovrebbe essere il reinsediamento dei rifugiati iracheni, somali, afgani, sudanesi e yemeniti che sono rimasti intrappolati nel conflitto interno siriano e che sono particolarmente a rischio.
Il piano d’azione delle Nazioni Unite per la Siria ha sollecitato contributi ai programmi in favore dei rifugiati siriani. L’Onu ha chiesto 488 milioni di dollari. A oggi, di questa somma è arrivato solo il 29 per cento. Il soccorso umanitario ai rifugiati in fuga dal conflitto siriano, con l’arrivo della stagione fredda, diventa estremamente urgente. Saprà l’Unione europea onorare il recente Nobel per la pace?

La nascita di Israele e la pulizia etnica della Palestina

palestine2Nel 1948 nacque lo Stato d’Israele ma ebbe luogo anche la Nakba (‘catastrofe’), ovvero la cacciata di circa 250.000 palestinesi dalle loro terre. La vulgata israeliana ha sempre narrato che in quell’anno, allo scadere del mandato britannico in Palestina, le Nazioni Unite avevano proposto di dividere la regione in due stati: il movimento sionista era d’accordo, ma il mondo arabo si oppose; per questo, entrò in guerra con Israele e convinse i palestinesi ad abbandonare i territori pur di facilitare l’ingresso delle truppe arabe. La tragedia dei rifugiati palestinesi, di conseguenza, non sarebbe direttamente imputabile a Israele. E’ quanto sostiene il libro “La pulizia etnica della Palestina” dello storico israeliano Ilan Pappe. Nato ad Haifa nel 1954 da genitori sfuggiti alla Shoah, Pappe ha studiato a lungo la documentazione esistente su questo punto cruciale della storia del suo paese, giungendo a una visione chiara di quanto era accaduto nel ’48 drammaticamente in contrasto con la versione tramandata dalla storiografia ufficiale: già negli anni Trenta, la leadership del futuro Stato d’Israele (in particolare sotto la direzione del padre del sionismo, David Ben Gurion) aveva ideato e programmato in modo sistematico un piano di pulizia etnica della Palestina. Ciò comporta, secondo l’autore, enormi implicazioni di natura morale e politica, perché definire pulizia etnica quello che Israele fece nel ’48 significa accusare lo Stato d’Israele di un crimine. E nel linguaggio giuridico internazionale, la pulizia etnica è un crimine contro l’umanità. Per questo, secondo Pappe, il processo di pace si potrà avviare solo dopo che gli israeliani e l’opinione pubblica mondiale avranno ammesso questo “peccato originale”.