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Dall’Etiopia a Salò, le galere del fascismo

Avvenire, 18 luglio 2020

“Fui sbattuto in cella nel campo di prigionia di Danane insieme ai criminali comuni. C’era una sola latrina per quasi duecento prigionieri, da mangiare ci davano cibo avariato e pieno di vermi. Se ci lamentavamo, le guardie dicevano che stavano eseguendo ordini ricevuti dall’alto”. Nel 1937 il giudice della Corte Suprema di Addis Abeba, Michael Bekele Hapte, fu arrestato insieme a molti suoi connazionali dopo il fallito attentato al viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani. Tra gli etiopi incarcerati nella rappresaglia c’erano persino bambini come Imru Zelleke, che aveva appena dodici anni quando fu assegnato alle pulizie dell’infermeria del carcere. “Molti detenuti si ammalarono di malaria, di tifo, di scorbuto e di dissenteria”, ricorda Zelleke, che in seguito sarebbe diventato ambasciatore del suo paese. “Oltre seimila persone furono detenute a Danane e meno della metà di esse riuscì a sopravvivere in quelle condizioni”. Le memorie e le testimonianze dirette della vergognosa campagna fascista in Etiopia sono uno dei tasselli che compongono l’approfondito database del centro di documentazione on-line “I campi fascisti. Dalle guerre in Africa alla Repubblica di Salò” consultabile su internet all’indirizzo www.campifascisti.it. Un progetto storico realizzato dopo anni di lavoro dagli studiosi Andrea Giuseppini e Roman Herzog, dedicato alle pratiche di internamento e prigionia di cittadini stranieri, oppositori politici, ebrei, omosessuali e rom messe in atto dallo Stato italiano nel periodo tra la presa del potere di Mussolini nel 1922 e la fine della Seconda Guerra Mondiale. Analizzando e incrociando una mole imponente di materiale proveniente dagli archivi del Ministero della Difesa e rimasto coperto per decenni dal segreto di Stato, Giuseppini e Herzog hanno redatto una mappa aggiornata dei luoghi di internamento nazifascisti in Italia. Migliaia di documenti e ordini di servizio desecretati, testimonianze e foto inedite che hanno consentito di ricostruire nel dettaglio gli orrori del Ventennio fascista sfatando – una volta di più – quel mito degli “Italiani brava gente” che ha dominato a lungo la narrazione istituzionale del colonialismo italiano. Le violenze messe in atto dalle camicie nere per eliminare gli avversari politici del regime emergono in tutta la loro fredda eloquenza, ad esempio, nelle immagini dei bambini gravemente denutriti rinchiusi nel campo di concentramento dell’isola di Arbe, in Croazia. Ma anche nella diffusione capillare sul territorio italiano dei luoghi di internamento, dei campi di concentramento, degli delle zone di confino e delle piccole case di detenzione allestite dal regime fascista. Fino ad oggi si credeva che non fossero complessivamente più di trecento, invece la mappatura aggiornata – e tuttora in corso – del progetto campifascisti.it ha già consentito di catalogarne oltre millecento: 141 in Lombardia, 109 nel Lazio, 98 in Emilia Romagna, 95 in Veneto. E ancora, 83 in Piemonte, 75 in Toscana e 62 in Abruzzo, solo per citare le regioni italiane del centro-nord. Il database consente di effettuare ricerche geografiche, nominative e per tipologie di internati. Per ogni campo o luogo di detenzione è fornita, oltre a una scheda descrittiva, una serie di documenti, testimonianze e fotografie. Ci sono poi elenchi e schede degli internati, atti relativi ai congiunti, trasferimenti e cessioni di prigionieri, conferimenti di incarichi, istanze e corrispondenze dei prigionieri. Consultandolo è possibile scoprire, ad esempio, che a pochi passi da casa nostra il regime di Mussolini ha perseguitato e imprigionato cittadini inermi, oppositori politici, ebrei e omosessuali poi spediti nei lager nazisti, da cui spesso non hanno mai fatto ritorno. Avviato alcuni anni fa grazie a un finanziamento dell’Unione Europea, della Fondazione Museo della Shoah e di Audiodoc, il progetto si è concentrato in un primo momento sull’Archivio della Repubblica di Slovenia, sull’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’esercito e sull’International Tracing Service di Bad Arolsen. Soltanto in un secondo momento è stato allargato inserendo documenti in gran parte inediti provenienti dall’Archivio Centrale dello Stato di Roma, e aprendo alla collaborazione di studiosi, istituti di ricerca e università. Con l’obiettivo di raccogliere testimonianze orali di ex internati e realizzare una mappatura dei luoghi di detenzione istituiti durante la dittatura fascista: dai primi campi realizzati in Libia nel 1930 su ordine del generale Graziani fino a quelli creati dalla Repubblica di Salò dopo l’8 settembre 1943. “L’idea – spiega uno dei curatori, Andrea Filippini – era quella di cercare di colmare quelle lacune e quindi di raccogliere in un unico strumento on-line quante più informazioni e dati possibili su tutti i campi, ‘vecchi’ e ‘nuovi’, attingendo a tre fonti principali: la letteratura storiografica disponibile, le fonti archivistiche e le testimonianze. Offrendo agli utenti una visione d’insieme anche in senso temporale, ricucendo su un’unica linea del tempo i diversi periodi analizzati dagli studi settoriali”. Grazie al materiale raccolto è stato possibile scoprire, ad esempio, che nel corso della Seconda guerra mondiale furono reclusi nelle carceri italiane anche molti civili stranieri condannati dai Tribunali militari di guerra. Furono in totale circa due-tremila, provenienti perlopiù da paesi occupati come la Jugoslavia e la Grecia. Ogni pagina, ogni testimonianza e ogni foto presente nel database di campifascisti.it contribuisce a ricostruire la tragica eredità di quegli anni e a farci fare i conti con una memoria collettiva che è stata in larga parte rimossa fino ai giorni nostri.
RM

Il 25 aprile e la memoria da ritrovare

Il mausoleo realizzato con soldi pubblici alla memoria del maresciallo-macellaio Rodolfo Graziani (massacratore di partigiani e di resistenti libici ed etiopi) non è che l’ennesima dimostrazione di come il fascismo, fra superficialità, opportunismi e complicità, continui a inquinare la nostra fragile democrazia. Fortunatamente il neopresidente della Regione Lazio Zingaretti ha almeno bloccato i fondi per il monumento al gerarca. Di seguito l’illuiminante riflessione di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera.

25 aprile

I campi di concentramento dove donne e bambini libici vennero rinchiusi dietro il filo spinato, dopo una marcia nel deserto in cui ne morirono migliaia. I massacri indiscriminati in Etiopia compresa la strage dei 1.400 diaconi cristiani di Debra Libanos. Finché si trattò di accanirsi sui civili o di bombardare con il gas, non ebbe scrupoli. Poi, quando si trovò di fronte gli inglesi, pretese di dirigere un esercito valoroso ma male armato e peggio equipaggiato (che pure definiva «il miglior esercito coloniale del mondo») dalle retrovie, per infine perdere la testa in preda al panico.
Ritrovò coraggio al fianco dei nazisti invasori, comandando le truppe della Repubblica di Salò, ordinando la fucilazione non solo dei partigiani ma anche dei renitenti alla leva. Non stiamo parlando di un ragazzo di 18 anni o meno, che aveva scelto la parte sbagliata in buonafede o per costrizione (non è inutile ricordare che «andare a Salò» era nell’Italia occupata un obbligo sanzionato con la morte).
Stiamo parlando di Rodolfo Graziani, condannato nel 1950 a 19 anni di carcere in buona parte condonati, e «riabilitato» da Andreotti nel celebre incontro di Arcinazzo (anche se non ci fu alcun abbraccio, come vorrebbe la vulgata). Un criminale di guerra. Cui il Comune di Affile ha incredibilmente eretto un mausoleo, come fosse un eroe. Ancora più incredibilmente finanziato dalla Regione con 127 mila euro. Una vergogna, denunciata dalla stampa internazionale nell’indifferenza dell’opinione pubblica italiana.
Nicola Zingaretti nel suo blog aveva criticato quella decisione. Ora che è divenuto presidente del Lazio ha bloccato i fondi. Una decisione inevitabile, persino ovvia. Ma era proprio indispensabile attendere l’elezione di un presidente di sinistra? Dal canto suo, l’Anpi annuncia che alle commemorazioni per il 25 aprile non vuole nessuna istituzione pur di non avere Alemanno. Perché? Se un sindaco che viene dalla destra dura degli anni Settanta riconosce i valori della guerra di Liberazione, non sarebbe meglio rallegrarsene anziché impedirgli di farlo? Il punto è che la Resistenza non è una «cosa di sinistra». È un patrimonio che dovrebbe appartenere a tutta la nazione. Ebbe le sue pagine nere, e non è «di destra» denunciarle. Ebbe i suoi eroismi, e non è «di sinistra» ricordarli. In entrambi i casi, è doveroso. Così come sarebbe doveroso smantellare quel mausoleo.
Non è in discussione il giudizio storico sul fascismo. Roma è forse fin troppo indulgente al riguardo: i manifesti e le scritte che inneggiano al Duce, gli ammiccamenti di molti gruppi giovanili, le frequenti profanazioni ai simboli della Resistenza e della persecuzione degli ebrei. Gli italiani si sono autoassolti per il fascismo. Preferiscono ricordare le cose buone – ci mancherebbe pure che in vent’anni non ne fosse stata fatta nessuna – e rimuovere le violenze squadriste, l’assassinio degli oppositori, la privazione della libertà, i tribunali speciali, le leggi razziali, lo sciagurato intervento a fianco di Hitler che portò alla disfatta del nostro esercito e alla catastrofe del Paese. Il monumento a Graziani non offende solo le sue vittime; offende noi, come italiani (e come contribuenti tartassati). Non è una profanazione della memoria; è un’ipoteca sul futuro.

Ira e pietà dei partigiani

Talvolta mi ritorna l’immagine della città vuota. Stato d’emergenza assoluto. Ponti tutti distrutti. Ho un ricordo di questo silenzio più del rumore dei combattimenti. Il mio nome di battaglia era “Angela”. È stata un’esperienza, quella partigiana, dura e tragica, che ha richiesto immensi sacrifici e tanto coraggio. Eravamo consapevoli che, una volta catturati, prima di ricevere la morte saremmo passati attraverso la tortura e le sofferenze più atroci. I compagni ci chiedevano se si volesse il veleno da portare appresso. Ma io non l’ho mai preso: non lo volevo il veleno sul corpo. Però ho una soglia del dolore piuttosto bassa. Mi chiedo ancora come avrei fatto. Tuttavia penso che rifarei la stessa scelta che feci allora. (Liliana Mattei)

Nel 1952, a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, Einaudi pubblicò le “Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana”, un testo fondamentale che raccoglie 132 testimonianze di caduti. In questi giorni l’editore torinese, nella collana Stile libero, a cura di Stefano Faure, Andrea Liparoto e Giacomo Papi, con la collaborazione dell’Anpi, manda in libreria un volume con un centinaio di testimonianze di partigiani, dal titolo “Io sono l’ultimo” (pagine 332, euro 18), a ricordare che questa è una delle ultime occasioni per raccogliere la voce dei protagonisti della guerra di liberazione, o guerra civile, se si vuol sottolineare la contrapposizione con gli italiani che scelsero di stare dalla parte sbagliata, con la Repubblica di Salò e i nazisti. Queste pagine sono il racconto corale di una generazione che scoprì i valori della libertà e accettò il rischio della lotta. Un testo importante per capire che cosa fu la Resistenza e l’ideologia che l’animò. Dopo vent’anni di discussioni attorno agli errori dei partigiani, alla strage di Porzûs come agli eccidi successivi del Triangolo Rosso, è confortante ascoltare la voce della maggioranza che combattè per la libertà e non per vendette di parte. Anche per scoprire due diversi atteggiamenti. C’è chi, come Liliana Benvenuti Mattei, detta «Angela», classe 1923, gappista di Fiesole, antepone a tutto la pietà: «Ricordo due ragazzi entrati nella Repubblica di Salò. Voi non avete idea del dispiacere. Erano morti, questi due ragazzi». E chi, come Bruno Brizzi, detto «Cammello», continua a definire «bestie» i nemici, sulla scorta di Elio Vittorini, che nel romanzo “Uomini e no” aveva definito i repubblichini «figli di stronza». Le pagine più belle non sono tuttavia quelle intrise di ideologia, ma i racconti di chi riesce a fermare una scena, un’esperienza traumatica: le torture subite da Elvira Vremc, «Katja» di Trieste, o il tentativo di Walter Vallicelli, «Tabac» di Ravenna, di salvare un soldato tedesco colpito dall’aviazione alleata, dopo che lui stesso aveva sparato contro un camion nazista. (Dino Messina, dal blog “La Nostra Storia”)