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Robert Ford, il criminale di guerra morto da eroe

La vita gli ha riservato le massime onorificenze civili e militari ma la storia, presto o tardi, non potrà che esprimere un giudizio di condanna nei confronti del generale Robert Ford, morto il 24 novembre scorso all’età di 91 anni, da uomo libero. Oltre quarant’anni fa era stato il comandante in capo delle forze militari britanniche di stanza in Irlanda del Nord che il 30 gennaio del 1972 si macchiarono della terrificante mattanza di civili nota come “Bloody Sunday”. La strage di Derry (13 uomini uccisi, un quattordicesimo che morì poco dopo a causa delle ferite riportate) fu un  brutale atto punitivo che il governo britannico intese perpetrare per stroncare la resistenza messa in atto dalla città, dove nei quartieri cattolici erano state erette barricate a difesa della popolazione. In più occasioni, anche dopo quella fatale domenica che incendiò definitivamente la regione facendo del 1972 l’anno più sanguinoso del conflitto, Ford non esitò a prendere le parti degli estremisti protestanti. Anche quando questi attaccarono i quartieri cattolici lanciando veri e propri pogrom.

A sinistra: Robert Ford
A sinistra: Robert Ford

In anni recenti, il generale dalle mani insanguinate ha testimoniato più volte nell’ambito dell’inchiesta-fiume del giudice Saville sui fatti della domenica di Derry, il cui rapporto conclusivo (pubblicato nel 2010) ha stabilito che non esistono prove a suo carico. Ovvero che non fu lui a consentire ai suoi uomini di ammazzare i manifestanti nelle strade di Derry. Una conclusione che appare quantomeno curiosa, se si pensa che appena tre settimane prima della “Bloody Sunday”, Ford scrisse una nota confidenziale al suo diretto superiore, il luogotenente generale Sir Harry Tuzo, affermando che per ristabilire la legge e l’ordine sarebbe stato necessario eliminare almeno i principali capibanda tra i “giovani teppisti” – sue testuali parole – di Derry. E fu infatti proprio lui a stabilire che quel giorno, per reprimere una pacifica manifestazione di protesta, sarebbero intervenuti i paracadutisti armati di fucili da guerra carichi di proiettili calibro 22. Il loro compito era quello di forzare l’accesso al quartiere “liberato” di Bogside, a qualunque costo. “Le decisioni di Ford risultano criticabili – ha concluso il rapporto Saville – ma il generale non poteva sapere che ciò avrebbe portato i paracadutisti ad aprire il fuoco in modo ingiustificato”. Un conclusione a dir poco incredibile, dal momento che i parà non sono unità militari addestrate per fronteggiare civili inermi in un contesto urbano. Ma nella periferia dell’Impero britannico, negli anni ’70, tutto era consentito e per gli assassini l’impunità era sempre garantita. La prestigiosa carriera militare di Robert Ford si è conclusa nel 1981. Per elencare le medaglie e le cariche che ha ottenuto durante la sua vita non basterebbe un intero libro. E se la giustizia ha fallito, la speranza è che almeno la storia, prima o poi, stabilisca davvero cos’è stato: un criminale di guerra.
RM

NELLA FOTO: Il generale Robert Ford con la regina Elisabetta, nel 1982
NELLA FOTO: Il generale Robert Ford con la regina Elisabetta, nel 1982

Alta tensione in Irlanda del Nord

Scontri e violenze in un paese che è molto cambiato rispetto a vent’anni fa, ma che sente ancora forte la divisione fa “noi” e “loro”. L’intervista che ho rilasciato al quotidiano Tempi.

Il conto di poliziotti feriti si è fermato a 62 agenti. Dopo le violenze delle scorse notti, quando il passaggio di una parata repubblicana ha suscitato le dure reazioni degli unionisti e i successivi scontri con la PSNI, ora Belfast medica le sue ferite e s’interroga sulle tante contrapposizioni che ancora pervadono i suoi quartieri. All’orizzonte c’è la grande manifestazione in programma per fine settembre, quella del centenario dell’Ulster Covenant: «Chissà cosa succederà. Si avverte che la tensione è altissima, tante piaghe sono aperte da decenni». Riccardo Michelucci conosce bene l’Irlanda e la sua storia, e più di una volta ha visto da vicino Belfast e quelle terre ancora soggette alla corona britannica. Giornalista, collaboratore di Avvenire e di altre testate, ha pubblicato pochi anni fa un libro che ricostruisce le origini storiche del conflitto anglo-irlandese. A tempi.it spiega l’origine di quanto sta accadendo in queste settimane nell’Ulster. «Partiamo dagli Accordi del Venerdì Santo del ’98: non so quanto si possano definire di pace. Più che altro è solo un’assenza di guerra».
Perché?
Qualcuno guarda a quegli accordi come se fossero un vero modello. Per certi aspetti lo sono, anche se gli scoppi periodici di violenza come quelli di questi giorni ci fanno capire che c’è qualcosa che non va. L’Irlanda del Nord rimane un paese fortemente polarizzato, dove la popolazione dei quartieri più poveri vive divisa in ghetti. Ognuno è attento al suo territorio, pronto a difendere le sue peace lines, queste barriere di lamiera che dividono i vari quartieri. C’è ancora una forte connotazione nel parlare di “noi” e “loro”.
E vedere così tanti ragazzini coinvolti in queste azioni di guerriglia lascia intendere che le tensioni soffocate con gli accordi di 14 anni fa rimangono ancora fresche e stimolanti.
È vero, in più c’è un elemento che in questi giorni si sta rivelando scatenante: la povertà, le difficili condizioni di vita. La gente comune litiga su questioni concrete come l’assegnazione dei posti di lavoro, o di case popolari, e ciascuna parte teme che l’altra ne esca avvantaggiata. Permane così una grande sensazione d’ingiustizia, respirabile anche negli strati più bassi della popolazione. Non si spiegherebbe se no perché vediamo per strada tanti ragazzini, che erano ancora piccoli o addirittura non nati negli anni dei Troubles.
E per quanto riguarda le forze politiche, quale influenza le sembra che abbia la coalizione di governo Robinson-McGuinness in questo contesto?
Sicuramente ha un grande peso. È vero, questa unione già di per sé fa notizia (potrebbe essere come se Rabin e Arafat avessero deciso di dar vita ad un’unica forma di governo), però esistono delle contraddizioni di fondo. Il processo di pace è stato effettivamente relegato in un vicolo a fondo cieco, dato che sia repubblicani sia lealisti hanno idee opposte sul futuro costituzionale del Paese. I repubblicani del Sinn Féin, ad esempio, per ammiccare al loro elettorato continuano a battere sul chiodo dell’unificazione: il sogno, dicono loro, è vedere una sola Irlanda, magari già nel 2016, in occasione del centenario della rivolta di Pasqua. Gli altri, però, chiaramente, non ne vogliono sapere. Insomma, dietro alle parate di questi giorni c’è qualcosa che va oltre il simbolismo dei festeggiamenti della battaglia del Boyne piuttosto che del ricordo di Henry Joy McCracken.
Tutto questo accade in una società, quella europea al pari di quella anglo-sassone, sempre più secolarizzata dove però le rivalità tra le due fazioni, per quanto legate a connotazioni religiose, non accennano a raffreddarsi.
È vero, ma d’altronde non si poteva neanche pretendere che con un tratto di penna su un foglio si risolvesse tutto. È ancora passato poco tempo da quegli accordi: io mi sento di escludere un ritorno del Paese ad una fase calda del conflitto come quella che lo ha caratterizzato fino a metà degli anni Novanta, però se queste contraddizioni non vengono risolte, il rischio è che i “regolamenti di conti” dagli anni dei Troubles continuino a essere dolorosi. E tanti politici si nascondono dietro dichiarazioni del tipo “ora la situazione è migliore di prima”. Che è vero, per carità: se ora si va a Falls Road si può trovare anche il McDonald’s, mentre 20 anni fa era un ghetto vero, dove ogni pub aveva le grate alle finestre. Però permangono grosse sacche di povertà in alcuni quartieri che rischiano di essere pericolose.
A fine luglio c’è stato un comunicato unito di tre gruppi fuoriusciti dall’Ira negli anni Novanta: si dicono pronti a riprendere la battaglia per riunificare l’Irlanda. È una minaccia credibile?
Qualcuno pensa che questa sia stata un’operazione mediatica in vista delle Olimpiadi, ipotesi confermata dal fatto che per ora non ci sono stati ancora risvolti. È difficile dirlo. Comunque credo che il problema per chi crede in una continuazione di questa lotta armata è la mancanza di un sostegno popolare. L’Ira che ha fatto grandi danni, quella che, per intenderci, ha saputo tener testa ad uno dei migliori eserciti al mondo rendendosi protagonista anche di azioni eclatanti come l’attentato alla Thatcher o quello a Downing Street, quel gruppo terroristico si è potuto muovere così perché aveva un enorme consenso tra la gente, cosa che ora non ha più. Sicuramente questa minoranza può essere pericolosa, alla luce anche del malcontento per la mancata riunificazione e per la continua presenza degli inglesi, ma gli manca l’appoggio del popolo. Oltre agli aiuti internazionali: non dimentichiamoci gli stretti rapporti che l’Ira aveva con la Libia.
Come mai queste vicende stanno trovando poco spazio sui giornali italiani?
Il disinteresse della grande stampa è un classico: chiuso l’accordo di pace del ’98 ci si è totalmente dimenticati dell’Irlanda del Nord, salvo alcuni eventi particolari come quando si parla del Bloody Sunday e del rapporto Saville. In più in Italia gran parte dell’opinione pubblica pensa che questa sia solo una guerra di religione. Ma questa è un’immagine dipinta dagli inglesi, cui serviva un pretesto per apparire come pacificatori. In realtà è un conflitto che ha radici profonde nel passato al di là dei credi, e che negli ultimi anni ha preso la forma d’insurrezione contro il colonialismo. Anche perché, se guardiamo a tanti leader storici d’indipendenza irlandesi, non sono cattolici, bensì protestanti, come Wolfe Tone, Parnell e altri. Non possiamo fermarci all’idea di cattolici contro protestanti: è fin troppo semplificata.