Archivi tag: prima guerra mondiale

Grande guerra, le lapidi rivivono su Twitter

Avvenire, 26.9.2017

“Vittima della menzogna/ che la guerra possa fermare la guerra”; “Quante speranze sono sepolte qua/ con il nostro unico figlio”; “Riposa nel Signore e attendi pazientemente la sua venuta”; “I tuoi passi lontani risuonano nel corridoio del tempo”. Centinaia di epitaffi per i caduti della Grande guerra, pubblicati uno al giorno per oltre quattro anni. Iscrizioni cariche di sofferenza e amore, di disperazione e orgoglio, alcune con riferimenti alla Bibbia e ai classici della letteratura, altre che raccontano un particolare della vita di un soldato o di un’infermiera morta negli anni del conflitto. È Twitter a far rivivere la memoria dei caduti britannici della Prima guerra mondiale con l’ambizioso progetto Great War Inscriptions ideato dalla storica inglese Sarah Wearne. Tre anni fa la studiosa ha iniziato a pubblicare giornalmente le iscrizioni tratte dalle tombe dei cimiteri di guerra sul profilo @WWInscriptions con l’intenzione di proseguire fino all’11 novembre 2018, solcando così il centenario dell’armistizio che pose fine alla brutale mattanza d’inizio ‘900. Ciascun tweet rimanda a una pagina del sito epitaphsofthegreatwar.com che indica il nome, l’età, la data di morte, il corpo di appartenenza e il cimitero dove si trova la lapide. Nella stessa pagina la storica spiega ogni singolo epitaffio citando gli eventuali riferimenti letterari – alcuni tratti da Orazio, Shakespeare, Kipling e Tennyson – e riporta, laddove possibile, anche una breve biografia del caduto. La fase di ricerca del progetto (che ha già superato ampiamente il migliaio di tweet) è durata molti anni, durante i quali Wearne ha studiato negli archivi e ha visitato i più remoti cimiteri di guerra europei riuscendo a riportare in vita le iscrizioni scelte all’epoca dai genitori o dalle mogli dei caduti. Frasi che non ricordano soltanto il sacrificio dei soldati ma anche l’eroismo delle infermiere che seguendo le orme di Florence Nightingale persero la vita nelle trincee, sui campi di battaglia o negli ospedali. Le lapidi riportano epitaffi in più lingue che rispecchiano la patria d’origine del caduto, dal gallese al gaelico scozzese, dall’Afrikaans al Maori. Alcuni di questi sono stati raccolti in due libri dedicati ai momenti cruciali del primo conflitto mondiale: la battaglia della Somme del 1916 e quella di Ypres dell’anno successivo (Epitaphs of the Great War: The Somme e Epitaphs of the Great War: Passchendaele). Ma il cuore del progetto resta la rievocazione quotidiana delle iscrizioni attraverso Twitter, dove il limite dei 140 caratteri appare persino ampio, considerando che all’epoca ai familiari ne furono concessi meno della metà – appena 66 – per ricordare i loro cari. Oggi la geografia di quella memoria bellica lontana un secolo è parte del nostro paesaggio e i cimiteri della Prima guerra mondiale, sparsi per l’Europa, sono ammirati per la loro silenziosa e sobria dignità, ma all’epoca le regole imposte dal governo britannico innescarono non poche controversie. Nel 1915, al culmine del conflitto, Londra proibì infatti il rimpatrio delle salme dalle zone di guerra ignorando le richieste delle famiglie, che non volevano vedere le spoglie dei loro cari inumate in un remoto angolo di un paese straniero. Molti si illusero che sarebbe stato sufficiente attendere la fine delle ostilità per poter dare una degna sepoltura ai propri cari ma il divieto sarebbe rimasto in vigore anche in seguito. A nessuno, neanche a chi aveva i mezzi per farlo, fu consentito di riportare a casa i resti dei propri cari, per evitare che nei cimiteri di guerra restassero soltanto le tombe dei più poveri. “Contrariamente a quanto si può pensare – ha spiegato Wearne – i cimiteri non intendevano riflettere l’uguaglianza dei morti di fronte a Dio, bensì di fronte all’Impero. Che arrivassero dall’Inghilterra, dal Canada o dall’Australia, i soldati dovevano essere tutti sepolti insieme”. Un’apposita commissione governativa stabilì poi che le lapidi dovevano essere uniformate e quindi le famiglie, quale che fosse il grado del soldato caduto, non ebbero neanche la possibilità di sceglierne la forma o le dimensioni. Fu la Chiesa cattolica a far notare che poiché non vi era stata quasi mai la possibilità di amministrare gli ultimi riti, sarebbe stato indispensabile dedicare una preghiera a ciascun morto per favorire il passaggio dell’anima nell’aldilà. Ma in presenza di caduti appartenenti a diverse confessioni religiose fu necessario trovare un compromesso. La commissione concesse che su ciascuna lapide fosse apposta una breve iscrizione lunga non più di 66 caratteri, fissando un costo di 3 pence e mezzo per ciascuna lettera. Una decisione che scatenò non poche proteste, considerando che nel Dopoguerra non tutti potevano permettersi una spesa del genere e furono costretti a rinunciare a quello che di fatto era rimasto l’unico modo per ricordare i propri cari. Ecco perché soltanto sul quaranta per cento di quelle lapidi è stata apposta un’iscrizione. Per tutti gli altri, per i quali l’assenza di un’epigrafe ha inevitabilmente favorito l’oblio, può valere quanto scrisse Rudyard Kipling sotto forma di poesia, pensando a suo figlio John, arruolatosi volontario e ucciso a pochi mesi dall’inizio della Grande guerra: “se qualcuno domanda perché siamo morti, ditegli perché i nostri padri hanno mentito”.
RM

100 anni fa l’inferno della Somme

Avvenire, 29.6.2016

PXP22_WW1A_51678752_300“Non avevamo tombe per ospitare i morti. Li sistemammo in fosse poco profonde. In un cratere di bomba si potevano far entrare dai tre ai sei cadaveri, poi ci rovesciavamo sopra la terra per coprirli. Non avevamo legno, né chiodi, né martelli, quindi non potevamo fare croci. Li coprimmo e ce ne andammo. A quei tempi la morte scavalcava l’orrore. O morte, dov’è il tuo pungiglione?” Harold Startin, soldato inglese durante la battaglia della Somme, affida a questo celeberrimo interrogativo di San Paolo, tratto dalla prima lettera ai Corinzi, tutta la sua disperazione per quello che sta accadendo intorno a lui. Alle sette di mattina del primo luglio 1916, dopo una preparazione durata mesi, l’artiglieria inglese aveva cominciato a bombardare le linee tedesche schierate lungo il fiume Somme, nella Francia settentrionale. Nel giro di un’ora, sulle postazioni nemiche erano stati lanciati duecentocinquantamila obici, seguiti dalle mine ad alto potenziale. Infine le truppe inglesi e francesi erano uscite dalle trincee lungo l’intero fronte, dando il via a una delle più lunghe battaglie della Prima Guerra Mondiale, senz’altro la più sanguinosa in termini di vite umane, con oltre un milione e duecentomila morti. Anche oggi, a un secolo esatto di distanza, la battaglia della Somme resta sinonimo di coraggio ed eroismo ma continua anche a evocare un senso di futilità e di perdita dell’innocenza collettiva di un intero continente. Solo chi la visse in prima persona può raccontare compiutamente quell’esperienza apocalittica che scaraventò centinaia di migliaia di esseri umani in un mondo al di là della morale. Per questo appare particolarmente prezioso il volume Somme. Voci dall’inferno (Giunti, pagg. 384), nel quale lo storico Joshua Levine ha raccolto le testimonianze dei soldati e degli ufficiali di entrambi gli schieramenti che ha selezionato all’interno degli archivi sonori dell’Imperial War Museum di Londra. Quello che emerge è il racconto corale di cinque mesi di combattimenti e vita di trincea, un omaggio rispettoso e commovente agli uomini che andarono all’assalto, scavarono trincee, tesero fili spinati, combatterono e morirono un secolo fa in Piccardia. “Perché sono sopravvissuto?”, si chiede il sergente Alf Razzell dei Royal Fusiliers, “ci ho pensato e ripensato tante volte. Come si possono attraversare settecento metri sotto il fuoco delle mitragliatrici senza venire colpiti?”
Per anni la storiografia si è concentrata sugli aspetti militari e strategici della Somme, ma al di là della fredda e inevitabilmente incerta contabilità delle vittime, nessuno si era mai occupato dell’enorme costo umano di quella battaglia. Il lavoro di Levine, realizzato selezionando oltre 56000 ore di interviste registrate, colma dunque un vuoto e contribuisce a ridare voce a quegli uomini provenienti da un’Europa moderna e industrializzata che furono costretti a combattere e a morire in quella spaventosa pagina della nostra storia recente. Attraverso le loro parole riprende forma la vita quotidiana nelle trincee, la lotta contro i pidocchi e i topi, il freddo e la fame, l’orrore della barbarie e della morte di massa. “Per sette giorni e sette notti i nostri soldati non avevano avuto niente da mangiare, niente da bere, ma solo fuoco continuo, obici e obici che esplodevano sopra le loro teste”, racconta un soldato tedesco. “Poi l’esercito inglese uscì dalle trincee. I nostri fucilieri strisciarono fuori dai loro bunker, con gli occhi arrossati e pesti, sporchi, iniettati di sangue. E aprirono un fuoco terribile”. Nelle file tedesche c’era anche un giovane caporale proveniente da Monaco, che in ottobre rimase ferito a una gamba. Era Adolf Hitler.
Fortemente voluta dalla Francia per alleggerire l’insostenibile pressione tedesca a Verdun e spezzare la linea di trincee tra la costa belga e il confine svizzero, la battaglia della Somme aveva messo impietosamente a nudo l’impreparazione tattica e strategica dello Stato Maggiore britannico, ma per lunghi anni la verità fu tenuta nascosta agli occhi dell’opinione pubblica. “Quello che trovavo sbagliato”, scriverà qualche tempo dopo il sottotenente inglese W. J. Brockman, “era che, benché fosse stato un fallimento completo, i giornali ne parlavano come di un successo. E il peggio era che insistevano, sapendo perfettamente di mentire”. Anche a un secolo di distanza la cronistoria della battaglia della Somme continua a suscitare soprattutto indignazione: anni fa, persino uno storico britannico rigoroso e tutt’altro che antimilitarista come John Keegan dell’Accademia militare di Sandhurst arrivò a paragonare la Somme ad Auschwitz, chiedendosi perché di fronte allo spaventoso numero di perdite umane i comandanti non presero alcuna iniziativa e fecero proseguire l’offensiva per mesi. Quella battaglia diventò una vera ecatombe a causa della migliore organizzazione delle trincee avversarie, delle difficoltà del terreno e dell’ostinazione dei comandi franco-britannici nel voler sfondare le imprendibili linee tedesche. Dalle vive parole dei soldati, all’epoca ignari di tutto ciò, emerge un senso di ineluttabilità che rende ulteriore giustizia al loro sacrificio. Come fa notare lo storico Nicola Labanca nell’introduzione, per l’Italia la battaglia della Somme è meno rilevante rispetto ai combattimenti sul Carso, a Vittorio Veneto, a Caporetto, ma rappresenta un evento centrale della recente storia europea. Questo libro racconta l’orrore assoluto ma anche la speranza che riesce a fargli da contraltare, rappresentata simbolicamente dalla storia dei due soldati – un inglese e un tedesco – che si ritrovano insieme dentro a un cratere e cominciano a lottare per ammazzarsi, ma alla fine si rendono conto che non è il caso di sprecare altre vite umane e si stringono la mano.
RM

Il testamento di Vera Brittain

Da “Avvenire” di oggi

verabritta600_47461513“Se sopravviverò a questa guerra, racconterò in un libro la storia della nostra generazione”. Vera Brittain lo scrisse in una lettera al fratello Edward, rimasto ferito nella battaglia della Somme. Era il 1916 e l’immane tributo di sangue della Prima guerra mondiale non aveva ancora raggiunto le dimensioni di un’autentica ecatombe. Alcuni mesi prima il suo fidanzato, Roland Leighton, era caduto sul fronte occidentale e la morte stava per prendersi anche i suoi amici più cari. Geoffrey Thurlow, ferito a Ypres, era ricoverato in un ospedale militare da campo mentre di Victor Richardson, impegnato al fronte in Francia, non si avevano più notizie. Anche Vera Brittain, all’epoca appena 22enne, stava vivendo quella guerra sulla propria pelle: interrotti gli studi a Oxford era diventata un’infermiera di trincea e ogni giorno forniva aiuto e conforto alle vittime. Sia l’amato fratello che i due amici sarebbero morti prima dell’armistizio del 1918, e Vera avrebbe dedicato gran parte dei successivi quindici anni della sua vita per dare forma a un manoscritto destinato a lasciare un segno indelebile nella rappresentazione della Grande guerra. Sentì il dovere di farlo perché ritenne che raccontare quel tragico passato, dar voce a quella generazione distrutta “che adesso è tornata alla ribalta della vita pubblica, che deve costruire il presente e tenta di forgiare il futuro” fosse indispensabile per cercare di recuperare i principi di verità e di speranza in un futuro migliore. La prima edizione di Testament of Youth uscì in Gran Bretagna nell’agosto del 1933 e riscosse subito un grande successo, diventando in breve tempo un manifesto del pacifismo della prima metà del XX secolo. Ai riscontri lusinghieri della stampa inglese e statunitense si aggiunsero gli apprezzamenti dei grandi della letteratura dell’epoca, a partire da Virginia Woolf, che in un brano del suo diario racconta di aver trascorso molte notti insonni incollata alle pagine della Brittain.
La letteratura sulla Grande guerra aveva conosciuto fino ad allora soltanto voci maschili, da Ernest Hemingway a Erich Maria Remarque, da Wilfred Owen a Edmund Blunden. Brittain sarebbe stata la prima a raccontare con grande intensità l’inedito punto di vista femminile su quel conflitto. A descrivere il dolore e la rabbia per il tragico destino di un’intera generazione che rimase ingannata e divenne facile vittima della propaganda di guerra in un paese dove all’epoca non c’era il reclutamento obbligatorio. Testament of Youth è da sempre considerato uno dei più potenti memoir sulla Prima guerra mondiale, eppure finora non era mai uscita un’edizione italiana. A colmare questa lacuna ci ha pensato di recente l’editore Giunti, mandando in libreria la traduzione curata da Marianna D’Ezio col titolo Generazione perduta. Strano destino, quello di questo libro e della sua autrice, le cui convinzioni pacifiste la fecero cadere in disgrazia con l’approssimarsi del secondo conflitto mondiale. Nel clima esasperato di quegli anni, Vera Brittain fu irrisa, denigrata e calunniata dai suoi stessi connazionali. Il suo attivismo pacifista, i suoi interventi contro la guerra alla Società delle Nazioni e soprattutto le dure critiche che mosse ai bombardamenti a tappeto effettuati sulle città tedesche le costarono infine l’accusa infamante di collaborazionismo con i nazisti.
Ma nell’immediato Dopoguerra il suo nome risultò nell’elenco delle circa tremila persone schedate dalle SS nel famigerato “Libro nero”, noto anche come Sonderfahndungsliste GB, fatto compilare dal gerarca nazista Walter Schellenberg. Erano i cittadini britannici e gli esuli europei che sarebbero stati arrestati e deportati subito dopo l’invasione della Gran Bretagna da parte del Terzo Reich, che fortutanamente non avvenne mai. Quella lista bastò a salvarle la reputazione e a fugare ogni dubbio circa la sincerità dei suoi ideali. Brittain divenne un simbolo dell’emancipazione femminile e delle battaglie contro il colonialismo, l’apartheid e la proliferazione nucleare. Prima di morire, nel 1970, chiese che le sue ceneri fossero disperse sulla tomba dell’amato fratello, caduto nel 1918 per mano di un cecchino austriaco sull’altopiano di Asiago. Oggi la scrittrice riposa nel piccolo cimitero vicentino di Granezza dove – disse lei – “per quasi cinquant’anni è rimasto gran parte del mio cuore”. Il suo Testament of Youth sarebbe rimasto nel dimenticatoio fino ai primi anni ’70, quando l’editore Virago decise di ristamparlo dandogli una seconda vita. Da allora ha ispirato una fortunata serie televisiva della Bbc e una recente trasposizione cinematografica, da poco uscita in Gran Bretagna e in arrivo anche nelle sale italiane.
RM

Se i turchi iniziano a riconoscere il genocidio armeno

armeniForse non sarà una petizione a cambiare l’intransigenza da sempre mostrata dalla Turchia nei confronti del genocidio degli armeni, ma certe iniziative possono lasciare il segno.
Circa trecento intellettuali turchi (giornalisti, scrittori e docenti universitari) hanno lanciato una petizione onlineper chiedere il riconoscimento ufficiale del genocidio degli Armeni durante la Prima Guerra mondiale. Il testo che i primi firmatari hanno sottoposto alla società civile turca (e alla quale hanno aderito 2500 persone nelle prime 24 ore) recita: “La mia coscienza non può accettare oltre la negazione della grande catastrofe che gli Armeni cittadini dell’Impero Ottomano subirono nel 1915. Rifiuto questa ingiustizia e solidarizzo con le vittime e con i fratelli armeni. Mi scuso per quello che è accaduto”. Sono parole che pesano come pietre, in un Paese come la Turchia, dove per decenni le autorità hanno ammesso che tanti armeni vennero uccisi durante il collasso dell’Impero Ottomano, nel 1915, ma che non esisteva nessun disegno di pulizia etnica e che anche tanti turchi musulmani vennero assassinati in quei giorni turbolenti. La storiografia contemporanea, però, ha ormai accertato che il massacro di almeno 700mila armeni avvenne nel quadro di un genocidio deciso a tavolino dal governo dei Giovani Turchi, che ritenevano la minoranza armena in Turchia alleata dei suoi nemici. Le cifre del genocidio non sono ancora appurate, anche perché la Turchia si è sempre rifiutata di ritenerlo tale, arrestando chi si fosse permesso di dire il contrario. Negli ultimi anni, però, in Turchia qualcosa sta cambiando, anche grazie alle pressioni dell’Unione europea. Il governo turco, con difficoltà, sta cercando di dare dei segnali positivi. Non a caso, negli ultimi anni, ha ripreso le relazioni diplomatiche con l’Armenia. Ma l’argomento genocidio resta tabù, tanto che un giornalista come Hrant Dink, nel 2007, è stato assassinato dai nazionalisti per i suoi scritti di denuncia sul genocidio. Lo stesso scrittore Orhan Pamuk, premio Nobel per la Letteratura nel 2005, vive sotto protezione.

Cosa canteremo il 4 novembre?

La decisione del governo italiano di celebra­re con grande rilievo il 90° della vittoria nel­la Prima guerra mondiale e di valorizzare il 4 no­vembre come simbolo accanto al 25 aprile si pre­sta a una serie di riflessioni critiche ben sintetizzate due giorni fa da Franco “Bifo” Berardi su “Liberazione”.


Il Ministro della Difesa ha dato disposizione che il 4 novembre in duecento scuole superiori si tengano discorsi di persone inviate dall’esterno per celebrare quel giorno che sui calendari è segnato come il giorno delle Forze Armate, e nella retorica patriottarda viene definito come il giorno della vittoria. Davvero il 4 novembre è un giorno da festeggiare? C’è qualcosa di cui andare orgogliosi in quella orrenda inutile carneficina che fu la prima guerra mondiale? C’è qualcosa della partecipazione italiana alla prima guerra mondiale di cui andare orgogliosi? In quali condizioni quella guerra si svolse? Perché l’Italia partecipò a quella guerra? Perché l’Italia scelse di partecipare dalla parte dell’Inghilterra e della Francia piuttosto che dalla parte dell’Austria e della Germania, con cui aveva da tempo stretto un’alleanza? Quanti italiani morirono in quella bella guerra? E quali furono gli italiani che si arricchirono con quella guerra? E quanti degli italiani che si arricchirono presero parte attiva in quella guerra? Continua la lettura di Cosa canteremo il 4 novembre?