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Srebrenica avrà un sindaco serbo

Avvenire, 6.10.2016

Nella foto: Mladen Grujicic
Nella foto: Mladen Grujicic

A meno di clamorosi colpi di scena, la città martire di Srebrenica avrà un sindaco serbo per la prima volta dal genocidio del 1995. Alle elezioni amministrative di domenica scorsa il 34enne Mladen Grujicic, candidato dell’Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (Snsd) guidata dal leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, ha ottenuto circa il 70% battendo il sindaco uscente, il musulmano Camil Durakovic, che ha però chiesto il riconteggio dei voti. La commissione elettorale centrale ha stabilito che in alcuni seggi lo spoglio deve essere ripetuto, ma per avere un risultato definitivo si dovrà aspettare anche lo scrutinio dei voti a distanza che potrebbero ribaltare l’esito delle urne. La giornata elettorale si è svolta in un clima di tensione alla presenza di ingenti forze di polizia che hanno presidiato la cittadina per evitare scontri tra le opposte fazioni. Le Madri di Srebrenica contestano l’elezione del candidato serbo accusandolo di negazionismo. Grujicic, da parte sua, ha garantito che le commemorazioni dell’anniversario del genocidio continueranno a essere organizzate, e anche il presidente serbo Tomislav Nikolic ha affermato da Belgrado che l’elezione di Grujicic “non significherebbe l’oblio dei crimini commessi dai serbi a Srebrenica”. Le elezioni hanno visto la vittoria dei nazionalisti in tutto il paese: il Snsd di Dodik si è confermato primo partito nella Repubblica Srpska, il partito di azione democratica (Sda) di Bakir Izetbegovic ha prevalso invece nella Federazione croato-musulmana. Il municipio del centro di Sarajevo avrà per la prima volta una giunta guidata dai democratici musulmani, mentre nella cittadina nordoccidentale di Velika Kladusa è stato eletto sindaco Fikret Abdic, già condannato a 20 anni di carcere per crimini di guerra. La coalizione di Ong “Pod Ludom” ha denunciato numerose irregolarità e tentativi di corruzione dei commissari elettorali, definendolo “il voto più violento degli ultimi dieci anni”. L’incidente più grave si è verificato a Stolac, dove le procedure di votazione sono state sospese in seguito all’aggressione del presidente della Commissione elettorale locale da parte del candidato sindaco dell’Sda, Salmir Kaplan.
RM

“Nessuno scambio tra Srebrenica e Sarajevo”

Nel ventennale del genocidio di Srebrenica l’ex generale Jovan Divjak, eroe della resistenza di Sarajevo, ribadisce l’assenza di un accordo per far finire l’assedio.

Da “Avvenire” di oggi

“Srebrenica e tanti altri massacri avvenuti in Bosnia vent’anni fa rappresentano una ferita aperta che temo non si rimarginerà mai. Non avremo verità, giustizia e riconciliazione finché ci saranno tre versioni diverse della stessa storia, una croata, una serba e una bosniaca. Oggi ai giovani serbi non viene raccontato il genocidio ma solo i bombardamenti Nato su Belgrado”. Quella mattanza travestita da guerra, il generale Jovan Divjak l’ha vissuta in prima persona e continua a sentirla ogni giorno sulla propria pelle. Lui che, serbo, si trovò a difendere Sarajevo durante un assedio durato quasi quattro anni, che causò oltre diecimila morti. divjak-1_376234S1Nel 2006, per il lavoro svolto da allora con gli orfani di guerra, è stato nominato ambasciatore universale di pace. In città lo considerano tutti un eroe eppure molti, in Serbia, continuano a definirlo un disertore. “Ero comandante della difesa territoriale della Bosnia-Erzegovina – ci dice oggi, a margine delle celebrazioni del ventennale di Srebrenica – ho fatto solo il mio dovere, quello che mi era stato insegnato, cioè aiutare gli indifesi. Per questo, quando è iniziata la guerra, sono rimasto dalla parte dei più deboli, cioè dei civili”. Davanti ai suoi occhi, ancora oggi, ci sono quei giorni terribili d’inizio luglio del 1995: “Nessuno poteva prevedere una tragedia di quella entità. Srebrenica era isolata dal mondo, il nostro stato maggiore riusciva a comunicare con l’area solo un paio di volte al giorno, grazie ai radioamatori locali. Il 6 luglio i serbi cominciarono a bombardare la cittadina e le fragili linee difensive caddero una dopo l’altra. I 400 caschi blu olandesi che dovevano difenderla abbandonarono le loro postazioni, e migliaia di uomini di Srebrenica cercarono di fuggire attraverso i boschi per raggiungere la vicina città di Tuzla. Gran parte di loro furono uccisi dai serbi con bombe e armi leggere. Trentamila civili inermi si ammassarono nella vicina base Onu di Potocari, dove i serbi risparmiarono gran parte delle donne, dei vecchi e dei bambini. Ma uccisero tutti gli altri”. Da allora, c’è chi continua a sostenere che l’esercito bosniaco abbia abbandonato le enclave orientali – tra cui Srebrenica – per ottenere in cambio la fine dell’assedio di Sarajevo. Una tesi che Divjak respinge senza mezzi termini: “No, questo è inaccettabile, la colpa di quanto è accaduto è delle truppe di Mladic, il problema fu semmai che l’esercito e il governo della Bosnia non fecero niente per difendere Srebrenica. Ed era semplicemente folle pensare che un piccolo contingente di caschi blu potesse proteggere un’area che era stata completamente smilitarizzata. La difesa della cittadina disponeva solo di un paio di carri armati e di qualche mortaio ma era totalmente priva di artiglieria pesante”.
Da quei giorni, Divjak ha smesso d’indossare la divisa. Dalla fine della guerra dirige l’associazione locale Obrazovanje Gradi BiH (L’educazione costruisce la Bosnia), che difende il diritto all’istruzione dei più giovani fornendo borse di studio a bambini e ragazzi che non hanno risorse sufficienti per continuare gli studi. “Sono stato bambino anch’io dopo la Seconda guerra mondiale – ci spiega – e sapevo bene che si sarebbero ripresentati di nuovo gli stessi problemi con i profughi, gli invalidi, gli orfani. E che i primi da aiutare sarebbero stati i bambini”.
La sua disillusione sull’efficacia dell’operato delle Nazioni Unite risale a due decenni fa e poggia su basi molto solide, non può quindi stupirlo la notizia della risoluzione su Srebrenica bocciata tre giorni fa dal Consiglio di sicurezza a causa del veto russo. “Niente di nuovo – conclude con un sospiro – ma quello che servirebbe, più degli atti dei governi, sarebbe un impegno duraturo per sconfiggere tutti i nazionalismi”.
RM

Srebrenica, la memoria contesa

Non c’è pace per Srebrenica: la fragile memoria dell’ultimo genocidio del XX secolo rischia di essere distorta proprio alla vigilia del suo ventesimo anniversario, in programma l’anno prossimo. A lanciare il grido dall’allarme sono le associazioni dei familiari delle vittime, che denunciano il progetto di ampliamento del memoriale di Potočari, il luogo dove ogni anno si tengono in luglio le commemorazioni del massacro e le tumulazioni delle nuove vittime identificate grazie al lavoro degli antropologi forensi. Il progetto prevede il restauro della vecchia fabbrica di accumulatori che in quella drammatica estate del 1995 ospitava il quartiere generale del Dutchbat, il battaglione Onu olandese che fallì nel compito di proteggere l’enclave. La cittadina che avrebbe dovuto essere protetta dalle truppe di peacekeeping fu presa dalle milizie serbo-bosniache del generale Ratko Mladić, che in pochi giorni massacrarono oltre ottomila uomini, anziani, bambini e adolescenti, gettandone i resti in decine di fosse comuni.

2670915671_64747739d6_mLa nostra galleria fotografica

A finanziare la ricostruzione dell’edificio sarà il governo dell’Aja – recentemente condannato per quei fatti –, che allestirà al suo interno un’esposizione permanente sulla presenza internazionale a Srebrenica nel periodo tra il 1993 e il 1995. Sono previste mostre fotografiche e percorsi guidati realizzati in collaborazione con gli esperti del campo di Westerbork, l’ex lager aperto dai nazisti su territorio olandese durante la Seconda guerra mondiale e trasformato in monumento nazionale negli anni ’70. Per la prima volta saranno raccolte a Potočari anche le testimonianze dei soldati olandesi, che andranno a integrare le storie dei sopravvissuti e avranno dunque un ruolo attivo nel ricostruire la memoria di quei fatti. Non era difficile immaginare che ciò sarebbe stato inevitabilmente motivo di controversia. I rassicuranti opuscoli informativi ufficiali del progetto sottolineano che “spesso gli ex caschi blu olandesi si sentono ignorati. Anche se i sopravvissuti possono avere una diversa visione riguardo a determinati eventi, gran parte di loro è convinta che le storie e le informazioni dei veterani del Dutchbat siano importanti per ottenere una ricostruzione completa di quanto avvenne a Srebrenica”. Ampio spazio – assicura lo stesso opuscolo – sarà quindi riservato “al rapporto particolare che si è sviluppato tra l’Olanda e Srebrenica dopo il 1995”. Forse non è corretto affermare che sia in atto un tentativo di revisionismo, ma di sicuro ce n’è abbastanza per suscitare più di una perplessità e far sentire puzza di bruciato alle associazioni delle vittime. L’obiettivo dichiarato dal progetto, cioè quello di costruire una narrativa comune sulla caduta dell’enclave, rischia viceversa di aprire la strada a un’improvvida e inopportuna riabilitazione postuma del ruolo dei caschi blu. D’altra parte, il pessimo operato delle truppe giunte in Bosnia dai Paesi Bassi ebbe fin da subito conseguenze catastrofiche sulla politica e sull’opinione pubblica: nel 2002 il governo olandese fu costretto alle dimissioni da un’inchiesta che provò le responsabilità del proprio battaglione durante il conflitto; subito dopo si dimise anche il comandante delle forze armate, mentre molti veterani erano già da tempo finiti in cura dagli psicologi a causa dei traumi e dei sensi di colpa dovuti alle conseguenze della caduta dell’enclave. Fino alla sentenza del luglio scorso, con la quale il Tribunale dell’Aja ha riconosciuto “civilmente responsabile” lo stato olandese di quel massacro, condannandolo al risarcimento materiale dei danni nei confronti dei congiunti delle vittime. Era dunque inevitabile che alcune settimane fa, in occasione della presentazione ufficiale del progetto di ampliamento del memoriale(che prevede anche il restauro di due delle torri di controllo dell’ex fabbrica di Potočari), i familiari ribadissero che non ci sarà mai spazio per altre interpretazioni su quanto accadde diciannove anni fa, mentre il conflitto in Bosnia si avviava a una difficile conclusione. Munira Subasic, storica portavoce delle Madri di Srebrenica, ha fatto sapere che non sarà ammessa alcuna rilettura, neanche parziale, del ruolo svolto dai caschi blu e dal governo olandese e che i familiari delle vittime rivendicheranno sempre il diritto di essere gli unici supervisori del progetto. Il fatto che l’ennesima fossa comune della zona sia stata scoperta proprio all’interno del quartier generale del Dutchbat, di certo, non aiuta.
RM

Bratunac, ovvero, il giorno dopo

di Azra Nuhefendić

L’11 luglio è stato commemorato il genocidio di Srebrenica, al Memoriale di Potočari. Il giorno dopo, a pochi chilometri di distanza, i nazionalisti serbi hanno commemorato le “loro vittime”. Quando il negazionismo rischia di cancellare la storia.

Fino a un paio d’anni fa, la “cerimonia” si consumava con oltraggiosi cortei di nazionalisti locali e “colleghi” che venivano dalla Serbia e dal Montenegro. Marciando nel centro di Srebrenica, vestiti con maglie che portavano stampati i volti dei criminali massacratori Ratko Mladić e Radovan Karadžić, i fieri nazionalisti sventolavano le bandiere nere dei cetnici ed esibivano poster con l’infame scritta/minaccia: “Nož-žica-Srebrenica” (coltello-filo spinato-Srebrenica). La commemorazione si concludeva con una sagra svolta tra fiumi di birra, rakija (la grappa dei Balcani), maiali allo spiedo e gare sportive. L’obiettivo era umiliare i sopravvissuti al genocidio, facendo capire alle vittime che i colpevoli non erano pentiti delle atrocità commesse e, anzi, si consideravano padroni della terra in cui fecero pulizia etnica.
Negli ultimi anni, il programma della cerimonia è cambiato. Oggi viene tenuta nel cimitero militare, costruito nella città di Bratunac – a soli 11 chilometri dal Centro Memoriale di Potočari – dove sono sepolte le vittime del genocidio. Le autorità serbo-bosniache asseriscono che, nel cimitero militare di Bratunac, siano sepolti più di 3500 serbi, “vittime di terroristi musulmani. “Se si dovesse parlare di genocidio, il posto giusto sarebbe questo”, disse il presidente della RS Milorad Dodik, un paio d’anni fa, durante la commemorazione.

Negare il genocidio
Di questa cerimonia, è contestabile quasi tutto: il numero di vittime, la data di commemorazione, il luogo, i messaggi mandati da chi si riunisce. La “rievocazione” a Bratunac, fa parte di una lunga campagna indetta dai nazionalisti serbi che ha lo scopo di negare il genocidio e alleggerire i loro crimini, giustificandoli con presunte vittime serbe. Così, riaggiustano la storia, distorcono i fatti, tentano di presentare i difensori di Srebrenica come aggressori, manipolando l’opinione pubblica. Il nodo centrale dei tentativi di negare il genocidio è l’argomentazione che l’offensiva serba venne provocata da attacchi musulmano-bosniaci, da Srebrenica, contro i villaggi serbi vicini.
Tali conclusioni sugli eventi che precedettero il genocidio di Srebrenica non stanno in piedi. Sono tentativi di presentare assediati e vittime quali aggressori. Srebrenica fu sotto assedio per tre anni e mezzo e venne bombardata dai villaggi serbi vicini pesantemente militarizzati. Durante l’assedio, gli abitanti della cittadina vivevano in condizioni disumane, esposti ogni giorno a bombardamenti e spari da parte dei cecchini cetnici. L’ex ambasciatore alle Nazioni Unite, Diego Arria, che guidò la delegazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu a Srebrenica – nell’aprile 1993 – descrisse la situazione quale un “processo di slow motion genocida”.
Nella relazione delle Nazioni Unite sulla condotta dei musulmani nella Srebrenica dell’epoca, si afferma che, “da un punto di vista militare, gli attacchi non ebbero rilevanza e vennero eseguiti da persone in cerca di cibo”, poiché le forze serbe impedirono ogni accesso ai convogli umanitari e, di conseguenza, la popolazione versò in stato di fame e freddo”. Anche le fonti serbe che parteciparono alla compilazione del documento, confermarono che “le operazioni (dei musulmani, ndr) non rappresentarono alcuna minaccia”. In aggiunta, la “difesa per necessità”, come nel caso di Srebrenica, è riconosciuta come principio consolidato nel diritto internazionale. Continua la lettura di Bratunac, ovvero, il giorno dopo

La sepoltura dei morti di Srebrenica

Srebrenica, BosniaDue giorni fa migliaia di persone si sono radunate lungo le strade di Sarajevo, in Bosnia, per assistere al passaggio di tre mezzi che trasportavano i resti di 409 persone morte nella strage di Srebrenica, nel 1995, e identificate negli ultimi dodici mesi. Le bare erano dirette al piccolo comune di Potocari, vicino al luogo della strage, dove giovedì 11 luglio si terrà – nel 18esimo anniversario della strage – l’annuale cerimonia di sepoltura dei cadaveri identificati nel corso dell’anno.
La riesumazione e l’identificazione dei morti nella strage di Srebrenica negli anni Novanta dal Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia, ma negli ultimi anni è passata sotto la responsabilità delle autorità bosniache. Le fosse comuni in cui vennero sepolti i morti di Srebrenica dai serbo-bosniaci sono numerose e sparse per tutto il territorio circostante al paesino. In alcuni casi, nel tentativo di nascondere l’entità della strage e le responsabilità, gli autori del massacro scavarono nuove fosse in cui trasferirono parte dei morti, complicando ulteriormente le procedure di ritrovamento e identificazione.

Galleria fotografica: la cerimonia del 2008

Le prime identificazioni, alla fine degli anni Novanta, vennero effettuate con una procedura lenta e piuttosto inaccurata: gli effetti personali trovati nelle fosse comuni venivano fotografati e le immagini venivano poi fatte circolare in volumi tra le comunità locali. Se qualcuno pensava di poter associare un oggetto a un suo parente, veniva effettuato un test del DNA per cercare di stabilire l’identità. Solo nel 15 per cento dei casi si otteneva però un’identificazione sicura.
La svolta è arrivata a partire dal 2001, con i test del DNA computerizzati. Gran parte del lavoro di identificazione si svolge oggi nelle due strutture di Tuzla (alcune decine di chilometri a nordovest di Srebrenica) della Commissione Internazionale per le Persone Scomparse, creata nel 1996, un’organizzazione internazionale che si occupa tra le altre cose delle molte migliaia di corpi da identificare nella guerra combattuta in Bosnia. Nel Centro per il coordinamento dell’identificazione, una quindicina di antropologi bosniaci e stranieri, insieme a diversi tecnici, lavorano sui resti dei corpi, prelevando DNA e confrontandolo con circa 90 mila campioni di parenti di persone scomparse.
In totale, il laboratorio di Tuzla ha contribuito a identificare i resti di circa 14 mila persone morte nella guerra in Bosnia: di queste, 6.877 sono state uccise nella strage di Srebrenica. Il numero dei morti nella strage è stimato intorno a 8.100 persone.
Nel 1995, a Srebrenica, le forze militari serbo-bosniache guidate da Ratko Mladic organizzarono il massacro di migliaia di musulmani bosniaci. All’epoca era in corso la guerra di Jugoslavia e la zona di Srebrenica era sotto la tutela delle Nazioni Unite, presenti con tre compagnie olandesi di caschi blu. L’area era diventata protetta a partire dal 1993, in seguito a un’offensiva serba che aveva indotto le forze bosniache a ritirarsi e lasciare il controllo all’ONU. L’attacco delle forze guidate da Mladic iniziò il 9 luglio e due giorni dopo le truppe serbo-bosniache entrarono in città. Dopo aver separato gli uomini adulti dalle donne, dai bambini e dagli anziani, iniziò il massacro che portò all’uccisione di oltre 8 mila persone. Le forze dell’ONU non intervennero per ragioni che non sono mai state chiarite fino in fondo. Secondo la versione ufficiale, i 600 caschi blu nella zona non erano preparati e armati a sufficienza per affrontare le forze serbo-bosniache.