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Piazza Fontana, verità senza giustizia

La strage di piazza Fontana rappresentò l’abisso della nostra storia recente ma offrì anche l’opportunità per un risveglio delle forze democratiche del paese. Ne è convinta Benedetta Tobagi, autrice del nuovo saggio Piazza Fontana. Il processo impossibile (Einaudi), nel quale la figlia del noto giornalista ucciso dal terrorismo rosso nel 1980 indaga approfonditamente uno dei processi più importanti dell’Italia repubblicana. Un percorso giudiziario durato ben 36 anni che non è riuscito a individuare i nomi degli esecutori materiali, né a far passare alcuna condanna in giudicato. Nel giugno 2005 la Corte di Cassazione stabilì in via definitiva che la strage fu opera di “un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine Nuovo, capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura”. Ma i due estremisti non erano più perseguibili in quanto precedentemente assolti con giudizio definitivo dalla Corte d’assise d’appello di Bari. “Gli esecutori materiali sono ignoti”, concluse allora tristemente la sentenza della Cassazione. L’unica certezza rimane dunque la tragica contabilità delle vittime di quella bomba che il 12 dicembre 1969 distrusse la Banca dell’agricoltura di Milano: 17 morti e 90 feriti. Un’interminabile scia di sangue che si è protratta negli anni successivi. Un vortice di risentimenti e violenze, silenzi e segreti di Stato che ha segnato la storia degli anni Settanta. Il documentatissimo saggio di Benedetta Tobagi arriva in libreria proprio mentre ci avviamo al cinquantesimo anniversario di piazza Fontana e, forte di una monumentale ricerca archivistica, riesce a raccontare quegli eventi da una prospettiva diversa. Tobagi confuta ad esempio la tesi semplicistica della “strage di Stato” che fu oggetto di una famosa controinchiesta condotta a caldo da alcuni militanti della sinistra extraparlamentare e rifiuta di considerare lo Stato come un’entità monolitica e irriformabile. L’Italia di quegli anni è un paese con un sistema giudiziario ancora fortemente segnato dalla mentalità repressiva del periodo fascista, dove la giustizia è uno strumento per mantenere il potere e l’ordine. Prima del 1977 i servizi segreti non sono ancora regolamentati da leggi, né controllati dagli organismi politici. I tre processi svolti per la strage portano alla luce una sconcertante trama di depistaggi e accerta le pesanti responsabilità dei terroristi neri ma anche di alcuni ufficiali dei servizi segreti, fino a trasformarsi in un processo simbolico allo Stato. Il lavoro di Tobagi conferma l’esistenza di un patto tra il presidente della Repubblica Saragat e il premier Rumor con il beneplacito degli Stati Uniti per far salire la temperatura politica e favorire uno spostamento dell’asse politico a destra. Un patto che fu scavalcato dalla destra eversiva protetta dai servizi. Il libro rivolge molta attenzione ai lunghi anni che videro il processo spostato a Catanzaro, nel tentativo di insabbiarlo. Non fu possibile, racconta Tobagi, grazie al lavoro straordinario svolto dai magistrati calabresi. Sono stati loro, insieme a tanti altri uomini dello Stato, a consentire con tenacia e coraggio l’accertamento della verità. Se la giustizia su piazza Fontana è destinata a restare incompiuta, almeno la Storia ha accertato le responsabilità in modo inequivocabile.
RM

Piazza Fontana diventa memoria letteraria

Recensione a “Nero ananas” di Valerio Aiolli (da Avvenire del 1 aprile 2019)

Un romanzo sugli Anni di piombo come questo avrebbe potuto scriverlo Pier Paolo Pasolini, se solo fosse vissuto abbastanza. Forse avrebbe dovuto attendere almeno il 2005, quando la Corte di Cassazione concluse il doloroso iter processuale sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, lasciando però aperti molti degli interrogativi che continuano a tormentare il paese. Ad addentrarsi negli abissi interiori di quegli anni bui ci ha pensato lo scrittore Valerio Aiolli, compiendo con il suo nuovo romanzo Nero ananas (Voland) un’impresa letteraria mai riuscita a nessuno prima d’ora, che gli è già valsa l’ingresso nella dozzina del premio Strega. Aiolli ha scavato in quella memoria lontana, fatta di foto in bianco e nero e ricordi sfumati nel tempo, l’ha fatta riemergere impetuosamente come un fiume carsico, riportando a galla sensazioni, pensieri, sentimenti, rumori e odori. Raccontandola da un’angolatura finora inesplorata, che si spinge ben oltre la semplice verità processuale. La bomba che esplose in quel pomeriggio di cinquant’anni fa cambiò tutto. Risvegliò la politica dal torpore di un lungo Dopoguerra e segnò uno spartiacque della nostra storia recente, facendo perdere l’innocenza a un paese intero. La narrazione di Nero ananas prende avvio dall’eccidio di piazza Fontana per ripercorrere quei tragici tre anni e mezzo di storia d’Italia che sfociarono nella strage della Questura di Milano del 17 maggio 1973. È un ragazzino senza nome a dare il tempo cronologico a una storia che si intreccia in flussi narrativi stratificati su più livelli, in un magistrale incrocio di generi a metà tra il romanzo di formazione, il romanzo storico e il memoir. La vicenda di una drammatica separazione familiare si alterna alle voci dei protagonisti della nostra storia recente, anche quelle più oscure, in un inquietante viaggio nelle menti e nell’anima dell’eversione nera. A prendere forma è un teatro umano che ruota attorno alla strage: figure come Fritz, il Samurai, Falstaff, Zio Otto, il Dottore e tante altre ancora, facilmente riconducibili ai membri di quel “gruppo eversivo costituito a Padova, nell’alveo di Ordine Nuovo”, come lo definì la sentenza della Cassazione del 2005. Aiolli si immedesima nei loro pensieri, si addentra in quelle tenebre interiori che hanno mosso le loro azioni, componendo un oscuro simulacro del terrore. Ma la trama è solcata anche dalla storia di una drammatica separazione familiare, dallo stupore e dall’innocenza del piccolo protagonista. Gli stessi sentimenti provati dal paese intero che assisteva impotente, ascoltando la tv e leggendo i giornali, alla deriva stragista di quegli anni. Il punto di vista narrativo è dunque plurimo e alterna la prima, la seconda e la terza persona in una narrazione corale fatta di incontri e trame segrete, ambiguità e connivenze, giochi politici e piani occulti dei servizi segreti. Su tutto aleggia però il senso di smarrimento delle persone comuni, le vite quotidiane stravolte dalla casualità della violenza e dall’insensata distruttività delle ideologie. Il risultato è un’opera raffinata che lascia al lettore la sensazione di aver compreso fino in fondo, una volta per tutte, quella fase cruciale della nostra storia recente. “Io so. Ma non ho le prove e non ho nemmeno indizi”, scrisse Pasolini nel 1974. Meno che mai poté comprenderne le motivazioni. A distanza di oltre quarant’anni, quegli interrogativi rimasti in sospeso possono trovare finalmente una risposta, grazie al potere salvifico della letteratura.

RM

Piazza Fontana, la memoria negata dai manuali di storia

Se il dovere della memoria si impara sui banchi di scuola, i manuali di storia non sempre sono buoni viatici. Su sette testi sul Novecento destinati ai diciottenni che devono arrivare alla maturità preparati anche sulla strage di Piazza Fontana, che il 12 dicembre 1969 segnò una svolta nella vita del nostro Paese, soltanto due parlano di Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico precipitato dopo tre giorni di interrogatori da una finestra al quarto piano della questura di Milano. E uno soltanto cita il nome del commissario Luigi Calabresi, che aveva interrogato Pinelli e, al termine di una campagna diffamatoria, venne ucciso il 17 maggio 1972 da un commando terroristico.
Il metodo della nostra piccola indagine è empirico e di buon senso: abbiamo acquistato una copia dei più diffusi manuali adottati. L’unico dei libri analizzati a parlare di Calabresi è il terzo volume della “Storia del mondo moderno e contemporaneo” di Adriano Prosperi e Paolo Viola, edito dalla Einaudi Scuola. Questo digesto, tra i più accreditati per il prestigio degli autori, presenta così la morte dell’anarchico Pinelli: «Giuseppe Pinelli (1944-1969), durante un interrogatorio in questura cadde da una finestra e morì. La sinistra ha sempre ritenuto che sia stato spinto dai poliziotti». Notare che gli autori riportano la versione di una generica sinistra, non le conclusioni dell’inchiesta di Gerardo D’Ambrosio, magistrato di sinistra che parlò di probabile «malore attivo». Continua la lettura di Piazza Fontana, la memoria negata dai manuali di storia

Pinelli vittima di piazza Fontana

pinelliQuarant’anni dopo, lo Stato italiano – nella persona del Presidente della Repubblica – riconosce ufficialmente che anche il ferroviere anarchico Pino Pinelli fu una delle vittime della strage di Piazza Fontana. Lo fu in un modo tutto suo, “volando” da una finestra del quarto piano della Questura nella notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969. La giustizia italiana archiviò quel “volo” con l’ipotesi cervellottica del “malore attivo”. Ha quindi il sapore di un risarcimento l’invito rivolto da Giorgio Napolitano alla vedova Pinelli, Licia Rognini, a partecipare sabato al Quirinale al “giorno del ricordo delle vittime del terrorismo e delle stragi”. Licia Pinelli ha accolto l’invito. Ma ha fatto sapere – attraverso Mauro De Cortes, del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa (dove militava Pinelli) – che la sua è stata una decisione “tribolata, incerta e dolorosa dopo l’assordante silenzio di questi anni”. Parole oculate e ferme di una signora di 81 anni, vissuti con riserbo e dignità. Il Circolo Ponte della Ghisolfa giudica “significativo” l’invito al Colle: sancisce che Pinelli “non è solo un morto, ma una vittima”.
La finestra da cui precipitò Pinelli era quella dell’ufficio del commissario Luigi Calabresi che, pur assente dalla stanza al momento del “volo”, ebbe un ruolo da protagonista nel fermo illegale di Pinelli, negli spossanti interrogatori a cui fu sottoposto, nel perseguire la pista anarchica poi risultata una macchinazione. Tre anni dopo Calabresi fu assassinato e il delitto, per cui sono stati condannati Bompressi, Pietrostefani e Sofri, è stato rubricato come un atto di terrorismo (un timbro che l’ex leader di Lc rifiuta). Per questo sabato al Quirinale ci sarà Gemma Capra, vedova del commissario. Tutti gli obiettivi saranno puntati sulla “vicinanza” tra lei e la vedova Pinelli. Ieri la signora Capra ha definito di “grande importanza” il gesto di Napolitano d’invitare Licia Pinelli. E ha aggiunto: “In questi 40 anni non l’ho mai incontrata, ma mi sento di dire che lei, io e i nostri figli siamo stati tutti vittime di una stagione di odio e di terrorismo. Oggi sento che la nostra sofferenza ci accomuna”. Licia Pinelli, in un’intervista di un anno fa, manteneva le distanze: “C’è stato un momento in cui se avessi incontrato per strada la vedova Calabresi, con i bambini, forse avremmo potuto parlarci, avere un rapporto. Ma così, con tutto quello che è successo, no. C’è una distinzione netta, fra noi”.
(da “Il Manifesto”)

Assassinio a fin di bene

(di Marco Travaglio)*

L’unico aspetto che stupisce, della sortita di Adriano Sofri in difesa degli assassini del commissario Luigi Calabresi e contro il figlio di quest’ultimo, Mario, è lo stupore che l’ha accompagnato. In base a una sentenza definitiva della Cassazione, che l’ha condannato a 22 anni per omicidio, Sofri è uno dei mandanti del delitto del commissario (l’altro, Giorgio Pietrostefani, è felicemente latitante all’estero). Lui, com’è suo diritto, l’ha sempre negato. Da qualche tempo, però, sembra volerci dire qualcosa di più e di diverso.

Nel maggio 2007, sul Foglio, rivelò che, dopo il delitto Calabresi (1972), “uno dei più alti esponenti” dei servizi segreti “venne a propormi un assassinio da eseguire in combutta, noi e i suoi affari riservati”. Forse Federico Umberto D’Amato, capo degli Affari riservati del Viminale, morto nel ’96. Strano che ambienti così bene informati (e disinformanti) si rivolgessero proprio a Sofri, se l’avessero creduto estraneo agli omicidi politici: forse sapevano di andare a colpo sicuro, senza temere di essere denunciati. Tant’è che Sofri attese trent’anni e parecchi funerali, prima di parlare della cosa. Ora, sempre sul Foglio, il lottatore continuo si spinge più in là: “L’omicidio di Calabresi fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca”: cioè i caduti in piazza Fontana e l’anarchico Pino Pinelli. È un bel passo avanti rispetto ai bislacchi tentativi di Lc e dello stesso Sofri di affibbiare l’omicidio Calabresi ai servizi o alla destra. Poi, certo, sostiene che le persone che assassinarono Calabresi “potevano essere delle migliori”, “non certo persone malvagie”, comunque “non terroristi”.

Continua…