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Ora è ufficiale: l’invasione dell’Iraq fu decisa dal petrolio

“Memorandum segreti rivelano collegamenti tra le compagnie petrolifere e l’invasione dell’Iraq”, titola oggi l’Independent denunciando il ruolo della collusione tra il governo britannico e l’industria petrolifera nell’invasione dell’Iraq nel 2003. Le rivelazioni su una serie di incontri tra il primo ministro e i dirigenti delle compagnie “contrastano con le smentite pubbliche a proposito di una coincidenza di interessi tra l’industria del petrolio e i governi occidentali”, sottolinea il quotidiano londinese. Uno dei memorandum rivela che nel 2002 la baronessa Symons, allora ministro del commercio, informò la multinazionale petrolifera BP “che il governo era convinto che le compagnie energetiche britanniche avrebbero dovuto ottenere una fetta delle enormi riserve di petrolio e gas dell’Iraq come ricompensa per l’impegno militare di Tony Blair a seguito degli Stati Uniti”. Pubblicamente la BP ha continuato a sostenere di non avere “alcun interesse strategico” in Iraq, ma in privato ha fatto sapere al ministero degli esteri che l’Iraq era “più importante di qualsiasi cosa avessero visto da molto tempo”.

La Shell paga per gli abusi in Nigeria

(da Lettera 22)

La compagnia petrolifera paga 15,5 milioni di dollari per evitare il processo che la vede coinvolta nella morte dello scrittore e attivista nigeriano Ken Saro-Wiwa.

ken_saro_wiwaPer il gigante petrolifero Royal Dutch Shell si tratta di un «gesto umanitario». Un eufemismo per definire i 15,5 milioni di dollari che la compagnia petrolifera pagherà perché non si celebri il processo che la coinvolge per collusione con le autorità nigeriane per la morte di Ken Saro-Wiwa, scrittore e attivista nigeriano, e di altri cinque ambientalisti della tribù Ogoni, giustiziati dal regime militare della Nigeria nel 1995. La Shell nega ogni coinvolgimento nell’accaduto, ma intanto si mette al riparo dal processo per gli abusi perpetuati nel Ogoniland, nel Delta del Niger. Un processo che sarebbe dovuto iniziare fra pochi giorni per una causa intentata quattordici anni fa dai parenti delle vittime, con a capo il figlio di Ken Saro-Wina. L’accusa è pesante. La Shell sarebbe coinvolta nelle violenze perpetuate dalle autorità militari per stroncare le contestazioni degli Ogoni, che denunciavano gli abusi ambientali delle compagni petrolifere nel Delta del Niger. Tra i principali difensori dei diritti degli Ogoni e voce della lotta ambientalista nel Delta, lo scrittore Ken Saro-Wina. Vincitore del Goldman Environmental Prize e presidente del Mosop (il Movimento per la sopravvivenza della popolazione Ogoni) si batteva per la difesa dell’ambiente devastato dall’industria petrolifera. Per questo venne arrestato nel 1994, inseguito ad una campagna di protesta non violenta, e condannato a morte. Il tutto, pare, con il beneplacito delle compagnie petrolifere alle quali si opponeva. Tutti fatti ai quali la Shell si è sempre detta estranea.
L’accordo extra-giudiziario, che secondo la compagnia anglo-olandese dovrebbe coprire costi legali e compensare le perdite subite dagli Ogoni, è salutata come una vittoria dai parenti delle vittime. «Ken sarebbe contento di questo» commenta il figlio di Saro-Wina in una intervista al quotidiano britannico The indipendent. Ma non mancano le voci contrarie. Bariara Kpalap, portavoce del Mosop dice alla Bbc «Per una pace duratura nel Ogoniland, la Shell dovrà cambiare il proprio atteggiamento verso la popolazione. Vogliamo essere trattati come persone umane, non come quelli da sfruttare a causa del petrolio». Mentre per Ogon Patterson, fondatore del Ijaw Council for Human Rights, associazione che lavora per proteggere le popolazioni del Delta: «quei soldi sono sporchi di sangue».
Il caso è approdato alla corte americana grazie all’Alien Tort Claims Act, una legge del 1789 che, in caso di crimini contro l’umanità o di torture, consente di perseguire un azienda o un individuo, che vanta una significativa presenza negli Stati Uniti, anche per reati commessi all’estero. Una legge alla quale si sono appleati il dissidente cinese Wang Xiaoning contro Yahoo!, per aver contribuito all’arresto, e alla tortura di Wang e del giornalista Shi Tao, e gli abitanti del villaggio nigeriano di Bowoto contro la Chevron, accusata di aver ucciso alcuni abitanti. Lo sfruttamento delle risorse petrolifere del Delta del Niger è ancora un caso di scottante attualità, e la lotta a queste attività si è oggi radicalizzata. Il Mend (Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger) ha preso il posto del Mosop, e boicottaggi, sequestri e armi hanno sostituito i pacifici mezzi e la non violenza di Saro-Wina.
(Andrea Pira)

Iraq: il costo dell’ignoranza

Il New York Times denuncia sprechi per oltre 100 miliardi di dollari dell’amministrazione statunitense in Medioriente.  La costosissima ricostruzione dell’Iraq, secondo un rapporto governativo non ancora pubblico, è stata un clamoroso fallimento. Fino alla metà del 2008, infatti, sono stati spesi in Iraq 117 miliardi di dollari ma non è stato avviato nulla di davvero innovativo. Al massimo, commenta polemicamente il giornale americano, «è stato rimesso in piedi ciò che le cannonate del 2003 e i successivi saccheggi avevano distrutto». Le due cause dello spreco dovrebbe essere ricercate, secondo il quotidiano d’oltreoceano, fondamentalmente nella poca conoscenza dei vertici del Pentagono verso la cultura irachena e quindi nei limiti imposti dalla burocrazia. Il Pentagono, denuncia chiaramente il rapporto, ha cercato di nascondere il fallimento gonfiando e modificando le cifre. Ad esempio vengono citate, tra virgolette, alcune parole  dell’ex segretario di stato Colin Powell «nei mesi successivi all’invasione del 2003 i numeri dei militari inviati in loco sono stati “gonfiati” di circa ventimila unità a settimana». L’affermazione, destinata a riscaldare gli animi, è stata confermata dall’ex comandante delle truppe americane in Iraq, Ricardo Sanchez. Ma anche gli appalti per la ricostruzione sul territorio pare non siano stati tanto “limpidi”. Le imposizioni sulle aziende utilizzabili, denuncia un ufficiale americano impegnato sul territorio, «sono state costanti, e se si decideva di non servirsi dei fornitori prestabiliti semplicemente si decideva di non fare il lavoro».
Conclusione pessimista per il rapporto intitolato “Dura lezione: l’esperienza della ricostruzione in Iraq”: «il governo non ha mai davvero sviluppato una nuova legislazione o messo le basi per operazioni diplomatiche, di sviluppo e tantomeno militari». In questo momento -sempre secondo il New York Times– gli Stati Uniti non hanno né la capacità tecnica, né la visione politica, né la struttura organizzativa per portare a compimento il più grande piano di ricostruzione elaborato dai tempi del Piano Marshall.

La morte dell’ultimo stalinista

Se n’è andato qualche giorno fa, all’età di 97 anni, Nikolai Baibakov, il potentissimo ministro del petrolio dell’Urss uscita dalla Seconda Guerra Mondiale. Era rimasto fino all’ultimo uno dei più convinti sostenitori dello statalismo dell’era stalinista.

Originario della città di Baku, situata al centro dell’area petrolifera più grande del mondo e oggi capitale dell’Azerbaijan, ebbe modo anni fa di ricordare in un’intervista l’episodio che aveva segnato l’inizio del suo lungo rapporto di collaborazione con Stalin. Nel 1942, con i nazisti alle porte di Stalingrado, il dittatore lo convocò e gli chiese di impedire che le piattaforme petrolifere del Caucaso cadessero in mano ai tedeschi senza interrompere i rifornimenti all’Armata Rossa, indispensabili per proseguire la “grande guerra patriottica”. Appena trentenne e da poco nominato viceministro del petrolio, Baibakov propose di smantellare le piattaforme principali e trasferirle nella parte orientale del paese, seguitando a estrarre e a inviare il greggio al fronte fino all’ultimo minuto. Stalin apprezzò l’idea ma gli puntò due dita alla tempia avvertendolo che se il piano non avesse funzionato, per lui era prevista la fucilazione. Lo stesso destino – aggiunse – gli sarebbe toccato anche se, una volta respinto l’invasore, non fosse riuscito a far ripartire la produzione. Bastò aspettare il 1946 per vedere il petrolio sovietico tornare ai livelli pre-bellici, trainando la ricostruzione di un sistema economico stremato da spese militari che negli anni del conflitto erano state superiori a quelle sostenute dagli Stati Uniti. Quando il quarto piano quinquennale (1946-1950) fece crescere in modo esponenziale la produzione di petrolio, per lui si schiusero definitivamente le porte del gruppo dirigente supremo del Pcus. Nel 1955 fu nominato al vertice del Gosplan, la Commissione statale per la pianificazione, vera e propria stanza dei bottoni della politica economica dell’Urss, da dove fu allontanato un paio d’anni dopo perché non condivideva le critiche mosse a Stalin dal XX Congresso. Tornò alla guida del Gosplan durante gli anni di Breznev per rimanervi ininterrottamente altri vent’anni, durante i quali riuscì a far quintuplicare la produzione industriale del paese. Gorbaciov lo sollevò da tutti gli incarichi nel 1985 ma lui riuscì a non cadere mai in disgrazia, contrariamente a quanto accadde a Kaganovich e ad altri ex Commissari del popolo dell’epoca stalinista. La caduta dell’Urss non bastò a fargli cambiare idea sulla pianificazione economica e sui dogmi dello statalismo più rigido. Ribadì, anche in anni recenti, tutta la sua disapprovazione nei confronti delle riforme della Russia post-sovietica: “anche i paesi occidentali – disse – hanno mantenuto un controllo più rigido sull’economia di quanto hanno fatto Gorbaciov e Yeltsin”. Prima di morire osservò con soddisfazione la crescita, lenta ma costante, coincisa con il ritorno del ruolo dello stato nell’economia favorito da Putin.

(Questo articolo è uscito anche su “Diario”, n. 7, anno XIII)