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Nessuno tocchi la Cina. Atene fa infuriare l’UE

Da Il Venerdì di Repubblica, 7.7.2017

Ennesima battuta d’arresto per il “soft power” dell’Unione europea. Stavolta la diplomazia culturale di Bruxelles si è inceppata persino sul tema dei diritti umani, non riuscendo a trovare l’unanimità neanche per condannare le gravi violazioni del governo cinese. Per la prima volta, la dichiarazione che l’UE presenta periodicamente alle Nazioni Unite per evidenziare gli abusi degli stati di tutto il mondo – e che necessita del sì dei 28 membri dell’Unione – è stata bloccata dall’inaspettato veto della Grecia. Da alcuni anni Bruxelles ha iniziato a fare pressioni su Pechino denunciando il giro di vite nei confronti di avvocati, attivisti e giornalisti critici verso il regime. Amnesty international e le altre organizzazioni in difesa dei diritti umani criticano invece la Cina da sempre, denunciando apertamente la repressione di ogni forma di dissenso, la limitazione delle libertà e l’utilizzo sistematico della pena di morte. Per l’UE, che da anni cerca di accreditarsi come difensore dei diritti umani, la sorprendente decisione di Atene rappresenta un colpo durissimo, ed è stata definita ‘vergognosa’ dalla diplomazia europea. “Abbiamo agito sulla base di una posizione di principio – ha cercato di spiegare un portavoce del governo di Alexis Tsipras -. Sul tema dei diritti è previsto un dialogo tra l’UE e la Cina e riteniamo che quello sia un modo più efficiente e costruttivo di ottenere risultati”. Nessun ministro, né tantomeno il premier, ha avuto il coraggio di metterci la faccia, e la spiegazione del funzionario non ha convinto nessuno. Particolarmente irritante è apparsa la tempistica del veto, giunto poche ore dopo che i ministri delle finanze dell’Eurozona avevano approvato la nuova tranche di aiuti finanziari alla Grecia, stanziando 8,5 miliardi di euro per il rilancio della sua disastrata economia. Ma soprattutto c’è chi punta il dito nei confronti dei legami sempre più stretti tra Atene e Pechino. Dopo la privatizzazione del porto del Pireo – passato sotto il controllo della Cosco, la più grande compagnia di trasporti cinesi – le società e i fondi del Dragone continuano ad acquisire pezzi di Grecia nelle infrastrutture, nella logistica e nell’immobiliare. Con buona pace dei diritti umani.
RM

Così è implosa la rivoluzione culturale di Mao

Avvenire, 30.6.2016

L’ordine era stato chiaro, inequivocabile. “Bombardate il quartier generale”. Esattamente cinquant’anni fa Mao Tse-tung chiese alla sua gente una cosa che né Stalin, né Hitler, né Pol Pot avevano mai chiesto al proprio popolo: rovesciare il sistema di potere che loro stessi avevano creato. L’anziano leader, sentendo vicino il crepuscolo del suo potere, denunciò l’infiltrazione del partito da parte di elementi revisionisti e controrivoluzionari intenzionati a creare un regime borghese. La Cina era appena uscita dalla gigantesca catastrofe innescata dalle politiche agricole e industriali imposte dallo stesso Mao con il “Grande Balzo in avanti”. Circa trenta milioni di cinesi erano morti per fame in soli tre anni, a seguito di una delle più gravi carestie dell’epoca moderna. Per governare le conseguenze del disastro e contrastare l’apparato del partito che stava cercando di ridimensionare il suo potere, il Grande Timoniere lanciò la cosiddetta “Rivoluzione culturale”, destinata a durare fino alla sua morte, nel 1976. mao“Mao temeva una condanna postuma per i suoi clamorosi fallimenti, com’era già accaduto a Stalin dopo la sua morte. Ma soprattutto era ancora convinto di poter trasformare la Cina in un paradiso socialista e pur di riuscirci, era disposto a chiedere qualsiasi sacrificio al suo popolo”, spiega lo storico olandese Frank Dikotter, docente all’università di Hong Kong e autore di prestigiosi saggi sulla Cina di quegli anni. Il 16 luglio 1966, ormai 72enne, Mao si buttò nelle acque profonde del fiume Yangtze e nuotò per oltre un’ora, da una sponda all’altra, per dimostrare al popolo che il suo vigore fisico era ancora intatto nonostante l’età avanzata. Un mese dopo, un milione di giovani Guardie rosse osannanti giunte da tutto il paese si riunirono a Pechino, in piazza Tienanmen, dove ricevettero l’ordine di attaccare i “centri della controrivoluzione” e distruggere quelli che furono definiti i quattro nemici della Cina: le idee, la cultura, le abitudini, i comportamenti. I comandamenti della rivoluzione furono elencati nel famierato “Libretto rosso” che venne stampato in milioni di copie. “Da quel momento in poi” – prosegue Dikotter – il furore iconoclasta avrebbe colpito qualsiasi traccia del cosiddetto ‘passato borghese e imperialista’, portando alla distruzione e al saccheggio di monumenti e luoghi di culto, e innescando una guerra civile che causò centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati. Mao aizzò gli studenti contro gli insegnanti, incitò il popolo ad attaccare i membri del partito comunista, infine fece intervenire l’esercito, portando il paese in un vortice di terrore nel quale le persone cercarono disperatamente di dimostrare la loro fedeltà al capo supremo”. Non furono attaccati soltanto i dirigenti, i funzionari del partito e tutti coloro che a vario titolo avevano manifestato perplessità nei confronti delle politiche del Grande Timoniere. Decine di migliaia di cittadini comuni vennero perseguitati, imprigionati, torturati, uccisi.
In occasione del cinquantesimo anniversario dell’ultima fase del delirio maoista, Dikotter ha dato alle stampe The Cultural Revolution: A People’s History (Bloomsbury press), ad oggi considerato lo studio storico più approfondito e aggiornato sulla Rivoluzione culturale cinese. Il libro conclude di fatto una trilogia dedicata agli orrori causati dalle politiche di Mao: nei due volumi precedenti (Mao’s Great Famine e The Tragedy of Liberation) lo storico olandese aveva già fatto largo uso di documenti e testimonianze d’epoca inedite ritrovate negli archivi cinesi, ai quali lo studioso dice di aver avuto accesso con grandi difficoltà, soltanto grazie alla sua incrollabile ostinazione. “Il terrore che Mao scatenò nei suoi ultimi dieci anni di vita si rivelò per lui un grande successo – spiega – poiché gli consentì di eliminare tutti i veterani del partito che avevano iniziato a criticarlo e anche di gettare una fitta coltre di fumo negli occhi del popolo per celare i suoi insuccessi”. Fino al 1968 vi fu una drammatica escalation di violenza urbana: gli studenti inquadrati nelle Guardie rosse presero di mira soprattutto gli insegnanti, che vennero aggrediti, umiliati e picchiati in pubblico, assassinati o costretti al suicidio. Le case dei cittadini benestanti vennero assaltate alla ricerca di beni di lusso, di mobili e libri antichi, di valuta estera. Infine la Rivoluzione culturale si spostò nelle campagne causando nuovi drammi e persino episodi di cannibalismo, verificatisi nella provincia dello Guangxi e portati alla luce per la prima volta proprio dalle ricerche di Dikotter. Mao riuscì infine a incarnare l’utopia, a diventare oggetto di un vero e proprio culto della personalità, ma in ultima analisi il processo aprì la strada anche al tramonto del Maoismo. Il principale elemento di originalità del lavoro di Dikotter è lo sguardo col quale lo storico è riuscito a osservare e ad analizzare il comportamento del popolo. Il suo libro racconta come il caos favorì le delazioni e le vendette personali ma documenta anche i drammatici tentativi di sopravvivenza dei cinesi, la loro spontanea, disperata reazione a decenni di brutalità. I contadini che si ripresero le loro terre confiscate dalle comuni agricole, gli studenti che cercarono di salvare i libri destinati al rogo e poi cominciarono a leggerli di nascosto, il mercato nero che nacque spontaneamente e regolò l’economia indirizzandola in una direzione opposta rispetto a quella voluta dal capo supremo. “Tutto”, conclude, “contribuì infine a svuotare l’ideologia di Mao fino a farla implodere di fronte alle sue stesse contraddizioni”.
RM

Liu Xiaobo: elegie per Tien An Men

Da “Avvenire” di ieri

Quella sedia rimasta vuota alla cerimonia di consegna del Nobel per la pace del 2010 continua a rappresentare un simbolo eloquente della repressione del dissenso in Cina. Da allora sono trascorsi tre anni e Liu Xiaobo, il poeta e intellettuale cinese che fu insignito del prestigioso riconoscimento dell’Accademia di Svezia, continua a essere detenuto dal regime di Pechino in un luogo segreto. Le sue opere di denuncia e la sua adesione al manifesto di intellettuali denominato Charta 08 – che reclama riforme ispirandosi alla famosa Charta 77 redatta negli anni ’70 dai dissidenti cecoslovacchi – gli sono valse una condanna a undici anni di carcere per “incitamento alla sovversione del potere dello Stato”. Ma privandolo della libertà e impedendogli anche soltanto di inviare una dichiarazione pubblica alla cerimonia del Nobel, il regime ha trasformato Xiaobo in un’icona mondiale della battaglia nonviolenta per i diritti umani in Cina. Norway-Nobel PrizeLe sue liriche spaventano la dittatura perché veicolano un messaggio politico di resistenza ed esprimono il tentativo di risvegliare il popolo da un letargo della memoria indotto dal benessere economico degli ultimi anni. Soprattutto impediscono di tacitare le coscienze dei sopravvissuti del massacro del 4 giugno 1989 e di rimuovere, come vorrebbe il governo, la terrificante ferita aperta in piazza Tien An Men. Ogni primavera, nei vent’anni che hanno seguito la strage, Liu Xiaobo ha composto un poema in memoria delle vittime, restituendoci una testimonianza lucida e disperata, ritualizzata a ogni anniversario dell’eccidio di studenti e cittadini, e raccolta in un volume straordinario, Le Elegie del quattro giugno, finalmente tradotto anche in italiano e pubblicato dalla casa editrice Lantana. Ciascuna elegia è una riflessione potente e dolorosa sulle ragioni della morte e della sofferenza, espressa attraverso un rituale quasi macabro che racconta l’odore di polvere e di sangue, le madri alla ricerca di una tomba, i volti dei giovani carnefici. Versi che come un ago cercano di “ricucire l’oblio di un sogno reciso”, denunciando la “solenne menzogna” del potere e i milioni di cinesi che hanno rimosso quella terrificante strage di Stato in cambio del benessere materiale promesso dal governo di Pechino. “In quell’istante il mondo era un agnello indifeso / massacrato da un sole nudo / Persino Dio senza parole per lo sgomento / si limitava a piangere sospiri silenziosi / Seguì il sangue del mercimonio ripulito dal denaro / dei cadaveri scuoiati / che si univano alla marcia del dispotismo”. Continua la lettura di Liu Xiaobo: elegie per Tien An Men

Vogliono cancellare Tienanmen

Intervista uscita su Avvenire

massacroVent’anni possono essere sufficienti per dimenticare tutto. Lo spirito della grande mobilitazione studentesca per la democrazia che fu repressa nel sangue in piazza Tien An Men rischia di essere inghiottito nell’oblio e dimenticato anche dai libri di storia cinesi. Per evitarlo, e per commemorare il coraggio di coloro che vi presero parte, il ricercatore statunitense Philip J. Cunningham ha scritto “Tienanmen Moon. Inside the Chinese Student Uprising in 1989”, un libro importante, poiché l’autore ha vissuto quegli eventi in prima persona. “Non si tratta dell’ennesimo racconto sul massacro degli studenti, piuttosto della storia di quel formidabile movimento popolare che ha conquistato le menti e i cuori dei pechinesi, e gran parte del resto della nazione nella primavera del 1989”. Vent’anni fa Cunningham era solo un giovane straniero che studiava all’università di Pechino quando, senza volerlo, si trovò a faccia a faccia con la storia, divenendo testimone di uno dei fatti più importanti e drammatici del XX secolo. In quelle settimane marciò con gli studenti cinesi ed ebbe modo di osservare dall’interno, nei campus di Pechino, la nascita di una gigantesca protesta pacifica, che il governo cinese avrebbe poi schiacciato facendo uccidere centinaia di persone. Oggi non esita a definire “straordinari, unici e indimenticabili” i mesi che precedettero la strage. “Il modo crudele e maldestro in cui è stata soffocata la rivolta – spiega – ha rappresentato un grave battuta d’arresto per la Cina. Ma quelle settimane ispirarono la mobilitazione di milioni di persone dietro agli striscioni di un movimento estremamente pacifico e affiatato. Che purtroppo è stato poi oscurato proprio da quanto è accaduto dopo”. Continua la lettura di Vogliono cancellare Tienanmen

Olimpiadi da boicottare?

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Tanto da qui all’estate sarà uno dei principali argomenti di discussione. E allora tanto vale chiederselo subito. E’ giusto boicottare i Giochi estivi di Pechino? O è forse meglio propendere per una campagna come quella lanciata mesi fa da Amnesty International? L’Ong a difesa dei diritti umani è contraria al boicottaggio e pensa che le Olimpiadi siano un’occasione unica per mobilitare l’opinione pubblica e spingere il governo cinese verso una svolta radicale. Chi scrive la pensa esattamente allo stesso modo. Intanto durante la cerimonia per l’accensione della fiaccola è andata in scena la prima protesta mediatica. Non da parte degli attivisti tibetani, ma ad opera dei rappresentanti di Reporters sans Frontières, l’associazione che si batte per i diritti della libera stampa. Sono entrati in azione mentre parlava Liu Qi, presidente del comitato organizzatore di Pechino 2008: uno ha sventolato una bandiera con i cinque cerchi olimpici a forma di manette e la scritta «boicottate i Paesi che disprezzano i diritti umani», l’altro ha cercato di impadronirsi del microfono. Sono stati subito bloccati dal servizio di sicurezza. Una dozzina di manifestanti ha poi inscenato una protesta nelle strade di Olimpia. La tv cinese, manco a dirlo, ha sospeso la trasmissione in diretta della cerimonia, senza alcuna spiegazione.

Qui sotto è possibile rivedere le immagini censurate della protesta

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