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Gaza, il calvario di due fratelli

Avvenire, 20.12.2017

In uno dei suoi versi più famosi, il poeta Mahmoud Darwish scrisse che il tempo, a Gaza, “non porta i bambini dall’infanzia immediatamente alla vecchiaia, ma li rende uomini al primo incontro con il nemico”, e che “l’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza all’occupante”. Sembra prendere avvio proprio da queste parole il romanzo d’esordio della scrittrice anglo-palestinese Selma Dabbagh, Fuori da Gaza, appena pubblicato in italiano dall’editore Il Sirente, con la traduzione di Barbara Benini. Un’opera prima che si avventura in uno dei terreni ancora inesplorati dalla letteratura contemporanea, andando a indagare l’animo più profondo della gioventù palestinese al tempo della Seconda Intifada. La narrazione ruota attorno alla storia dei Mujahed, una famiglia medio borghese, colta e benestante, la cui casa si ritrova all’improvviso in mezzo alle macerie del quartiere distrutto dalle incursioni israeliane. “Avevano demolito ogni struttura del vicinato, strappandola dalle radici, scavandone le fondamenta. I soldati, sui loro bulldozer gialli, si erano divertiti a inseguire i nuovi senzatetto in quella confusione. Gli alberi avevano continuato a bruciare per giorni”. Iman e Rashid sono due fratelli gemelli di 17 anni che hanno vissuto gran parte della loro vita all’estero e adesso si ritrovano psicologicamente intrappolati nella Striscia. Rashid osserva Gaza attraverso le immagini del satellite, e sogna di andarsene. Dall’alto gli appare come “un corallo essiccato, increspato, compartimentato e sabbioso”, con “centinaia di migliaia di abitazioni ridotte a graffi su un osso”. Dall’altra parte, quella ormai vietata ai palestinesi, c’è invece “un’elaborata coperta dal design modernista. […] Quella parte scintillava. Pannelli solari e piscine luccicavano al sole”. È lo stesso contrasto evidenziato dalla giornalista israeliana Amira Haas quando definì Gaza “la contraddizione dello Stato d’Israele, democrazia per alcuni, esproprio per altri”. E Dabbagh sceglie di indagare proprio il significato intimo di quel nervo scoperto nella vita di tutti i giorni.
Ambientato tra Gaza e Londra, il suo romanzo segue le vite di Rashid e Iman nel loro tentativo di costruirsi un futuro in mezzo all’occupazione, al fondamentalismo religioso e alle varie fazioni politiche. Il padre dei due giovani è un ex esponente dell’Olp, vive in esilio e non comprende le ragioni degli islamici, “non aveva mai avuto tempo per la religione e non vedeva alcuna ragione per cambiare: a tutti loro, Dio aveva a malapena rivolto un sorriso”. La madre ha un passato segreto nei movimenti di lotta per la liberazione della Palestina e vive invece a Gaza, accudendo il primogenito, Sabri, costretto su una sedia a rotelle dopo aver perso le gambe in un attentato. I due gemelli provengono da un background privilegiato, sono profondamente legati eppure diversi, e le loro strade sembrano dividersi fin dall’inizio del libro. Proprio mentre Iman viene chiamata dall’ala islamica del centro culturale di cui è attivista – e che le propone di farsi esplodere in un attentato suicida – Rashid viene a sapere di aver vinto una borsa di studio a Londra e trova, almeno apparentemente, la sua via di fuga. “Non volevo raccontare soltanto il dilemma di una generazione di palestinesi, tra chi vuole restare per lottare e chi invece ha la possibilità di fuggire per inseguire i propri sogni – ci spiega Dabbagh – ma descrivere il punto di rottura, il momento non ritorno di ciascun individuo, in termini di scelta morale. Quella sensazione di sentirsi tagliati fuori dalla storia, qualcosa che persino molti palestinesi che vivono sotto occupazione danno per scontata”. Oltre al desiderio dei due fratelli di uscire dalla soffocante condizione di vita della Striscia di Gaza, c’è infatti anche il tentativo di evadere dal loro passato, il senso di straniamento che provano all’interno del nuovo contesto in cui cercano di ambientarsi. Anche la famiglia della scrittrice ha un passato segnato dall’esilio e dalla politica. Suo nonno fu imprigionato dai britannici per le sue idee e decise di abbandonare Jaffa quando suo padre, bambino, rischiò di rimanere ucciso da una granata lanciata dai paramilitari sionisti. Trovarono rifugio in Siria per poi trasferirsi in altre parti del mondo. Selma Dabbagh è nata in Scozia nel 1970 e ha vissuto in Arabia Saudita, Kuwait, Francia e Bahrein, lavorando come avvocato per i diritti umani a Gerusalemme, Il Cairo e Londra. Ciononostante, assicura che la sua storia personale non ha influito nella vicenda raccontata nel libro: “non c’è niente di autobiografico nel romanzo e io non ho mai vissuto a Gaza. Certo, sono stata impegnata politicamente e la mia famiglia è sempre rimasta legata al dramma palestinese, ma forse ha inciso di più il confronto con le persone che ho incontrato durante la mia attività di avvocato”. La storia di Rashid e Iman è l’espediente narrativo attraverso il quale Dabbagh riesce a ricostruire le molteplici sfaccettature di una società complessa, a indagare i conflitti interiori e il modo in cui la guerra, la violenza e il fondamentalismo religioso influiscono sull’intimità delle persone. A raccontare non solo l’assedio dei territori ma anche quello delle coscienze, con una scrittura che – proprio come sarebbe piaciuto a Darwish – fa parlare Gaza “attraverso il sangue, il sudore, le fiamme”. Il pubblico, anche in Palestina, pare aver accolto il romanzo positivamente. “La gente si è riconosciuta nel libro – conclude Dabbagh -, trovarsi in un’opera di finzione letteraria è stato per loro un modo per sentirsi vivi, per essere ascoltati. Era la cosa cui tenevo di più e infatti ho cercato in tutti i modi di rappresentare quella realtà terribile nel modo più fedele possibile”. Per due anni consecutivi, Fuori da Gaza è stato definito “libro dell’anno” dal Guardian.
RM

Koudelka lungo il muro della Terra Santa

Avvenire, 1.10.2017

“Com’è possibile trattare così dei territori così belli? Stanno distruggendo per sempre un paesaggio sacro per la civiltà”. Anche Josef Koudelka, uno dei più grandi fotografi viventi, ammette la sua impotenza di fronte al muro che separa Israele dalla Palestina. Per cinque anni, tra il 2008 e il 2012, ha visitato la Terra Santa per documentare quel confine di guerra cercando di trasfigurare in arte la sua oscena violenza deturpatrice. L’ha fatto a quarant’anni esatti da quella Primavera di Praga che proprio lui, all’epoca giovane fotografo sconosciuto, ebbe modo di documentare con immagini destinate a entrare nella storia. Il suo viaggio attraverso Gerusalemme, Hebron, Ramallah, Betlemme e alcuni insediamenti israeliani lungo il confine è raccontato nel film Josef Koudelka fotografa la Terra Santa del giovane regista israeliano Gilad Baram, in uscita oggi nelle sale italiane. Un’opera che offre uno sguardo intimo e prezioso nel processo creativo dell’anziano fotografo ceco dell’agenzia Magnum, facendo dialogare cinema e fotografia con inquadrature statiche e pochi movimenti di macchina. Decine di immagini in bianco e nero, dall’impatto visivo essenziale e potente, si alternano ai filmati che descrivono il suo appassionante lavoro di ricerca sul campo, la paziente osservazione dei soggetti e la preparazione meticolosa di ogni scatto che sfocia infine in un risultato straordinario.  Koudelka non è un fotoreporter e dal 1968 a oggi, nella sua lunga carriera, non ha mai inseguito l’attualità. “Non ho più fotografato un conflitto armato perché nessuno mi ha sconvolto tanto quanto gli eventi nel mio paese, la Cecoslovacchia”, spiega nel film. Quasi per caso il 21 agosto ’68 si è trovato in piazza San Venceslao, quando i carri armati russi arrivarono per soffocare la Primavera di Praga. Lui, all’epoca ancora indeciso tra la carriera di fotografo e quella di ingegnere aeronautico, realizzò in quelle ore alcune delle immagini che sarebbero divenute simbolo della repressione sovietica, e l’avrebbero reso famoso costringendolo a chiedere asilo politico al di là della Cortina di ferro. Molto opportunamente, il film di Gilad Baram ripropone alcune immagini del dramma cecoslovacco per stabilire un parallelismo tra quel muro europeo, ormai caduto da tempo, e quello israelo-palestinese, che ogni giorno viene rafforzato e allargato. In entrambi i casi – spiega Koudelka parlando con Baram – c’è un intero popolo che desidera la ritirata dell’invasore. Ma il paesaggio diviso della Terra Santa non presenta alcuna traccia del conflitto, che resta sempre fuoricampo, pur essendo evocato in ogni foto. L’obiettivo del grande fotografo si concentra sul paesaggio offeso dall’uomo, più che sulla figura umana, che compare sporadicamente, e descrive una geografia dell’odio fatta di città spettrali, case bombardate, campi circondati da recinzioni di filo spinato, barriere di cemento alte dieci metri, e persino un insediamento costruito nel deserto a grandezza naturale per le esercitazioni militari. È il suo intuito a guidarlo, portandolo ovunque ci sono immagini che – dice lui – “lo aspettano per diventare fotografie”. E allora lo vediamo entrare dentro il filo spinato per ritrarre dei grovigli, avventurarsi tra i carri armati abbandonati nella nebbia, oppure affiancare i soldati di pattuglia sulle alture. Osserviamo la sua minuscola figura che si perde davanti a quel muro immenso e monotono, fatto di blocchi di cemento tutti uguali, che oscura e svilisce l’orizzonte e la sacralità di quell’antico paesaggio. Al quale però Koudelka riesce a restituire una monumentale bellezza, cogliendo quei particolari che un occhio normale non riuscirebbe a vedere, e cristallizzando la realtà nei suoi affascinanti scatti in bianco e nero contrastato. La sua è un’arte che trasuda malinconia e alienazione ma anche speranza nella persistenza della pur fragile attività dell’essere umano. Lo spirito che l’ha mosso in questo viaggio è stato quello di un uomo cresciuto dietro a un muro, in una zona di confine, e costretto infine a scappare abbandonando tutto. “Per tutta la vita”, confessa, “ho desiderato oltrepassare quella gabbia, quella prigione”. Da quando ha lasciato il suo paese si sente un esule, un artista in esilio permanente, ed è diventato una figura completamente atipica anche nel mondo della grande fotografia internazionale. Giunto sulla soglia degli ottant’anni, dopo aver ricevuto i più prestigiosi premi internazionali – tra cui la Robert Capa Gold Medal – e aver esposto le sue fotografie nei più importanti musei del mondo, ha sentito il bisogno di confrontarsi con un altro muro, di esplorarne complessità e contraddizioni. Questo film (distribuito in Italia da Lab80 in collaborazione con il Trieste Film Festival) riesce a stabilire un efficace dialogo tra la sua fotografia e la cinematografia di Baram, che spiega: “dopo cinque anni di lavoro con lui mi sono reso conto che per ritrarre questo artista unico avrei dovuto imparare attentamente ad adottare il suo punto di vista. Ogni volta ho studiato i suoi movimenti, i luoghi e le situazioni che catturavano la sua attenzione. Gradualmente ho imparato a disegnare la cornice intorno a Koudelka. Ho imparato a guardare come lui”.
RM

Gaza assediata anche dalla realpolitik

Silvio Berlusconi ha definito “giusta” la brutale offensiva missilistica che Israele scagliò contro la Striscia di Gaza alla fine del 2008, causando centinaia di vittime civili e la netta condanna dell’Onu. Concludendo la sua visita istituzionale in Israele, il premier italiano ha così suggellato il deciso spostamento “filo-israeliano” della tradizionale politica mediorientale dell’Italia. E’ Carnevale e verrebbe da dire che ha scelto i tempi alla perfezione, pensando d’indossare per una volta i panni dello statista di livello internazionale, manco fosse un Jimmy Carter coi capelli tinti. Ma fuor d’ironia, le sue parole su Gaza costituiscono un’offesa grave ai civili uccisi e a quelli che continuano a vivere “reclusi nella più grande prigione collettiva del mondo”, come l’ha eloquentemente definita chi quell’area la conosce molto bene, avendola visitata più volte in tempi recenti. Berlusconi al massimo se la sarà fatta raccontare da Netanyahu, Niccolò Rinaldi vi è entrato di nuovo nel dicembre scorso. Quello che segue è il racconto del suo viaggio…

«Tutti i draghi della nostra vita forse non sono altro che delle principesse che aspettano di vederci belli e coraggiosi». In altre parole, « Tutte le cose terribili forse altro non sono che delle cose prive di soccorso che aspettano solo che noi le soccorriamo». Questo passo di Rilke, dalla «Lettera a un giovane poeta», è anche un viatico a Gaza, maledetta striscia chiusa ormai da anni. Solo un ridottissimo numero di prodotti più che altro alimentari – circa una ventina – può entrare a Gaza su autorizzazione di Israele, mentre il resto, dal combustibile a un rubinetto, dalla marmellata alle armi, è costretto a transitare nei pericolosi, carissimi, oltre che vietati, tunnel sotterranei con l’Egitto (che sta costruendo una barriera in acciaio profonda diciotto metri per chiudere questo traffico illecito eppure vitale). Entrare a Gaza è un lusso ormai, come lo è uscire. Lo scorso dicembre anche una delegazione ufficiale del Parlamento Europeo si è vista negare, sul più bello, l’accesso a Gaza da parte israeliana, e così, visto che i poveri abitanti della striscia sono reclusi nella più grande prigione collettiva del mondo, ho deciso di unirmi a una delegazione parlamentare di vari paesi europei che dopo lunghi negoziati con le autorità egiziane, e altrettante attese al varco di Rafah, è riuscita a visitare Gaza per due giorni scarsi. Negli ultimi anni vi sono stato spesso, dai tempi delle colonie fino a subito dopo la fine delle bombe israeliane nel febbraio del 2009. E una volta di più il viaggio ha conosciuto dimensioni straordinarie, cose che non si vedono, non si sentono, in nessun’altra parte del pianeta. Cominciando dall’enormità della sofferenza della popolazione. Continua la lettura di Gaza assediata anche dalla realpolitik

La nascita di Israele e la pulizia etnica della Palestina

palestine2Nel 1948 nacque lo Stato d’Israele ma ebbe luogo anche la Nakba (‘catastrofe’), ovvero la cacciata di circa 250.000 palestinesi dalle loro terre. La vulgata israeliana ha sempre narrato che in quell’anno, allo scadere del mandato britannico in Palestina, le Nazioni Unite avevano proposto di dividere la regione in due stati: il movimento sionista era d’accordo, ma il mondo arabo si oppose; per questo, entrò in guerra con Israele e convinse i palestinesi ad abbandonare i territori pur di facilitare l’ingresso delle truppe arabe. La tragedia dei rifugiati palestinesi, di conseguenza, non sarebbe direttamente imputabile a Israele. E’ quanto sostiene il libro “La pulizia etnica della Palestina” dello storico israeliano Ilan Pappe. Nato ad Haifa nel 1954 da genitori sfuggiti alla Shoah, Pappe ha studiato a lungo la documentazione esistente su questo punto cruciale della storia del suo paese, giungendo a una visione chiara di quanto era accaduto nel ’48 drammaticamente in contrasto con la versione tramandata dalla storiografia ufficiale: già negli anni Trenta, la leadership del futuro Stato d’Israele (in particolare sotto la direzione del padre del sionismo, David Ben Gurion) aveva ideato e programmato in modo sistematico un piano di pulizia etnica della Palestina. Ciò comporta, secondo l’autore, enormi implicazioni di natura morale e politica, perché definire pulizia etnica quello che Israele fece nel ’48 significa accusare lo Stato d’Israele di un crimine. E nel linguaggio giuridico internazionale, la pulizia etnica è un crimine contro l’umanità. Per questo, secondo Pappe, il processo di pace si potrà avviare solo dopo che gli israeliani e l’opinione pubblica mondiale avranno ammesso questo “peccato originale”.