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La voce di Darwish risuona ancora sulla collina di Ramallah

Avvenire, 31 agosto 2019

Mahmoud Darwish riposa sulla collina più alta di Ramallah. Bisogna salire fin lassù, in un punto che domina i nuovi quartieri e i luoghi di culto della città palestinese, per confrontarsi con il lascito del poeta che diceva di avere dentro di sé un milione di usignoli per cantare la propria canzone di lotta. Darwish fu sepolto qua nel 2008, con tutti gli onori, e oggi questo è uno dei luoghi più amati da un popolo che considera da sempre la cultura anche uno strumento di riscatto politico. Al bardo nazionale palestinese sono stati dedicati un monumento e un museo celebrativo ma anche un teatro e uno spazio per le arti e la creatività. Colpisce la quantità di giovani che ogni giorno si arrampicano sull’imponente scalinata dell’Al-Birweh park per rendere omaggio al suo mausoleo, due grandi pietre rettangolari circondate da un giardino rigoglioso, ai cui lati si trovano un teatro e un piccolo museo, opera dell’architetto palestinese Jafar Tukan. La mostra permanente all’interno contiene numerosi manoscritti originali del poeta – tra cui spicca la Dichiarazione d’indipendenza che Darwish stesso scrisse nel 1988 – gli oggetti personali, le foto, i documenti. Piccoli frammenti della sua vita che ce lo fanno sentire più vicino, come il biglietto aereo per il suo ultimo viaggio terreno, a Houston, dove si recò per curarsi nell’estate del 2008, e si spense in seguito alle complicazioni post-operatorie di un delicato intervento al cuore. Le pareti del museo sono tappezzate dai suoi versi e dalle copertine dei suoi libri – tradotti in decine di lingue – mentre la sua scrivania vuota, nella penombra della sala, sembra quasi attendere il suo ritorno. I numerosi premi che si aggiudicò durante la carriera sono stati disposti invece al lato della scrivania, in un’installazione realizzata con l’argilla di Al-Birweh, il villaggio della Galilea dove nacque nel 1941. Considerato uno dei più grandi poeti contemporanei in lingua araba, Mahmoud Darwish ha raccontato l’orrore della guerra, dell’occupazione e dell’esilio vissuto dal popolo palestinese riuscendo a trasformare la causa di una nazione in un simbolo universale di lotta per la libertà. Il suo villaggio natale fu raso al suolo durante la guerra del 1948, quando lui era ancora un bambino. Per scampare alle persecuzioni sioniste fuggì in Libano con la famiglia e poté tornare in patria – divenuta nel frattempo terra dello stato d’Israele – solo clandestinamente. La sua condizione di “alieno” e di “ospite illegale” nel suo stesso paese divenne uno dei capisaldi della sua produzione artistica. Nel 1960, all’età di diciannove anni, pubblicò la sua prima raccolta di poesie, Uccelli senza ali. Il governo israeliano lo tenne a lungo sotto stretta sorveglianza, lo arrestò più volte (spesso solo per aver recitato poesie in pubblico) e lo costrinse infine all’esilio, ma non riuscì a impedirgli di scrivere ben ventisei volumi di poesia e undici di prosa. “Potete legarmi mani e piedi / togliermi il quaderno e le sigarette / riempirmi la bocca di terra: – scrisse – la poesia è sangue del mio cuore vivo / sale del mio pane, luce nei miei occhi”. Non avendo il permesso di vivere nella propria patria vagò a lungo, da esule, vivendo e lavorando in Unione Sovietica, in Egitto, in Libano, in Giordania, in Francia. Poté ritornare nel suo paese soltanto nel 1996, dopo ventisei anni di esilio, per trascorrervi gli ultimi anni della sua vita. Tutti i tentativi di inserirlo nei curriculum obbligatori delle scuole israeliane sono falliti miseramente di fronte all’intransigenza della politica. Mahmoud Darwish continua a essere una voce scomoda anche da morto. Tre anni fa una nota emittente radiofonica israeliana mandò in onda un approfondimento sulla sua opera e lesse in diretta una delle sue poesie più famose, scatenando le ire del governo di Israele. Il ministro della difesa, Avigdor Lieberman, non esitò a paragonare i versi del poeta palestinese al Mein Kampf di Adolf Hitler. La poesia incriminata era “Carta d’identità”, uno struggente atto d’amore per la sua terra.
RM

“Sumud”, la meglio gioventù della Palestina

È una calda notte d’estate senza stelle e la musica risuona a tutto volume da una grotta nel deserto a sud di Hebron. Sami, Hammoudi e Adib hanno all’incirca vent’anni e ballano la dabka, una danza popolare mediorientale, davanti a un gruppo di volontari internazionali che scandiscono il ritmo battendo le mani. Nella notte altri giovani arrivano dai villaggi circostanti per fare festa all’insegna del “Sumud”, una parola araba che significa ‘resilienza’.  In questa distesa di colline di pietra e pascoli per le pecore due anni fa questi ragazzi hanno dato vita al “Sumud Freedom Camp” di Sarura, un’esperienza di resistenza nonviolenta che ha l’obiettivo di salvare le loro terre. Hanno ripulito la zona, costruito terrazzamenti con muretti a secco e piantato alberi di ulivo. Ma soprattutto hanno ristrutturato le antiche grotte e le caverne che un tempo erano abitate dalle famiglie palestinesi. La grotta più grande è stata pavimentata e adibita a sala riunioni, poi hanno costruito i bagni e allestito le cucine. Donne, uomini e bambini presidiano a turno le caverne notte e giorno, insieme ad attivisti internazionali e israeliani. “Per far rivivere Sarura volevamo rendere le grotte abitabili in modo che le famiglie cacciate di qua tanto tempo fa potessero finalmente ritornare”, ci spiega Sami, che studia diritto internazionale all’università di Yatta. Molti dei giovani del gruppo di Sumud provengono dal vicino villaggio di At-Tuwani e credono fermamente nella tradizione di nonviolenza nata nell’area molto tempo fa, e che negli anni ha coinvolto molte Ong israeliane tra cui B’Tselem, Ta’ayush e Rabbini per i diritti umani, oltre ai volontari cattolici di Operazione Colomba. I villaggi di At-Tuwani e Sarura si trovano nella cosiddetta “area C” della Cisgiordania, sotto il totale controllo civile e militare israeliano, e sono stretti tra Havat Ma’on e Avigayil, due avamposti israeliani considerati illegali dalla stessa Alta Corte di Tel Aviv e abitati dai sionisti più radicali. Da quasi due anni i giovani di Sumud si oppongono al tentativo di coloni ed esercito di collegare due colonie israeliane rubando la terra del villaggio di Sarura. In questi mesi hanno subito continue vessazioni: si sono visti confiscare i materassi, i materiali da lavoro e i generatori dai militari. I coloni si sono presentati spesso di notte, a volto coperto, per minacciarli e costringerli ad andarsene. L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sull’area, risalente al 2018, ha denunciato un picco di violenze compiute dagli abitanti dei due avamposti contro i civili palestinesi. Le telecamere degli operatori umanitari hanno documentato ripetuti attacchi contro i pastori che pascolano il gregge, contro le donne e i bambini. Nel maggio scorso il gruppo dei Rabbini per diritti umani ha inviato una petizione all’Alta Corte israeliana denunciando le violenze subite dai bambini palestinesi che la mattina vanno a scuola percorrendo la strada che costeggia i due avamposti. La petizione precisa che impedire l’accesso sicuro alla scuola rappresenta una violazione dei valori fondanti della legge israeliana e del diritto umanitario internazionale. “I coloni più estremisti aggrediscono i bambini nella strada che collega i villaggi di At-Tuwani e Tuba. Li insultano, li picchiano e li prendono a sassate perché non vogliono che i palestinesi camminino su queste terre”, denuncia Giuseppe, un volontario di Operazione Colomba. “La strada alternativa è molto più lunga, e li costringerebbe a partire da casa un paio d’ore prima”. Alcuni anni fa una volontaria internazionale che scortava i bambini venne colpita da un sasso e Israele fu costretto a prendere provvedimenti. La Commissione diritti dell’infanzia della Knesset decise di far intervenire l’esercito, fornendo una scorta militare ai bambini che andavano a scuola. “Ma i problemi non sono stati risolti, perché spesso i soldati arrivano in ritardo, o non arrivano affatto”, aggiunge Giuseppe. E allora sono i ragazzi di Sumud, insieme ai volontari di Ta’ayush e di Operazione Colomba, a darsi il turno per accompagnare i bambini a scuola cercando di proteggerli dagli attacchi dei coloni. Alla violenza e ai soprusi la popolazione di At-Tuwani ha deciso di rispondere con le armi della legge, appellandosi alle stesse istituzioni israeliane, e documentando le violazioni dei diritti umani e delle norme internazionali. “La nonviolenza non è solo una scelta morale ma anche strategica”, ci spiega Hafez, l’anziano coordinatore del Comitati popolari di resistenza pacifica di At-Tuwani. “Israele ci descrive come criminali ma noi abbiamo deciso di dimostrare all’opinione pubblica che così possiamo neutralizzare la violenza dei coloni. Nelle colline a sud di Hebron abbiamo raggiunto obiettivi importanti e siamo convinti che questa sia la soluzione più efficace”. Il movimento popolare di resistenza nonviolenta di At-Tuwani è diventato un modello per tanti villaggi della Cisgiordania. La scuola, tirata su dagli abitanti e poi difesa dalla demolizione, copre l’intero ciclo scolastico – dall’asilo alle scuole superiori – ed è frequentata da circa duecento bambini e ragazzi provenienti da tutti i villaggi del circondario. Negli anni, oltre alla scuola, sono stati costruiti un ospedale, una rete idrica e le strade sono asfaltate. “La solidarietà che venite a portarc dall’estero per noi è molto importante ed è fondamentale che raccontiate in giro quello che sta accadendo qua”, conclude Hafez.
RM

Sopravvivere all’assedio

Betlemme (Palestina)

Questa terra è della tua famiglia, da quattro generazioni. Lo dimostrano i documenti ufficiali di epoca ottomana, datati 1916. Quarantadue ettari di terreno coltivabile a 900 metri d’altezza, affacciati sulla valle. Ma quasi trent’anni fa il governo israeliano iniziò a far costruire tutto intorno nuove case per i coloni. Quei mostri di cemento spuntavano uno dopo l’altro come funghi velenosi. A est, a sud, a nord. Finché non ti hanno circondato con cinque insediamenti di coloni ebraici. Eravate sotto assedio. Solo il verde dei tuoi alberi d’ulivo riusciva a curare le ferite di quella vista. I tuoi antenati avevano piantato i loro rami nella terra e le loro radici nel cielo. A te e alla tua famiglia sono serviti anni di sudore per coltivarli. Poi un giorno vi hanno detto che dovevate andarvene, perché serviva spazio per costruire altri mostri. Proprio lì, sulla tua terra. Li hai zittiti tirando fuori quegli antichi documenti. Mi chiamo Daoud, in arabo significa Davide, come il secondo re di Israele. Gli hai spiegato che il tuo bisnonno aveva comprato quei terreni ai tempi degli ottomani. La legge ti dava ragione ma intanto in fondo alla valle continuavano a costruire, mentre i soldati e i coloni iniziarono a intimidirvi. Un giorno sono arrivate le ruspe per distruggere i tuoi alberi di ulivo. Sapevano bene che per un palestinese come te quella pianta è un albero sacro, quasi come un figlio, e proprio per quello ne hanno abbattuti più di duecento. Quel giorno ti hanno strappato un pezzo di anima. Mahmoud Darwish diceva che l’ulivo insegna ai soldati a deporre le armi e li rieduca alla tenerezza e all’umiltà. Allora anche un grande poeta può sbagliarsi, hai pensato. Ma sei riuscito a controllare la tua rabbia, a non farla diventare odio, a trasfigurare le forze negative in energia positiva.

A sinistra:: Daoud Nassar

Intanto la solidarietà che continuava ad arrivarvi da tutto il mondo era diventata un fiume in piena. Una marea inarrestabile di giovani volevano partecipare al progetto di nonviolenza attiva e di educazione all’ambiente che avevate chiamato Tenda delle nazioni. Al cuore della vostra scelta nonviolenta c’era una profonda fede cristiana. “Ci rifiutiamo di essere nemici”, hai scritto su quella grossa pietra, davanti all’ingresso della fattoria. Eppure i coloni e l’esercito stavano facendo di tutto per renderti la vita impossibile. Dopo gli ulivi hanno tagliato gli albicocchi, a centinaia, hanno bloccato la principale strada di accesso alle tue terre. E poi le minacce, le intimidazioni, le piccole violenze quotidiane. Quando hanno capito che non cedevi, e che la legge era dalla tua parte, hanno anche provato a comprarti. Dicci quanto vuoi e vattene di qua per sempre. Un sorriso amaro ha solcato le tue labbra mentre gli spiegavi che nessuna cifra potrà mai convincerti a vendere una terra che hai ereditato dai tuoi avi. Hanno cercato di isolarvi in tutti i modi. Ma non ci sono riusciti. Niente è impossibile, dicevi, neanche far crescere una grande fattoria senza acqua, né luce. Ti sei convinto che abbandonarsi al vittimismo non sarebbe servito a niente. Che non avresti mai risposto alle loro provocazioni, perché violenza genera solo altra violenza. Ma di abbandonare tutto e andartene non vuoi neanche sentir parlare. Per procurarti l’elettricità hai realizzato un sistema di pannelli solari che ti consente di avere la luce tutto il giorno. Per rifornirti di acqua hai costruito un meccanismo di raccolta delle acque piovane. Non ti sei fermato neanche di fronte ai divieti di costruire sulla tua terra. Se non posso costruirci sopra vorrà dire che lo farò nel sottosuolo, hai pensato. E con l’aiuto di tanti volontari hai scavato quelle grandi grotte attrezzate con camere, bagni e cucine. Da allora vivete là dentro, proprio come il tuo bisnonno cento anni fa. Avevi deciso di dimostrare a te stesso che tutto è possibile, che anche i grandi problemi possono diventare piccoli ostacoli, quando si imbocca la strada della resistenza nonviolenta, della creatività, della fede. Così avete ripiantato gli alberi e adesso avete raccolti tutti i mesi dell’anno, in un luogo dove cristiani e musulmani lavorano insieme per la pace, per la tolleranza, per l’ambiente. Presto Israele avrà completato il muro dell’apartheid e voi vi ritroverete completamente isolati. Ma il cielo, almeno quello, non potranno mai dividerlo.
RM

L’arma della cultura

Ramallah (Cisgiordania) – In questi giorni risuonano scoppi nelle strade di Ramallah. Sono scoppi di felicità, petardi, clacson e trombe da stadio. Nella città-simbolo della Palestina sono giorni di festa per i giovani che hanno finito gli studi. L’equivalente della nostra maturità, oppure hanno discusso la tesi di laurea. Molti di loro salgono sotto il sole cocente i gradoni che portano in cima alla collina affacciata sulla città dove riposa il grande Mahmoud Darwish. Al poeta nazionale palestinese, morto nel 2008, è stato dedicato qua non soltanto un monumento e un museo celebrativo ma anche uno spazio per le arti, la creatività e la cultura. Non è un caso che si trovi nel punto più alto di Ramallah, e domini i nuovi insediamenti urbani sorti negli ultimi anni, i palazzi del governo e i luoghi di culto. La cultura, per i palestinesi, è sinonimo di orgoglio nazionale ed è sempre stata anche uno strumento di riscatto politico. Fin dagli albori del ‘900 la lotta di liberazione è stata legata a doppio filo al lavoro degli intellettuali. Lo dimostra il lungo elenco di scrittori, artisti, filosofi e musicisti che scorre in uno dei pannelli del museo di Yasser Arafat, situato alla Muqata’a, il vecchio quartier generale dell’amatissimo primo presidente dell’Autorità nazionale palestinese. Dopo la sua morte, lo stesso Mahmoud Darwish scrisse che “Arafat era riuscito senza compromessi ad abbandonare il ruolo di vittima della storia per diventare un protagonista della storia”. Ma neanche un leader della sua statura sarebbe riuscito a plasmare il paese tra mille difficoltà senza il contributo degli intellettuali. Molti di essi hanno rappresentato per Israele una minaccia più pericolosa dei combattenti e dei martiri. È impossibile operare un processo di rimozione storica e di cancellazione della memoria di un popolo se prima di tutto non si mettono a tacere gli intellettuali. Per anni il governo israeliano ha impedito a Darwish di lasciare Haifa e di recarsi all’estero, l’ha tenuto sotto stretta sorveglianza e l’ha arrestato più volte, costringendolo infine all’esilio. Ma non è riuscito a impedirgli di scrivere ben ventisei volumi di poesia e undici di prosa. I potentissimi servizi segreti israeliani del Mossad hanno preso di mira a lungo gli intellettuali. Nel luglio 1972 uccisero in un attentato Ghassan Kanafani, considerato il più grande romanziere palestinese. Quello stesso anno gli agenti del Mossad ammazzarono anche altri due intellettuali, Mahmoud Hamshari e Wael Zuaiter. Ma per ogni voce che veniva spenta se ne accendevano dieci, cento, mille altre. Magari meno potenti, meno autorevoli. Ma nessuna forma di repressione è riuscita a distruggere il seme della cultura che continua a germogliare nelle nuove generazioni palestinesi. A Bir Zeit, poco distante da Ramallah, su un’altra collina sorge un’importante ateneo universitario che oggi è frequentato per il 60 per cento da donne. “Qui sono presenti quasi tutte le facoltà, con l’eccezione di medicina”, ci spiega Emilia, una biologa italiana che vive e lavora qui da quindici anni. Non è l’unica: a Bir Zeit come nelle altre -università della Palestina sono tanti i ricercatori, gli studenti, i docenti arrivati da ogni parte del mondo.
RM

La resistenza gentile di Nidal e Hassan

Betlemme/Battir (Palestina) – Ce l’hanno quasi sempre raccontata come una feroce lotta armata, come uno scontro a sfondo religioso dove a prevalere è il fondamentalismo. Invece oggi abbiamo incontrato la resistenza palestinese nello sguardo sincero, nella determinazione e nei modi gentili di un medico e di un ingegnere. Nidal Salameh, il Gino Strada di Betlemme e Hassan Muamer, uno dei leader della cosiddetta “Intifada verde”. Negli anni ’80 Nidal ha studiato medicina in Italia tra mille difficoltà. Ha dovuto sfidare il divieto delle autorità israeliane che volevano impedirgli di rientrare nel suo paese e ha pagato la sua disobbedienza con un anno e mezzo di carcere duro. Quasi vent’anni fa ha fondato il Centro medico Al Saqada, nel cuore di Betlemme, dove insieme a un gruppo di medici e infermieri si prende cura gratuitamente delle famiglie più povere della città e del distretto. Il governo di Israele continua a ostacolarlo in tutti i modi, persino inviando i soldati a compiere violente perquisizioni nei corridoi del suo ambulatorio, che pullulano di mamme con i bambini, e di malati di tutte le età. Per molti palestinesi della zona il Centro medico di Nidal rappresenta l’unica opportunità di ricevere cure mediche aggirando l’occupazione militare israeliana, che li costringe a estenuanti viaggi, controlli e attese ai check-point.

Nidal Salameh

Al terzo piano della palazzina del centro stanno finalmente ultimando i lavori del nuovo Day Hospital, e Nidal ci mostra con orgoglio il suo nipotino di pochi mesi. “Se volessi potrei emigrare negli Stati Uniti e andare a lavorare lì”, ci confessa. “Ma la nostra libertà è in Palestina e io voglio aiutare il mio popolo a resistere qua, sulle nostre terre”. A pochi chilometri da Betlemme, in una delle tante aree della Cisgiordania controllate illegalmente da Israele, sorge Battir, un villaggio di circa quattromila abitanti che nel 2014 è stato dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Un giovane sorridente serve ai tavoli gustosi piatti di verdure del luogo. Si chiama Hassan Muamer, è un ingegnere ambientale e ci ha accolto nel ristorante della sua famiglia. Qualche anno fa, insieme a un gruppo di professionisti e ambientalisti, ha sfidato la burocrazia del colonialismo sionista. E ha vinto. Il Muro di separazione che Israele voleva costruire qua, tagliando in due una valle dalla bellezza poetica, non si sarebbe limitato a privare i contadini dalle loro terre ma avrebbe anche distrutto i resti millenari dell’antica Battir, a cominciare dai terrazzamenti agricoli e dai canali di irrigazione di epoca romana tuttora funzionanti.

Hassan Muamer

Per evitare un simile scempio, Hassan e i suoi colleghi hanno avviato una battaglia legale che ha infine costretto la Corte Suprema israeliana a ritirare l’ordine di requisizione delle terre e a bloccare – almeno per ora – un progetto che avrebbe cancellato per sempre un patrimonio storico e architettonico di valore inestimabile. “Battir è stato il primo villaggio palestinese che con le armi della legge è riuscito a impedire la costruzione del Muro israeliano”, conclude Hassan. “Pensiamo di poterci definire un modello di speranza”.
RM