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Bastano poche pagine per raccontare l’orrore più grande

Si chiama “Piccola anatomia di un genocidio – Auschwitz e oltre” l’ultimo libro di Niccolò Rinaldi, scrittore dalla penna e dalla sensibilità non comuni, che ci ha già regalato pagine importanti sull’Islam, sull’Afghanistan e sull’Africa. È un racconto emotivo che si legge in un soffio, ma che lascia qualcosa dentro e riesce, in meno di un centinaio di pagine, a scavare dentro l’anima dell’Olocausto attraverso un lungo viaggio a tappe che arriva fino ai giorni nostri. Una lettura che personalmente consigliamo a tutti, giovani e vecchi, esperti e disinformati, perché lascia il segno nella già vasta letteratura sull’argomento. L’autore, insieme a Renzo Bandinelli e a Daniel Vogelmann, lo presenterà domenica 25 gennaio alle 10,45 presso la Sala Servi della Comunità Ebraica di Firenze (via Farini 4) in occasione delle celebrazioni organizzate per il Giorno della Memoria 2009.

Mario Rigoni Stern, i libri e la memoria

(di Goffredo Fofi)

Presentando nel 1953 ai lettori “Il sergente nella neve”, il racconto-testimonianza di un reduce dalla sciaguratissima campagna di Russia, Elio Vittorini scrisse in uno dei suoi famosi risvolti per la collana dei Gettoni einaudiani in cui esordirono tanti grandi scrittori, che si trattava di un’opera certamente importante, ma che il suo autore Mario Rigoni Stern non sarebbe andato oltre questo libro, che insomma egli non era un vero scrittore. Fu una delle sue sviste più clamorose, perché Rigoni Stern era un vero scrittore, il suo libro non era affatto un semplice ‘caso’ ed egli lo avrebbe dimostrato nel corso di un cinquantennio. Nel 1962 si ripresentò al pubblico con i racconti di “Il bosco degli urogalli”, cui fecero seguito molte opere di narrazione e di memoria, legate tra loro dalla stessa ispirazione, riconoscibilissima e unica. Continua…

La derubricazione del fascismo

In un articolo comparso alcuni giorni fa su “La Stampa”, lo storico Giovanni De Luna  ripropone il problema della cosiddetta “memoria per legge”. Con la conversione in legge del “decreto milleproroghe”, il governo italiano ha affidato agli ebrei il restauro del padiglione italiano di Auschwitz, dimenticando di fatto i deportati politici. Ecco l’intervento (come sempre lucido e condivisibile) di De Luna: memorial.jpg

Ad allestire il padiglione italiano del Museo di Auschwitz (inaugurato nel 1980) furono chiamati Primo Levi per i testi, Luigi Nono per la colonna sonora, Ludovico di Belgioioso per l’architettura, Mario Samonà per l’affresco che decora le pareti. Si tratta quindi di un monumento di grande valore artistico. Il problema è capire oggi se quella rappresentazione della storia della deportazione sia ancora in grado di trasmettere conoscenza storica, se i criteri validi negli anni ‘70, quando l’opera fu concepita, possano resistere validamente alle rotture e alle discontinuità del post-Novecento. Una cosa è un’opera d’arte, un’altra è la sua ricezione nel tempo, che cambia così come cambiano gli sguardi delle generazioni e i significati che le si attribuiscono. Il Memorial italiano fu allora fortemente voluto dall’Aned, l’associazione degli ex deportati politici; ed è oggi fieramente difeso nella sua integrità dalla stessa Aned che ha reagito con asprezza alle critiche di chi – come me – ritiene del tutto inadeguata quella forma di allestimento espositivo. In una lettera aperta, il suo presidente, l’avvocato Gianfranco Maris, critica con toni allarmanti l’iniziativa della Presidenza del Consiglio («un attacco alla democrazia»), esprimendo il timore che si tratti del tentativo di sostituire «una memoria civile della deportazione politica e della lotta antifascista della resistenza» con «una memoria tematica e didattica sul genocidio ebraico». È un fatto che quel provvedimento ha modificato i termini di un confronto che fin qui si era svolto su un terreno storiografico e culturale. L’Aned, che pure resta la proprietaria del blocco 21, non solo non è stata coinvolta nell’elaborazione, ma non viene neanche invitata a far parte della Commissione che deve avviare il restauro del padiglione. Il progetto del governo sembra invece rivolgersi direttamente a organizzazioni ebraiche come il CDEC e l’UCEI, lasciando affiorare un conflitto di memoria che ha già coinvolto molti paesi europei, specialmente la Francia. Se da un lato, per decenni la memoria della Resistenza, dell’antifascismo e della deportazione politica era così straripante da annettersi anche quella della Shoah, oggi la situazione si è capovolta e nel segno della Shoah a rischiare di sparire dal discorso pubblico e dalla nostra memoria collettiva è proprio l’antifascismo. Quella che si definisce memoria collettiva non è affatto il risultato di un ricordo ma di un patto per cui ci si accorda su ciò che è importante trasmettere alle generazioni future. I confini storici e culturali che circoscrivono questo patto sono fluidi, dinamici, cambiano a seconda delle fasi che scandiscono il corso politico degli eventi; in Italia, quelli su cui si fondava la memoria della Shoah, ad esempio, all’inizio erano circoscritti ai sopravvissuti e alle loro famiglie: poi si sono estesi fino ad abbracciare per intero lo schieramento politico di sinistra. Anzi, negli anni Settanta, la memoria della Shoah poteva essere considerata un elemento costitutivo dell’identità della sinistra, uno di quegli ambiti in cui era possibile distinguerla senza esitazioni dalla «destra». Oggi quei confini sono amplissimi e hanno inglobato, anche Gianfranco Fini e il suo partito. Con effetti paradossali. Per prendere le distanze dal fascismo basta condannare l’infamia delle leggi razziali del 1938, quasi che quelle leggi esaurissero per intero la dimensione totalitaria del regime e possano oggi costituire un ottimo pretesto per chi vuole dimenticare che il fascismo prima uccise la libertà e la democrazia e poi perseguitò gli ebrei.Una memoria collettiva diventa ufficiale quando a stabilire i confini del patto su cui si fonda interviene la sanzione dello Stato, quando, cioè, la Memoria si incontra con la Politica. Oggi la Shoah rischia di essere imbalsamata in una elefantiaca dimensione istituzionale: le celebrazioni per la «giornata della memoria», gli sforzi per diffondere nella scuole una specifica «didattica della Shoah», l’intervento della Presidenza del Consiglio su un «luogo» come il Memorial, adombrano una monumentalizzazione che avrebbe effetti devastanti proprio sui delicati meccanismi della trasmissione della memoria alle nuove generazioni: una storia sovraccarica di «ufficialità» favorisce più l’oblio che il ricordo.
(Giovanni De Luna, da “La Stampa”, 28 febbraio 2008)

Combattere l’indifferenza

«Non riconosco alcun diritto al­l’indifferenza.
L’opposto del­l’amore non è l’odio, è l’indiffe­renza.
L’opposto dell’educazio­ne non è l’ignoranza, ma l’in­differenza.
L’opposto dell’arte non è la bruttezza, ma l’indiffe­renza.
L’opposto della giustizia non è l’ingiustizia, ma l’indiffe­renza.
L’opposto della pace non è la guerra, ma l’indifferenza al­la guerra.
L’opposto della vita non è la morte, ma l’indifferen­za alla vita o alla morte.
Fare memoria combatte l’indifferen­za ».

Elie Wiesel

(Da “Avvenire” di ieri)

Morta la psichiatra del processo di Norimberga

Alice Ricciardi Von Platen è morta a Cortona alcune settimane fa. Era rimasta uno degli ultimi simboli della Germania che usciva dal nazismo. Nel 1946 prese parte alla Commissione medica del secondo processo di Norimberga, quello che vide salire sul banco degli imputati medici, psichiatri e personale sanitario. Il suo lavoro iniziò a suscitare dibattito in Germania soltanto mezzo secolo più tardi a causa del lungo processo di rimozione cui fu sottoposta la memoria della “soluzione finale”. Soltanto nel 1993, a riunificazione avvenuta, il suo libro “Il nazismo e l’eutanasia dei malati di mente” è stato ristampato ed è cominciato a circolare, divenendo quasi un best-seller.

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Il volume (tradotto anche in italiano nel 2000) contiene la più meticolosa e agghiacciante ricostruzione dei crimini compiuti dalla psichiatria nazionalsocialista con il ‘programma di eutanasia’ che ebbe ufficialmente avvio con una breve lettera datata 1 settembre 1939, con la quale Hitler incaricò Karl Brandt, suo medico personale, di operare affinché venisse concessa “la morte per grazia ai malati considerati incurabili”. Nacque così Aktion T4, il piano che dal gennaio 1940 all’agosto dell’anno successivo portò all’eliminazione di circa 70.000 persone tra disabili, malati di mente e malati cronici considerati inguaribili. Per la prima volta i nazisti sperimentarono l’uso delle camere a gas, in una spaventosa prova generale dell’Olocausto. Nel settembre 1941 Aktion T4 venne ufficialmente sospesa ma le uccisioni proseguirono fino alla fine della guerra: almeno altre 120.000 persone vennero uccise nelle cliniche, negli ospedali e negli ospizi con diete di fame, con overdose di tranquillanti e medicinali per uso psichiatrico. Von Platen sintetizzò magistralmente i comportamenti dei medici, spiegando che “nessuna distinzione scientifica veniva fatta tra i malati, tutti ugualmente considerati folli, mentre i cervelli venivano scambiati, per gli esperimenti di frenologia, tra un istituto e l’altro. Nel progetto furono coinvolti un centinaio di medici, fra cui alcuni giovani molto ideologizzati, le nuove leve mediche delle Ss”.
La giovane scienziata aveva frequentato le scuole insieme a uno dei figli di Thomas Mann, Golo (poi diventato uno dei più grandi storici tedeschi), si era laureata in medicina nel 1934 e aveva iniziato a dedicarsi alla psichiatria frequentando gli istituti che accoglievano pazienti affetti da epilessia, schizofrenia e disturbi mentali. Ebbe poi modo di spiegare che l’avevano sempre colpita la diversità e il modo in cui queste persone venivano maltrattate e non considerate malate. Divenne presto allieva di Michael Balint, lo psicanalista ungherese che predicava il recupero del paziente come “persona” e cercava di sensibilizzare i medici alle componenti interpersonali della terapia. Dopo la guerra continuò a lavorare a lungo su follia e pulizia etnica, continuando a battersi contro l’eutanasia e contro la violazione dei diritti dei malati negli ospedali psichiatrici. Fondò istituzioni per la formazione di gruppo analisi in Inghilterra, in Germania e in Ucraina. Dopo aver sposato un italiano cominciò a dividere la sua vita tra Roma e Cortona, dove ha trascorso i suoi ultimi anni lavorando come psicoterapeuta. Accettando sempre – anche negli ultimi anni – di portare la sua preziosa testimonianza a dibattiti, incontri nelle scuole e a seminari sulla psicanalisi.
(Riccardo Michelucci, da “Diario” n 4/2008)