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Spike Lee perde la bussola al cospetto della Storia

Quello che infastidisce, di “Miracolo a Sant’Anna”, non è tanto la ricostruzione storicamente (e giudiziariamente) falsa e fuorviante, quanto il fatto che dall’ultima, discussa opera di Spike Lee era lecito attendersi molto di più anche in termini strettamente artistici. Invece, a conti fatti, il film risulta una vera e propria ‘americanata’. Pienamente condivisibile la recensione di Paolo Mereghetti dal “Corriere della sera” di qualche giorno fa:

Fa impressione pensare che prima di Miracolo a Sant’Anna, Spike Lee aveva firmato un capolavoro come When the Levees Broke («Quando si sono rotti gli argini», visto a Venezia 2006 e poi di notte in Rai). Fa impressione perché quello che non funziona nella ricostruzione romanzata dei combattimenti in Toscana intorno alla Linea gotica, nel 1944, è proprio quello che faceva la bellezza e il fascino del documentario su New Orleans devastata dall’uragano Katrina: il rispetto delle persone, delle cose, della realtà. Possibile che un regista capace di restituire l’intensità e la disperazione così autentica e toccante delle persone sconvolte dal disastro meteorologico possa sembrare così falso e retorico quando racconta le persone alle prese con la guerra? Possibile che il regista di Miracolo a Sant’Anna sia lo stesso di La 25ª ora, dove le angosce di un piccolo spacciatore diventavano le incertezze e le paure di tutta una nazione? Possibile che l’abilissimo burattinaio di Inside Man finisca per ingarbugliare tutto, fili, dita e marionette, raccontando una storia così poco convincente? Perché il vero problema del film che Spike Lee ha tratto dal romanzo omonimo di James McBride e che ha scatenato un mare di polemiche tutte extracinematografiche (sul massacro di Sant’Anna di Stazzema, sull’«onore» dei partigiani, sulle «colpe» dei nazisti) è proprio quello di perdere subito la bussola e mescolare troppi registri e troppe (irrisolte) ambizioni. Al centro di tutto c’è un episodio della guerra che si è combattuta sulle montagne della Garfagnana, intorno al fiume Serchio nell’inverno del 1944. Tra i soldati americani mandati a sfondare la Linea gotica ci sono anche i componenti della 92ª divisione «Buffalo», fatta solo da militari afroamericani: quattro di loro — Aubrey (Derek Luke), Bishop (Michael Ealy), Hector (Laz Alonzo) e il gigantesco Sam (Omar Benson Miller) — restano isolati in territorio nemico e trovano riparo in un paesino di poche case. Con loro hanno portato Angelo (Matteo Sciabordi), un bambino che non parla, ha evidenti turbe nervose e che nasconde un segreto orribile. La storia di quei combattimenti, però, se è il cuore del film, non ne rappresenta la principale linea narrativa, ma solo un lunghissimo flashback, tornato alla mente di Hector nel 1983 quando, nel suo posto di impiegato in un ufficio postale di Manhattan, aveva estratto improvvisamente la Luger che portava sempre con sé per autodifesa e aveva ucciso un cliente che gli aveva chiesto un francobollo. Per scoprire il perché di questo gesto apparentemente inspiegabile e perché a casa nascondeva una testa marmorea del Quattrocento fiorentino, ci vorranno più o meno due ore (il film ne dura due e mezzo), si dovrà tornare alla Seconda guerra mondiale, a quel durissimo inverno 1944 e al «miracolo» compiuto da Angelo. Anche lì, però, sulle colline contese da nazisti e americani, il film finisce per seguire troppi sentieri, cercando da una parte di raccontare la difficile situazione umana e militare che dovevano sopportare i soldati di colore, umiliati in patria ma disprezzati anche al fronte dai loro superiori bianchi e, dall’altra, raccontando le varie anime della popolazione italiana coinvolta nella guerra: i civili, prima di tutto, dove la disponibile Renata (Valentina Cervi) sembra un po’ troppo emancipata per essere una donna del 1944, così come il nostalgico Ludovico (Omero Antonutti) è fin troppo folcloristico per essere uno che tiene il ritratto del Duce in camera; e poi i partigiani, dove l’idealista «Farfalla» (Pier Francesco Favino) si confronta con il corrotto Rodolfo (Sergio Albelli).
Il problema, allora, non è tanto che — a sentire il romanzo e poi il film — la strage di 560 civili a Sant’Anna di Stazzema sarebbe stata la reazione «emotiva» alla mancata consegna da parte di un partigiano traditore del suo capo, quanto il fatto che tutti — americani, nazisti, partigiani e civili — sembrano muoversi secondo le regole del dramma dei pupi o delle marionette (enfatiche, schematiche, monocordi) e non rispondendo invece a una qualche logica di realismo o di verosimiglianza. Nessuno mette in dubbio che nell’esercito americano il razzismo non fosse diverso da quello che i neri subivano negli Stati del Sud, o che anche tra i partigiani ci potessero essere dei traditori, o che non tutti i nazisti fossero aguzzini assetati di sangue o ancora che gli italiani non sempre si comportassero al meglio, ma da un regista come Spike Lee ci saremmo attesi un po’ meno qualunquismo e pressappochismo, psicologie meno schematiche, comportamenti più credibili. E soprattutto un finale (alle Bahamas!) meno bamboccesco e gratuito.