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Srebrenica, Karadzic condannato a 40 anni

Avvenire, 26.03.2016

Sono quaranta gli anni di carcere ai quali Radovan Karadzic è stato condannato dal Tribunale penale internazionale dell’Aja, come quaranta erano state le volte in cui l’ex leader dei serbi di Bosnia era stato definito “bugiardo” dal pubblico ministero Alan Tieger, nel corso della sua dura requisitoria finale dell’ottobre scorso. La prima condanna per genocidio e crimini di guerra pronunciata nei confronti d’un leader politico europeo dai tempi di Norimberga ha lasciato l’amaro in bocca a quanti erano convinti che l’ergastolo chiesto dal pm costituisse un esito quasi scontato per un uomo che secondo il giudice coreano O-Gon Kwon era “l’unica persona in grado di evitare che i bosniaci musulmani di sesso maschile potessero essere uccisi”. La Corte ha riconosciuto Karadzic colpevole del reato di genocidio per il massacro di Srebrenica e dei crimini contro l’umanità commessi durante i 43 mesi dell’assedio di Sarajevo, durante i quali furono uccisi oltre 11500 civili, un decimo dei quali erano bambini. È stato invece giudicato non colpevole, per insufficienza di prove, nel primo dei due capi d’accusa di genocidio, relativo agli eccidi compiuti nei villaggi bosniaci di Bratunac, Prijedor, Foca, Kljuc, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik. Il giudice ha osservato che in quel caso non è stato possibile stabilire che l’imputato avesse “l’intento genocida di distruggere un gruppo”.Radovan_Karadzic_s_2760554n
Karadzic ha assistito impassibile, in silenzio, all’ultima seduta del tribunale e alla lettura della sentenza di condanna a suo carico, osservando il giudice con uno sguardo che non lasciava trapelare la minima emozione. Durante l’intero processo – che è durato sei anni e mezzo, ha coinvolto 600 testimoni e prodotto decine di migliaia di documenti – ha rifiutato un avvocato difensore e si è avvalso unicamente di un consigliere legale.
Alla fine, il verdetto ha deluso sia la difesa – che ha già annunciato che presenterà ricorso in appello -, sia le vittime. Vasvija Kadic, dell’associazione Madri di Srebrenica, ha definito “vergognosa” e “offensiva” la condanna a 40 anni e non all’ergastolo, mentre Belgrado ha accusato la giustizia penale internazionale di parzialità. “E’ selettiva quella giustizia che ritiene colpevole un popolo di crimini commessi da singoli”, ha commentato il ministro della giustizia serbo Nikola Selakovic. La posizione serba è arrivata dopo quella russa, che definiva “politicizzato” il verdetto contro l’ex leader serbo-bosniaco.
Curiosamente, la condanna di Karadzic è arrivata lo stesso giorno in cui la Serbia ricordava l’inizio dei bombardamenti della Nato, che scattarono la sera del 24 marzo 1999 contro l’allora regime di Slobodan Milosevic, accusato di atrocità e repressioni contro gli albanesi del Kosovo. Per oltre due mesi e mezzo i raid aerei dell’Alleanza atlantica colpirono obiettivi militari e civili, causando centinaia di morti ed enormi distruzioni. A Belgrado e in altre località serbe si sono svolte commemorazioni e cerimonie alla presenza del primo ministro Aleksandar Vucic.
Polemiche a parte resta il fatto che, pur con grave ritardo, i giudici dell’Aja hanno comunque scritto una pagina storica nella spaventosa vicenda della guerra in Bosnia Erzegovina e hanno dato un segnale importante sull’efficacia della corte internazionale creata oltre vent’anni fa per giudicare i criminali di guerra sulla base del diritto umanitario internazionale. A giorni è atteso il verdetto del tribunale anche nei confronti di un altra figura di spicco di quegli anni, l’ex leader paramilitare serbo Voijslav Seselj. Ma il processo più atteso resta quello contro l’ex generale Ratko Mladic, tuttora in corso di svolgimento all’Aja.
RM

Quando il negazionismo rasenta la follia

La guerra in Bosnia Erzegovina è iniziata per un “piano di destabilizzazione” ordito dall’Arabia Saudita e da Al Qaeda, in combutta con la Nato, gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Durante la guerra i cittadini di Sarajevo non sono stati bombardati dall’esercito di Mladić, ma si sono bombardati da soli. Srebrenica, infine, non è mai esistita (gli omicidi di massa perpetrati nel luglio del ’95 dall’esercito e dalla polizia serbo-bosniaca sono un’invenzione).
A sostenerlo non è Radovan Karadžić dalla sua cella dell’Aja, ma l’ultimo numero di Latinoamerica, la rivista diretta da Gianni Minà che, oltre alla stravagante ricostruzione del conflitto in Bosnia Erzegovina, presenta un’analisi dell’attuale situazione del Kosovo.
La prospettiva è la stessa. Le maggiori potenze mondiali si sono coalizzate contro i serbi, un popolo che però “ha una grande storia di lotte, conquiste, e anche nelle sconfitte ha sempre continuato a resistere […] e nella sua dignitosa e millenaria storia è sempre riuscito a trovare e produrre forze e grandi uomini che l’hanno guidato e rappresentato degnamente, uomini che hanno dato la vita per il proprio popolo, senza indietreggiare o mettersi in vendita”.
2012, sono passati venti anni. Eppure la lettura razzista delle guerre balcaniche (da una parte i popoli eletti, dall’altra la feccia) continua a riscuotere successo. È quanto sostenevano i teorici della purezza e della pulizia etnica all’inizio della guerra, ognuno ascrivendo al proprio popolo una storia più o meno grande. Qualcuno di loro è finito in carcere, ma quella visione non è mai stata sconfitta. Il problema è che questi articoli non sono solo una deformazione della realtà. Sono un insulto per migliaia di vittime, e per i loro famigliari. È triste che questo insulto venga dall’Italia. Peccato per Latinoamerica, altrimenti un’ottima rivista. Sull’America Latina.
(da Osservatorio Balcani e Caucaso. Vedasi anche, sullo stesso argomento, l’intervento di Azra Nuhefendic)

Guerra alla Libia: così la comunità internazionale crea Stati figli e figliastri

di Massimo Fini

L’Onu ha autorizzato i raid aerei sulla Libia. Francia e Gran Bretagna sono già pronte a far intervenire i loro caccia perché abbattano quelli di Gheddafi che bombardano i rivoltosi libici, e non è escluso che l’Italia metta a disposizione della Nato le sue basi aeree. Non è una dichiarazione di guerra alla Libia, non sia mai, oggi ci si vergogna di fare la guerra e si preferisce chiamarla “operazione di peace keeping” a difesa dei “diritti umani”.
Salta definitivamente il principio internazionale di “non ingerenza militare negli affari interni di uno Stato sovrano” insieme al diritto di autodeterminazione dei popoli sancito a Helsinki nel 1975 e sottoscritto da quasi tutti i Paesi del mondo, compresi quelli che stanno per intervenire in Libia. Qui siamo in una situazione diversa dagli interventi in Iraq nel 1990 e nel 2003 e in Afghanistan nel 2001. Nel primo conflitto del Golfo, l’Iraq aveva aggredito il Kuwait, uno   Stato sovrano, sia pur fasullo creato nel 1960, esclusivamente per gli interessi petroliferi degli Stati Uniti. L’intervento quindi era legittimo, anche se il modo con cui fu condotta quella guerra fu bestiale perché gli americani, pur di non affrontare fin da subito, sul terreno, l’imbelle esercito iracheno (che era stato battuto perfino dai curdi, in quel caso Saddam fu salvato dalla Turchia il grande alleato Usa nella regione) e correre il rischio di perdere qualche soldato, bombardarono per tre mesi le principali città irachene facendo 160mila morti civili, fra cui 32.195 bambini (dati del Pentagono). Nel 2003 c’era il pretesto delle “armi di distruzione di massa”. Si scoprì poi che queste armi, che Stati Uniti, Urss e Francia gli avevano fornito, Saddam non le aveva più, ma intanto gli americani hanno ridotto l’Iraq a un loro protettorato dove è in corso una feroce guerra civile fra sciiti e sunniti che provoca decine e a volte   centinaia di morti quasi ogni giorno tanto che in Occidente non se ne dà più notizia. In Afghanistan si voleva prendere Bin Laden, ma dopo dieci anni la Nato è ancora lì e occupa quel Paese, avendo provocato, direttamente o indirettamente, 60mila morti civili (e nessun Consiglio di sicurezza si è mai sognato di imporre una “no fly zone” ai caccia americani che, per battere gli insorti, bombardano a tappeto cittadine e villaggi facendo ogni volta decine di vittime civili, come sta facendo Gheddafi in Libia). La situazione è invece identica all’intervento Nato in Serbia dove, all’interno di uno Stato sovrano, c’era un conflitto fra Belgrado e gli indipendentisti albanesi, foraggiati dagli americani, del Kosovo che della Serbia faceva parte.   Noi, che non abbiamo baciato la mano a Gheddafi, che non abbiamo permesso ai suoi cavalli berberi di esibirsi alla caserma Salvo d’Acquisto e al dittatore di volteggiare liberamente per Roma avendo al seguito 500 troie, e che parteggiamo per i rivoltosi di Bengasi, siamo assolutamente contrari a qualsiasi intervento armato in Libia. Per ragioni di principio e perché questi interventi internazionali sono del tutto arbitrari. Dividono gli Stati in figli e figliastri. Nessuno ha mai proposto una “no fly zone” in Cecenia dove le armate russe di Eltsin e dell’ “amico Putin” hanno consumato il più grande genocidio dell’era moderna: 250 mila morti su una popolazione di un milione. Nessuno si sogna di intervenire in Tibet (chi si metterebbe mai, oggi, contro la succulenta Cina?) o in Birmania a favore dei Karen. E così via. In ogni caso bisogna essere consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni. Se l’Italia presterà le proprie basi   per l’intervento militare in Libia non potrà poi mettersi a “chiagne” se Gheddafi dovesse bombardare Brindisi, Bari, Sigonella, Aviano o una qualsiasi delle nostre città. Gli abbiamo, di fatto, dichiarato guerra, è legittimato a renderci la pariglia.

La trappola afgana

(di Franco Cardini)

Il dolore per i nostri caduti rimane. Ma bisogna smetterla con l’elaborazione del lutto: anche per evitare che la politica strumentalizzi la tragedia. Facciamo dunque chiarezza, tanto per cominciare. Troppi italiani ignorano o dimenticano i fatti, per disinformazione o per scarsa memoria; e altri, in malafede, ci marciano. Ecco qua, allora. L’invasione dell’Afghanistan fu voluta nell’ottobre del 2001 dal governo Bush come risposta alla tragedia dell’11 settembre, gli effettivi responsabili della quale non sono stati individuati con sicurezza né allora, né dopo. Si disse però ch’era necessario catturare il mandante, lo sceicco Usama bin Laden (le tracce del quale sono praticamente perdute), e smantellare i “santuari” terroristici dei talibani e di al-Qaeda.
Si tacque però il fatto che il controllo del territorio afghano era necessario perché da lì dovevano obbligatoriamente passare gli oleodotti che avrebbero dovuto convogliare il greggio dei grandi giacimenti centroasiatici di recente scoperti verso i porti pakistani sull’Oceano Atlantico: un colossale business nel quale, tramite la compagnia californiana Unocal, erano coinvolti molti membri dell’establishment statunitense. Affari e geopolitica, in corsa con Russia e Cina: una riedizione dell’ottocentesco Great Game.
Il movimento talibano, alimentato e sostenuto dai fondamentalisti wahhabiti arabo-yemeniti (un Islam fino ad allora estraneo alle tradizioni afghane) si era radicato in Afghanistan durante il jihad contro i sovietici, ed  era sostenuto dagli Stati Uniti. L’alleanza non aveva però retto, anche perché i talibani rimproveravano agli americani di aver occupato il sacro suolo arabo, la terra del Profeta e del pellegrinaggio, con l’alibi della prima guerra del Golfo. Secondo i consiglieri neoconservatori di Bush, ormai la diplomazia non bastava più: bisognava passare alla modificazione anche violenta degli equilibri geopolitici in tutto il Vicino e il Medio Oriente. Questa la ragione effettiva dell’invasione dell’Afghanistan, che le Nazioni Unite bollarono come illegittima. Il governo Bush agì allora al di fuori dell’autorizzazione Onu, prima con una piccola coalizione di stati e di staterelli fedelissimi e quindi chiamando in campo la Nato, cioè un organo concepito per il controllo dell’Atlantico e quindi del tutto estranea al teatro territoriale afghano. Era intanto cominciata anche l’avventura irakena, e alla fine l’Onu fu costretta a legittimare la duplice aggressione, illudendo che per tale via si giungesse in qualche modo a ristabilire un qualche equilibrio politico.
I risultati, otto anni dopo l’invasione dell’Afghanistan e sei dopo quella dell’Iraq, sono sotto gli occhi di tutti. Due paesi distrutti, insicuri, martoriati (le vittime si contano ormai a decine di migliaia), dove si stenta a far decollare  una qualche forma di “democrazia” del tutto formale, cartacea e forzosa; recrudescenza delle lotte etniche e di quelle religiose; avanzata del caos e  del fondamentalismo, che stanno sommergendo lo stesso vicino Pakistan un tempo sicuro baluardo filoccidentale. Il piano strategico di Bush è fallito e il suo successore Obama lo sta smontando pezzo per pezzo. Dietro il fallimento in Vietnam gli americani si lasciarono un regime comunista; qui lasceranno il caos e il potere nelle mani dei signori della guerra e della droga. Il dilemma, oggi, è comunque fallimentare: o prolungare una guerra feroce e senza uscita, o andarsene ammettendo il pieno fallimento.
Da questa trappola, bisogna uscire; è inutile giocarsi altre vite umane. Berlusconi, il quale fino a ieri sosteneva che bisognava tener duro, ha fiutato l’impopolarità di questa guerra inutile e incomprensibile ai più e ora si nasconde dietro il legalismo internazionale: ci ritireremo, dice, ma solo con il pieno accordo degli “alleati”. Fuor di metafora, dopo averci trascinato in due guerre per far piacere a Bush, ora sta mendicando da Obama l’autorizzazione a uscirne senza troppo irritarlo. Politica da pollaio. L’importante è che faccia presto.

Belgrado. L’obbligo della memoria contro la strategia del silenzio

(di Ennio Remondino)

La memoria personale contro la strategia del silenzio. La memoria per ciò che è accaduto 10 anni fa e su cosa hanno significato i bombardamenti Nato sulla Jugoslavia. La strategia della dimenticanza, dopo l’esplodere delle bombe, risponde con un assordante silenzio. L’obbligo storico della memoria imporrebbe, infatti, anche l’obbligo della riflessione e, probabilmente, della vergogna. La strategia del silenzio è quindi la malizia conclusiva della più recente formula di guerra, quella della “Ingerenza umanitaria”, autentica svolta nell’ordine mondiale.
La legalità internazionale delle Nazioni Unite, per la prima volta dal 1945, messa ai margini dai vincitori della Seconda guerra mondiale (tranne la Russia). Oggi non c’è più regola. Resta soltanto la Nato, il cui intervento nell’ex Jugoslavia è stato fondamentale per reinventare un suo ruolo dopo la fine della guerra fredda. La “guerra umanitaria” che ha il brevetto sul nome è comunque la nostra, 24 marzo 1999, ore 20 e qualche minuto con la prima esplosione su Belgrado. Qualche successivo tentativo di motivare altre azioni militari col nome di “guerra umanitaria”, dopo i risultati balcanici, è stato bocciata dagli addetti al marketing e alla Idealpolitik delle guerre per riguardo al buon gusto. Le guerre umanitarie hanno caratteristiche che le distinguono da tutte quelle del passato. Pochi sanno che l’Onu ha catalogato ben 20 tipi di guerra, compresa una ormai dimenticata “guerra del pallone” tra Honduras ed El Salvador, 1969, dopo una partita tra le due nazionali di calcio e 5 mila morti successivi. Nella guerra umanitaria si sa subito chi è destinato a vincere. In genere sono guerre veloci nella parte militare e lunghissime nella pace da costruire dopo. Per la “nostra” guerra hanno sbagliato anche le previsioni di durata: “Qualche giorno di bombe, una settimana al massimo ed è finita”. I teologi della guerra umanitaria usano sempre ordigni “intelligenti”, che ammazzano un sacco di civili, ma risparmiano i soldati di chi la decide. Per perfezionare il meccanismo delle guerre umanitarie, resta il problema futuro di concordare sui buoni da soccorrere e sui cattivi da punire. Attorno a questo problema prima o poi scoppierà una guerra per decidere chi ha ragione.
La vera sfortuna dei narratori “reduci” di quella guerra da archiviare al più presto è che il “Cattivo” era certo. Nessuno a rimpiangere o a difendere lo scomparso Slobodan Milosevic, ma sulle ragioni e sulle conseguenze di quei tre mesi di bombardamenti tanto invece ci sarebbe da dire e tanti “Buoni” ufficiali da sputtanare. Il problema è che nessuno vuol sentire. Un anno fa avevo proposto un libro a quattro mani, pensato assieme ad un intelligente ex generale Nato, e dagli editori ho ricevuto pernacchie. Ho lanciato l’allarme televisivo per il decennale ed attendo ancora risposta sul minuto e 15 “massimo” che andrà in onda. L’EBU, l’organismo televisivo europeo che garantisce i punti di trasmissione necessari per l’evento non ha ancora deciso se evento sarà. La ragazza alla reception del residence dove alloggio qui a Belgrado, quando ho fatto riferimento al giorno 24, mi ha guardato interrogativa come fossi un matto.
(da “Il Manifesto”)