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A Roma una giornata in memoria del genocidio di Srebrenica

Il Parlamento Europeo ha proclamato l’11 luglio Giorno della memoria delle vittime del genocidio di Srebrenica, affermando che quanto accaduto nel 1995 nella  cittadina bosniaca è stato il maggior crimine di guerra perpetrato in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. In poco più di una settimana furono uccisi almeno 8.000 uomini: il massacro della popolazione musulmana bosniaca di Srebrenica è stato definito genocidio dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja per l’ex Jugoslavia il 19 aprile 2004.

Sabato 11 luglio, a partire dalle 10, si terrà presso la Casa della Memoria di Roma (Via San Francesco di Sales 5), la Giornata in Memoria di Srebrenica organizzata da Infinito edizioni in collaborazione con il Comune di Roma e l’Associazione Comunità della Bosnia Erzegovina. Gli ospiti della giornata: Continua la lettura di A Roma una giornata in memoria del genocidio di Srebrenica

Jugoslavo, bosniaco, musulmano

(di Azra Nuhefendic)*

40 anni fa il Comitato centrale del Partito comunista della Bosnia Erzegovina concedeva ai musulmani lo status di nazione. Le cause della confusione tra nazionalità e religione, le conseguenze per i laici, il ruolo dei leader religiosi nella Bosnia di oggi.

“Non ci viene concesso di chiamarci bošnjaci (bosgnacchi), ma ci viene invece offerto il nome di musulmani… Accettiamo, anche se questo è sbagliato, perché si apra il processo [di riconoscimento della nostra identità]”. Sono queste le parole di Hamdija Pozderac, noto politico bosniaco, pronunciate 40 anni fa, quando i musulmani bosniaci furono promossi allo status di nazione, uno dei popoli costituenti della Jugoslavia. Nel 1968, il Comitato centrale del partito comunista della Bosnia Erzegovina dichiarò: “È stato dimostrato, e la prassi socialista lo ha confermato, che i musulmani (bosniaci) sono una nazionalità distinta”. Nel censimento del 1971, per la prima volta, venne inserita la categoria “musulmani” in senso di identità nazionale. I bosniaci che non si sentivano né serbi né croati, potevano dichiararsi “Musulmani”, con la “M” maiuscola. Promuovendo i musulmani bosniaci al rango di nazione, i comunisti credevano di aver “tagliato il nodo di Gordio” e di aver messo fine alle pretese dei nazionalisti sia serbi che croati, che consideravano i musulmani bosniaci come “parte del proprio gregge”. La decisione presa fu una vittoria per i musulmani di Bosnia ma, purtroppo, nel nome allora scelto c’erano già i germi della futura tragedia. “Ogni musulmano laico sapeva che una tale definizione non-secolare, per un popolo, o per una nazione, era fuorviante, e che sarebbe stata fatale sia per gli individui che per un intero popolo europeo”, afferma l’artista bosniaco Damir Nikšić, meglio conosciuto per un video titolato “Se non fossi musulmano” (“If I wasn’t muslim”). Nei primi 20 anni della Jugoslavia socialista l’Islam fu visto come una religione arretrata. Le scuole coraniche furono proibite, i dervisci messi fuori legge, molte moschee distrutte, chiuse o usate per altri scopi. I membri musulmani del partito ricevettero istruzione di non circoncidere i propri figli; le società culturali musulmane furono proibite o abbandonate. Continua…

Ogni nazionalismo è colpevole. Ma le colpe non sono tutte uguali

Questo inquietante manifesto (in caratteri cirillici e dai colori che ricordano vagamente i film di Dario Argento) campeggiava sui muri di Srebrenica nei giorni precedenti l’anniversario del genocidio del 1995. E’ l’avviso della manifestazione dei nazionalisti serbo-bosniaci che si sarebbe tenuta il 12 luglio, ossia il giorno dopo la cerimonia presso l’area dell’ex base Onu di Potocari. Una sorta di ‘contromanifestazione’ per rivendicare presunte stragi di serbi perpetrate dai ‘musulmani’ nei mesi precedenti il genocidio. Personalmente ho un’idea molto negativa circa l’attendibilità di tali rivendicazioni dei serbo-bosniaci, in primis per la drammatica scarsità di armi che contraddistingueva la resistenza di Srebrenica. Per chiarirmi meglio le idee ho allora posto alcuni quesiti a Luca Leone, autore di “Srebrenica. I giorni della vergogna” (senz’altro il libro più completo e attendibile sull’argomento).

Quali prove esistono di questi crimini a danno dei serbo-bosniaci? È esagerato o del tutto fuori luogo parlare di 3500 morti serbi nei dintorni di Srebrenica? E in questo caso, quali autorità continuano a soffiare sul fuoco dell’intolleranza alimentando tali iniziative?

Ecco l’illuminante risposta di Luca Leone:

Nessuno sa con assoluta precisione quanti siano stati i morti “serbi” a Srebrenica. I “musulmani” dicono qualche decina, forse. C’è chi parla di centinaia. Chi di circa 3.000. Chi di più di 3.000. E così via. L’unica cosa certa è che 6 ce ne sono certamente stati: quelli per i quali Naser Oric è stato processato all’Aja, ma poi è stato assolto in appello, poiché la corte non ha ravvisato sue responsabilità dirette o indirette nel fatto. Possibile? Mi sembra così strano. Su Oric credo alle parole di Jovan Divjak (generale serbo che difese Sarajevo durante l’assedio, ndr), e dello Stamo Maggiore bosniaco: secondo loro si comportava come qualcosa a metà tra un bandito e un mafioso, durante l’assedio. In alcune fosse comuni sono stati effettivamente ritrovati corpi di cittadini serbi di Srebrenica e dei villaggi circostanti. Continua…