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20 anni fa la distruzione del Ponte Vecchio di Mostar

Centinaia di uomini, donne, bambini sbalorditi fissavano il vuoto e la voragine. Il Vecchio non c’era più. Gridavano, piangevano, minacciavano, maledicevano, alzavano le mani verso il cielo e chiedevano: perchè?

Alle 10,15 di mattina del 9 novembre 1993, dopo due giorni di bombardamenti da parte dell’esercito croato bosniaco, il Ponte Vecchio di Mostar crollò nelle acque del fiume Neretva. Non era soltanto uno dei tesori più preziosi dell’architettura ottomana della Bosnia Erzegovina, ma anche uno straordinario simbolo di dialogo tra Oriente e Occidente. Il suo abbattimento fu uno degli eventi cruciali delle guerre balcaniche degli anni ’90.

Il ponte ricostruito dopo anni di lavori fu inaugurato il 23 luglio 2004. Quel giorno c’eravamo e fu un’emozione che non potremo scordare mai

Mostar, il criminale di guerra libero per buona condotta

Condannato dal Tribunale dell’Aja a 18 anni di carcere per crimini commessi a Mostar durante la guerra, Vinko Martinović è ritornato in città dopo aver usufruito di un rilevante sconto di pena. (da Osservatorio Balcani)

Vinko Martinović di ritorno a Mostar

Il 9 gennaio 2012 la notizia che al criminale di guerra Vinko Martinović – Štela – era stato accordato lo sconto di pena pari ad un terzo rispetto ai 18 anni di condanna previsti, è arrivata in Bosnia Erzegovina attraverso i media nazionali e quelli della vicina Croazia. Fu proprio la Croazia a consegnarlo all’Aja nel ’99 dopo l’arresto per l’omicidio di un’infermiera di Mostar e per l’appropriazione indebita del suo immobile. Vinko Martinović non si è consegnato volontariamente e non ha mai collaborato con il Tribunale Penale Internazionale (TPI) durante il processo. Dichiararsi “non colpevole” è tutto ciò che avesse da dire alla Corte, come all’umanità che lo stava guardando. All’Aja, per smontare la sua presunta innocenza, si sono presentati 84 testimoni che hanno parlato degli orrori a cui hanno assistito e di cui sono stati vittime, dando voce a tutti gli altri che non potevano più testimoniare e consentendo di ricostruire un’altra pagina del conflitto che ha devastato la Bosnia negli anni ’90.

Campi di concentramento e scudi umani
Le accuse a carico di Štela e del suo superiore Mladen Naletilić – Tuta – si riferiscono al periodo che va da aprile ‘93 a marzo ‘94, e ai fatti accaduti nelle località di Jablanica, Mostar, Široki Brijeg, Ljubuški, Čapljina, Stolac; il primo guidava l’unità speciale “Vinko Škrobo”, il secondo era al comando del temuto battaglione “Kažnjenička bojna” (battaglione dei condannati) di cui l’unità speciale era una ramificazione. Entrambe le formazioni erano inquadrate nell’HVO (Consiglio croato di difesa). Heliodrom, Gabela, Dretelj, Duhanska stanica di Lištica sono solo alcuni dei centri di detenzione per migliaia di civili e prigionieri di guerra prelevati per strada, dalle loro case o durante i combattimenti in quell’infelice e tetro periodo che ha visto a Mostar il suo scenario peggiore. Continua la lettura di Mostar, il criminale di guerra libero per buona condotta

Mostar, la nuova vita del vecchio ponte

Diciotto anni fa, la mattina del 9 novembre 1993, le forze dell’esercito croato HVO distruggevano il Ponte di Mostar. Oggi la mezza luna di pietra è risorta, ma in una città diversa.
Le molte vite dello Stari Most nel ricordo del giornalista mostarino Dario Terzic

Dicono che i ponti uniscono le persone, le sponde. E noi vogliamo crederci. Spesso i ponti non sono che strade di collegamento, stazioni di passaggio. E sulla romantica e umanitaria dimensione dei ponti sono state scritte  poesie, storie, sono stati girati film. Il ponte sul fiume Kwai, il Golden Gate, il Ponte di Avignone, il Ponte di Brooklin, sono tutti ponti con una loro storia. Il Vecchio ponte di Mostar ha tante storie. Per il semplice fatto che lo Stari most ha più vite. Si sapeva già molto di questo ponte ancor prima della guerra in Bosnia Erzegovina. Venivano turisti da tutto il mondo per ammirarne la bellezza. D’estate, quando il livello del fiume Neretva è più basso, la mezza luna di pietra, come lo chiamano alcuni, “sale” fino quasi a 30 metri. Un ponte così grande e con un solo arco. Per questo la gente si meravigliava e lo ammirava.

Il Vecchio ponte eterno
La morte del Ponte vecchio nel 1993 è un avvenimento di cui hanno scritto molto i media internazionali. In piena guerra, a Mostar, durante i più pesanti scontri fra l’Armija BiH e l’HVO croato, il 9 novembre la mezza luna di pietra è crollata nella Neretva sotto i terribili colpi dell’artiglieria croata. Per mesi hanno cercato di distruggerlo. Già durante il primo scontro, quello del 1992, quando l’Armija BiH e l’HVO erano alleati nella lotta contro i serbi di Mostar (i quali, a dire il vero, erano aiutati dall’ex esercito jugoslavo) in città erano stati minati quasi tutti i grandi ponti: Lučki, Carinski, Titov. Le mine erano state posizionate anche sul Ponte vecchio, ma gli ingegneri dell’Armija erano riusciti a toglierle. Così che solo lo Stari most era riuscito a sopravvivere alla prima guerra di Mostar. Il Ponte era forte ed aveva resistito a tutte le sciagure, fino a quel fatale 9.11.1993. Noi di Mostar lo avevamo sempre considerato eterno, indistruttibile. E come non farlo? Mentre guardavamo attorno a noi come tutto fosse effimero, solo lui rimaneva sempre uguale. Stava lì dal 1566. Non è forse un’eternità?
Il Ponte è quella cosa attorno alla quale è sorta e si è sviluppata la città: generazioni di mostarini sono cresciute insieme al Ponte; ammiravano quel miracolo dell’architettura, i sogni che Neimar Hajrudin era riuscito a trasformare in realtà. I mostarini adoravano la loro città, e per loro le due cose sacre sono sempre state la Neretva e il Ponte che vi passa sopra. Ma i tempi cambiano. Nel 1992 inizia la vera guerra di Mostar. I musulmani (oggi bosgnacchi) insieme ai croati sconfiggeranno militarmente i serbi che da aprile fino a giugno di quell’anno erano riusciti a tenere la sponda est della Neretva. I serbi lasciano la città e, contemporaneamente, a Mostar arrivano i musulmani scacciati dall’Erzegovina orientale (Gacko, Nevesinje…). Già allora accade il primo grande cambiamento nella composizione della popolazione di Mostar. Il più drastico accadrà dopo il 9 maggio, cioè dopo l’inizio degli scontri fra croati e musulmani. Decine di migliaia di musulmani di Mostar lasceranno per sempre la loro città per trasferirsi nei Paesi scandinavi, in America, in Canada, in Australia. Nei loro appartamenti, nella parte della città che era sotto il controllo dell’HVO (Mostar ovest), entreranno i profughi croati della Bosnia centrale (Kakanj, Vitez), e di Konjic. Contemporaneamente, i musulmani di Stolac e i musulmani di Mostar che non sono riusciti ad andarsene via si troveranno (non per propria volontà) nella parte est della Neretva, quella sotto il controllo dell’Armija BiH. La parte est, o Rive gauche di Mostar, come la chiamavano alcuni, era la zona dimenticata di una Mostar sofferente da oltre un anno. Si è vissuto senza cibo, senza elettricità e acqua, sotto continue e intensive piogge di granate. Le granate portavano odio, e quell’odio era come se crescesse di giorno in giorno. Durante il mese di maggio del 1993 ero ancora sulla sponda destra (croata), e non potevo credere a quanto odio vi si fosse accumulato. In città erano sempre più le persone che non conoscevano Mostar. Niente li legava, né a quella città né a quel Vecchio ponte. Per loro era una semplice costruzione di pietra, anzi nemmeno semplice perché era la “loro”, turca, qualcosa che bisognava distruggere. La seconda guerra di Mostar è stata particolarmente intensa. La parte bosgnacca (musulmana) era senza armi mentre all’HVO arrivavano i rifornimenti dalla Croazia. Mostar est veniva bombardata giorno e notte. Tra i bersagli c’era anche il Ponte vecchio. Arrivavano granate dai vari punti occupati dall’HVO sulle colline di Mostar. La città è stata bombardata dalla collina Hum (dal punto in cui oggi svetta una croce alta 33 metri) e per colpire il Ponte veniva usato un punto chiamato Stotina [centinaio]. Continua la lettura di Mostar, la nuova vita del vecchio ponte

Srebrenica. Dall’eternità a qui

(di Dario Terzic)

È quello che dovevo fare da tanto tempo. Tornare a Srebrenica. Un importante confronto – incontro con me stesso, rimandato tante volte. Mi chiedevo come sarebbe stata la mia prima reazione. Avevo paura anche della rabbia che da anni sentivo dentro di me. Rabbia verso tanti, ma soprattutto verso la cosiddetta comunità internazionale. L’Europa unita. I militari europei che senza muoversi avevano osservato il massacro. Da quando ho conosciuto Roberta Biagiarelli, autrice e interprete dello spettacolo teatrale “A come Srebrenica”, ormai otto anni fa, avevo voglia, o soprattutto bisogno, di andarci. Di vedere Srebrenica. Continua la lettura di Srebrenica. Dall’eternità a qui