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L’arma della cultura

Ramallah (Cisgiordania) – In questi giorni risuonano scoppi nelle strade di Ramallah. Sono scoppi di felicità, petardi, clacson e trombe da stadio. Nella città-simbolo della Palestina sono giorni di festa per i giovani che hanno finito gli studi. L’equivalente della nostra maturità, oppure hanno discusso la tesi di laurea. Molti di loro salgono sotto il sole cocente i gradoni che portano in cima alla collina affacciata sulla città dove riposa il grande Mahmoud Darwish. Al poeta nazionale palestinese, morto nel 2008, è stato dedicato qua non soltanto un monumento e un museo celebrativo ma anche uno spazio per le arti, la creatività e la cultura. Non è un caso che si trovi nel punto più alto di Ramallah, e domini i nuovi insediamenti urbani sorti negli ultimi anni, i palazzi del governo e i luoghi di culto. La cultura, per i palestinesi, è sinonimo di orgoglio nazionale ed è sempre stata anche uno strumento di riscatto politico. Fin dagli albori del ‘900 la lotta di liberazione è stata legata a doppio filo al lavoro degli intellettuali. Lo dimostra il lungo elenco di scrittori, artisti, filosofi e musicisti che scorre in uno dei pannelli del museo di Yasser Arafat, situato alla Muqata’a, il vecchio quartier generale dell’amatissimo primo presidente dell’Autorità nazionale palestinese. Dopo la sua morte, lo stesso Mahmoud Darwish scrisse che “Arafat era riuscito senza compromessi ad abbandonare il ruolo di vittima della storia per diventare un protagonista della storia”. Ma neanche un leader della sua statura sarebbe riuscito a plasmare il paese tra mille difficoltà senza il contributo degli intellettuali. Molti di essi hanno rappresentato per Israele una minaccia più pericolosa dei combattenti e dei martiri. È impossibile operare un processo di rimozione storica e di cancellazione della memoria di un popolo se prima di tutto non si mettono a tacere gli intellettuali. Per anni il governo israeliano ha impedito a Darwish di lasciare Haifa e di recarsi all’estero, l’ha tenuto sotto stretta sorveglianza e l’ha arrestato più volte, costringendolo infine all’esilio. Ma non è riuscito a impedirgli di scrivere ben ventisei volumi di poesia e undici di prosa. I potentissimi servizi segreti israeliani del Mossad hanno preso di mira a lungo gli intellettuali. Nel luglio 1972 uccisero in un attentato Ghassan Kanafani, considerato il più grande romanziere palestinese. Quello stesso anno gli agenti del Mossad ammazzarono anche altri due intellettuali, Mahmoud Hamshari e Wael Zuaiter. Ma per ogni voce che veniva spenta se ne accendevano dieci, cento, mille altre. Magari meno potenti, meno autorevoli. Ma nessuna forma di repressione è riuscita a distruggere il seme della cultura che continua a germogliare nelle nuove generazioni palestinesi. A Bir Zeit, poco distante da Ramallah, su un’altra collina sorge un’importante ateneo universitario che oggi è frequentato per il 60 per cento da donne. “Qui sono presenti quasi tutte le facoltà, con l’eccezione di medicina”, ci spiega Emilia, una biologa italiana che vive e lavora qui da quindici anni. Non è l’unica: a Bir Zeit come nelle altre -università della Palestina sono tanti i ricercatori, gli studenti, i docenti arrivati da ogni parte del mondo.
RM

La complessità del male

eichmannUn gerarca nazista mosso da furore ideologico oppure un freddo burocrate che si limitò a eseguire il più mostruoso degli ordini? Da quando finì impiccato in un carcere israeliano nel 1962, Adolf Eichmann non ha mai smesso di suscitare l’interesse degli studiosi, che a lungo si sono divisi sul ruolo svolto dall’“architetto dell’Olocausto” nella Soluzione finale. Sfuggito al processo di Norimberga e giudicato da un tribunale israeliano solo molti anni più tardi, Eichmann divenne oggetto di studio per Hannah Arendt, che raccontò il processo di Gerusalemme sul New Yorker e fece poi confluire il suo lavoro nel famoso libro La banalità del male. La filosofa tedesca fu la prima a sostenere che il male assoluto potesse non essere radicale, affermando che Eichmann non era né uno psicopatico né un fervente antisemita, ma solo un uomo mediocre, “incapace di pensare” e intenzionato a fare carriera a qualsiasi costo. La controversa tesi della Arendt, risalente ormai a oltre 50 anni fa, è stata più volte messa in discussione dagli studiosi, a partire dal suo contemporaneo Gershom Sholem – che definì la banalità del male “uno slogan” – fino a Deborah Lipstadt, la storica statunitense che in un recente libro ha accusato la Arendt di aver voluto assolvere la cultura europea dalla colpa di antisemitismo.
Una disputa intellettuale che potrebbe concludersi definitivamente grazie al lavoro di un’altra filosofa tedesca, Bettina Stangneth, che in un libro da poco uscito anche negli Stati Uniti – Eichmann Before Jerusalem. The Unexamined Life of a Mass Murderer – ricostruisce la personalità del gerarca SS utilizzando molti documenti, lettere e testimonianze inedite. Arrivando alla conclusione che sia la Arendt che molti storici sono stati in realtà ingannati dal comportamento di Eichmann al processo, la cui analisi è di per sé insufficiente a far comprendere la sua vera natura: non un grigio e taciturno criminale di guerra in fuga, bensì un lucido ideologo che odiava profondamente gli ebrei e fu un convinto e fanatico esecutore dello sterminio. La chiave di lettura della Stangneth è incentrata sull’analisi dettagliata dei movimenti di Eichmann dopo la guerra, dalla sua fuga dalla Germania fino all’arresto da parte del Mossad nel 1960. Anni che trascorse in Argentina, senza curarsi neanche di nascondere la sua vera identità, dicendosi orgoglioso di quanto aveva fatto durante la Seconda guerra mondiale. Nel libro, che le è costato una decina d’anni di ricerche negli archivi di tutto il mondo, Stangneth esamina migliaia di documenti, memorie manoscritte e trascrizioni di interviste segrete rilasciate dallo stesso Eichmann. Emergono particolari clamorosi, come la lettera che scrisse nel 1956 al cancelliere Adenauer proponendogli un suo ritorno in Germania per farsi processare da un tribunale tedesco, ma niente è più rivelatore delle registrazioni audio che precedettero la sua cattura. “Non mi pento di nulla, e il pensiero di aver ucciso milioni di ebrei mi dà molta soddisfazione”, affermò l’ex gerarca. Il male che rappresentò fu tutt’altro che banale.
RM