Archivi tag: mladic

Srebrenica, il calcio cura le ferite

Avvenire, 12.5.2017

C’è qualcosa di unico e di inspiegabile nella storia del FK Guber, la squadra di calcio di Srebrenica. In un’area della Bosnia che circa vent’anni fa è stata teatro del più grande orrore compiuto in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale, in una città ancora paralizzata dai fantasmi del genocidio, per una volta è il pallone a favorire la convivenza, la tolleranza e l’amicizia tra i giovani di tutte le etnie. Come se una misteriosa alchimia avesse reso possibile sul campo da gioco quello che ancora oggi rimane un miraggio nella vita di tutti i giorni. Per cercare di spiegare le ragioni di questo vero e proprio miracolo sportivo è necessario risalire alle sue radici. Ci si imbatte nel piccolo stadio del Guber poco prima di arrivare a Srebrenica, qualche chilometro dopo l’imponente memoriale di Potocari, dedicato agli ottomila bosniaci musulmani massacrati dalle milizie serbe nel 1995. La squadra di calcio fu fondata nel 1924 da un serbo e da un musulmano che donarono i loro appezzamenti di terreno confinanti per consentire la realizzazione del campo e delle piccole tribune. Nella sua storia ormai quasi centenaria, il Guber ha sempre militato nelle serie minori dando spazio a giocatori e dirigenti di tutte le etnie.

Una formazione del FK Guber Srebrenica

Raramente si è affacciato nel calcio che conta, ma i più anziani ricordano ancora la straordinaria impresa compiuta nel 1989 nei sedicesimi di finale della coppa nazionale di Jugoslava, quando i biancazzurri di Srebrenica si concessero il lusso di battere ai rigori una squadra di prima divisione, il Buducnost di Titograd (l’attuale Podgorica). A indossare i panni dell’eroe, quel giorno, ci pensò il portiere Jusuf Malagic, parando il rigore decisivo calciato da un giovane campione, fresco vincitore dei mondiali juniores e pronto a diventare la stella del Partizan Belgrado e poi del Real Madrid: Predrag Mijatovic. Partite e allenamenti sono proseguiti anche durante la prima fase della guerra degli anni ’90, quasi a voler esorcizzare i massacri e le deportazioni attraverso il potere salvifico dello sport. Ma di lì a poco anche quella piccola e fragile utopia sarebbe stata travolta dalla barbarie, molti dei suoi giocatori furono uccisi e finirono nelle fosse comuni disseminate nella campagna, lungo il corso della Drina. La ricostruzione sarebbe arrivata una decina d’anni più tardi, nel 2004. Tra i rifugiati che fecero ritorno in città c’era anche Malagic, il portiere “eroe” del 1989. Fu lui il primo a credere che il Guber potesse rinascere dalle proprie ceneri e tornare a promuovere quei principi che erano stati spazzati via insieme a tante vite umane. A poco a poco, grazie al fondamentale aiuto finanziario di alcune Ong e federazioni calcistiche europee, è stata rimessa in piedi una scuola calcio per i più giovani. All’inizio erano in pochi a credere in un progetto che traeva la propria forza dall’integrazione e dal dialogo interculturale. Ma col tempo la passione è riuscita a prevalere sulla diffidenza e sul pregiudizio, mentre la prima squadra ha cominciato a scalare le classifiche dei campionati dilettantistici. “Alcuni dei nostri ragazzi hanno perso i familiari durante la guerra oppure hanno avuto padri, zii o fratelli maggiori che hanno combattuto gli uni contro gli altri”, spiega l’allenatore Emir Bektic. “Eppure oggi il passato non li divide più e grazie al calcio sono riusciti a diventare amici”. L’anno scorso la squadra è stata promossa nella seconda divisione della Repubblica Srpska, il corrispettivo della Lega Pro per il campionato di calcio italiano. Anche adesso che si trova appena due gradini sotto l’ambitissima Premier League bosniaca, continua ad annoverare nel suo organico giocatori serbi, croati e musulmani. “Riuscire a convivere è la nostra vera vittoria – conclude Bektic – credo che il Guber rappresenti un modello di speranza per il futuro di Srebrenica e di tutta la Bosnia”.
RM

Chiesto l’ergastolo per Ratko Mladic

ratko-mladic

“Qualsiasi pena inferiore al massimo previsto dalla legge sarebbe un insulto alle vittime, oltre che un affronto alla giustizia”. È quanto ha affermato ieri all’Aja il procuratore del Tribunale penale per l’ex Jugoslavia Alan Tieger, concludendo la sua requisitoria al processo per crimini contro l’umanità a carico di Ratko Mladic. Al termine di un’istruttoria durata oltre quattro anni l’accusa ha dunque chiesto l’ergastolo per il 74enne ex generale serbo-bosniaco, soprannominato il “boia dei Balcani” e chiamato a rispondere di ben undici capi d’imputazione, tra i quali figurano il genocidio di Srebrenica, le violenze contro la popolazione civile di Sarajevo e l’imprigionamento dei militari delle forze di pace delle Nazioni Unite. Arrestato in Serbia nel 2011 dopo una latitanza durata ben sedici anni, Mladic ha ribadito durante il processo la sua innocenza nonostante le prove schiaccianti prodotte contro di lui, a cominciare dalle intercettazioni radio dell’assedio di Sarajevo, nelle quali l’ex generale ordinava di aprire il fuoco sui quartieri “dove abita un minor numero di serbi” e di privare la popolazione di acqua, luce e aiuti umanitari per ridurla alla fame. Quello a suo carico è l’ultimo grande processo del tribunale per l’ex Jugoslavia: dopo l’arringa della difesa, la settimana prossima ci saranno le repliche finali, mentre la sentenza di primo grado è attesa per l’anno prossimo. Intanto, proprio tre giorni fa l’ex leader dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic ha presentato ricorso all’Aja contro la sentenza che nel marzo scorso l’aveva condannato a 40 anni di reclusione. Le obiezioni del cosiddetto “architetto della pulizia etnica” sono contenute in un lungo documento che cita una cinquantina di vizi sostanziali e procedurali, e afferma che “un processo errato ha portato a un esito ingiusto”.

Srebrenica avrà un sindaco serbo

Avvenire, 6.10.2016

Nella foto: Mladen Grujicic
Nella foto: Mladen Grujicic

A meno di clamorosi colpi di scena, la città martire di Srebrenica avrà un sindaco serbo per la prima volta dal genocidio del 1995. Alle elezioni amministrative di domenica scorsa il 34enne Mladen Grujicic, candidato dell’Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (Snsd) guidata dal leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, ha ottenuto circa il 70% battendo il sindaco uscente, il musulmano Camil Durakovic, che ha però chiesto il riconteggio dei voti. La commissione elettorale centrale ha stabilito che in alcuni seggi lo spoglio deve essere ripetuto, ma per avere un risultato definitivo si dovrà aspettare anche lo scrutinio dei voti a distanza che potrebbero ribaltare l’esito delle urne. La giornata elettorale si è svolta in un clima di tensione alla presenza di ingenti forze di polizia che hanno presidiato la cittadina per evitare scontri tra le opposte fazioni. Le Madri di Srebrenica contestano l’elezione del candidato serbo accusandolo di negazionismo. Grujicic, da parte sua, ha garantito che le commemorazioni dell’anniversario del genocidio continueranno a essere organizzate, e anche il presidente serbo Tomislav Nikolic ha affermato da Belgrado che l’elezione di Grujicic “non significherebbe l’oblio dei crimini commessi dai serbi a Srebrenica”. Le elezioni hanno visto la vittoria dei nazionalisti in tutto il paese: il Snsd di Dodik si è confermato primo partito nella Repubblica Srpska, il partito di azione democratica (Sda) di Bakir Izetbegovic ha prevalso invece nella Federazione croato-musulmana. Il municipio del centro di Sarajevo avrà per la prima volta una giunta guidata dai democratici musulmani, mentre nella cittadina nordoccidentale di Velika Kladusa è stato eletto sindaco Fikret Abdic, già condannato a 20 anni di carcere per crimini di guerra. La coalizione di Ong “Pod Ludom” ha denunciato numerose irregolarità e tentativi di corruzione dei commissari elettorali, definendolo “il voto più violento degli ultimi dieci anni”. L’incidente più grave si è verificato a Stolac, dove le procedure di votazione sono state sospese in seguito all’aggressione del presidente della Commissione elettorale locale da parte del candidato sindaco dell’Sda, Salmir Kaplan.
RM

“Nessuno scambio tra Srebrenica e Sarajevo”

Nel ventennale del genocidio di Srebrenica l’ex generale Jovan Divjak, eroe della resistenza di Sarajevo, ribadisce l’assenza di un accordo per far finire l’assedio.

Da “Avvenire” di oggi

“Srebrenica e tanti altri massacri avvenuti in Bosnia vent’anni fa rappresentano una ferita aperta che temo non si rimarginerà mai. Non avremo verità, giustizia e riconciliazione finché ci saranno tre versioni diverse della stessa storia, una croata, una serba e una bosniaca. Oggi ai giovani serbi non viene raccontato il genocidio ma solo i bombardamenti Nato su Belgrado”. Quella mattanza travestita da guerra, il generale Jovan Divjak l’ha vissuta in prima persona e continua a sentirla ogni giorno sulla propria pelle. Lui che, serbo, si trovò a difendere Sarajevo durante un assedio durato quasi quattro anni, che causò oltre diecimila morti. divjak-1_376234S1Nel 2006, per il lavoro svolto da allora con gli orfani di guerra, è stato nominato ambasciatore universale di pace. In città lo considerano tutti un eroe eppure molti, in Serbia, continuano a definirlo un disertore. “Ero comandante della difesa territoriale della Bosnia-Erzegovina – ci dice oggi, a margine delle celebrazioni del ventennale di Srebrenica – ho fatto solo il mio dovere, quello che mi era stato insegnato, cioè aiutare gli indifesi. Per questo, quando è iniziata la guerra, sono rimasto dalla parte dei più deboli, cioè dei civili”. Davanti ai suoi occhi, ancora oggi, ci sono quei giorni terribili d’inizio luglio del 1995: “Nessuno poteva prevedere una tragedia di quella entità. Srebrenica era isolata dal mondo, il nostro stato maggiore riusciva a comunicare con l’area solo un paio di volte al giorno, grazie ai radioamatori locali. Il 6 luglio i serbi cominciarono a bombardare la cittadina e le fragili linee difensive caddero una dopo l’altra. I 400 caschi blu olandesi che dovevano difenderla abbandonarono le loro postazioni, e migliaia di uomini di Srebrenica cercarono di fuggire attraverso i boschi per raggiungere la vicina città di Tuzla. Gran parte di loro furono uccisi dai serbi con bombe e armi leggere. Trentamila civili inermi si ammassarono nella vicina base Onu di Potocari, dove i serbi risparmiarono gran parte delle donne, dei vecchi e dei bambini. Ma uccisero tutti gli altri”. Da allora, c’è chi continua a sostenere che l’esercito bosniaco abbia abbandonato le enclave orientali – tra cui Srebrenica – per ottenere in cambio la fine dell’assedio di Sarajevo. Una tesi che Divjak respinge senza mezzi termini: “No, questo è inaccettabile, la colpa di quanto è accaduto è delle truppe di Mladic, il problema fu semmai che l’esercito e il governo della Bosnia non fecero niente per difendere Srebrenica. Ed era semplicemente folle pensare che un piccolo contingente di caschi blu potesse proteggere un’area che era stata completamente smilitarizzata. La difesa della cittadina disponeva solo di un paio di carri armati e di qualche mortaio ma era totalmente priva di artiglieria pesante”.
Da quei giorni, Divjak ha smesso d’indossare la divisa. Dalla fine della guerra dirige l’associazione locale Obrazovanje Gradi BiH (L’educazione costruisce la Bosnia), che difende il diritto all’istruzione dei più giovani fornendo borse di studio a bambini e ragazzi che non hanno risorse sufficienti per continuare gli studi. “Sono stato bambino anch’io dopo la Seconda guerra mondiale – ci spiega – e sapevo bene che si sarebbero ripresentati di nuovo gli stessi problemi con i profughi, gli invalidi, gli orfani. E che i primi da aiutare sarebbero stati i bambini”.
La sua disillusione sull’efficacia dell’operato delle Nazioni Unite risale a due decenni fa e poggia su basi molto solide, non può quindi stupirlo la notizia della risoluzione su Srebrenica bocciata tre giorni fa dal Consiglio di sicurezza a causa del veto russo. “Niente di nuovo – conclude con un sospiro – ma quello che servirebbe, più degli atti dei governi, sarebbe un impegno duraturo per sconfiggere tutti i nazionalismi”.
RM

Srebrenica, il parco della memoria

Da “Avvenire” di oggi

Oltre 8mila alberi e piante per tenere viva la memoria del peggior crimine compiuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, per simboleggiare la risurrezione di altrettante vittime innocenti. Mentre si avvicina il ventesimo anniversario del genocidio di Srebrenica, sono stati piantati i primi alberi del “Bosco della memoria 8372”, un progetto ideato dall’associazione bosniaca Muftijstvo Gorazde con il sostegno del governo, del cantone e del comune. srebrenica1Per dar vita al primo complesso memoriale del genere in Bosnia è stata scelta una collina che domina la cittadina di Gorazde, un’area di oltre quattro ettari di terreno al centro della quale sarà issato un grande fiore, simbolo di Srebrenica, verde al centro e circondato da undici petali bianchi. Ricorderà per sempre quello che accadde poco lontano da qui l’11 luglio del 1995, quando le truppe serbo-bosniache del generale Ratko Mladic trucidarono almeno 8372 persone, in gran parte vecchi, bambini e ragazzi, macchiandosi del più grave atto di pulizia etnica delle guerre balcaniche degli anni ’90. Il parco ospiterà alberi di castagno, frassino e abete rosso – uno per ciascuna delle vittime del genocidio – oltre a diverse specie di piante, che si alterneranno a sentieri, terrazze con viste panoramiche e panchine per i visitatori. 
Sette arbusti saranno invece piantati per ricordare il mese del genocidio. Pochi giorni fa, nel corso della piantumazione delle prime piante, è stato spiegato che il progetto non è dedicato soltanto a Srebrenica, ma a tutte le vittime delle guerre, presenti e passate. “Dopo la Seconda guerra mondiale – ha detto il muftì di Gorazde, Remzija Pitic – abbiamo detto ‘mai più’, ma purtroppo il mondo non ha imparato alcuna lezione da quello che è accaduto a Srebrenica, come possiamo vedere oggi in Siria, in Iraq, in Ucraina e in molti altre parti del mondo. Vogliamo che questo parco della memoria ricordi per sempre i drammi del passato e contribuisca a evitare che drammi simili si ripetano in futuro”.
Il lancio del progetto “8372 Srebrenica Memorial Forest” inaugura di fatto le commemorazioni che si terranno come sempre l’11 luglio ma che quest’anno assumono un carattere particolare per via di un ventennale che purtroppo non si annuncia privo di polemiche, sia per l’annunciata defezione del presidente serbo Tomislav Nikolic, che ha già declinato l’invito all’annuale cerimonia che si tiene nella piana di Potocari, il luogo dove si consumò il dramma, sia per la sentenza d’appello che qualche settimana fa ha confermato l’assoluzione di Thomas Karremans, il comandante olandese delle truppe Onu accusato di non aver protetto le migliaia di sfollati che finirono nelle mani degli uomini di Mladic.
Non è un caso che un’iniziativa come quella del “Bosco della memoria 8372” nasca proprio a Gorazde, piccola cittadina bosniaca di poco più di 22mila abitanti a meno di cento chilometri da Sarajevo, sulla riva sinistra della Drina. Nella primavera del 1994 si consumò qua un tragico assedio da parte delle truppe serbo-bosniache, che si fecero beffe delle risoluzioni Onu uccidendo centinaia di persone in poco più di un mese. Le postazioni di artiglieria dell’esercito serbo-bosniaco guidate dal generale Mladic, appostate sulle colline circostanti, bombardarono la città a un ritmo di tre granate al minuto, mentre i carri armati colpivano dalla riva destra della Drina. La presunta “zona di sicurezza” di Gorazde che le Nazioni Unite avrebbero dovuto proteggere era in realtà destinata a rivelarsi un fallimento: l’enclave musulmana fu facilmente attaccata dai serbi, proprio come sarebbe accaduto l’anno dopo a Srebrenica, seppur con esiti assai più drammatici. Oggi, con un effimero senno di poi, si può affermare che la diplomazia internazionale avrebbe potuto – e dovuto – far tesoro di quanto accaduto a Gorazde per evitare il genocidio di Srebrenica.
RM

La sepoltura dei morti di Srebrenica

Srebrenica, BosniaDue giorni fa migliaia di persone si sono radunate lungo le strade di Sarajevo, in Bosnia, per assistere al passaggio di tre mezzi che trasportavano i resti di 409 persone morte nella strage di Srebrenica, nel 1995, e identificate negli ultimi dodici mesi. Le bare erano dirette al piccolo comune di Potocari, vicino al luogo della strage, dove giovedì 11 luglio si terrà – nel 18esimo anniversario della strage – l’annuale cerimonia di sepoltura dei cadaveri identificati nel corso dell’anno.
La riesumazione e l’identificazione dei morti nella strage di Srebrenica negli anni Novanta dal Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia, ma negli ultimi anni è passata sotto la responsabilità delle autorità bosniache. Le fosse comuni in cui vennero sepolti i morti di Srebrenica dai serbo-bosniaci sono numerose e sparse per tutto il territorio circostante al paesino. In alcuni casi, nel tentativo di nascondere l’entità della strage e le responsabilità, gli autori del massacro scavarono nuove fosse in cui trasferirono parte dei morti, complicando ulteriormente le procedure di ritrovamento e identificazione.

Galleria fotografica: la cerimonia del 2008

Le prime identificazioni, alla fine degli anni Novanta, vennero effettuate con una procedura lenta e piuttosto inaccurata: gli effetti personali trovati nelle fosse comuni venivano fotografati e le immagini venivano poi fatte circolare in volumi tra le comunità locali. Se qualcuno pensava di poter associare un oggetto a un suo parente, veniva effettuato un test del DNA per cercare di stabilire l’identità. Solo nel 15 per cento dei casi si otteneva però un’identificazione sicura.
La svolta è arrivata a partire dal 2001, con i test del DNA computerizzati. Gran parte del lavoro di identificazione si svolge oggi nelle due strutture di Tuzla (alcune decine di chilometri a nordovest di Srebrenica) della Commissione Internazionale per le Persone Scomparse, creata nel 1996, un’organizzazione internazionale che si occupa tra le altre cose delle molte migliaia di corpi da identificare nella guerra combattuta in Bosnia. Nel Centro per il coordinamento dell’identificazione, una quindicina di antropologi bosniaci e stranieri, insieme a diversi tecnici, lavorano sui resti dei corpi, prelevando DNA e confrontandolo con circa 90 mila campioni di parenti di persone scomparse.
In totale, il laboratorio di Tuzla ha contribuito a identificare i resti di circa 14 mila persone morte nella guerra in Bosnia: di queste, 6.877 sono state uccise nella strage di Srebrenica. Il numero dei morti nella strage è stimato intorno a 8.100 persone.
Nel 1995, a Srebrenica, le forze militari serbo-bosniache guidate da Ratko Mladic organizzarono il massacro di migliaia di musulmani bosniaci. All’epoca era in corso la guerra di Jugoslavia e la zona di Srebrenica era sotto la tutela delle Nazioni Unite, presenti con tre compagnie olandesi di caschi blu. L’area era diventata protetta a partire dal 1993, in seguito a un’offensiva serba che aveva indotto le forze bosniache a ritirarsi e lasciare il controllo all’ONU. L’attacco delle forze guidate da Mladic iniziò il 9 luglio e due giorni dopo le truppe serbo-bosniache entrarono in città. Dopo aver separato gli uomini adulti dalle donne, dai bambini e dagli anziani, iniziò il massacro che portò all’uccisione di oltre 8 mila persone. Le forze dell’ONU non intervennero per ragioni che non sono mai state chiarite fino in fondo. Secondo la versione ufficiale, i 600 caschi blu nella zona non erano preparati e armati a sufficienza per affrontare le forze serbo-bosniache.

Srebrenica, le scuse del presidente serbo

In un’intervista rilasciata alla televisione nazionale bosniaca il presidente serbo Tomislav Nikolić ha offerto le sue scuse per il massacro di Srebrenica del luglio 1995. “È stato un crimine orribile commesso da rappresentanti del mio popolo, e vorrei che fossero tutti puniti”, ha dichiarato il capo di stato, che nel 2012 aveva scatenato una polemica sostenendo che a Srebrenica non c’era stato alcun genocidio. Circa ottomila uomini dell’enclave musulmana che era stata messa sotto protezione dell’Onu furono uccisi dalle forze serbe di Bosnia. Un massacro riconosciuto come genocidio dalle Nazioni Unite.

Bosnia: religione, nazionalismo e pedofilia

di Rodolfo Toè, Osservatorio Balcani e Caucaso

Le rivelazioni sugli abusi sessuali del vescovo di Tuzla, padrino spirituale di Karadžić e Mladić, trascinano la Chiesa ortodossa serba in uno dei più gravi scandali degli ultimi anni. Le dichiarazioni delle vittime, la ricostruzione del giornalista bosniaco entrato in possesso dei verbali degli interrogatori dei testimoni

La piazza centrale di Tuzla
La piazza centrale di Tuzla

In una sua lettera, nell’ottobre del 2012, il Patriarca della Chiesa ortodossa serba aveva deciso di rivolgersi direttamente al premier Ivica Dačić. Nella missiva, Irinej esprimeva la propria inquietudine per “l’immagine morale” di Belgrado e della Serbia, “dei nostri secoli di cultura cristiana e della dignità della nostra famiglia come cellula fondamentale della razza umana”. “Scrivo a tutti voi in nome della Chiesa ortodossa serba – aggiungeva – e dei suoi fedeli: le autorità devono provvedere immediatamente a far cessare lo scandalo”.
Irinej non si riferiva, però, ai casi di pedofilia che – resi noti a partire dall’estate del 2012 – cominciavano a impensierire l’opinione pubblica. Al contrario, le sue invettive si volgevano scandalizzate contro il gay pride di Belgrado. Difficile ipotizzare che Irinej ignorasse quelle notizie che – nonostante tutti i tentativi di insabbiamento avvenuti – avrebbero avuto nei mesi successivi una portata tale da scuotere l’intera struttura ecclesiastica in Serbia e Bosnia Erzegovina. Monaci, seminaristi e religiosi, di fronte a un’apposita commissione guidata dal vescovo di Nikšić, Joanikije, cominciavano a rivelare gli abusi sessuali perpetrati dal vescovo di Tuzla e Zvornik, Ljubomir Kačavenda. Abusi che sarebbero durati per decenni.
“Kačavenda mi chiedeva di fornirgli bambini di dieci anni”
Il primo a parlare di quanto accaduto è stato Bojan Jovanović, un ex pope che aveva prestato servizio proprio nell’episcopato di Kačavenda, prima di allontanarsi, una volta per tutte, dal mondo ecclesiastico.
Il vescovo di Tuzla non è un personaggio secondario nel panorama delle autorità ecclesiastiche ortodosse. In passato era stato colpito da pesanti accuse, mossegli anche per il comportamento tenuto durante la guerra. Ljubomir Kačavenda, nato nel 1938 a Sarajevo, è stato una sorta di padrino spirituale di Ratko Mladić e Radovan Karadžić. Lo si può vedere in numerosi video , alla caduta di Srebrenica, mentre auspica la pulizia etnica del territorio conquistato dalle milizie serbe. La sua figura non è uscita esattamente immacolata dagli anni del conflitto: nel 2009, l’associazione Žena-Žrtva Rata (Donna-vittima di guerra) aveva raccolto la testimonianza di una ragazza musulmana di Doboj, appena sedicenne, che accusava Kačavenda di averla stuprata dopo averle imposto il battesimo. Continua la lettura di Bosnia: religione, nazionalismo e pedofilia

Srebrenica, il negazionismo e l’ignavia

“Srebrenica? In Serbia non ho sentito nessuno definirlo genocidio, e non l’ho fatto neanch’io”. Alla vigilia del suo viaggio istituzionale in Italia, il neopremier serbo Tomislav Nikolic non rinnega il suo nazionalismo e non si vergogna affatto di esporre all’anestetizzata giornalista del Corriere della Sera le sue tesi negazioniste sul peggiore crimine contro l’umanità compiuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Personalmente non smetto mai di stupirmi di fronte all’ignavia di quello che viene considerato il più autorevole quotidiano italiano, incapace di ricordare, come sarebbe doveroso in un’occasione come questa, che quanto accaduto a Srebrenica nel luglio 1995 è stato riconosciuto come genocidio dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e dalla Corte internazionale di giustizia.

Riportiamo sotto la replica inviata dalla giornalista bosniaca Azra Nuhefendic al Corriere, che per il momento non è stata pubblicata…

Gentile Direttore,

Riguardo all’intervista con il presidente serbo Tomislav Nikolic, pubblicata dal Corriere della Sera, volevo informarvi che, secondo il Tribunale Internazionale dell’Aja per l’ex Jugoslavia, a Srebrenica è stato compiuto un genocidio vero e proprio e non, come afferma Nikolic, un “crimine … compiuto da alcune singole persone appartenenti al popolo serbo”.
Il Parlamento Europeo ha proclamato l’11 luglio Giornata della memoria con una risoluzione in cui afferma che il genocidio di Srebrenica è stato il maggior crimine di guerra perpetrato in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale
Il signor Nikolic può dire quello che vuole, ma per un’informazione completa e accurata la giornalista (e il vostro quotidiano) doveva informare i lettori e porre l’accento che si trattava dell’opinione di Nikolic e che questa sua opinione contraddice quanto appurato dal Tribunale dell’Aja. Per questo credo che il titolo o sottotitolo accurato dell’intervista sarebbe: “Nikolic nega il genocidio”.
C’è una differenza sostanziale tra i termini “genocidio” e “crimine”, e Tomislav Nikolic né è ben consapevole. Basta leggere i titoli dei giornali, le agenzie e i portali web, che ripetono le sue parole: “A Srebrenica non c’è stato genocidio”.
Secondo la definizione adottata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, costituiscono genocidio “gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, razziale o religioso. Ed è proprio quello che i serbi hanno fatto a Srebrenica, secondo il Tribunale dell’Aja.
Contrariamente a quanto sostenuto nell’intervista da T. Nikolic, vari politici serbi sono stati processati/condannati per il genocidio di Srebrenica, tra gli altri l’ex presidente serbo Slobodan Milosevic che, secondo l’imputazione dell’Aja, “ha partecipato a un’organizzazione criminale il cui scopo era il trasferimento forzato e permanente fuori dalla Bosnia Erzegovina dei non serbi”.
Il genocidio non è una cosa spontanea, ma ben organizzata. Ad esempio, per trasportare i bosniaci nei posti dell’esecuzione sono stati utilizzati gli autobus pervenuti dalla Serbia, e i musulmani bosniaci sono stati fucilati con le pallottole prodotte nella “Zastava” di Kragujevac, tutto affermato preso Tribunale di Aja.
Attualmente all’Aja è sotto processo il generale Ratko Mladic, e l’ex presidente dei serbi bosniaci Radovan Karadjic, entrambi accusati per il genocidio di Srebrenica.
Quando T. Nikolic dice che a Srebrenica è stato commesso un crimine non fa altro che negare il genocidio, e la negazione è l’ultima fase del genocidio.
Azra Nuhefendic

Quando il negazionismo rasenta la follia

La guerra in Bosnia Erzegovina è iniziata per un “piano di destabilizzazione” ordito dall’Arabia Saudita e da Al Qaeda, in combutta con la Nato, gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Durante la guerra i cittadini di Sarajevo non sono stati bombardati dall’esercito di Mladić, ma si sono bombardati da soli. Srebrenica, infine, non è mai esistita (gli omicidi di massa perpetrati nel luglio del ’95 dall’esercito e dalla polizia serbo-bosniaca sono un’invenzione).
A sostenerlo non è Radovan Karadžić dalla sua cella dell’Aja, ma l’ultimo numero di Latinoamerica, la rivista diretta da Gianni Minà che, oltre alla stravagante ricostruzione del conflitto in Bosnia Erzegovina, presenta un’analisi dell’attuale situazione del Kosovo.
La prospettiva è la stessa. Le maggiori potenze mondiali si sono coalizzate contro i serbi, un popolo che però “ha una grande storia di lotte, conquiste, e anche nelle sconfitte ha sempre continuato a resistere […] e nella sua dignitosa e millenaria storia è sempre riuscito a trovare e produrre forze e grandi uomini che l’hanno guidato e rappresentato degnamente, uomini che hanno dato la vita per il proprio popolo, senza indietreggiare o mettersi in vendita”.
2012, sono passati venti anni. Eppure la lettura razzista delle guerre balcaniche (da una parte i popoli eletti, dall’altra la feccia) continua a riscuotere successo. È quanto sostenevano i teorici della purezza e della pulizia etnica all’inizio della guerra, ognuno ascrivendo al proprio popolo una storia più o meno grande. Qualcuno di loro è finito in carcere, ma quella visione non è mai stata sconfitta. Il problema è che questi articoli non sono solo una deformazione della realtà. Sono un insulto per migliaia di vittime, e per i loro famigliari. È triste che questo insulto venga dall’Italia. Peccato per Latinoamerica, altrimenti un’ottima rivista. Sull’America Latina.
(da Osservatorio Balcani e Caucaso. Vedasi anche, sullo stesso argomento, l’intervento di Azra Nuhefendic)