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Vogliono cancellare Tienanmen

Intervista uscita su Avvenire

massacroVent’anni possono essere sufficienti per dimenticare tutto. Lo spirito della grande mobilitazione studentesca per la democrazia che fu repressa nel sangue in piazza Tien An Men rischia di essere inghiottito nell’oblio e dimenticato anche dai libri di storia cinesi. Per evitarlo, e per commemorare il coraggio di coloro che vi presero parte, il ricercatore statunitense Philip J. Cunningham ha scritto “Tienanmen Moon. Inside the Chinese Student Uprising in 1989”, un libro importante, poiché l’autore ha vissuto quegli eventi in prima persona. “Non si tratta dell’ennesimo racconto sul massacro degli studenti, piuttosto della storia di quel formidabile movimento popolare che ha conquistato le menti e i cuori dei pechinesi, e gran parte del resto della nazione nella primavera del 1989”. Vent’anni fa Cunningham era solo un giovane straniero che studiava all’università di Pechino quando, senza volerlo, si trovò a faccia a faccia con la storia, divenendo testimone di uno dei fatti più importanti e drammatici del XX secolo. In quelle settimane marciò con gli studenti cinesi ed ebbe modo di osservare dall’interno, nei campus di Pechino, la nascita di una gigantesca protesta pacifica, che il governo cinese avrebbe poi schiacciato facendo uccidere centinaia di persone. Oggi non esita a definire “straordinari, unici e indimenticabili” i mesi che precedettero la strage. “Il modo crudele e maldestro in cui è stata soffocata la rivolta – spiega – ha rappresentato un grave battuta d’arresto per la Cina. Ma quelle settimane ispirarono la mobilitazione di milioni di persone dietro agli striscioni di un movimento estremamente pacifico e affiatato. Che purtroppo è stato poi oscurato proprio da quanto è accaduto dopo”. Continua la lettura di Vogliono cancellare Tienanmen

Diecimila vite gettate in un pozzo

desaparecidosIl tempo continua a dissotterrare gli scheletri della dittatura argentina : oltre 10mila resti di ossa umane calcificate e un grande muro recante i segni di oltre 200 colpi di arma da fuoco, evidentemente utilizzato per le fucilazioni, sono stati scoperti in un vecchio centro clandestino di detenzione e sterminio risalente al periodo della dittatura argentina (1976-1983), noto come “Il pozzo del ragno”. Lo stato delle ossa rivela che i corpi furono cremati, per questo l’identificazione delle vittime non sara’ facile, fanno sapere gli esperti. I resti, scrive il quotidiano Clarin, sono stati scoperti dagli uomini della squadra argentina di antropologia forense che su mandato giudiziario hanno condotto delle ricerche nel centro, che si trova nella citta’ di La Plata (60 chilometri a sud di Buenos Aires), dal 25 febbraio al 15 settembre scorsi.
“Le cremazioni sono la prova materiale che rafforza le testimonianze delle vittime e dei teste”, ha spiegato uno dei membri della squadra, Daniel Bustamante. Il titolare del gruppo di esperti, Luis Fondembrider, ha detto che nel 2009 la squadra cerchera’ di “recuperare il materiale genetico delle ossa” ritrovate. La segretaria dei diritti umani di Buenos Aires, Sarah Derotier De Cobacho, ha affermato che “è la prima volta che frammenti delle ossa dei desaparecidos vengono trovati in un centro clandestino di tortura”. In questo centro clandestino finirono molti desaparecidos come Jorge Julio López, ex-militante sopravvissuto alla dittatura, e gli adolescenti sequestrati nell’episodio noto come la Notte delle matite spezzate, quando il 16 settembre del 1976 diversi giovani vennero fatti sparire e torturati. Secondo cifre ufficiali furono 18mila le persone scomparse in Argentina durante l’ultima dittatura, ma secondo le organizzazioni per la difesa dei diritti umani furono almeno 30mila.

Militari per la sicurezza. Sul lavoro

(Da “Peacereporter”)

I numeri degli incidenti sul lavoro sono quelli di una guerra. Peacereporter ha lanciato questo appello per l’invio dei militari italiani a una vera missione di pace.

Lo dice il Censis: è di gran lunga il Paese europeo dove si muore di più sul lavoro. Sono 918 casi in Italia in un anno. Un morto ogni 23 mila lavoratori, a fronte di 678 in Germania (un morto ogni 53 mila lavoratori), 662 in Spagna (un morto ogni 24 mila lavoratori), 593 in Francia (un morto ogni 50 mila lavoratori).
Senza contare che in Italia sono decine di migliaia gli incidenti sul lavoro non denunciati. E che sono decine, o forse più, i morti sul lavoro fatti passare per incidenti stradali o incidenti domestici. Le città italiane, sempre secondo il Censis, sono tra le più sicure d’Europa. Eppure il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha deciso di utilizzare i militari per pattugliare le strade. Noi, cittadini italiani stufi di questa “strage bianca”, chiediamo a Lei, ministro della Difesa, di spostare le risorse umane ed economiche impiegate per pattugliare le città perché vigilino sui cantieri e sui luoghi di lavoro. I numeri degli incidenti sul lavoro, signor Ministro,sono quelli di una guerra. Mandi, per favore, i nostri militari in una vera missione di pace.

PER ADERIRE ALL’APPELLO

Lo Schindler argentino

Lo tenevo da qualche mese impilato tra i libri da leggere. Alla fine mi sono deciso ad affrontarlo consapevole che, come tutti i libri sulla dittatura che ha insanguinato l’Argentina dalla metà degli anni ‘70, non si trattava di un piacevole intrattenimento letterario. Certo non immaginavo che “Niente asilo politico” (Feltrinelli) raccontasse una vicenda di straordinario coraggio, la storia di una coscienza che si ribella di fronte all’orrore e cerca di usare con destrezza e grande umanità una posizione di privilegio per aiutare il prossimo. Enrico Calamai, autore del libro in questione, è stato console italiano a Buenos Aires durante gli anni del terrore, dei desaparecidos, delle brutalità e delle torture inflitte a un’intera generazione mentre la vita del paese scorreva come se niente fosse. È stato un eroe perché – proprio come Oskar Schindler al tempo della persecuzione degli ebrei – ha messo a rischio la propria vita per aiutare le vittime dei militari durante gli anni in cui dominava una concezione fondamentalista della Ragion di Stato. Contravvenendo leggi, regolamenti e convenzioni ha salvato alcune centinaia di persone, nascoste in casa propria, in un negozio, in un convento per settimane, fornendo loro documenti falsi per apparire turisti italiani e un passaggio in nave o in aereo con destinazione Roma. Calamai era convinto che quello fosse il modo migliore anche per servire il proprio paese: non il governo che come molti altri all’interno del mondo occidentale si rese complice dei militari argentini, ma la popolazione, quella popolazione sdegnata (e poco informata) di quanto accadeva in Argentina. In sette anni, dal 1976 al 1983, trentamila persone vennero uccise o furono fatte scomparire nei centri di tortura argentini o con i voli della morte. Contrariamente al Cile di Pinochet, osserva Calamai, gli orrori della dittatura argentina furono una sorta di delitto perfetto, perché quasi del tutto privo di visibilità. Mentre la vita a Buenos Aires e nel resto del paese proseguiva in un’apparente normalità, il nostro governo, imbrigliato negli schemi imposti dalla Guerra Fredda, preferì fingere di non sapere qual’era la sorte di migliaia di persone – molte delle quali con origini italiane – e scelse un’inerzia che divenne complicità con i macellai. Rientrato in Italia, Calamai è stato chiamato in anni recenti a testimoniare nel processo che ha portato alla condanna di otto militari argentini. Il suo libro è una lezione di vita.

Su calcio e dittatura

Tra i tanti anniversari significativi che cadono quest’anno, c’è anche quello del Mondiale di calcio del 1978 in Argentina. Un campionato del mondo tristemente noto per essersi svolto nel bel mezzo del famigerato regime militare. Negli stessi giorni in cui Crujiff e Passarella, Bettega e Rummenigge si sfidavano per conquistare l’ambita coppa e migliaia di tifosi seguivano le loro gesta con trepidazione, i militari della giunta del generale Videla imprigionavano, torturavano, ammazzavano un’intera generazione di argentini. Anche a Buenos Aires in quegli anni calcio e dittatura hanno stretto un patto di sangue che oggi viene raccontato in un documentario appena uscito – intitolato “Tapa Sangre” – nel quale il giovane regista argentino Christian Remoli ha intervistato i giocatori della nazionale argentina di allora. Sollecitandoli a raccontare, per la prima volta, le pressioni e le intimidazioni ricevute dai militari. Cercando anche di chiarire la vicenda della partita “sospetta”, quel 6 a 0 che i biancazzurri di Menotti inflissero al Perù.
Una vicenda che puzza addirittura di narcotraffico…