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Pasqua 1916, cronaca di una rivolta

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Avvenire, 5.2.2016

Esattamente cento anni fa, uno dei giganti della letteratura irlandese del XX secolo vide prendere forma sotto i suoi occhi la rivolta che avrebbe sconvolto Dublino nei giorni di Pasqua del 1916. Assistette ai combattimenti strada per strada tra i ribelli irlandesi e l’esercito britannico e raccontò con sguardo attonito i sette giorni che dettero il colpo di grazia al decadente Impero britannico e segnarono l’atto di nascita della moderna Repubblica d’Irlanda. Ancora oggi – a un secolo esatto di distanza –, quella che passerà alla storia come l’Easter Rising continua a rappresentare uno dei momenti più alti di resistenza contro il potere coloniale e di martirio per la libertà dell’epoca contemporanea. E James Stephens, scrittore raffinatissimo, coevo e amico di Joyce, noto per le sue riletture delle antiche leggende irlandesi ne fu un testimone d’eccezione. Come tutti gli abitanti di Dublino dell’epoca, anche Stephens non si aspettava di svegliarsi la mattina del Lunedì di Pasqua e di trovarsi la guerra in casa. Decise allora di calarsi nel ruolo di reporter della Storia e iniziò a raccogliere informazioni e sensazioni, trasformandole in un diario di quei giorni memorabili. Pubblicato per la prima volta poche settimane dopo la conclusione della rivolta, il suo The Insurrection in Dublin raccoglie una serie di cronache che descrivono con efficace immediatezza il terrore e lo smarrimento della popolazione, le reazioni dei passanti che assistono a improvvisi combattimenti nelle strade, la tensione e l’attesa di una città che diventa teatro di una ribellione che gran parte degli irlandesi dell’epoca ritenevano inopportuna. In occasione del Centenario della Easter Rising, questa opera dimenticata di James Stephens è stata riscoperta e tradotta per la prima volta in italiano col titolo L’Insurrezione di Dublino (Menthalia editore, 125 pagg. 12 euro, traduzione di Enrico Terrinoni). Lo sguardo col quale Stephens osserva i dublinesi è talmente acuto da consentirgli di cogliere i loro stati d’animo semplicemente guardandoli in faccia: “il sentimento che ho riscontrato era senza dubbio contrario ai Volunteers, ma a trovare il coraggio di parlare erano in pochi, e le persone non inclini a prendere posizione, così sorridenti, gentili, e pronte a discorrere, vengono guardate con curiosità, nella speranza di leggere nei loro occhi, nel comportamento, persino nel taglio dei vestiti quali possano essere i movimenti segreti dell’animo e le loro elucubrazioni”. Col trascorrere delle ore Stephens vede l’avversità della gente tramutarsi in disprezzo, talvolta in vero e proprio odio. Gli umori dell’opinione pubblica erano condizionati dalla partecipazione di migliaia di irlandesi nei reggimenti britannici impegnati in battaglia sui fronti della Prima guerra mondiale, oltre che dall’illusoria speranza di ottenere presto l’agognato autogoverno. Ma poco per volta l’ostilità si tramuta in rispetto, il dissenso in un’approvazione che cresce in modo esponenziale di fronte al coraggio e al valore che quei pochi insorti male armati stanno mostrando in uno scontro impari contro il potente invasore. E che diventerà infine aperto sostegno, quando il furore vendicativo degli inglesi porterà alla fucilazione dei ribelli. Lo straordinario valore documentario – prima ancora che letterario – di queste pagine sta proprio in questo: grazie alla sua sensibilità, Stephens comprende per primo che i sentimenti della popolazione nei confronti dei ribelli stanno cambiando già a partire dal terzo giorno della rivolta, e riesce a descrivere l’attimo preciso in cui si manifesta quella “terribile bellezza” che alcuni mesi dopo sarebbe stata cantata da William Butler Yeats nella sua celebre poesia Easter 1916. Quello che sembrava un gesto disperato, velleitario, quasi folle era stato in realtà un grandioso atto di coraggio e d’amore per la libertà. “I ribelli”, avrebbe scritto cinquant’anni dopo Iris Murdoch, “sarebbero rimasti giovani e perfetti per l’eternità perché erano morti in nome della giustizia, della libertà, dell’Irlanda”.
RM

Easter 1916, cronaca di una rivolta

E’ stato finalmente tradotto anche in italiano, per la prima volta, un libro leggendario sulla rivolta irlandese della Pasqua 1916: The Insurrection in Dublin di James Stephens, uno dei massimi esponenti della letteratura Irish del XX secolo. Stephens fu un testimone d’eccezione di quella rivolta che era destinata a cambiare per sempre le sorti del suo paese. Vi assistette attonito e raccontò poi sotto forma di diario i sette giorni di combattimenti che segnarono l’atto di nascita della moderna Repubblica d’Irlanda e dettero il colpo di grazia al decadente Impero britannico.Stephens
Pubblicato per la prima volta poche settimane dopo la conclusione della rivolta, L’Insurrezione di Dublino descrive con efficace immediatezza la paura e lo smarrimento della popolazione, la tensione e l’attesa di una città che diventa teatro di una rivolta improvvisa e memorabile. Una cronaca dei fatti che, anche un secolo dopo, mantiene intatta la sua freschezza e racconta una Dublino inedita, dal fascino straordinario. La prima edizione italiana, tradotta da Enrico Terrinoni e curata da Riccardo Michelucci, arriva finalmente nelle librerie del nostro paese grazie all’editore Menthalia, in concomitanza con le imminenti celebrazioni del centenario della Rivolta di Pasqua.

Il presidente della Repubblica d'Irlanda, Michael D. Higgins, con la prima copia del libro
Il presidente della Repubblica d’Irlanda, Michael D. Higgins, con la prima copia del libro

Ancora oggi – a cento anni di distanza – la Easter Rising rappresenta uno straordinario atto di martirio per la libertà, uno dei momenti più alti di resistenza al potere coloniale.

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Rinascere dopo un’infanzia di orrori in una setta

Ci sono storie troppo belle e significative per non renderle di pubblico dominio, anche se per raccontarle è necessario rivivere un passato carico di orrori, violenze e privazioni. Il viaggio a ritroso nella propria infanzia compiuto da Juliana Buhring insieme alle sue sorelle Kristina e Celeste è stato lungo e doloroso ma allo stesso tempo catartico e dunque necessario a segnare un confine tra un ‘prima’ e un ‘dopo’. julianaIl risultato è contenuto nel volume Not Without My Sister, una testimonianza brutale e scioccante sul mondo delle sette religiose e sull’annientamento psicologico che queste sono in grado di esercitare sulle persone, in particolare sui minori. Nella loro infanzia Juliana, Kristina e Celeste sono state private dei diritti più elementari come l’istruzione e le cure mediche e hanno vissuto in un mondo fatto di abusi sessuali e torture fisiche e psicologiche all’interno dei “Bambini di Dio”, una setta perversa dedita alla pedofilia. “All’età di sei anni – racconta Juliana – sono stata mandata in un centro di addestramento della setta. Lì non c’era istruzione, veniva insegnato solo ciò che era indicato dal culto. La mia vita e quella degli altri ragazzi che si trovavano nella mia stessa condizione erano come quelle di un regime militare. Si andava ovunque marciando, venivamo puniti fortemente se si metteva in discussione il loro insegnamento o se si voleva una vita diversa. Un forte condizionamento, un lavaggio del cervello e un indottrinamento che non davano nessuna possibilità di scelta. Sono stata portata via dai miei genitori quando avevo solo tre anni. Avevamo un documento e chi aveva il pezzo di carta era in sostanza il tutore, ero insomma di loro proprietà”.
Il libro, pubblicato in Inghilterra nel 2006 dove ha venduto oltre 500.000 copie, è stato tradotto in una decina di lingue ma non era ancora arrivato in Italia. Il merito di avercelo finalmente portato è della casa editrice Menthalia, che da qualche giorno ha mandato in libreria l’edizione italiana col titolo Essere innocenti. Ma è necessario chiarire ogni equivoco: la storia che le sorelle Buhring raccontano in queste pagine intense e non prive di particolari agghiaccianti sulla loro infanzia non è soltanto un coraggioso atto di denuncia contro le sette e le conseguenze devastanti che queste possono avere sulla vita dei minori. È soprattutto la storia di una straordinaria rinascita interiore che ha consentito alle protagoniste di maturare un’aspirazione alla libertà che è stata la condizione imprescindibile della loro successiva lotta per emanciparsi dalla setta. “Il mio desiderio di fuggire da quella condizione è maturata all’età di 14 anni – spiega Juliana – ero molto piccola e avevo capito che esisteva un mondo al di fuori e che quello che ci dicevano gli adulti non corrispondeva alla verità. Quando dissi loro che volevo lasciare il culto, mi hanno mandato in un centro di addestramento molto duro per essere ancora più indottrinata. Così, crescendo ho imparato a sopprimere il mio desiderio di ribellarmi e di fare domande”. Il successo eccezionale riscosso dal libro in Gran Bretagna ha innescato una pressione mediatica che ha infine obbligato la setta a sciogliersi. Raccontando la loro liberazione, le sorelle Buhring sono dunque riuscite a regalare la libertà a tante altre vittime, magari giovanissime, dei “Bambini di Dio”. Adesso Juliana ha 31 anni (23 dei quali vissuti nella setta) e in queste settimane sta girando l’Italia per presentare il libro e per continuare a combattere una battaglia che la vede in prima linea per i diritti dei minori. Con l’organizzazione no profit Safe Passage Foundation, della quale è cofondatrice e attivista, aiuta i ragazzi come lei a reinserirsi nella società e a ottenere assistenza psicologica ed economica.
RM