Archivi tag: maze

Long Kesh, l’ex carcere diventa un centro per la pace?

Fino a pochi anni fa la gigantesca area di Maze-Long Kesh, alle porte di Belfast, ospitava una delle carceri più famigerate d’Europa ed era sinonimo di dolore e repressione. La sua storia resta inscindibilmente legata allo sciopero della fame che portò alla morte Bobby Sands e altri nove giovani irlandesi che reclamavano lo status di prigionieri politici. Ancora oggi, quei 140 ettari di terreno pubblico ormai in stato d’abbandono rimangono il simbolo più eloquente del conflitto anglo-irlandese, ma rappresentano anche un’opportunità unica per chiudere i conti con un passato tragico, costruendo finalmente una memoria condivisa per il paese. Il dibattito sulla riqualificazione dell’area dura da oltre un decennio ma tutti i progetti sono stati finora vanificati dalle divergenze apparentemente inconciliabili circa i modelli da seguire. I repubblicani indipendentisti vorrebbero ricalcare l’esperienza di Robben Island, il carcere dove fu imprigionato Nelson Mandela, che dalla fine dell’apartheid è diventato un museo sulla storia del Sudafrica democratico. Una parte della galassia unionista protestante teme di vedere Long Kesh trasformato in un luogo di rievocazione della memoria per i combattenti dell’I.R.A. e preferirebbe una soluzione analoga a quella adottata per il carcere tedesco di Spandau, il luogo di detenzione dei gerarchi nazisti che è stato completamente demolito per far posto a una grande area commerciale. Ma l’ipotesi di una rimozione della memoria appare destinata a cadere nel vuoto adesso che il governo nordirlandese – guidato dal protestante Peter Robinson – ha dato il via libera definitivo a un ambizioso progetto di riqualificazione firmato dal famoso architetto statunitense Daniel Libeskind. Un’operazione dai costi complessivi stimati intorno ai 300 milioni di sterline, la cui parte più affascinante è rappresentata senza dubbio dal grande centro internazionale per la pace e la risoluzione dei conflitti che mesi fa ha ricevuto anche un cospicuo finanziamento europeo nell’ambito del programma Peace III.
Già autore di opere che hanno legato l’architettura alla storia tragica del XX secolo – come il museo ebraico di Berlino -, tra gli artefici della rinascita di Ground Zero, Libeskind è già noto in Irlanda del Nord per aver contribuito al recupero dell’area della vecchia stazione di polizia di Andersonstown, nel cuore del ghetto repubblicano di Belfast ovest. Il centro disegnato dal noto architetto nascerà dalla riconversione degli edifici dell’ex carcere che non sono stati ancora demoliti, cioè i famigerati blocchi H dove si trovavano le celle dei prigionieri, la torre di controllo e l’ospedale della prigione, il luogo dove Sands e i suoi compagni esalarono l’ultimo respiro. I repubblicani hanno assicurato che sarà rispettata la memoria di tutte le fazioni del conflitto, dunque anche quella dei protestanti, senza scordare il pesante tributo di sangue pagato durante il conflitto dalla polizia penitenziaria.

Da così...
Da così…
...a così?
…a così?

Raymond McCartney ha trascorso 17 anni della sua vita nelle celle di Long Kesh. Nel 1980 rifiutò il cibo per 53 giorni prendendo parte al primo sciopero della fame, quello che si concluse senza morti. Adesso è un parlamentare eletto nelle liste del Sinn Féin e non ha dubbi: “questo è un luogo unico che è già da tempo un’attrazione per i visitatori di tutto il mondo. Noi ex prigionieri repubblicani siamo sempre stati favorevoli a una riconversione che ne massimizzasse il potenziale economico e storico, e favorisse al tempo stesso la riconciliazione. E siamo convinti che per chiudere le ferite del passato vadano rispettate le diversità e le storie differenti di ciascuna parte in causa”. Anche Jude Collins, anziano giornalista di Belfast, la pensa allo stesso modo. “Non c’è alcun rischio che Long Kesh diventi un tempio del terrorismo. D’altra parte, chi fece lo sciopero della fame non è ricordato per quello che aveva fatto prima di finire in carcere. Ai visitatori sarà ricordato lo straordinario coraggio di quei dieci uomini che preferirono morire piuttosto che essere riconosciuti come criminali comuni”.
I lavori inizieranno entro la fine dell’anno per essere ultimati nel 2015 e porteranno benefici immediati e consistenti all’economia del paese: l’area è vicina all’autostrada e collegata con la linea ferroviaria e secondo Terence Brannigan, presidente della società pubblica che gestisce il progetto di riqualificazione, ha tutte le carte in regola per attrarre grandi investimenti privati e creare centinaia di posti di lavoro. Non a caso l’antica società degli agricoltori dell’Ulster ha già deciso di trasferirvi le sue attività fieristiche a partire dalla prossima edizione del Balmoral show, la grande manifestazione che ogni anno vede migliaia di produttori agricoli darsi appuntamento per mettere in mostra il bestiame e i prodotti delle loro fattorie. Saranno invece restaurati ma manterranno la stessa destinazione d’uso i due hangar militari della Seconda guerra mondiale che facevano parte del vecchio campo d’aviazione della Raf e conservano ancora una collezione di velivoli d’epoca.
Costruito sulle ceneri della vecchia base aerea dell’esercito britannico alla periferia di Belfast, dal 1971 il carcere di Long Kesh ha ospitato nelle sue “gabbie” migliaia di detenuti politici irlandesi appartenenti alle opposte fazioni: gli indipendentisti dell’IRA e dell’INLA, ma anche i membri dei gruppi paramilitari unionisti protestanti fedeli alla Corona britannica. Nel 1983, due anni dopo lo sciopero della fame che portò alla morte dieci detenuti repubblicani, 38 prigionieri dell’IRA si resero protagonisti della più clamorosa evasione della storia giudiziaria del Regno Unito, violando quella che fino ad allora era considerata una delle prigioni più sicure del mondo. La sua chiusura definitiva risale al 2000, a seguito dell’Accordo di pace del Venerdì Santo.
RM

Quello di Long Kesh fu un martirio inutile?

“Mio padre è stato lasciato morire per niente”

La figlia di Mickey Devine accusa il Sinn Fein

La 35enne Louise Devine ha trascorso tutta la sua vita senza suo padre, dopo averlo visto morire di fame in carcere quando era solo una bambina piccola. È cresciuta forte e temprata dal dolore, convinta che suo padre è stato un eroe e che il suo sacrificio sovrumano è servito a dare la libertà agli irlandesi scrivendo la storia di uno dei momenti-chiave del conflitto con Londra. Nella primavera- estate del 1981 dieci giovani prigionieri rinchiusi nel carcere di Long Kesh cominciarono uno sciopero della fame che li avrebbe portati alla morte in rapida successione. Il primo era Bobby Sands, l’ultimo sarebbe stato Mickey Devine, il papà di Louise. Una manciata di anni fa la giovane donna ha visto incrinarsi tutte le tragiche ma confortanti certezze nelle quali aveva fino ad allora avvolto il suo incubo personale.

I martiri di Long Kesh. Mickey Devine è l'ultimo a destra, nella seconda fila

I capisaldi della sua vita hanno cominciato a sprofondare lentamente leggendo le pagine del libro Blanketmen, nel quale l’autore Richard O’Rawe – anch’egli reduce da quella tragica esperienza carceraria di trent’anni fa – ha raccontato l’esistenza di un accordo segreto formulato dal governo britannico che avrebbe potuto salvare la vita agli ultimi sei irlandesi in sciopero della fame. Un accordo che la leadership del partito Sinn Féin avrebbe rifiutato senza sottoporlo alle famiglie dei prigionieri in sciopero, perché voleva ottenere il massimo beneficio in termini elettorali dallo scontro carcerario. Se quell’accordo fosse stato accettato si sarebbero salvati in sei, tra questi c’era anche “Red Mickey”, il ragazzo di Derry con i capelli rossi, padre di due figli e militante del gruppo di estrema sinistra INLA. E’ certo che un libro – anche se contiene rivelazioni clamorose e molto documentate – non può bastare da solo a riscrivere la storia di un martirio contemporaneo, svalutandone l’utilità concreta oltre al significato epico. Ma da quando Blanketmen è apparso sugli scaffali delle librerie sono accadute molte cose che hanno purtroppo confermato la tesi del suo autore, che due anni fa è uscito con un altro volume – Afterlives – che arricchisce la vicenda di ulteriori particolari. Liam Clarke, uno dei veterani del giornalismo irlandese, ha poi scovato l’accordo originale consegnato in carcere da un emissario del governo di Londra. E a confermare tutto, alcune settimane fa, è giunta anche la pubblicazione di una serie di documenti declassificati dagli archivi di Stato britannici allo scadere della regola dei trent’anni. Ecco perché oggi Louise Devine si sente crollare la terra sotto i piedi e lancia un pesante atto d’accusa contro la dirigenza del Sinn Féin. “Esiste ormai una montagna di prove sull’esistenza di un’offerta degli inglesi, che fu accettata dalla direzione carceraria dell’IRA, ma venne respinta dalla dirigenza esterna – ha affermato la ragazza in un’intervista al quotidiano Sunday World – se papà avesse saputo di quella proposta, avrebbe terminato il suo sciopero. Era un uomo giovane con due figli che adorava e meno di due anni ancora da scontare in prigione. Aveva tutte le ragioni per continuare a vivere. Invece ha trascorso sessanta giorni d’agonia ed è morto per niente, perché gli inglesi erano già disposti a soddisfare quasi tutte le richieste dei prigionieri”. Louise ha detto di essere disgustata dai vertici partito repubblicano e ha chiesto un incontro urgente con Gerry Adams, Martin McGuinness e altri personaggi-chiave che 30 anni fa gestirono da fuori dal carcere quella fase drammatica. “Voglio delle risposte. Avevo solo cinque anni quando ho visto mio padre agonizzare e poi morire in quel campo di concentramento che era la prigione di Long Kesh. Mi sono seduta sul suo letto e lui non riusciva neanche a vedere me e mio fratello perché era cieco. Mi ricordo le lacrime che gli colavano sul viso quando l’abbiamo lasciato per l’ultima volta”. I Devine sono la prima famiglia di una vittima dello sciopero del 1981 che si scaglia frontalmente contro la leadership del Sinn Féin in seguito alle recenti rivelazioni.
RM

Sands, le verità scomode sullo sciopero della fame

Fuair Roibeard bas! Un grido in gaelico risuonò per i corridoi del carcere di Long Kesh, a Belfast, la mattina del 5 maggio 1981, annunciando ai prigionieri irlandesi che Bobby Sands, il loro leader, era morto in cella dopo sessantasei giorni di sciopero della fame. “Ricordo ancora l’intenso sentimento di rabbia e tristezza che provai in quel momento. La prima volta che lo vidi fu nella mensa di un’altra prigione, quella di Crumlin road, nel 1977. Stava richiamando l’attenzione dei prigionieri repubblicani con la sua voce tuonante. L’immagine più viva che ho di lui risale invece a qualche mese prima della sua morte, quando disse a me e al mio compagno di cella che dovevamo interrompere il nostro sciopero della fame. Era il dicembre 1980. Quelle furono le ultime parole che scambiai con lui”. Anthony McIntyre, ex militante dell’I.R.A., ha speso diciotto dei suoi cinquantaquattro anni nella prigione di massima sicurezza di Long Kesh, partecipando alla fase più drammatica delle lotte carcerarie che portarono alla morte di Sands e di altri nove prigionieri irlandesi e segnarono l’avvio del lungo processo di pace anglo-irlandese. Uscito dal carcere, ha preso una laurea e un dottorato di ricerca e adesso fa il giornalista. Trent’anni dopo, sostiene di aver conservato un profondo legame d’amicizia e cameratismo con alcuni dei suoi ex compagni ma anche un tremendo senso di tristezza: “oggi i politici del Sinn Féin, quello che era il nostro partito, definiscono ‘criminali’ gli attivisti repubblicani. In questo modo tolgono valore alla nostra protesta e a tutti quelli che vi persero la vita”. McIntyre critica da sempre l’Accordo di pace raggiunto nel 1998, sostenendo che gli ideali di un’Irlanda unita e libera dal giogo inglese sono stati barattati in cambio del benessere economico. “Eravamo inevitabilmente destinati alla sconfitta ma gli ideali della nostra lotta sono stati in gran parte traditi dal modo in cui è arrivata questa sconfitta, e ricorda la fine dei maiali della Fattoria degli Animali di Orwell”. Il riferimento è ai clamorosi retroscena emersi di recente sulla vicenda dei suoi compagni che si lasciarono morire in carcere. A rivelarli è stato Richard O’Rawe – all’epoca responsabile dei comunicati inviati dentro la prigione di Long Kesh – che in due libri diventati best-seller in Irlanda fornisce prove schiaccianti sull’esistenza di un’offerta segreta del governo britannico che poteva salvare la vita agli ultimi sei prigionieri in sciopero della fame. Gerry Adams e la leadership dell’I.R.A. l’avrebbero però respinta di nascosto per ottenere il massimo profitto politico dalla radicalizzazione dello scontro carcerario e completare la svolta elettorale del partito. Rivelazioni sconcertanti che molti ex militanti si rifiutano di accettare. “Tuttavia – conclude McIntyre – è difficile confutare le prove fornite da O’Rawe e infatti sempre più persone gli credono. La pace in cui viviamo oggi è stata costruita anche ingannando i miei compagni morti”.
RM

Bobby Sands, eroe immortale da 30 anni

“Mister Robert Sands, un prigioniero nel carcere di Long Kesh, è morto oggi alle 1,17 del mattino. Si è tolto la vita rifiutando cibo e cure mediche per sessantasei giorni”. All’alba del 5 maggio 1981 un breve comunicato del governo britannico annunciava al mondo che il destino del leader dei ribelli irlandesi si era compiuto. Bobby Sands aveva iniziato uno sciopero della fame per rivendicare lo status di prigioniero politico che gli era stato negato da Londra, e per affermare il suo desiderio di libertà si era lasciato morire a soli 27 anni. Prima che le piazze di tutto il mondo si riempissero per commemorarlo, prima che oltre centomila persone formassero il più gigantesco corteo funebre mai visto nei quartieri cattolico-nazionalisti di Belfast, quel corpo scarnificato, disidratato e coperto di piaghe era già diventato un’icona della lotta di liberazione irlandese.
Nato in un sobborgo di Belfast nel 1954 e cresciuto in un quartiere a maggioranza protestante, Bobby Sands aveva vissuto fin da bambino la discriminazione quotidiana cui era sottoposta la comunità cattolica del nord Irlanda. Era entrato nell’I.R.A. a 17 anni, ritenendolo l’unico modo per difendere la sua gente e combattere l’occupazione britannica, e aveva trascorso gran parte della sua giovinezza in carcere. Nel 1972 fu arrestato per la prima volta e condannato al carcere per possesso di armi da fuoco. Al suo rilascio, nel 1976, divenne un organizzatore instancabile di iniziative per migliorare le condizioni di vita della sua comunità ma appena un anno dopo venne nuovamente arrestato al termine di una sparatoria con l’esercito britannico. Stavolta fu condannato a quattordici anni di prigione da scontare nel famigerato carcere di massima sicurezza di Long Kesh, alle porte di Belfast. Nel frattempo la radicalizzazione dello scontro aveva portato il governo britannico ad abolire lo status di prigioniero politico e a equiparare quelli come lui ai criminali comuni. Ai detenuti irlandesi furono negate le cosiddette five demands (il diritto di non indossare l’uniforme carceraria ed essere esentati dai lavori in carcere, il diritto di associarsi con altri detenuti e organizzare attività ricreative, il diritto alla riduzione della pena e quello di ricevere una visita e una lettera alla settimana) e la decisione innescò una lotta carceraria destinata a durare quattro anni. Continua la lettura di Bobby Sands, eroe immortale da 30 anni

Cannes e la “storia rimossa”

Da noi c’è chi afferma che il cinema italiano dovrebbe smetterla di occuparsi di temi scottanti della recente storia nazionale, al festival di Cannes invece sono state presentate due opere coraggiose provenienti da Israele e Gran Bretagna. “Waltz with Bashir” dell’israeliano Ari Folman e “Hunger” dell’inglese Steve McQueen affrontano senza timori due “buchi neri” del passato dei rispettivi paesi: il massacro di Sabra e Chatila e la storia della prigione di Maze a Belfast, dove Bobby Sands e altri nove giovani irlandesi morirono dopo un lungo sciopero della fame. Due film che costringono gli spettatori a fare i conti con una memoria che spesso tende a rimuovere i fatti più spiacevoli. Il film di Folman denuncia l’accondiscendenza con cui gli israeliani hanno permesso alle truppe dei falangisti di compiere il massacro di Sabra e Chatila.

Steve McQueen invece costringe lo spettatore a guardare la condizione inumana degli irlandesi detenuti a Maze, la violenza dei carceriere inglesi, i pestaggi e la lenta agonia di Bobby Sands (impersonato da Michael Fassbender, nella foto). “Hunger” obbliga a guardare e a ricordare.