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La Chiesa del Papa popstar

di Massimo Fini

Papa Wojtyla è stato beatificato a soli sei anni dalla morte, caso unico nella storia della Chiesa che in queste faccende è sempre stata cauta. Il popolo lo voleva “Santo subito”. Ma trascorso lo spirito dell’epoca, avido di fretta e di “eventi”, io credo che Giovanni Paolo II passerà alla storia come il Papa che ha rischiato di distruggere ciò che resta della Chiesa cattolica e del senso del sacro in Occidente. E questo è, in apparenza, doppiamente paradossale. Perché nessun Pontefice è stato così popolare come Papa Wojtyla. Non lo è stato il problematico Paolo VI, non lo fu l’ascetico e ieratico Pio XII. Non ebbe il tempo di esserlo Papa Luciani. Solo Giovanni XXIII gli si può forse avvicinare, ma regnò cinque anni mentre Wojtyla in un quarto di secolo ha avuto più tempo per affermare la propria potente personalità. È inoltre paradossale perché il Papa polacco, nelle sue strutture più intime era portatore di valori spirituali forti, tradizionali, premoderni, addirittura pretridentini e quindi particolarmente adatto a rilanciare la Chiesa in un’epoca in cui, proprio in reazione ad una Modernità trionfante e dilagante che ha fatto terra bruciata del sacro, si fa sentire il bisogno di un ritorno a quei valori religiosi o comunque a dei valori che la società laica non ha saputo dare. Eppure mentre la popolarità di Wojtyla è andata sempre crescendo, fino all’apoteosi della sua esibita agonia e della sua morte, nello stesso tempo, sono crollate le vocazioni (crisi del sacerdozio e degli ordini monacali) e la fede, almeno in Occidente, si è intiepidita fino a ridursi a vuota forma. Come si spiega questo duplice paradosso? Con una situazione strutturale della società contemporanea estremamente negativa per il magistero spirituale della Chiesa, che però Wojtyla ha contribuito, in modo notevole, ad aggravare proprio con i modi e i mezzi con cui ha raggiunto la sua straordinaria popolarità.
In linea generale la crisi della Chiesa in Occidente deriva dal fatto che il mondo industrializzato si è da tempo desacralizzato. Continua la lettura di La Chiesa del Papa popstar

Guerra alla Libia: così la comunità internazionale crea Stati figli e figliastri

di Massimo Fini

L’Onu ha autorizzato i raid aerei sulla Libia. Francia e Gran Bretagna sono già pronte a far intervenire i loro caccia perché abbattano quelli di Gheddafi che bombardano i rivoltosi libici, e non è escluso che l’Italia metta a disposizione della Nato le sue basi aeree. Non è una dichiarazione di guerra alla Libia, non sia mai, oggi ci si vergogna di fare la guerra e si preferisce chiamarla “operazione di peace keeping” a difesa dei “diritti umani”.
Salta definitivamente il principio internazionale di “non ingerenza militare negli affari interni di uno Stato sovrano” insieme al diritto di autodeterminazione dei popoli sancito a Helsinki nel 1975 e sottoscritto da quasi tutti i Paesi del mondo, compresi quelli che stanno per intervenire in Libia. Qui siamo in una situazione diversa dagli interventi in Iraq nel 1990 e nel 2003 e in Afghanistan nel 2001. Nel primo conflitto del Golfo, l’Iraq aveva aggredito il Kuwait, uno   Stato sovrano, sia pur fasullo creato nel 1960, esclusivamente per gli interessi petroliferi degli Stati Uniti. L’intervento quindi era legittimo, anche se il modo con cui fu condotta quella guerra fu bestiale perché gli americani, pur di non affrontare fin da subito, sul terreno, l’imbelle esercito iracheno (che era stato battuto perfino dai curdi, in quel caso Saddam fu salvato dalla Turchia il grande alleato Usa nella regione) e correre il rischio di perdere qualche soldato, bombardarono per tre mesi le principali città irachene facendo 160mila morti civili, fra cui 32.195 bambini (dati del Pentagono). Nel 2003 c’era il pretesto delle “armi di distruzione di massa”. Si scoprì poi che queste armi, che Stati Uniti, Urss e Francia gli avevano fornito, Saddam non le aveva più, ma intanto gli americani hanno ridotto l’Iraq a un loro protettorato dove è in corso una feroce guerra civile fra sciiti e sunniti che provoca decine e a volte   centinaia di morti quasi ogni giorno tanto che in Occidente non se ne dà più notizia. In Afghanistan si voleva prendere Bin Laden, ma dopo dieci anni la Nato è ancora lì e occupa quel Paese, avendo provocato, direttamente o indirettamente, 60mila morti civili (e nessun Consiglio di sicurezza si è mai sognato di imporre una “no fly zone” ai caccia americani che, per battere gli insorti, bombardano a tappeto cittadine e villaggi facendo ogni volta decine di vittime civili, come sta facendo Gheddafi in Libia). La situazione è invece identica all’intervento Nato in Serbia dove, all’interno di uno Stato sovrano, c’era un conflitto fra Belgrado e gli indipendentisti albanesi, foraggiati dagli americani, del Kosovo che della Serbia faceva parte.   Noi, che non abbiamo baciato la mano a Gheddafi, che non abbiamo permesso ai suoi cavalli berberi di esibirsi alla caserma Salvo d’Acquisto e al dittatore di volteggiare liberamente per Roma avendo al seguito 500 troie, e che parteggiamo per i rivoltosi di Bengasi, siamo assolutamente contrari a qualsiasi intervento armato in Libia. Per ragioni di principio e perché questi interventi internazionali sono del tutto arbitrari. Dividono gli Stati in figli e figliastri. Nessuno ha mai proposto una “no fly zone” in Cecenia dove le armate russe di Eltsin e dell’ “amico Putin” hanno consumato il più grande genocidio dell’era moderna: 250 mila morti su una popolazione di un milione. Nessuno si sogna di intervenire in Tibet (chi si metterebbe mai, oggi, contro la succulenta Cina?) o in Birmania a favore dei Karen. E così via. In ogni caso bisogna essere consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni. Se l’Italia presterà le proprie basi   per l’intervento militare in Libia non potrà poi mettersi a “chiagne” se Gheddafi dovesse bombardare Brindisi, Bari, Sigonella, Aviano o una qualsiasi delle nostre città. Gli abbiamo, di fatto, dichiarato guerra, è legittimato a renderci la pariglia.

Afghanistan: lacrime inutili

(di Massimo Fini)

È inutile che in Italia si esprimano sgomento e sdegno. Siamo, con i nostri alleati, un esercito di occupazione e come tale veniamo legittimamente trattati. Forse, sgomento e sdegno, avrebbero maggiore credibilità se una lacrima, anche una sola, fosse scesa anche per le centinaia di migliaia di afghani, talebani e non, morti in questa guerra ingiusta mentre noi ci trastullavamo con i Sanremo, le Miss Italia, e le linee di beauty per cani.

Non illudersi su Obama

Pochi giorni prima che arrivasse la certezza della candidatura del democratico Obama Barack alle prossime elezioni Usa, il sempre lucido Massimo Fini ha ricordato quanto segue, non senza un pizzico di cinico, ma doveroso, realismo:

[…] Storicamente i democratici sono stati più guerrafondai dei repubblicani. Fu il democratico Kennedy a iniziare la disastrosa guerra del Vietnam, mentre a chiuderla è stato il repubblicano Nixon, forse il miglior presidente che gli Stati Uniti abbiano avuto nel dopoguerra. È stato il democratico Clinton a perpetrare un’aggressione alla Jugoslavia ancora meno giustificata di quelle all’Afganistan e all’Iraq (l’11 settembre era di là da venire). Un Impero (e gli Stati Uniti lo sono) segue delle inevitabili logiche di potenza. E fin qui niente di nuovo e nemmeno, forse, di riprovevole. Ciò che disturba negli americani è l’ipocrisia, il mascherare la politica di potenza dietro i ‘sacri principi’, i ‘diritti umani’, la Bontà. Con i democratici, si tratti dell’insopportabile Hillary o di Obama, la politica di potenza Usa non cambierebbe, ma l’ipocrisia sarebbe perfino maggiore.

Ci sembra un’opinione corroborata da una serie sufficiente di dati di fatto. Di certo, anche se Obama dovesse tradire le aspettative dei tanti che anche nel nostro paese sognano di vedere il primo inquilino afro-americano della Casa Bianca, non riuscirebbe a essere un presidente peggiore di George W. Bush.