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La Francia colpevole del genocidio ruandese?

L’accusa è di quelle infamanti, non solo per un governo, ma per tutta una nazione. La Francia avrebbe preso parte attiva nel genocidio del 1994 in Ruanda, quando circa 800mila persone furono barbaramente uccise. L’accusa è contenuta nel rapporto di una Commissione indipendente, presentato al governo del Ruanda lo scorso novembre, ma reso pubblico solo ora. Il ministro della Giustizia ruandese Karugarama Tharcisse ne ha presentato le conclusioni: “il rapporto – ha detto – mostra il ruolo giocato dalla Francia durante il genocidio ed evidenzia anche il ruolo giocato dalla Francia dopo il genocidio nel proteggere le forze che hanno perpetrato il genocidio, rendendo difficile la loro consegna alla giustizia”.  Il rapporto, frutto di un’attività investigativa durata due anni, mette sotto accusa 33 persone tra alti funzionari militari e politici, tra i quali spiccano l’allora primo ministro Dominique de Villepen e il presidente Francois Mitterrand. La Bbc riferisce che la diplomazia francese si è riservata di rispondere nel merito delle accuse solo dopo aver letto e valutato il rapporto. Il ministro degli esteri di Parigi, Bernard Kouchner, ha avuto in quest’anno già occasione di negare ogni responsabilità pur ammettendo gli errori politici fatti nella gestione della crisi.

Tien an Men, strage rimossa dalle coscienze dei cinesi

Il Tibet non è l’unico scheletro nell’armadio del governo di Pechino. Un altro spettro dell’ingombrante passato del gigante asiatico si appresta a riaffiorare mentre si avvicina la vigilia dei discussi giochi Olimpici estivi: la strage di piazza Tien an Men, di cui il 4 giugno ricorrerà il diciannovesimo anniversario. Anni nei quali il regime ha cercato in tutti i modi di rimuovere la memoria di una protesta giovanile che i militari repressero nel sangue causando migliaia di morti. Dopo epurazioni e internamenti, pestaggi e torture, qualsiasi cenno delle violenze compiute sugli studenti è tuttora vietatissimo, e intere giovani generazioni di cinesi sono cresciute completamente ignare di quei fatti. “Quel periodo di storia della Cina è stato rimosso dalle coscienze. E cancellando la storia si cancellano anche i valori morali di un popolo”, ha spiegato lo scrittore esule Ma Jian presentando il suo ultimo lavoro, “Beijing Coma”, nel quale ha cercato di fissare quei fatti una volta per tutte, “così che nessuno possa più dimenticarli”. L’interpretazione letteraria della realtà proposta da Jian è da tempo assolutamente incompatibile con il regime, che ha già censurato le sue opere precedenti costringendolo a un esilio che dura ormai da due decenni. Il romanzo, appena uscito in lingua inglese, è costruito intorno al personaggio di Dai Wei, un ex studente di biologia ridotto in coma durante gli scontri di piazza Tien an Men, e che da allora osserva silenziosamente le mille contraddizioni di un paese sospeso tra l’ansia di modernità e una realtà di miseria e paura. Immobile a letto nella fatiscente abitazione di sua madre, solo la memoria e i racconti degli amici che vanno a visitarlo gli offrono una via di fuga dal corpo che è diventato la sua prigione. Ma la malattia non lo mette al riparo dal flusso di ricordi e sensazioni che riaffiorano dolorosamente mentre apprende la triste sorte toccata ai suoi ex compagni di lotta: chi è morto suicida, chi è stato costretto a scappare, chi ha infine deciso di rassegnarsi ai dettami del regime. La Cina d’inizio millennio descritta nel romanzo è persa in un vuoto ideologico assoluto dove c’è spazio solo per l’opportunismo di una classe dirigente che non conosce più il valore della libertà. Il popolo è invece costretto a scegliere tra la condizione di schiavo o quella di paria. “Che razza di paese è – si chiede paradigmaticamente uno dei personaggi del libro – quello che punisce le vittime di un massacro invece che i soldati fecero fuoco?” Dal libro emerge con forza un’analogia inversa tra il protagonista, dotato di una mente assai sveglia in un corpo immobilizzato dal coma, e la Cina post-1989, dal corpo straordinariamente forte ma dalla mente malata. “Beijing Coma” non è una semplice rappresentazione letteraria delle disgrazie dei cinesi, né il racconto immaginifico della tragica fine di una protesta studentesca. Alternando episodi da commedia farsesca a scene di estrema durezza con una scrittura pervasa di malinconia e ironia, Jian cerca di esplorare la mentalità di un paese e di un popolo in perenne lotta contro sé stesso. Con l’obiettivo di restituire a entrambi il diritto universale alla memoria e alla speranza. Paragonato a Solzhenitsyn per tratto narrativo e contenuti delle sue opere, dotato di un cinismo e un disincanto che ricordano un altro grande scrittore dissidente, Milan Kundera, Jian è stato definito dal premio Nobel Gao Xingjian “una delle voci più importanti e coraggiose della letteratura cinese contemporanea”. L’edizione italiana del suo ultimo romanzo è attesa entro la fine dell’anno.

(Questo articolo è uscito oggi anche su “Avvenire”)

Tolstoj in Cecenia

Non esistono mezze misure per chi racconta la guerra in Cecenia: o finisce ammazzato perché cerca di scoprire la verità (la povera Anna Politkovskaya è solo l’ultimo esempio) o viene celebrato come il nuovo Tolstoj perché riesce a trasformare in letteratura uno tra i più oscuri conflitti moderni. A Mosca non hanno ancora trovato una soluzione alla matassa cecena, ma in compenso sono certi di aver scovato nientemeno che l’erede intellettuale dell’autore di “Guerra e pace”.

Molti elementi suggeriscono un parallelismo tra Lev Tolstoj e il trentenne Arkady Babchenko. Entrambi soldati nel Caucaso (in Crimea e, appunto, in Cecenia), si mettono a scrivere dopo essere tornati profondamente cambiati dall’esperienza del fronte. Entrambi subiscono tentativi di censura perché gettano pesanti ombre sul comportamento dell’esercito russo. Come il suo illustre predecessore, anche Babchenko racconta la guerra dall’interno con una sintesi perfetta di realismo e immaginazione, crudezza e lirismo. Il suo “A soldier’s war in Chechnya” è stato paragonato ai “Racconti di Sebastopoli” di Tolstoj, ha vinto il premio come miglior debutto letterario in patria e sta raccogliendo grandi consensi anche all’estero: dopo l’edizione inglese appena uscita, nei prossimi mesi sarà tradotto anche in francese, in tedesco e in italiano.

Ecco il mio articolo uscito su “Avvenire”