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Bobby Sands, l’internazionalismo inciso sul corpo

La recensione uscita ieri sul Manifesto del mio “Bobby Sands. Un’utopia irlandese”, a firma di Enrico Terrinoni, traduttore di Joyce e docente di letteratura inglese all’Università di Perugia.

«Di tutti i rivoluzionari irlandesi del passato che avevi imparato a conoscere in carcere, era quello che ammiravi di più. Per le sue idee, per il suo coraggio, per il sacrificio che mezzo secolo prima l’aveva visto cadere, abbattuto da un plotone di esecuzione nei giorni della guerra civile. Aveva ventisette anni, gli stessi che avevi tu, quando il tuo corpo si spense per sempre dopo quei sessantasei giorni di agonia. Chissà se avresti mai immaginato di ritrovarti al suo fianco tra i martiri repubblicani del cimitero di Milltown».
Pochi studiosi possono permettersi di dare del tu a Bobby Sands. Riccardo Michelucci è uno di questi. Già autore di una imprescindibile storia del conflitto anglo-irlandese, pubblica in questi giorni, per la collana «Sorbonne» delle Edizioni Clichy, Bobby Sands, un’utopia irlandese (p. 117, euro 7,90).
È un libro composito. Al suo nucleo e cuore, un monologo drammatico già perfetto per il palcoscenico che ripercorre l’esistenza di Sands, affianca pagine di puntuale biografia, a stralci dagli scritti di questo rivoluzionario che fu anche poeta, e a significative foto di quel conflitto che in tanti vogliono dimenticato.
Michelucci non è solo un attento osservatore della situazione in Irlanda del Nord. A Belfast e dintorni è addirittura di casa: «Oggi stenteresti a riconoscerla, Falls Road, il luogo che più di ogni altro fu il crocevia della vostra lotta. C’è chi dice che quegli odierni simboli del benessere rappresentino la svendita dei vostri ideali. Forse è davvero così, ma mi conforta sapere che quando torno a Belfast ci sei tu ad accogliermi con quel sorriso senza tempo, a indirizzare in uno spazio fisico la geografia della memoria che mescola le emozioni del presente con quelle del passato».
Sono parole vere più che mai oggi, in un momento storico in cui l’ebbrezza economica di parti dell’isola stona ancor di più con la situazione delle periferie dell’ultima colonia d’Europa, dove il tasso di disoccupazione è il più alto della Gran Bretagna.
A Derry, seconda città dell’Irlanda del Nord, spetta persino il primato doppio della disoccupazione giovanile e dei suicidi.
È certo un tradimento degli ideali di Sands, che a muso duro aveva dichiarato: «Non mi fermerò finché non raggiungerò la liberazione della mia nazione, finché l’Irlanda non diventerà una repubblica socialista, sovrana e indipendente».
Bobby non fu il primo né l’ultimo dei socialisti che hanno sperato di poter fondere le lotte di autodeterminazione con la speranza di un futuro di uguaglianza. Si muoveva sul solco di James Connolly, per cui la causa del lavoro e quella della nazione erano un tutt’uno. Ma anche di Wolfe Tone, che come ricorda Michelucci, aveva giurato, duecento anni prima di «rovesciare il dominio inglese in Irlanda», a due passi dalla prima casa di Sands.
Ma Wolfe Tone aveva anche lottato per una repubblica di people of no property, iscrivendo così sin dai suoi albori il repubblicanesimo nel novero delle lotte che oggi chiameremmo anticapitaliste.
In carcere, il giovanissimo Bobby si formò agli scritti di Marx, Fanon, Connolly e Guevara, e mai scinderà il suo impegno per il proprio popolo da una visione socialista e internazionalista del mondo. Un retaggio per fortuna sopravvissuto in scenari in cui il repubblicanesimo contemporaneo si muove quasi esclusivamente a sinistra dei conservatorismi bigotti.
Bobby Sands iniziò lo sciopero della fame il 1 marzo del 1981, e la sua esistenza si concluderà il 5 maggio. Un sacrificio, il suo, che ancora riecheggia tra le strade di Belfast, sui cui murales spesso campeggia la scritta, improntata a un eroico ottimismo della volontà, «la nostra vendetta sarà il sorriso dei nostri bambini». Una certezza grazie a cui Bobby e i nove compagni morti dopo di lui hanno saputo resistere a condizioni disumane, volute da apparati di una delle più antiche democrazie del mondo: «Quanto dolore per quelle madri che venivano a farvi visita e scoppiavano a piangere vedendovi ridotti a cadaveri ambulanti, con i capelli e la barba lunga, avvolti in quelle luride coperte. Ma il vostro fisico scheletrico e segnato dalle percosse mascherava in realtà la superiorità morale degli oppressi, la furia del pensiero indomabile di chi lotta per la giustizia».

(Enrico Terrinoni, da “Il Manifesto”, 1.3.2017)

Dublino 1913, il centenario di un’epocale lotta di classe

di Enrico Terrinoni

Corre quest’anno, e precisamente il 26 di agosto, il centenario del più grande sciopero, o meglio, della più grande serrata della storia d’Irlanda, il Dublin Lockout, che paralizzò le strade della capitale irlandese dall’estate del 1913 fino al febbraio del 1914. Mesi di indicibile sofferenza e di morte per la working class.

James Larkin, il leader sindacalista che promosse la "grande serrata" del 1913
James Larkin, il leader sindacalista che promosse la “grande serrata” del 1913

Una vecchia ballata dublinese recita più o meno così: «Ricchi erano i padroni, a Dublino nel 1913, e i poveri schiavi / Le donne al lavoro, i figli affamati; ma poi venne Larkin… / La voce dei lavoratori, la voce della giustizia… / Li incitò alla rivolta e diede loro coraggio… / Per otto mesi abbiamo lottato e sofferto la fame / Siamo stati al suo fianco, nel bene e nel male, / ma senza nulla da mangiare, e tra il pianto dei bimbi, sono riusciti a spezzarci il cuore: era impossibile vincere». Corre quest’anno, e precisamente il 26 di agosto, il centenario dell’inizio del più grande sciopero, o meglio, della più grande serrata della storia d’Irlanda, il Dublin Lockout, che paralizzò le strade della capitale irlandese dall’agosto 1913 fino agli inizi del febbraio 1914.
Furono mesi di indicibile indigenza, di sofferenza e di morte per tantissimi componenti della working class di Dublino, assiepati in quei tenements o palazzoni ancora visibili nella parte nord del centro città: edifici georgiani un tempo abitati dalla media e alta borghesia, ma trasformati tra fine ottocento e gli inizi del novecento in dormitori urbani, in cui spesso famiglie intere vivevano a caro prezzo condividendo i servizi fatiscenti con le altre decine di inquilini dello stesso edificio.
Nella sorte particolare che hanno vissuto le rivisitazioni storiche in Irlanda, paradossalmente poco spazio è stato concesso a questo passaggio fondamentale, che segnò il futuro del paese. Ciò, forse, per via della prossimità con altri due eventi maggiormente impressi nell’immaginario collettivo: la prima guerra mondiale, che vide tanti irlandesi, mai perdonati, combattere tra le fila dell’esercito britannico, e la rivolta di Pasqua del 1916, a cui hanno partecipato i nazionalisti anti-britannici e i socialisti rivoluzionari. Eppure, l’ideologia che guidò la partecipazione di parti contrastanti del popolo irlandese ad entrambe le disperate imprese non potrebbe essere compresa in tutte le sue pieghe e contraddizioni senza una lettura critica del Lockout, delle sue motivazioni, e del riverberarsi della eco di quei mesi drammatici nell’imminente plasmarsi della nazione. Ripercorriamo, allora, quegli eventi.
lockoutDublino, una delle capitali dell’impero britannico, non godeva di molte delle prerogative di una capitale. Non essendovi un governo nazionale, il capo di stato era il monarca inglese, il quale delegava i poteri ufficialmente al viceré, ma il potere operativo era affidato al Chief Secretary for Ireland, una sorta di ministro plenipotenziario che si occupava degli affari irlandesi nell’ambito delle dinamiche coloniali. Dublino era una città divisa tra una aristocrazia locale chiaramente filobritannica, una giovane borghesia di piccoli, medi e grandi commercianti e imprenditori, adeguatisi nella maggior parte dei casi allo status quo, e dunque integrati nelle dinamiche di scambio con la «madrepatria», ed infine un’ampia classe popolare, fatta di lavoratori sfruttati e di disoccupati, di famiglie numerosissime che vivevano molto al di sotto di quella che oggi chiameremmo la soglia minima di povertà. Continua la lettura di Dublino 1913, il centenario di un’epocale lotta di classe

Resistenza femminile, un filo rosso globale

Enrico Terrinoni* recensisce “L’eredità di Antigone” su Il Manifesto di oggi

«Si voltò di scatto, in preda al panico. Una sirena della polizia aveva squarciato all’improvviso la calma apparente di quella domenica pomeriggio (…) Alle loro spalle, sbucati fuori chissà da dove, c’erano quattro uomini in abiti civili e inequivocabili sembianze da poliziotti. Poi fu solo il buio. La prima pallottola la raggiunse al volto e la fece cadere a terra. Poi altri colpi la raggiunsero alla schiena, finendola». Inizia così una delle dieci microstorie incluse nell’ultimo libro di Riccardo Michelucci, L’eredità di Antigone. Storie di donne martiri per la libertà (Odoya edizioni, pp. 278, euro 18, con prefazione di Emma Bonino). Il testo riporta alla luce, con accorta sapienza narrativa, le esistenze di donne coraggiose, per lo più dimenticate o riposte all’ombra della Storia ufficiale, nonostante il loro grande contributo nelle lotte per la libertà nei diversi paesi di provenienza.
Sono vite, quelle raccontate nel libro, tutte unite dal filo rosso della resistenza. La vicenda di cui sopra riguarda Mairéad Farrell, socialista e volontaria dell’Ira, già prigioniera politica nel carcere femminile di Armagh, in Irlanda del Nord. Nota in patria e all’estero per aver partecipato alla dirty protest e poi a uno sciopero della fame – forme di lotta parallele a quelle di Bobby Sands e compagni, nel non troppo lontano carcere di Long Kesh – Farrell venne freddata alle spalle a Gibilterra, all’età di trentuno anni nel 1981, da agenti delle teste di cuoio inglesi inviati per dare una «lezione esemplare» all’indomito Esercito Repubblicano Irlandese. Mairéad, insieme a Seán Savage e Daniel McCann, giustiziati nella stessa occasione, stava tentando di organizzare un attentato contro il Royal Anglian Regiment.
La storia di Farrell è solo una delle tante biografie esemplari del testo. Tra queste spicca quella di Norma Parenti, la cui memoria è ancora vivissima a Massa Marittima e nel grossetano, ma si perde e svanisce una volta solcati i confini della Toscana. Norma Parenti, partigiana, madre e moglie, figlia di un muratore e di una casalinga, diviene una staffetta per il raggruppamento «Amiata» della III Brigada Garibaldi, trasportando armi e viveri che spesso nasconde sotto la carrozzina del proprio bambino. La sua fine ultima ed eroica è avvolta nel mistero, essendo stata uccisa dai nazifascisti poche ore prima dell’arrivo degli Alleati, senza testimoni oculari. La storia di Norma, medaglia d’oro al valor militare alla memoria, viene tratteggiata a tinte vividissime, e ancora una volta, a ritroso.
L’andamento di questo affascinante libro di storie minime è infatti scandito dal ritmo intenso di una narrazione che dalla fine rincorre il proprio inizio. Le vicende di Norma Parenti sono inaugurate dalla rievocazione di un evento chiave e simbolico, prossimo alla sua morte: siamo a Massa Marittima, è il 9 maggio del 1944. Il cadavere sfregiato del partigiano «Boscaglia», al secolo Guido Radi, è stato abbandonato in piazza del Duomo dai nazifascisti. È fatto divieto a chiunque di tumularne la salma nel cimitero comunale, eppure Norma – come Antigone di fronte un’autorità che non rispetta le leggi della natura – la consegna alla terra alla presenza dei familiari di Radi. Il gesto, insieme a tanti altri atti di sfida, le varrà la futura condanna a morte.
Similmente viene presentata la fugace esistenza di Sophie Scholl, del gruppo giovanile della Rosa Bianca – forse la più nota tra le tante donne martiri del libro, per via di un famoso film, dal titolo La Rosa Bianca, candidato all’Oscar. Sophie fu condannata a morte nel 1943 insieme al fratello Hans e a Christoph Probst, per aver istigato il popolo tedesco alla disobbedienza nei confronti dell’egemonia nazista. Un’altra storia esemplare è quella di Marianella García Villas, torturata e uccisa nel 1983 nella scuola militare di San Salvador dalle spietate forze di polizia del regime di El Salvador. Marianella, molto vicina al Monsignor Romero – freddato da un sicario durante la celebrazione di una messa nel marzo del 1980 – ne aveva seguito l’esempio, portando nella sua comunità e all’estero, persino in Italia, la propria testimonianza delle efferatezze compiute dai militari nel proprio paese, con la palese connivenza degli Stati Uniti d’America.
Da un punto di vista eminentemente stilistico, il metodo narrativo del libro ricorda quello che in critica letteraria è noto come New Historicism, con l’uso sapiente di aneddoto iniziale da cui poi si dipana l’analisi. Tornando più indietro nel tempo, ma sempre in ambito letterario, non è peregrina l’ipotesi di una certa affinità con i Portraits in Miniature di Lytton Strachey, nonostante l’evidente divario in termini di tensione politica e morale. Un simile uso in ambito storiografico, invece, delle potenzialità narrative di minime storie eroiche, lo ritroviamo in libro recente dal titolo Voci dalla Resistenza, a cura di Andrea Comincini, con prefazione di Salvatore Cingari (Aracne, pp. 168, euro 11).
Il testo di Michelucci, mosso da un ingiusto oscuramento nell’immaginario collettivo e sociale di figure femminili attive in vari contesti di resistenza, intende non solo rendere omaggio a personaggi le cui storie sono spesso dimenticate, ma si pone un obbiettivo più specifico: restituire loro una collocazione adeguata nel pantheon di una Storia che le ha immancabilmente relegate a posizioni del tutto marginali. La rievocazione del sacrificio di donne coraggiose e pronte ad opporsi all’ingiustizia fino alla morte ha quindi un valore non agiografico, di exempla da ammirare, ma politico nel senso più nobile del termine.
Le loro esistenze sono ingranaggi di un meccanismo che, spesso in senso rivoluzionario, ha portato a cambiamenti radicali in quelle società che per breve tempo le hanno ospitate. Evocando con forza e intensità narrativa delle storie dimenticate, il merito di questo libro è di presentarcele in quanto tasselli imprescindibili nella ricomposizione del mosaico ideale delle nostre coscienze.

*Enrico Terrinoni insegna letteratura inglese all’Università di Perugia. Tra le sue numerose traduzioni letterarie annovera anche quella dell'”Ulisse” di James Joyce.