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Quel sorriso che ha cambiato il mondo

I funerali di Nelson Mandela (foto di Lorenzo Moscia)
I funerali di Nelson Mandela
(foto di Lorenzo Moscia)

Bono Vox ha dedicato a Nelson Mandela, di cui era amico oltre che profondo ammiratore, un commosso ricordo sul Time Magazine dal titolo “L’uomo che non poteva piangere”. Sembra una metafora poetica ma era vero: Madiba non aveva più lacrime perché la polvere e il calcare delle cave di Robben Island, la prigione nella quale era stato rinchiuso dal 1963 al 1990, gli avevano causato un danno irreversibile ai dotti lacrimali. Nessuno, neanche le persone a lui più vicine, l’ha dunque mai visto piangere, ma nessuno potrà neanche mai dimenticare il suo sorriso.
Nelson Mandela è stato il più grande rivoluzionario del XX secolo perché è riuscito a comunicare con tutto sé stesso un messaggio di positività capace di deviare il corso della storia, e a fare del mondo un posto migliore. Eppure, ribaltando la tesi centrale di Marshall McLuhan, potremmo dire che per il grande leader sudafricano il mezzo non è mai stato il messaggio. Negli anni cruciali delle sue battaglie contro l’apartheid, Mandela non ha potuto disporre né della rete né dei social network, non aveva faraonici uffici stampa, né plotoni di iperpagati ghost writer. Senza pensare che per oltre un quarto di secolo è stato anche privato della libertà. Fino ai primi anni ’90 l’unica immagine che il mondo conosceva di lui era quella di un uomo malinconicamente rinchiuso dietro le sbarre, oppure era costretto a ricordarlo attraverso le vecchie foto della militanza giovanile nell’African National Congress, o quelle del famoso processo di Rivonia del 1963.
Mandela è stato un grande comunicatore che non ha potuto disporre di grandi mezzi di comunicazione. Un messaggero di pace senza essere un vero pacifista. A pensarci bene non è stato neanche un nonviolento nel senso gandhiano del termine. Negli anni ’80, quando stava ancora marcendo nel carcere di massima sicurezza e il percorso del Sudafrica verso la democrazia era ancora lungo e difficile, Margaret Thatcher non si fece scrupoli a definirlo “un terrorista”. Nel vocabolario colonial-conservatore della Lady di Ferro era una descrizione che non faceva una piega. In gioventù Mandela aveva sostenuto la necessità di combattere il segregazionismo istituzionale bianco facendo uso anche delle armi. Era stato uno dei fondatori e il comandante dell’ala armata del suo partito. Aveva coordinato la campagna di sabotaggio contro l’esercito e gli obiettivi del governo, organizzato campi militari, elaborato piani per una possibile guerriglia che ponesse fine al regime dell’apartheid. Nel giugno 1980 riuscì a far uscire dalla prigione un manifesto d’incitamento ai suoi compagni che recitava: “Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa e il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid!”
Cinque anni dopo aveva rifiutato un’offerta di libertà condizionata in cambio di una rinuncia alla lotta armata e per questo era rimasto in prigione fino all’11 febbraio 1990. Ma ciò che il mondo non poteva ancora sapere era che quei 27 anni di carcere avevano avuto in lui l’effetto catartico di una risurrezione a nuova vita. Tra le anguste mura e le privazioni di Robben Island Mandela aveva compiuto il suo percorso prima spirituale poi politico, trasformandosi in un leader di statura planetaria, capace di tenere a freno gli istinti vendicativi di un popolo stremato dalle più brutali angherie. Di evitare con una sola parola e un singolo gesto della sua mano un bagno di sangue altrimenti inevitabile. La migliore celebrazione di questo traguardo si ebbe tre anni dopo, quando alla fine di aprile del 1994 si tennero le prime elezioni multietniche del Sudafrica e migliaia di persone si misero in fila per ore, con grande pazienza e compostezza, per poter esercitare questo diritto per la prima volta nella loro vita.
Ma la sua credibilità e la sua autorevolezza non gli derivavano dal Nobel per la pace ottenuto l’anno prima, bensì dal fatto di aver vissuto sulla propria pelle le battaglie per il rispetto, per il perdono, per l’importanza dell’educazione. E per essere riuscito a tradurre questi concetti in azione, in rivoluzione, a costo della propria libertà. Il suo messaggio di pace e di riconciliazione è stato veicolato globalmente nel miglior modo possibile grazie alla sua arma più potente: il sorriso.
Non per caso, subito dopo la sua morte, quello che secondo la classifica di Forbes rappresenta da anni il “brand di maggior valore al mondo”, cioè Apple, gli ha dedicato la homepage del proprio sito, riconoscendolo come simbolo planetario di libertà e dignità umana. Per giorni una semplice immagine in bianco e nero di Mandela – ovviamente sorridente – affiancata dalla sua data di nascita e di morte ha fatto bella mostra di sé nella pagina iniziale del sito della Mela. Un giusto tributo a un uomo che ha combattuto con la forza della felicità, e con questa è riuscito a cambiare il mondo.
RM

Helen, che lottò sola contro l’apartheid

Helen Suzman odiava i soprusi e amava la giustizia. Per questo l’ex deputata sudafricana morta qualche giorno fa a 91 anni fu a lungo l’unico membro del parlamento ad opporsi al regime dell’apartheid. Due volte candidata al Nobel per la pace, molto vicina a Nelson Mandela, Helen fu l’unico esponente politico, da quando il parlamento sudafricano fu istituito nel 1910, ad essere eletta in una circoscrizione bianca sulla base di un programma contro la discriminazione razziale. E dal 1961 al 1974 fu l’unica rappresentante del partito progressista in parlamento a non sostenere il regime segregazionista. I suoi ripetuti attacchi contro il sistema le valsero il soprannome di “gattina cattiva” da parte dell’allora premier PW Botha, e la sua vicinanza a Nelson Mandela ne suscitò l’ira.
Oggi sono proprio le immagini con Mandela a mettere in luce il lato più umano della Suzman accanto a quello più noto della pasionaria anti-apartheid che combatte imperterrita, anche in tempi in cui sembrava fosse una lotta contro i mulini a vento. Dovette guadagnarsi tutto con la tenacia, anche il rispetto dei connazionali neri, gli stessi ai quali dedicò la sua vita politica. La guardavano con sospetto, fino a quando non cominciò a visitare regolarmente in prigione Nelson Mandela, che scontava una condanna all’ergastolo. Ricordando la prima visita della Suzman alla sezione B della prigione di Robben Island nel ’67, Mandela ha detto: ”Era strano e meraviglioso allo stesso tempo vedere questa donna coraggiosa fare capolino nelle nostre celle e aggirarsi nel cortile”. Quasi tre decenni più tardi, nel 1994, Mandela, eletto primo presidente nero del Sudafrica, all’ex deputata conferì la medaglia d’oro al merito. Helen Suzman si era a quel punto ritirata dalla politica attiva ma con Mandela strinse un lungo e importante rapporto di amicizia durato fino alla morte, avvenuta nella sua casa di Johannesburg. Vincitrice di numerosi riconoscimenti nel campo della difesa dei diritti umani, Helen Suzman ha contribuito a cambiare il suo Paese, oggi tuttavia ancora piagato dalla povertà di molti, dal crimine, dall’Aids.
RM

Per gli Usa anche Nelson Mandela è un ‘terrorista’

Il premio Nobel per la pace Nelson Mandela, ex presidente sudafricano, simbolo della fine dell’apartheid, compare sulla lista delle persone sospettate di legami con il terrorismo del governo americano e per entrare negli Stati Uniti ha tuttora bisogno di uno speciale permesso. La questione, della quale parla il quotidiano Usa Today, è definita «imbarazzante» dal segretario di Stato americano Condoleezza Rice e un pool di esponenti del Congresso promettono una soluzione in tempi brevi. Il problema non riguarda solo Mandela, che ha 89 anni, ma altri membri dell’African National Congress, il movimento anti-apartheid che ora esprime il governo di Johannesburg. Negli anni Settanta e Ottanta, l’Anc era bollato come un’organizzazione terroristica dalla minoranza bianca del Sudafrica, un’etichetta che aveva conseguenze anche in altri Paesi, tra i quali gli Stati Uniti. Le liste dei sospetti di terrorismo non sono mai state aggiornate e Rice ha ammesso, nel corso di una audizione al Senato, che il suo dipartimento ha dovuto concedere speciali nullaosta per consentire a Mandela di entrare negli Stati Uniti. Mandela è uscito dal carcere nel 1990 dopo 27 anni di prigionia e nel 1994 è stato eletto primo presidente nero del Sudafrica. A lui gli Stati Uniti riservano sostanzialmente lo stesso trattamento che avrebbero i membri di Hamas. (da Corriere.it)