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Wole Soyinka: “liberare la libertà”

Intervista al premio Nobel per la letteratura Wole Soyinka
(Avvenire, 23.5.2018)

Due anni fa Wole Soyinka strappò il suo permesso di soggiorno e decise di abbandonare per sempre gli Stati Uniti dopo l’elezione di Donald Trump, in segno di protesta per le sue politiche anti-immigrati. Dopo aver lottato tutta la vita per la libertà – spiegò – non sopportava di vedere un presidente statunitense che erigeva muri “non solo nelle menti degli americani, ma in tutto il mondo”. Si interruppe così, con un gesto plateale, un esilio durato due decenni che aveva visto il più famoso intellettuale africano contemporaneo insegnare in un numero imprecisato di università e istituzioni statunitensi. Soyinka si è sempre battuto con coraggio in difesa delle proprie idee, denunciando apertamente gli orrori del suo paese, dal genocidio del Biafra al terrorismo odierno di Boko Haram. Dagli anni ‘60 è protagonista delle lotte contro i soprusi e le violenze delle dittature africane: durante la guerra civile nigeriana fu accusato di cospirazione con i ribelli del Biafra per aver pubblicato un articolo che invitava a cessare il fuoco e finì in cella di isolamento per 22 mesi. Negli anni ‘90 venne a lungo perseguitato e infine condannato a morte e costretto all’esilio dalla dittatura militare di Sani Abacha. Nigeriano di etnia Yoruba ma da sempre pervaso da un profondo senso di appartenenza all’intero continente africano, Soyinka è un intellettuale estremamente poliedrico – drammaturgo, romanziere, poeta, saggista – che nel 1986 divenne anche il primo africano insignito del premio Nobel per la letteratura. Da quando ha lasciato gli Stati Uniti è tornato a trascorrere gran parte della sua vita in Nigeria, dividendosi tra Abeokuta, la città che gli ha dato i natali nel 1934, e la capitale Lagos, dove l’abbiamo raggiunto al telefono per questa intervista, rilasciata in occasione del suo nuovo arrivo in Italia. Sabato 26 maggio Soyinka riceverà infatti il premio internazionale “Dialoghi sull’uomo” all’omonimo festival di antropologia del contemporaneo che si svolge a Pistoia.
Da sempre lei sostiene la necessità di un dialogo tra l’Africa e l’Europa. Come mai finora non è stato possibile?
Perché per adesso più che un dialogo abbiamo avuto piuttosto un monologo, dove a parlare era soltanto l’Europa, o comunque il mondo occidentale. Purtroppo non c’è mai stato uno scambio o un riconoscimento reciproco che prendesse atto delle condizioni economiche profondamente cambiate negli ultimi tempi, bensì un confronto mono-direzionale. Lo vediamo con la risposta che l’Europa dà alle istanze che arrivano dall’Africa, e che rappresentano criticità in tutti i campi, dal commercio, alla cultura, alle questioni umanitarie. Ovviamente anche i leader africani hanno le loro responsabilità. È un peccato, perché un dialogo tra pari favorirebbe non poco lo sviluppo delle relazioni umane.
In che modo è cambiato il concetto di libertà in un mondo sempre più connesso come quello nel quale stiamo vivendo?
Senza dubbio la crescente connessione, non solo in tempi recenti, ma direi a partire dall’epoca post-coloniale, ha definitivamente approfondito e favorito la causa della libertà. Lo dimostra il proliferare di studiosi, scrittori e intellettuali, e anche di politici progressisti, provenienti dal continente africano nell’ultimo mezzo secolo. Dopo la decolonizzazione, una volta raggiunta l’indipendenza, le singole nazioni africane hanno dovuto affrontare il cosiddetto colonialismo interno, nelle relazioni tra i leader africani e le rispettive popolazioni. Gli attivisti politici e le forze progressiste hanno potuto però ispirarsi all’esempio degli ex colonizzatori e dire ai tiranni, ‘perché non offrite anche a noi quei modelli di partecipazione che contemplano una maggiore libertà di espressione e associazione?’. Tuttavia le grandi opportunità offerte da Internet non sono esenti da rischi.
Ovvero?
Prendiamo per esempio quanto accadde con le cosiddette “Primavere arabe”. È chiaro che gran parte di esse sono state favorite proprio da internet e dalla connettività. In molti casi si è riusciti a cacciare i dittatori, a scoprire e a denunciare i loro crimini e le loro ruberie in un modo che in passato non sarebbe stato possibile. Molti di essi si erano limitati a sostituire i vecchi imperi coloniali con imperi personali. Non dobbiamo però illuderci che il potere ci consenta sempre di usare il massimo della tecnologia, poiché ci saranno sempre delle limitazioni. Inoltre Internet ha favorito anche il proliferare di notizie false o distorte, e purtroppo a volte la democratizzazione della tecnologia ha fatto finire il potere nelle mani delle persone sbagliate, aumentando quindi i rischi in termini di oppressione politica.
Nel suo saggio “Smurare la libertà”, lei sostiene che la religione rappresenta uno spazio di libertà. Come spiega che oggi le persone siano sempre più spesso impaurite dalla religione?
Innanzitutto ci tengo a fare una distinzione tra la religione e la spiritualità, talvolta innata, delle persone. Quando questa spiritualità, qualunque forma essa abbia assunto, è costretta in uno strumento di controllo degli esseri umani, prima o poi si sviluppano forme di fondamentalismo estremamente pericolose, che sono capaci di distruggere la società e il dono individuale della scelta. E di conseguenza, tutti quelli che dissentono diventano automaticamente nemici da perseguitare, torturare, decapitare. Mi riferisco ovviamente al fondamentalismo dilagante di gruppi come Isis (anzi Daesh, questo è il nome che preferisco di gran lunga), Al-Shabaab, Al Qaeda, Boko Haram. Quando la religione è usata come uno strumento per soffocare, diventa un’espressione di tirannia.
Qual è la radice dell’intolleranza religiosa nel suo paese?
È stata portata dall’esterno. Non esiste alcuna forma di fanatismo nella tradizione religiosa degli Orisha, le divinità dell’Africa occidentale, che è tipica degli Yoruba, il mio popolo. È una religione ecumenica, del tutto priva di fanatismo, al cui interno non c’è nessuno spazio per l’estremismo. Quelli di Boko Haram sono barbari che vogliono islamizzare la nazione, il cui fondamentalismo religioso si unisce a una sete smisurata di risorse petrolifere. Poi ci sono anche molti politici corrotti che cercano di manipolarlo, quell’estremismo religioso.
In luglio cadrà il centenario della nascita di Nelson Mandela, al quale lei dedicò il suo discorso del Nobel, denunciando la segregazione razziale in Sudafrica. La sua lotta è stata una fonte di ispirazione anche per lei?
Proprio la settimana scorsa sono stato a Johannesburg e ho partecipato a un’iniziativa per il centenario di Mandela. In un certo senso è stato il mio fratello maggiore, ma forse io ero già troppo vecchio perché potessi trarre ispirazione da lui. Penso che in primo luogo Mandela sia stato – e sia ancora – un modello di possibilità, una giudiziosa combinazione di combattività e di compassione umana che ha reso possibile il progresso dell’umanità verso una società nonviolenta, da raggiungere attraverso la libertà e la dignità umana. Era assolutamente privo della sete di potere che è invece una delle piaghe di molti leader africani.
RM

Mandela, autobiografia della riconciliazione

Avvenire, 3.2.2018

“Con la libertà vengono le responsabilità, e io non oso indugiare: il mio lungo cammino non è ancora finito”. La monumentale autobiografia di Nelson Mandela Lungo cammino verso la libertà, uscita per la prima volta in Italia nel 1995, si concludeva con questa frase evocativa, dalla quale prende avvio l’attesissimo seguito di quel libro che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, ispirando anche una recente riduzione cinematografica. Uscito in inglese nell’autunno scorso, Dare Not Linger, il nuovo capitolo sulla vita di uno dei più grandi statisti del XX secolo sta per uscire anche in traduzione italiana col titolo La sfida della libertà. Come nasce una democrazia (Feltrinelli). Racconta gli anni che seguirono la caduta del brutale regime dell’apartheid, dal 1994 al 1999, nei quali Mandela divenne il primo presidente nero del nuovo Sudafrica democratico. Una fase storica cruciale di transizione dopo decenni di dittatura che non era stata finora approfondita, e la cui rilettura appare particolarmente utile anche alla luce degli ultimi sviluppi della politica sudafricana. Mandela cominciò a lavorare al manoscritto di questa seconda autobiografia alla fine del mandato presidenziale ma alla sua morte, nel 2013, la prima bozza del testo non risultava ancora conclusa. Aveva scritto di suo pugno circa settantamila parole, prima che il venir meno delle forze non gli impedisse di continuare. L’arduo compito di portare a termine il lavoro è stato affidato, d’intesa con la Fondazione Nelson Mandela, a una delle voci letterarie più autorevoli del moderno Sudafrica, il poeta e romanziere Mandla Langa, che fu a sua volta incarcerato e poi esiliato dal regime di Pretoria negli anni ‘70. Usando i manoscritti originali, gli appunti e le interviste alle figure politiche di spicco di quegli anni, oltre a materiale d’archivio ancora inedito, Langa è riuscito a ultimare il progetto incompiuto di Mandela anche in vista del centenario della sua nascita, che sarà celebrato il 18 luglio prossimo.
Dal libro non emerge soltanto la sua evoluzione da rivoluzionario a statista, da simbolo della resistenza a politico impegnato nella gestione del potere dopo un’estenuante lotta per la libertà. Suddiviso in capitoli tematici, ciascuno dei quali analizza la trasformazione dello stato, dell’economia e della società sudafricana, il volume racconta anche come Mandela interpretò il suo ruolo di primo presidente del Sudafrica post-apartheid, la sua strategia politica solcata da proverbiali gesti di riconciliazione, l’incessante impegno a difesa di quella rivoluzione democratica di cui era stato protagonista, lo stretto controllo dell’economia e dell’apparato di sicurezza dello stato. “Mi ritengo fortunato”, scrive Mandela, “perché la Storia mi ha permesso di prendere parte alla transizione del Sudafrica verso una nuova era per la quale abbiamo gettato le fondamenta insieme”.
Dalle pagine affiora l’immagine di un leader politico d’altri tempi, abituato a rompere le regole e le convenzioni, a non seguire quasi mai i discorsi scritti, un presidente che poteva insistere per rifarsi il letto in un albergo o pulirsi le scarpe da solo, come ci mostra un’eloquente foto che lo ritrae durante uno spostamento in aereo. C’è poi il gigantesco profilo politico, con risvolti ed episodi inediti che evidenziano i rapporti non sempre idilliaci con il suo predecessore alla presidenza, il bianco Frederik de Klerk, l’uomo che ordinò la sua scarcerazione e nel 1993 fu poi insignito del Nobel insieme a lui. Quando de Klerk gli scrive, chiedendogli di impegnarsi per porre fine alle violenze nella provincia sudorientale del Kwazulu-Natal, Mandela gli risponde a muso duro: “piuttosto che suggerire incontri privi di utilità, preferirei avere un tuo contributo su come affrontare il retaggio del disumano sistema di apartheid del quale sei stato uno degli ideatori”.
Ma la battaglia più grande che Mandela si trova a dover affrontare nel Sudafrica post-apartheid è quella contro la diffusione della piaga dell’Aids, una sfida che lo vedrà infine soccombere e che in anni recenti, come in un fatale contrappasso, gli porterà via anche l’unico figlio maschio. Nei suoi anni da presidente iniziano a scoppiare anche i cosiddetti “Aids scandals” legati ad altrettanti casi di corruzione: nel 1996 la campagna Serafina II per diffondere l’educazione all’Hiv tra le masse travolse l’allora ministro della salute Nkosazana Dlamini-Zuma. Quando la donna gli presentò le dimissioni, Mandela le respinse attirandosi non poche critiche. Sarebbe stato il preludio di un futuro sempre più a tinte fosche, destinato a deflagrare già all’epoca di Thabo Mbeki, il successore che lui stesso aveva designato. Ancora oggi molti suoi detrattori ritengono che Mandela sia almeno in parte responsabile del disastro dell’Aids in Sudafrica – la cui diffusione è cresciuta in modo esponenziale proprio tra gli anni ’90 e Duemila – e degli altri mali di un paese che da tempo versa in una grave crisi, sempre più falcidiato dagli scandali e dalla corruzione. Nella prefazione a questo La sfida della libertà, Langa rievoca i canti della folla riunita alla conferenza del 1997, quella che vide Mandela lasciare per sempre la presidenza dell’African National Congress. “Qualunque cosa fosse accaduta da quel momento in poi, il Sudafrica non sarebbe stato mai più lo stesso, perché non esisteva nessun altro come lui”. E forse proprio il suo idealismo e la sua statura morale gli impedirono di rendersi conto della modestia e della meschinità dei suoi successori. Leggendo questo libro si comprende quanto il Sudafrica odierno abbia tradito molti degli ideali propugnati da Mandela, e quanto la sua gigantesca eredità politica, intellettuale e umana rappresenti un monito per le generazioni future.
RM

Il futuro del Sudafrica si decide ai funerali

Venerdì di Repubblica, 26.5.2017

I leader politici di successo, in Sudafrica, devono saper parlare anche ai morti. Nel dicembre prossimo l’African National Congress, il partito che governa il paese dalla fine dell’apartheid, terrà il suo congresso per eleggere il successore di Jacob Zuma, presidente dal 2007, ma se le regole interne non saranno cambiate in corsa, i candidati non potranno svolgere campagna elettorale usando i metodi tradizionali. Nello statuto del partito che fu di Nelson Mandela vige infatti ancora una regola risalente ai tempi lontani in cui l’Anc era un movimento di resistenza clandestino, e che vieta ai suoi leader la partecipazione a comizi e manifestazioni politiche. Per aggirare una norma del tutto anacronistica, che fu varata per motivi di sicurezza e dovrebbe essere presto abolita, i candidati hanno però studiato un metodo ingegnoso. Partecipano con assiduità alle funzioni religiose, alle cerimonie funebri e alle tumulazioni, trasformandole in opportunità per fare proseliti, con il ricordo del ‘caro estinto’ che sfocia spesso in un vero e proprio intervento politico dal pulpito, senza dare troppo nell’occhio. La campagna elettorale al cimitero è infatti un’arte raffinata: bisogna saper lanciare un messaggio conciso ed efficace ma senza farlo apparire un comizio, per non incorrere nelle sanzioni disciplinari previste dal regolamento del partito. La “star” di questo modo alternativo di fare propaganda elettorale è Nkosazana Dlamini, una delle mogli dell’attuale presidente Zuma, che pare anche intenzionata a succedergli alle presidenziali del 2019.

Nkosazana Dlamini

Ma il suo rivale più accreditato alla presidenza dell’Anc, l’attuale vicepresidente Cyril Ramaphosa, non è da meno: qualche settimana fa ha aperto la sua campagna elettorale ‘sotto copertura’ pronunciando un accorato discorso politico durante una conferenza in memoria di Chris Hani, un leader della lotta anti-apartheid assassinato nel 1993.
RM

Addio a Theresa, unica donna dei “sei di Sharpeville”

di Gianni Sartori

Theresa Machabane Ramashamole, la donna dei Sei di Sharpeville, non è più con noi. Ancora ragazza, aveva partecipato alla manifestazioni di Soweto (rimanendo  ferita) contro l’insegnamento obbligatorio dell’Afrikaans, la lingua dei coloni e colonialisti boeri. Il primo studente ammazzato dalla poliTheresa-Ramashamole-cropzia si chiamava Hector Peterson e la foto di lui  moribondo in braccio al fratello che cerca di portarlo in salvo è ancora un simbolo. Era il 1976 e a quel tempo Theresa si era trasferita da una zia per poter studiare. Indirettamente aveva partecipato anche alla manifestazione di Sharpeville contro i pass, quella del 21 marzo 1960, tragicamente passata alla storia. Vi prese parte sua madre, incinta di lei di cinque mesi. Ufficialmente i morti (“colpiti alla schiena, mentre scappavano”) furono una settantina “ma tutti sanno che in realtà furono molti di più”, raccontava. “Mia madre era riuscita a fuggire anche se con il pancione correva più piano degli altri”. Teresa era nata quattro mesi dopo, già segnata dal destino.
Nella sua vita era destinata a conoscere sia la resistenza all’apartheid che il carcere e la tortura (botte, scariche elettriche…). E stava per concludersi con una condanna a morte per impiccagione emessa il 15 marzo 1988. Insieme ad altri cinque compagni era stata arrestata nel settembre 1984 per una manifestazione contro il rincaro degli affitti nel corso della quale un nero collaborazionista, il console Dlamini, era stato ucciso. Contro di loro non c’era nessuna prova, ma servivano dei capri espiatori. All’epoca in Sudafrica i neri venivano ammazzati per molto meno.
Inaspettatamente l’esecuzione venne sospesa la sera prima della data stabilita (18 marzo 1988), quando erano già stati “pesati e misurati ed era stata provata la corda attorno al collo”. Nuove prove erano emerse, grazie all’impegno instancabile del loro avvocato Prakash Diar e la pena venne commutata in venti anni.
Alla fine, quando l’apartheid era ormai diventato improponibile di fronte all’opinione pubblica mondiale (o forse non garantiva più i sostanziosi profitti delle multinazionali) vennero liberati. Alla spicciolata, senza clamore. Duma e Oupa il 10 luglio 1991, Reid e Theresa il 13 dicembre sempre del 1991, Ja Ja e Fransis il 26 settembre del 1992. Le sofferenze patite in carcere avevano minato la salute di Theresa in maniera irreparabile. Tra l’altro a causa delle torture subite non aveva potuto avere figli. Ricordava che prima di svenire completamente, le sembrava di sognare un bambino. E quella fu “l’ultima volta che sognai un bambino”. Dopo la liberazione trovò lavoro come segretaria presso la sede dell’African national Congress di Vereeniging.
Anche la sua morte è stata in qualche modo uno strascico dell’apartheid. Così come quella di un altro dei sei, Duma Khumalo, torturato durante la detenzione e morto nel 2006 mentre teneva un conferenza a Cape Town. Con l’associazione Khulumani aveva contribuito moltissimo nel dare aiuto e sostegno alle tante persone travolte e distrutte dall’apartheid.
Ora dei Sei di Sharpeville, passati loro malgrado alla Storia, solo due rimangono in vita: Reginald Ja Ja Sefatsa e Reid Malebo Mokoena, entrambi tornati alle loro vite di proletari, vite in parte naufragate anche a livello personale a causa della lunga detenzione.
Oupa Moses Diniso era morto in un incidente nel 2005 mentre Fransis Don, il calciatore, era già deceduto per un infarto poco tempo dopo essere uscito di prigione. Tutti dicono che Kabelo, il nipotino che non ha potuto conoscere, gli somiglia moltissimo.
Con la morte di Theresa, tornano fatalmente alla memoria i nomi delle innumerevoli vittime del regime dell’apartheid. Alcuni sono comunque passati alla Storia: Steve Biko (militante della SASO, morto sotto tortura), Victoria Mxenge (avvocato dell’UDF, uccisa da una squadra della morte), Joe Gquabi (oppositore, assassinato dai servizi segreti), Ruth First e Janette Curtis (entrambe uccise con un pacco-bomba dei servizi segreti di Pretoria), Benjamin Moloise (poeta, impiccato), Neil Aggett e Andreis Radtsela (sindacalisti, morti sotto tortura), Dulcie Septembre (esponete dell’ANC, uccisa in Francia dai servizi segreti). Ma per un gran numero di assassinati il rischio è di essere definitivamente dimenticati. Chi si ricorda ancora di Saoul Mkhize, Samson Maseako, Taflhedo Korotsoane, Elias Lengoasa, Sonny Boy Mokoena, Mvulane, Bhekie…?
Per ognuno, una piccola storia di sofferenze e umiliazioni ancora da raccontare.
Un commiato affettuoso anche per le tante persone conosciute all’epoca del maggiore impegno per “strappare le radici dell’ingiustizia” (come nella grande manifestazione all’Arena di Verona) e che nel frattempo ci hanno lasciato: Benny Nato, Beyers Naudé, Alberto Tridente, Edgardo Pellegrini, Luciano Ceretta… Un esempio per chi li ha conosciuti e per chi non ha avuto questo onore.
A Theresa Machabane Ramashamole e a tutte le vittime dell’apartheid vada la nostra gratitudine. Così come quella odierna dei curdi, anche la loro è stata una lotta per l’umanità.

I guerrieri dimenticati del Sudafrica

di Gianni Sartori

Se questo paese è libero – si rammaricava un ex guerrigliero – e ha potuto organizzare eventi come la Coppa del mondo, lo deve all’MK”, Umkonto we Sizwe, il braccio armato dell’African National Congress (ANC). Ma sembra che all’epoca nessun alto dirigente si fosse recato nel misero ufficio dei reduci, con le pareti ricoperte da manifesti ingialliti, per invitare qualche veterano alle manifestazioni.
863331_733175Tutto era cominciato il 21 marzo 1960. Quel giorno in diversi centri urbani della Repubblica Sudafricana si svolsero manifestazioni, organizzate dal Pan African Congress (PAC), contro l’obbligo per i neri di portare con sé un lasciapassare. Il regime rispose massacrando a Sharpeville decine di persone. Ufficialmente le vittime furono sessantanove, ma i testimoni sostengono che furono molte di più. Altre vittime a Langa (52 morti) e a Nyanga. Seguirono scioperi, manifestazioni, scontri con barricate e assalti agli uffici del Native Affairs Department. Migliaia di persone vennero arrestate, mentre le truppe isolavano i centri della rivolta. In aprile, il governo metteva fuori legge l’ANC e il PAC. Entrambe le organizzazioni costituirono un braccio armato. L’ANC con l’Umkonto we Sizwe (MK, “Ferro di lancia della nazione”) e il Pac con le unità Pogo (“Noi stessi”). Le prime azioni armate dell’MK contro alcuni palazzi ministeriali a Johannesburg, Port Elisabeth e Durban risalgono al dicembre 1961. Nel 1963, a Rivonia, vennero arrestati vari dirigenti dell’organizzazione clandestina e la guerriglia si trasferì nei paesi amici della “linea del fronte”: Zambia, Mozambico, Tanzania, Angola. Proprio in Angola vennero scritte alcune delle pagine più oscure della lotta di liberazione. Accusati di indisciplina e ingiustamente sospettati di tradimento, alcuni guerriglieri del “Campo 4” vennero torturati dai loro stessi compagni. Altri vennero fucilati per essersi rifiutati di tornare a combattere. In seguito, negli anni ’80, l’MK porterà a segno alcune delle sue azioni più spettacolari e disperate: attentati contro i depositi di carburante e lanci di granate contro una centrale nucleare.
Oggi i sopravvissuti dicono di sentirsi “messi da parte, cancellati dalla memoria del paese” come i volti dei loro antichi compagni, morti in combattimento o impiccati nelle carceri. Anche Mandela, il loro ex comandante, sembrava averli dimenticati. L’altro leader, Chris Hani (esponente dell’ANC e del SACP, il partito comunista sudafricano) era stato ammazzato in circostanze non del tutto chiare. Ufficialmente da bianchi razzisti, ma non si esclude un regolamento di conti interno all’ANC.
Divenuto presidente, Jacob Zuma, per un breve periodo esponente dell’MK, aveva costituito un segretariato dotandolo di un modesto finanziamento. Un gesto comunque di buona volontà, anche se per la maggior parte di questi freedom fighters era ormai troppo tardi. Molti ex combattenti, ricordava Kebby Maphatsoe “vivono per la strada e per mangiare rovistano nella spazzatura”. Analogo destino per chi faceva parte delle Unità di autodifesa (SDU), 45mila ragazzi che negli anni ’80 presero alla lettera la consegna di “rendere ingovernabili le townships”. Agli scontri con l’esercito e la polizia si aggiunsero i conflitti settari con l’Inkhata Freedom Party (IFP, definiti “Quisling”, collaborazionisti) e le lotte fratricide con formazioni minori. Una guerra civile a bassa intensità, alimentata ad arte dai servizi segreti del regime di Pretoria.
Con la fine dell’apartheid, dopo un rapidissimo processo di smobilitazione delle strutture della guerriglia, in parte erano stati arruolati nell’esercito. Si temeva che questi uomini, provvisti di armi e abituati ad usarle, venissero utilizzati da gruppi più radicali o dalle gang criminali. La maggior parte non riuscì ad inserirsi e abbandonò l’esercito ritrovandosi in una condizione di emarginazione. Il giornalista Jean-Philippe Rémy del quotidiano francese Le Monde ne aveva incontrati alcuni che si sono isolati sulle montagne del Magaliesberg, non lontano da Johannesburg. Perseguitati dai ricordi, avevano iniziato un processo di purificazione tradizionale che si richiama alle tradizioni guerriere dei popoli nativi.