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Yoani, prigioniera del regime cubano

(di Giovanni De Mauro)*

“Me negaron otra vez el permiso de salida”. Non la fanno uscire da Cuba. Era già successo a maggio, quando doveva andare a Madrid per ritirare un premio di giornalismo del quotidiano spagnolo El País. Yoani Sánchez non potrà venire a Ferrara per il nostro festival di Internazionale. Perché a Cuba se vuoi uscire devi chiedere il permesso. Naturalmente sapevamo che c’era questo rischio, ma fino all’ultimo Yoani ha sperato che davvero qualcosa stesse cambiando all’Avana. Negarle la possibilità di lasciare l’isola è soprattutto un segnale lanciato all’interno, alla nuova generazione di dissidenti: scrivete, scrivete pure i vostri blog, ma alla fine siamo sempre noi a decidere della vostra libertà di movimento. Una forma di coercizione insopportabile, che nessuno tra i tanti amici europei del regime di Castro sarebbe disposto – giustamente – a tollerare per se stesso. Ma in un modo o nell’altro Yoani a Ferrara ci sarà. Sì che ci sarà.

* (da Internazionale)

Addio all’eroina del Ghetto di Varsavia

“Avrei potuto fare di più. Questo rimpianto non mi lascia mai”. Nonostante i rammarichi espressi molti anni dopo, Irena Sendlerowa era riuscita a salvare circa 2500 bambini ebrei dal Ghetto di Varsavia, durante l’occupazione nazista del 1943. Catturata dalla Gestapo, resistette alle più atroci torture pur di non fare i nomi delle persone che aveva salvato. Non cedette neanche quando i nazisti le spezzarono entrambe le gambe, e da allora ha vissuto il resto della sua vita su una sedia a rotelle. L’anno prima era entrata nella resistenza nazionale e il suo movimento clandestino, “Zagota”, la incaricò delle operazioni di salvataggio dei bambini ebrei. Fece scappare dal ghetto di Varsavia piccoli ebrei con un’ambulanza; ebbe l’idea di mettere a fianco dell’autista un cane, i cui latrati coprivano i pianti dei piccoli. Con documenti falsi o falsi certificati di malattia, riuscì a entrare e uscire dal Ghetto per portare denaro, medicine, abiti, messaggi, ma soprattutto per ‘contrabbandare’ bambini che poi trasferiva presso famiglie cristiane o conventi. Si assicurò anche che tutti questi atti venissero documentati: scrisse in codice il vero nome del bambino, il nuovo nome e il nome della famiglia o del convento che lo aveva accolto per essere sicura che i bambini potessero tornare alla loro famiglia dopo la guerra o che almeno fosse più facile rintracciarli. Anche dopo la guerra ha continuato a impegnarsi per la giustizia e la libertà, lontana dai riflettori. È morta lunedì scorso in un ospedale polacco, all’età di 98 anni.

Tibet: le foto del massacro

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Negata da Pechino, la violenta repressione dei manifestanti e dei monaci tibetani viene illustrata da una serie di foto particolarmente violente, inviate dalla dissidenza tibetana in occidente. Si tratta di immagini particolarmente crude, inviate dal monastero di Kirti al Free Tibet Campaign.
Le foto sono state scattate il 16 marzo scorso nella provincia tibetana autonoma di Amdo, che attualmente fa parte della provincia settentrionale cinese del Sichuan. Secondo il Free Tibet Campaign, il massacro è iniziato dopo che i religiosi del monastero di Kirti hanno inneggiato al “Tibet libero” ed al Dalai Lama. Ai monaci si sono aggiunte 400 religiose buddiste e gli studenti della scuola media tibetana locale.
La polizia cinese, che controllava a vista il monastero sin dall’inizio delle proteste (il 10 marzo scorso), ha aperto il fuoco contro la folla. Secondo i dati del governo tibetano in esilio, circa 20mila tibetani del Sichuan hanno protestato in segno di solidarietà con i monaci tibetani. Delle 20 vittime accertate della repressione, 9 sono state identificate: fra questi, ragazzi di 15 e 17 anni. (fonte: Asianews)

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