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La casa della letteratura irlandese

Reportage da Dublino (Avvenire, 1 novembre 2019)

Chissà quante storie avrebbero da raccontarci, le mura di questo edificio che per oltre un secolo ha ospitato la sede della seconda università di Dublino. Potrebbero ad esempio dirci cosa accadde quel giorno del 1902, quando un giovane James Joyce si fece immortalare nel giardino insieme ai suoi compagni di studi, subito dopo aver discusso la tesi di laurea. Quella foto è appesa ancora qui, nell’atrio della Newman House, il grande palazzo georgiano che il futuro autore di Ulysses frequentò per quattro anni, portando a termine i suoi studi universitari in lingue moderne. Queste stesse mura potrebbero anche ricordare quando, alla metà del XIX secolo, l’edificio fu ceduto alla congregazione dei gesuiti per farne la sede della Catholic University of Ireland, la prima istituzione universitaria cattolica dell’isola, fondata nel 1851. All’epoca era un palazzo fatiscente e infestato dai topi ma di lì a poco sarebbe diventato uno dei cuori pulsanti dell’educazione di tutto il paese. Il primo rettore fu il cardinale John Henry Newman – canonizzato appena pochi giorni fa -, tra i docenti ci fu uno dei più grandi poeti dell’era vittoriana, il gesuita inglese Gerard Manley Hopkins. L’edificio ospitò tutti gli studenti cattolici che non potevano o non volevano iscriversi alla principale università cittadina: l’antico, prestigioso e protestante Trinity College. All’inizio del ‘900 la Catholic University venne trasformata nell’attuale University College Dublin le cui esigenze di spazio, intorno al 1970, imposero il trasferimento di tutte le attività accademiche in un nuovo grande campus fuori città, nell’area periferica di Belfield, dove UCD ha sede ancora oggi. Da allora questo imponente palazzo georgiano affacciato sul lato sud di St. Stephen’s Green, il principale parco del centro di Dublino, è rimasto inutilizzato per quasi mezzo secolo in attesa di trovare una destinazione degna della sua storia. “L’idea di trasformarlo in un museo dedicato alla letteratura nacque quasi per caso, una decina d’anni fa, da una conversazione in un caffè del centro tra Fiona Ross, all’epoca direttrice della National Library of Ireland e lo scultore Eamonn Ceannt, nipote di uno dei martiri della Rivolta di Pasqua del 1916. La proposta fu accolta con enorme entusiasmo dalle istituzioni e dal mondo della cultura e si capì fin da subito che anche la comunità degli scrittori ne sentiva il bisogno”. A raccontarci l’aneddoto è Simon O’Connor, che ha visto nascere con i suoi occhi questo museo e adesso è stato chiamato a dirigerlo. Dopo quasi tre anni di lavori, con un investimento pari a dieci milioni e mezzo di euro in gran parte provenienti da finanziatori privati, il nuovissimo MoLI (Museum of Literature Ireland) è stato finalmente aperto al pubblico qualche settimana fa. Il progetto dello studio di architettura Scott Tallon Walker ha consentito di rimodernare l’antica Newman House convertendola in uno spazio moderno a metà strada tra il museo e la biblioteca, conservando tutto il fascino di un edificio risalente al XVIII secolo.
“L’idea iniziale, poi rispettata in fase di progettazione, non era quella di creare un mausoleo per vecchi libri o una semplice attrazione turistica bensì quella di dar vita a un luogo moderno e accogliente, nel quale i visitatori potessero compiere un viaggio attraverso le epoche”, ci spiega O’Connor. “In Irlanda abbiamo un grande rispetto per la nostra tradizione letteraria ma intendiamo anche coinvolgere gli scrittori e le scrittrici in attività aperte al pubblico, senza limitarci quindi a un lavoro didattico sul passato. Il museo vuole anche raccontare l’impatto che la letteratura irlandese ha avuto sulla cultura mondiale, dalla tradizione dei cantastorie medievali fino ai più noti scrittori contemporanei, con uno sguardo a quelli del futuro”. Al suo interno il MoLI ospita mostre permanenti dedicate ai grandi del passato e continui rimandi al presente, con un’attenzione riservata agli autori e alle autrici di oggi. Al pianterreno c’è una stanza molto evocativa che utilizza strumenti multimediali per ricreare il “riverrun of language”, ovvero il ‘costante fluire’ della lingua: brani tratti dai principali capolavori della letteratura Irish si rincorrono in uno schermo gigante ed escono dagli altoparlanti sotto forma di voci registrate. Una delle stanze più grandi del pianoterra è immancabilmente dedicata a James Joyce, con un enorme plastico che riproduce gli innumerevoli luoghi di Ulysses disseminati per la città di Dublino, insieme a lettere originali d’epoca che raccontano la storia delle sue opere. Joyce ambientò proprio in queste stanze un capitolo del suo Ritratto dell’artista da giovane ma l’alchimia di questo luogo è stata raccontata anche nelle pagine di romanzi come Una pinta di inchiostro irlandese di Flann O’Brien e Amiche di Maeve Binchy, due autori contemporanei che qui vissero e studiarono alla metà del ‘900. Continua la lettura di La casa della letteratura irlandese

Bufera sul Nobel, “Handke amico di Milosevic”

Avvenire, 12 ottobre 2019

Le Madri di Srebrenica hanno chiesto all’Accademia svedese delle scienze di revocare il premio Nobel a Peter Handke, perché “un riconoscimento così importante non può andare a un uomo che ha difeso i carnefici delle guerre balcaniche”. Ma il giorno dopo l’annuncio dei giurati di Stoccolma sono già molte le voci di condanna che si sono levate nei confronti del premio a Handke, tra cui quella del primo ministro albanese Edi Rama, del membro bosgnacco della presidenza tripartita della Bosnia-Erzegovina Sefik Dzaferović e dell’ambasciatrice del Kosovo negli Stati Uniti, Vlora Çitaku, che su Twitter l’ha definito “uno schiaffo a tutte le vittime del regime di Milošević”. Un vero e proprio coro di indignazione al quale si sono già uniti anche alcuni intellettuali. Il filosofo sloveno Slavoj Žižek non ha esitato a definire Handke “un apologeta dei crimini di guerra”, la scrittrice statunitense Jennifer Egan – a nome del Pen American center – si è detta sbalordita dalla scelta di un autore che “ha usato la sua voce pubblica per sminuire verità storiche e sostenere i perpetratori del genocidio” mentre Salman Rushdie, che già vent’anni fa attaccò Handke con toni quasi infamanti, ha ribadito ieri di pensarla ancora allo stesso modo. Sotto accusa sono le controverse posizioni assunte dallo scrittore e drammaturgo austriaco (ma di madre slovena) fin dai primi anni ‘90, al tempi della dissoluzione della ex-Jugoslavia, e reiterate almeno fino alla morte del presidente serbo Slobodan Milošević, nel 2006. Handke non ha mai fatto mistero delle sue aperte simpatie nei confronti dei serbi e già durante le guerre balcaniche si attirò non poche critiche per aver respinto con decisione l’immagine di aggressori che l’opinione pubblica internazionale attribuiva alle truppe di Milošević e Karadzić. Nel suo libro Un viaggio d’inverno ovvero giustizia per la Serbia, uscito per Einaudi nel 1996, cercò di difendere i serbi da quella che era a suo avviso un’ingiusta criminalizzazione messa in atto dalla stampa tedesca e francese. In un intervento uscito quello stesso anno sul quotidiano francese Libération arrivò persino ad attribuire alle milizie bosniaco-musulmane le colpe del genocidio di Srebrenica e dell’assedio di Sarajevo. Le sue convinzioni sarebbero rimaste sostanzialmente inalterate anche alcuni anni più tardi, nonostante la scoperta delle fosse comuni, le sentenze del Tribunale dell’Aja e un giudizio della Storia ormai sempre più definito.

Nella foto: Peter Handke al funerale di Slobodan Milosevic

Nel 2006 si recò a Belgrado per pronunciare un’orazione funebre durante le esequie di Milošević, deceduto in carcere prima del processo che lo vedeva imputato per crimini contro l’umanità. La presenza al funerale dell’ex leader serbo costò cara al futuro premio Nobel, poiché la Comédie Française di Parigi decise di cancellare un suo spettacolo mentre la città di Dusseldorf gli revocò il prestigioso premio letterario “Heinrich Heine” che si era aggiudicato quello stesso anno. Handke era anche andato a trovare Milošević nel carcere di Scheveninghen, due anni prima della sua morte, e aveva raccontato il loro incontro in un lungo articolo dai toni apologetici, nei quali ribadiva di essere convinto della sua innocenza e dell’illegittimità del Tribunale dell’Aja. Per chiedere la revoca del premio Nobel per la letteratura a lui assegnato è stata lanciata anche una petizione on-line sulla piattaforma Change.org che ha già raccolto migliaia di firme.
RM

L’infinita letteratura sull’Irlanda divisa

Avvenire, 20.12.2018

È curioso che proprio nell’anno in cui si è celebrato il ventennale dell’Accordo di pace in Irlanda del Nord il principale premio letterario in lingua inglese sia stato assegnato per la prima volta a una scrittrice nordirlandese per un romanzo ambientato durante il conflitto. Anna Burns, originaria di Belfast ma ormai radicata in Inghilterra, si è aggiudicata il prestigioso Man Booker Prize con Milkman, un’opera dalla scrittura definita “altamente letteraria” che affronta temi quali l’oppressione, il patriarcato, il sospetto, la paura. “Nessuno di noi aveva mai letto qualcosa di simile prima”, ha chiosato il presidente della giuria del premio, Kwame Anthony Appiah, alimentando l’attesa per la traduzione italiana del romanzo che uscirà nei primi mesi del 2019 con l’editore Keller. Prima della 56enne Burns, il Booker Prize è stato vinto in passato da superstar letterarie come Nadine Gordimer, Salman Rushdie, Ian McEwan, John Banville e da futuri premi Nobel, fra cui J.M. Coetzee, Doris Lessing e Kazuo Ishiguro. Ma l’aspetto più sorprendente, nella vittoria della scrittrice di Belfast, è l’ambientazione scelta per il suo romanzo. Dopo la firma dell’Accordo del Venerdì Santo del 1998, la guerra in Irlanda del Nord aveva infatti smesso di essere un soggetto letterario: l’attenzione degli scrittori irlandesi si era rivolta altrove, quasi come se non vi fosse più niente da raccontare all’interno di un genere che tra i suoi capisaldi conta molti testi di grande spessore ma ormai storicizzati. Era il 1977 quando uscì lo splendido romanzo Shadows on Our Skin di Jennifer Johnston (tradotto in italiano col titolo Ombre sulla nostra pelle). La grande scrittrice dublinese ‘inaugurò’ il genere con una storia di violenza raccontata attraverso gli occhi innocenti e lo sguardo acuto di un bambino di dieci anni, una prospettiva che in seguito sarebbe stata ripresa da molti altri autori. Joe Logan, il piccolo protagonista del romanzo ambientato a Derry, scrive poesie in rima mentre fuori il mondo va a rotoli e la sua famiglia si disgrega tra alcol, malattie e disperazione. I fragili equilibri interiori del piccolo finiranno per spezzarsi a causa di Brendan, il fratello maggiore che condivide l’aspirazione del padre per un’Irlanda libera. Il protagonista è descritto magistralmente dalla prosa di Johnston, intessuta di molteplici sottotrame e capace di creare un’attesa continua nel lettore. Solo pochi anni più tardi, nel 1983, uscì un’altra pietra miliare, Cal di Bernard MacLaverty. Un romanzo a tratti commovente, che racconta la crescita spirituale di un giovane cattolico di Belfast costretto a trovare rifugio in una baracca dopo l’incendio doloso della sua casa. McLaverty descrive un personaggio complesso, dalle mille sfaccettature, la cui vita è in realtà una metafora dell’Irlanda divisa tra le opposte convinzioni politiche e religiose. L’odio settario, il pregiudizio e la guerra a bassa intensità che per decenni ha costretto la gente comune a vivere nel terrore sono il contesto nel quale prende forma anche Le menzogne del silenzio di Brian Moore, che nel 1990 fu tra i romanzi finalisti del Booker Prize. Michael Dillon, il protagonista, è “un poeta fallito in abiti eleganti”, che decide di chiedere il divorzio e di fuggire con la giovane amante ma è costretto a compiere un attentato da un commando dell’IRA che ha preso in ostaggio sua moglie. Un romanzo memorabile, nel quale il compianto Moore è capace di fondere in modo straordinario la tensione del thriller con i dilemmi morali degli abitanti dell’Irlanda del Nord di quell’epoca. Gli anni ‘90 sono stati senza dubbio il periodo più prolifico, anche sul piao qualitativo, di opere letterarie incentrate sul conflitto anglo-irlandese. Persino due mostri sacri come Edna O’Brien e Seamus Deane si sono cimentati con il genere. Con Uno splendido isolamento – uno dei suoi romanzi più belli, uscito nel 1994 -, la O’Brien si discostò anche stilisticamente dalle sue opere precedenti con una storia incentrata sul rapporto di fiducia e amicizia che si instaura tra un membro dell’IRA braccato dalla polizia e una donna anziana e malata. La grande scrittrice lasciò l’Irlanda come alcuni suoi illustri connazionali – Joyce e Beckett su tutti -, ma l’Irlanda e i cosiddetti “Troubles” non l’avrebbero lasciata mai: nella sua vasta produzione il tema torna di nuovo nel racconto Fiore nero, contenuto nella raccolta Oggetto d’amore, recentemente uscita in traduzione italiana per Einaudi.
Seamus Deane ha invece ambientato a Derry il suo romanzo più famoso, Le parole della notte, uscito nel 1996 e poi tradotto in decine di edizioni in tutto il mondo. Anche in questo caso la voce narrante è quella di un ragazzino, affascinato dalla dimensione fantastica che lo circonda. Ben presto però il suo mondo intriso di leggende si scontra con la realtà della vita quotidiana a Derry. Con il precipitare degli eventi la narrazione di Deane si fa claustrofobica, proprio come le strade dell’enclave cattolica della città, che diventano teatro di una feroce guerriglia urbana. “Rischiammo di soffocare per i gas sparati dall’esercito, vedemmo o udimmo le esplosioni, i colpi d’arma da fuoco, i disordini che si avvicinavano con i loro confusi rumori di vetri infranti, i lampi delle bombe molotov, le urla isolate che sfociavano in un latrare prolungato e il concertato tamburellare dei manganelli sugli scudi antisommossa”. E si svolge sempre a Derry, nello stesso periodo, anche quello che molti critici irlandesi considerano uno dei più bei romanzi mai scritti sul conflitto: The International di Glenn Patterson, pubblicato nel 1999 pochi mesi dopo la firma dell’accordo di pace e purtroppo non ancora tradotto in italiano. Patterson dà forma a una circolarità di eventi condita da un’amara ironia e riesce a evocare un senso di nostalgia per quello che Belfast era prima della guerra. Con un incipit indimenticabile. “Se avessi saputo che la storia sarebbe cambiata per sempre il giorno dopo, avrei fatto lo sforzo di svegliarmi prima dell’ora del tè” chiosa Danny, barista diciottenne, osservando le persone che affollano un hotel del centro di Belfast un sabato sera di gennaio del 1967.
Risalgono sempre a quegli anni anche due romanzi che hanno riscosso in Italia un successo superiore a quello ottenuto in patria. Si tratta di Resurrection Man di Eoin McNamee e di Eureka Street di Robert MacLiam Wilson. Il primo è ispirato alla storia degli “Shankill Butchers”, una feroce banda di protestanti che terrorizzò Belfast negli anni ‘70, i cui componenti rapivano, torturavano, mutilavano e ammazzavano sadicamente le loro vittime cattoliche. Non è un capolavoro letterario ma un contributo prezioso per comprendere l’isteria e la crudeltà gratuita di quella guerra. Quello di MacLiam Wilson, divenuto negli anni quasi un libro di culto per gli amanti del genere, è invece un romanzo di formazione, una storia di amicizia, di amore e solitudine, tra persone comuni che vivono in una città e in un paese in preda al caos. Jake e Chuckie, l’uno cattolico e l’altro protestante, eppure capaci di un affetto viscerale e disinteressato nonostante le differenze politiche, culturali, religiose. Sono il simbolo e l’auspicio di un futuro condiviso dopo anni di sofferenze.
RM

Il metalmeccanico che tradusse Joyce

(Ritratto uscito anche su “Diario” in edicola oggi)

Luigi Schenoni se n’è andato a 73 anni, qualche giorno fa, lasciando incompiuta l’edizione italiana del Finnegans Wake, l’opera più complessa del grande scrittore irlandese. Per tradurre quel libro in un’altra lingua – diceva il genio di Dublino – non sarebbero bastati trecento anni.

Schenoni era solo un giovane studente di lingue alla Bocconi quando, alla fine degli anni ‘50, si accostò per la prima volta alle opere non ancora tradotte del sublime Joyce. Nel 1960 Mondadori manda in stampa la prima edizione italiana di Ulysses (tradotta da Giorgio Melchiori) ma Finnegans Wake continuava a essere considerata da tutti un’opera assolutamente incomprensibile e intraducibile. La laurea gli apre le porte della Riva Calzoni, un’azienda bolognese di impianti industriali, dove lavorerà per circa vent’anni come traduttore tecnico-commerciale. Ma la passione per la letteratura lo spingerà ben presto a confrontarsi con il più impenetrabile puzzle linguistico creato da Joyce, il libro che nessuno è ancora riuscito a rendere in un’altra lingua. Una sfida che inizia nel 1974, dopo la perdita della prima moglie, morta durante la gravidanza, e la separazione dalla seconda, dopo sette anni di matrimonio. Raccoglie guide, mappe e vocabolari di diversi idiomi per cimentarsi in un lavoro più da alchimista che da semplice traduttore; inizia a frequentare i simposi joyciani, dove si confronta con studiosi americani ed europei; pubblica i primi tentativi di trasposizione sulla statunitense “James Joyce Quarterly” e su riviste letterarie italiane come “Paragone” e “Carte segrete”. Infine Mondadori gli propone di pubblicare i primi quattro capitoli dell’opera. Sono appena un centinaio di pagine (sulle 630 totali), ma per penetrare il substrato profondissimo dell’opera, trasporre il maggior numero di riferimenti del testo originale, restando fedele al ritmo, alle assonanze e ai giochi di parole ci vogliono nove anni di lavoro, in media circa cinque-sei ore al giorno. Senza voler apparire immodesto spiegava che la sua non era solo una traduzione ma una “ri-creazione”, ricordando che Stephen Joyce, nipote ed erede dello scrittore, aveva espressamente proibito di definire ‘traduzione’ qualsiasi rifacimento di Finnegans Wake in altra lingua. Nel giugno 1982 si apre a Dublino l’ottavo simposio internazionale su Joyce, nel centenario della nascita, e Schenoni è il personaggio del giorno, l’uomo qualunque guardato con ammirazione anche dagli studiosi più illustri, perché proprio in quei giorni esce il primo volume della sua traduzione. L’anno prima aveva lasciato la fabbrica per iniziare l’attività di traduttore editoriale. Da quel momento lavora per alcuni dei più importanti editori italiani, traducendo, tra gli altri, libri di John Updike, Charles Bukowski, Robert Coover, John Ford, Ann Tyler, Thomas Eliot e John Le Carré. Ma la “suprema sintesi verbale” creata da Joyce resta la sua magnifica ossessione: nel 2001 appare il secondo volume, il terzo solo tre anni più tardi. Sognava di completare la “ri-creazione” nel 2014, per il 75° anniversario dell’opera.

RM

Si può distruggere la storia di una nazione?

(Articolo uscito anche su “Avvenire” di ieri)

Meno di trecento pagine per confutare secoli di storia della Scozia, per demolire la sua tradizione letteraria, per mettere in dubbio alcuni dei suoi capisaldi culturali. A firmarle è Hugh Trevor Roper, storico inglese morto da cinque anni, tanto famoso quanto controverso per aver autenticato i diari di Hitler rivelatisi poi un colossale falso, che torna adesso nelle librerie britanniche con un lavoro inedito scritto molti anni fa. Nel suo “The Invention of Scotland”, il professore di Oxford lancia un attacco frontale al cuore pulsante dell’Antica Caledonia, provando a minarne innanzitutto le basi fondanti: la Dichiarazione d’indipendenza redatta ad Arbroath e presentata sotto forma di lettera a Papa Giovanni XXII, nel 1320, per confermare l’indipendenza e la sovranità dello stato scozzese. Quella che i nazionalisti considerano una specie di Bibbia, per Trevor-Roper sarebbe in realtà un documento dal dubbio valore storico, perché pieno zeppo di inesattezze e citazioni di re immaginari. Ma questa è solo la miccia che innesca un fuoco di fila di argomentazioni, secondo le quali l’intero apparato delle tradizioni letterarie, culturali e politiche scozzesi, lungi dal risalire all’epoca romana o tardomedievale, sarebbe stato in gran parte inventato a partire dal XVIII secolo. Con buona pace di William Wallace, l’eroe nazionale morto nel 1305 e celebrato anche dal cinema col soprannome di “Braveheart”. Continua…