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L’infinita letteratura sull’Irlanda divisa

Avvenire, 20.12.2018

È curioso che proprio nell’anno in cui si è celebrato il ventennale dell’Accordo di pace in Irlanda del Nord il principale premio letterario in lingua inglese sia stato assegnato per la prima volta a una scrittrice nordirlandese per un romanzo ambientato durante il conflitto. Anna Burns, originaria di Belfast ma ormai radicata in Inghilterra, si è aggiudicata il prestigioso Man Booker Prize con Milkman, un’opera dalla scrittura definita “altamente letteraria” che affronta temi quali l’oppressione, il patriarcato, il sospetto, la paura. “Nessuno di noi aveva mai letto qualcosa di simile prima”, ha chiosato il presidente della giuria del premio, Kwame Anthony Appiah, alimentando l’attesa per la traduzione italiana del romanzo che uscirà nei primi mesi del 2019 con l’editore Keller. Prima della 56enne Burns, il Booker Prize è stato vinto in passato da superstar letterarie come Nadine Gordimer, Salman Rushdie, Ian McEwan, John Banville e da futuri premi Nobel, fra cui J.M. Coetzee, Doris Lessing e Kazuo Ishiguro. Ma l’aspetto più sorprendente, nella vittoria della scrittrice di Belfast, è l’ambientazione scelta per il suo romanzo. Dopo la firma dell’Accordo del Venerdì Santo del 1998, la guerra in Irlanda del Nord aveva infatti smesso di essere un soggetto letterario: l’attenzione degli scrittori irlandesi si era rivolta altrove, quasi come se non vi fosse più niente da raccontare all’interno di un genere che tra i suoi capisaldi conta molti testi di grande spessore ma ormai storicizzati. Era il 1977 quando uscì lo splendido romanzo Shadows on Our Skin di Jennifer Johnston (tradotto in italiano col titolo Ombre sulla nostra pelle). La grande scrittrice dublinese ‘inaugurò’ il genere con una storia di violenza raccontata attraverso gli occhi innocenti e lo sguardo acuto di un bambino di dieci anni, una prospettiva che in seguito sarebbe stata ripresa da molti altri autori. Joe Logan, il piccolo protagonista del romanzo ambientato a Derry, scrive poesie in rima mentre fuori il mondo va a rotoli e la sua famiglia si disgrega tra alcol, malattie e disperazione. I fragili equilibri interiori del piccolo finiranno per spezzarsi a causa di Brendan, il fratello maggiore che condivide l’aspirazione del padre per un’Irlanda libera. Il protagonista è descritto magistralmente dalla prosa di Johnston, intessuta di molteplici sottotrame e capace di creare un’attesa continua nel lettore. Solo pochi anni più tardi, nel 1983, uscì un’altra pietra miliare, Cal di Bernard MacLaverty. Un romanzo a tratti commovente, che racconta la crescita spirituale di un giovane cattolico di Belfast costretto a trovare rifugio in una baracca dopo l’incendio doloso della sua casa. McLaverty descrive un personaggio complesso, dalle mille sfaccettature, la cui vita è in realtà una metafora dell’Irlanda divisa tra le opposte convinzioni politiche e religiose. L’odio settario, il pregiudizio e la guerra a bassa intensità che per decenni ha costretto la gente comune a vivere nel terrore sono il contesto nel quale prende forma anche Le menzogne del silenzio di Brian Moore, che nel 1990 fu tra i romanzi finalisti del Booker Prize. Michael Dillon, il protagonista, è “un poeta fallito in abiti eleganti”, che decide di chiedere il divorzio e di fuggire con la giovane amante ma è costretto a compiere un attentato da un commando dell’IRA che ha preso in ostaggio sua moglie. Un romanzo memorabile, nel quale il compianto Moore è capace di fondere in modo straordinario la tensione del thriller con i dilemmi morali degli abitanti dell’Irlanda del Nord di quell’epoca. Gli anni ‘90 sono stati senza dubbio il periodo più prolifico, anche sul piao qualitativo, di opere letterarie incentrate sul conflitto anglo-irlandese. Persino due mostri sacri come Edna O’Brien e Seamus Deane si sono cimentati con il genere. Con Uno splendido isolamento – uno dei suoi romanzi più belli, uscito nel 1994 -, la O’Brien si discostò anche stilisticamente dalle sue opere precedenti con una storia incentrata sul rapporto di fiducia e amicizia che si instaura tra un membro dell’IRA braccato dalla polizia e una donna anziana e malata. La grande scrittrice lasciò l’Irlanda come alcuni suoi illustri connazionali – Joyce e Beckett su tutti -, ma l’Irlanda e i cosiddetti “Troubles” non l’avrebbero lasciata mai: nella sua vasta produzione il tema torna di nuovo nel racconto Fiore nero, contenuto nella raccolta Oggetto d’amore, recentemente uscita in traduzione italiana per Einaudi.
Seamus Deane ha invece ambientato a Derry il suo romanzo più famoso, Le parole della notte, uscito nel 1996 e poi tradotto in decine di edizioni in tutto il mondo. Anche in questo caso la voce narrante è quella di un ragazzino, affascinato dalla dimensione fantastica che lo circonda. Ben presto però il suo mondo intriso di leggende si scontra con la realtà della vita quotidiana a Derry. Con il precipitare degli eventi la narrazione di Deane si fa claustrofobica, proprio come le strade dell’enclave cattolica della città, che diventano teatro di una feroce guerriglia urbana. “Rischiammo di soffocare per i gas sparati dall’esercito, vedemmo o udimmo le esplosioni, i colpi d’arma da fuoco, i disordini che si avvicinavano con i loro confusi rumori di vetri infranti, i lampi delle bombe molotov, le urla isolate che sfociavano in un latrare prolungato e il concertato tamburellare dei manganelli sugli scudi antisommossa”. E si svolge sempre a Derry, nello stesso periodo, anche quello che molti critici irlandesi considerano uno dei più bei romanzi mai scritti sul conflitto: The International di Glenn Patterson, pubblicato nel 1999 pochi mesi dopo la firma dell’accordo di pace e purtroppo non ancora tradotto in italiano. Patterson dà forma a una circolarità di eventi condita da un’amara ironia e riesce a evocare un senso di nostalgia per quello che Belfast era prima della guerra. Con un incipit indimenticabile. “Se avessi saputo che la storia sarebbe cambiata per sempre il giorno dopo, avrei fatto lo sforzo di svegliarmi prima dell’ora del tè” chiosa Danny, barista diciottenne, osservando le persone che affollano un hotel del centro di Belfast un sabato sera di gennaio del 1967.
Risalgono sempre a quegli anni anche due romanzi che hanno riscosso in Italia un successo superiore a quello ottenuto in patria. Si tratta di Resurrection Man di Eoin McNamee e di Eureka Street di Robert MacLiam Wilson. Il primo è ispirato alla storia degli “Shankill Butchers”, una feroce banda di protestanti che terrorizzò Belfast negli anni ‘70, i cui componenti rapivano, torturavano, mutilavano e ammazzavano sadicamente le loro vittime cattoliche. Non è un capolavoro letterario ma un contributo prezioso per comprendere l’isteria e la crudeltà gratuita di quella guerra. Quello di MacLiam Wilson, divenuto negli anni quasi un libro di culto per gli amanti del genere, è invece un romanzo di formazione, una storia di amicizia, di amore e solitudine, tra persone comuni che vivono in una città e in un paese in preda al caos. Jake e Chuckie, l’uno cattolico e l’altro protestante, eppure capaci di un affetto viscerale e disinteressato nonostante le differenze politiche, culturali, religiose. Sono il simbolo e l’auspicio di un futuro condiviso dopo anni di sofferenze.
RM

Il metalmeccanico che tradusse Joyce

(Ritratto uscito anche su “Diario” in edicola oggi)

Luigi Schenoni se n’è andato a 73 anni, qualche giorno fa, lasciando incompiuta l’edizione italiana del Finnegans Wake, l’opera più complessa del grande scrittore irlandese. Per tradurre quel libro in un’altra lingua – diceva il genio di Dublino – non sarebbero bastati trecento anni.

Schenoni era solo un giovane studente di lingue alla Bocconi quando, alla fine degli anni ‘50, si accostò per la prima volta alle opere non ancora tradotte del sublime Joyce. Nel 1960 Mondadori manda in stampa la prima edizione italiana di Ulysses (tradotta da Giorgio Melchiori) ma Finnegans Wake continuava a essere considerata da tutti un’opera assolutamente incomprensibile e intraducibile. La laurea gli apre le porte della Riva Calzoni, un’azienda bolognese di impianti industriali, dove lavorerà per circa vent’anni come traduttore tecnico-commerciale. Ma la passione per la letteratura lo spingerà ben presto a confrontarsi con il più impenetrabile puzzle linguistico creato da Joyce, il libro che nessuno è ancora riuscito a rendere in un’altra lingua. Una sfida che inizia nel 1974, dopo la perdita della prima moglie, morta durante la gravidanza, e la separazione dalla seconda, dopo sette anni di matrimonio. Raccoglie guide, mappe e vocabolari di diversi idiomi per cimentarsi in un lavoro più da alchimista che da semplice traduttore; inizia a frequentare i simposi joyciani, dove si confronta con studiosi americani ed europei; pubblica i primi tentativi di trasposizione sulla statunitense “James Joyce Quarterly” e su riviste letterarie italiane come “Paragone” e “Carte segrete”. Infine Mondadori gli propone di pubblicare i primi quattro capitoli dell’opera. Sono appena un centinaio di pagine (sulle 630 totali), ma per penetrare il substrato profondissimo dell’opera, trasporre il maggior numero di riferimenti del testo originale, restando fedele al ritmo, alle assonanze e ai giochi di parole ci vogliono nove anni di lavoro, in media circa cinque-sei ore al giorno. Senza voler apparire immodesto spiegava che la sua non era solo una traduzione ma una “ri-creazione”, ricordando che Stephen Joyce, nipote ed erede dello scrittore, aveva espressamente proibito di definire ‘traduzione’ qualsiasi rifacimento di Finnegans Wake in altra lingua. Nel giugno 1982 si apre a Dublino l’ottavo simposio internazionale su Joyce, nel centenario della nascita, e Schenoni è il personaggio del giorno, l’uomo qualunque guardato con ammirazione anche dagli studiosi più illustri, perché proprio in quei giorni esce il primo volume della sua traduzione. L’anno prima aveva lasciato la fabbrica per iniziare l’attività di traduttore editoriale. Da quel momento lavora per alcuni dei più importanti editori italiani, traducendo, tra gli altri, libri di John Updike, Charles Bukowski, Robert Coover, John Ford, Ann Tyler, Thomas Eliot e John Le Carré. Ma la “suprema sintesi verbale” creata da Joyce resta la sua magnifica ossessione: nel 2001 appare il secondo volume, il terzo solo tre anni più tardi. Sognava di completare la “ri-creazione” nel 2014, per il 75° anniversario dell’opera.

RM

Si può distruggere la storia di una nazione?

(Articolo uscito anche su “Avvenire” di ieri)

Meno di trecento pagine per confutare secoli di storia della Scozia, per demolire la sua tradizione letteraria, per mettere in dubbio alcuni dei suoi capisaldi culturali. A firmarle è Hugh Trevor Roper, storico inglese morto da cinque anni, tanto famoso quanto controverso per aver autenticato i diari di Hitler rivelatisi poi un colossale falso, che torna adesso nelle librerie britanniche con un lavoro inedito scritto molti anni fa. Nel suo “The Invention of Scotland”, il professore di Oxford lancia un attacco frontale al cuore pulsante dell’Antica Caledonia, provando a minarne innanzitutto le basi fondanti: la Dichiarazione d’indipendenza redatta ad Arbroath e presentata sotto forma di lettera a Papa Giovanni XXII, nel 1320, per confermare l’indipendenza e la sovranità dello stato scozzese. Quella che i nazionalisti considerano una specie di Bibbia, per Trevor-Roper sarebbe in realtà un documento dal dubbio valore storico, perché pieno zeppo di inesattezze e citazioni di re immaginari. Ma questa è solo la miccia che innesca un fuoco di fila di argomentazioni, secondo le quali l’intero apparato delle tradizioni letterarie, culturali e politiche scozzesi, lungi dal risalire all’epoca romana o tardomedievale, sarebbe stato in gran parte inventato a partire dal XVIII secolo. Con buona pace di William Wallace, l’eroe nazionale morto nel 1305 e celebrato anche dal cinema col soprannome di “Braveheart”. Continua…