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“Presto sentirete parlare di me, perché mi ammazzeranno”

Oggi, nel silenzio assoluto, cade il 30° anniversario dell’assassinio di Marianela Garcia Villas, avvocata salvadoregna impegnata nella difesa dei diritti umani durante la brutale guerra civile che insanguinò il piccolo paese centroamericano tra gli anni ’70 e ’80. Marianela è una delle dieci donne martiri raccontate in “L’eredità di Antigone”.

marianela garcia villas (3)

“Presto sentirete parlare di me, perché mi ammazzeranno”. Marianela Garcia Villas era una donna troppo saggia e intelligente per non aver capito in anticipo quale sarebbe stata, alla fine, la ricompensa per le sue temerarie battaglie in difesa dei diritti del popolo salvadoregno. Quando Marianela disse quelle parole al senatore del Pci Gianfilippo Benedetti, a margine di un incontro internazionale che si tenne nel settembre 1982, le restava ben poco da vivere. L’arcivescovo Oscar Romero, col quale aveva a lungo collaborato, era già stato abbattuto due anni prima dai sicari del regime, mentre celebrava la messa. La tragica profezia della donna si sarebbe avverata pochi mesi dopo, il 13 marzo 1983.
La comunità internazionale si era mostrata ancora una volta sorda di fronte alle sue disperate grida d’allarme, ma lei non aveva esitato a tornare in Salvador per raccogliere prove sull’ultima terrificante ondata di repressione, con l’uso di armi chimiche durante le operazioni anti-guerriglia. Gli aerei dell’esercito stavano sganciando bombe al fosforo sui villaggi e sui campi profughi, sterminando la popolazione civile e bruciando i contadini che reclamavano i propri diritti. Marianela aveva lanciato ripetuti appelli alle Nazioni Unite affinché inviassero osservatori per verificare la situazione di persona, ma le sue richieste erano cadute nel vuoto, così aveva deciso di rientrare in Salvador, pur consapevole degli enormi rischi, e di raccogliere personalmente informazioni e prove da sottoporre alla Commissione Onu di Ginevra. Aveva appena 34 anni e quella sarebbe stata la sua ultima missione.
Rimase ferita in modo lieve mentre stava cercando di mettere in salvo le vittime di un bombardamento aereo, perlopiù donne e bambini. I soldati del regime la catturarono e la portarono con un elicottero alla Scuola militare di San Salvador, dove la torturarono per ore, prima di ucciderla. Il suo corpo martoriato dai proiettili esplosivi di grosso calibro sarebbe stato rinvenuto poco dopo all’obitorio della capitale, lo stesso luogo dove tante volte si era recata per svolgere il suo lavoro di avvocato e di difensore dei diritti umani. Molte furono le voci di  condanna che si levarono all’estero, soprattutto in Italia, dove venne organizzata una commemorazione solenne a Roma, cui partecipò anche il presidente della Repubblica Sandro Pertini. Alla fine del 1982, mentre si avvicinava l’inesorabile epilogo di una vita spesa per aiutare gli altri, Marianela aveva consegnato il suo testamento ideale in un ultimo, toccante intervento che fu pubblicato sul quotidiano spagnolo El Pais:

Non ci importa se ci chiamano sovversivi, traditori della patria; non ci importano gli arresti e le vessazioni che abbiamo patito per difendere i prigionieri politici; non ci importano le distruzioni con le bombe delle nostre sedi e delle nostre case. Continuiamo a lottare con la voce e con la penna, e con il pensiero certo angosciante che possa arrivare la morte.

Resistenza femminile, un filo rosso globale

Enrico Terrinoni* recensisce “L’eredità di Antigone” su Il Manifesto di oggi

«Si voltò di scatto, in preda al panico. Una sirena della polizia aveva squarciato all’improvviso la calma apparente di quella domenica pomeriggio (…) Alle loro spalle, sbucati fuori chissà da dove, c’erano quattro uomini in abiti civili e inequivocabili sembianze da poliziotti. Poi fu solo il buio. La prima pallottola la raggiunse al volto e la fece cadere a terra. Poi altri colpi la raggiunsero alla schiena, finendola». Inizia così una delle dieci microstorie incluse nell’ultimo libro di Riccardo Michelucci, L’eredità di Antigone. Storie di donne martiri per la libertà (Odoya edizioni, pp. 278, euro 18, con prefazione di Emma Bonino). Il testo riporta alla luce, con accorta sapienza narrativa, le esistenze di donne coraggiose, per lo più dimenticate o riposte all’ombra della Storia ufficiale, nonostante il loro grande contributo nelle lotte per la libertà nei diversi paesi di provenienza.
Sono vite, quelle raccontate nel libro, tutte unite dal filo rosso della resistenza. La vicenda di cui sopra riguarda Mairéad Farrell, socialista e volontaria dell’Ira, già prigioniera politica nel carcere femminile di Armagh, in Irlanda del Nord. Nota in patria e all’estero per aver partecipato alla dirty protest e poi a uno sciopero della fame – forme di lotta parallele a quelle di Bobby Sands e compagni, nel non troppo lontano carcere di Long Kesh – Farrell venne freddata alle spalle a Gibilterra, all’età di trentuno anni nel 1981, da agenti delle teste di cuoio inglesi inviati per dare una «lezione esemplare» all’indomito Esercito Repubblicano Irlandese. Mairéad, insieme a Seán Savage e Daniel McCann, giustiziati nella stessa occasione, stava tentando di organizzare un attentato contro il Royal Anglian Regiment.
La storia di Farrell è solo una delle tante biografie esemplari del testo. Tra queste spicca quella di Norma Parenti, la cui memoria è ancora vivissima a Massa Marittima e nel grossetano, ma si perde e svanisce una volta solcati i confini della Toscana. Norma Parenti, partigiana, madre e moglie, figlia di un muratore e di una casalinga, diviene una staffetta per il raggruppamento «Amiata» della III Brigada Garibaldi, trasportando armi e viveri che spesso nasconde sotto la carrozzina del proprio bambino. La sua fine ultima ed eroica è avvolta nel mistero, essendo stata uccisa dai nazifascisti poche ore prima dell’arrivo degli Alleati, senza testimoni oculari. La storia di Norma, medaglia d’oro al valor militare alla memoria, viene tratteggiata a tinte vividissime, e ancora una volta, a ritroso.
L’andamento di questo affascinante libro di storie minime è infatti scandito dal ritmo intenso di una narrazione che dalla fine rincorre il proprio inizio. Le vicende di Norma Parenti sono inaugurate dalla rievocazione di un evento chiave e simbolico, prossimo alla sua morte: siamo a Massa Marittima, è il 9 maggio del 1944. Il cadavere sfregiato del partigiano «Boscaglia», al secolo Guido Radi, è stato abbandonato in piazza del Duomo dai nazifascisti. È fatto divieto a chiunque di tumularne la salma nel cimitero comunale, eppure Norma – come Antigone di fronte un’autorità che non rispetta le leggi della natura – la consegna alla terra alla presenza dei familiari di Radi. Il gesto, insieme a tanti altri atti di sfida, le varrà la futura condanna a morte.
Similmente viene presentata la fugace esistenza di Sophie Scholl, del gruppo giovanile della Rosa Bianca – forse la più nota tra le tante donne martiri del libro, per via di un famoso film, dal titolo La Rosa Bianca, candidato all’Oscar. Sophie fu condannata a morte nel 1943 insieme al fratello Hans e a Christoph Probst, per aver istigato il popolo tedesco alla disobbedienza nei confronti dell’egemonia nazista. Un’altra storia esemplare è quella di Marianella García Villas, torturata e uccisa nel 1983 nella scuola militare di San Salvador dalle spietate forze di polizia del regime di El Salvador. Marianella, molto vicina al Monsignor Romero – freddato da un sicario durante la celebrazione di una messa nel marzo del 1980 – ne aveva seguito l’esempio, portando nella sua comunità e all’estero, persino in Italia, la propria testimonianza delle efferatezze compiute dai militari nel proprio paese, con la palese connivenza degli Stati Uniti d’America.
Da un punto di vista eminentemente stilistico, il metodo narrativo del libro ricorda quello che in critica letteraria è noto come New Historicism, con l’uso sapiente di aneddoto iniziale da cui poi si dipana l’analisi. Tornando più indietro nel tempo, ma sempre in ambito letterario, non è peregrina l’ipotesi di una certa affinità con i Portraits in Miniature di Lytton Strachey, nonostante l’evidente divario in termini di tensione politica e morale. Un simile uso in ambito storiografico, invece, delle potenzialità narrative di minime storie eroiche, lo ritroviamo in libro recente dal titolo Voci dalla Resistenza, a cura di Andrea Comincini, con prefazione di Salvatore Cingari (Aracne, pp. 168, euro 11).
Il testo di Michelucci, mosso da un ingiusto oscuramento nell’immaginario collettivo e sociale di figure femminili attive in vari contesti di resistenza, intende non solo rendere omaggio a personaggi le cui storie sono spesso dimenticate, ma si pone un obbiettivo più specifico: restituire loro una collocazione adeguata nel pantheon di una Storia che le ha immancabilmente relegate a posizioni del tutto marginali. La rievocazione del sacrificio di donne coraggiose e pronte ad opporsi all’ingiustizia fino alla morte ha quindi un valore non agiografico, di exempla da ammirare, ma politico nel senso più nobile del termine.
Le loro esistenze sono ingranaggi di un meccanismo che, spesso in senso rivoluzionario, ha portato a cambiamenti radicali in quelle società che per breve tempo le hanno ospitate. Evocando con forza e intensità narrativa delle storie dimenticate, il merito di questo libro è di presentarcele in quanto tasselli imprescindibili nella ricomposizione del mosaico ideale delle nostre coscienze.

*Enrico Terrinoni insegna letteratura inglese all’Università di Perugia. Tra le sue numerose traduzioni letterarie annovera anche quella dell'”Ulisse” di James Joyce.