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1917, la plebe contro lo zar

Intervista al sovietologo Ettore Cinnella (Avvenire, 24.6.2017)

Il “mito” bolscevico ha ostacolato fino ad oggi la corretta comprensione storiografica della rivoluzione russa. In molti casi l’unilateralità delle fonti ha portato a circoscrivere temporalmente quell’esperienza ai pochi mesi cruciali del 1917, impedendo di cogliere la profonda complessità storica dei fatti avvenuti in Russia esattamente un secolo fa. Ne è convinto il professor Ettore Cinnella, considerato uno dei massimi sovietologi italiani e a lungo docente all’Università di Pisa. Nel suo ultimo, ponderoso saggio 1917. La Russia verso l’abisso (Della Porta editore), Cinnella confuta le tante vulgate che ancora oggi tendono a mitizzare l’Ottobre rosso spiegando perché proprio il bolscevismo, che fu una delle principali forze opposte al regime zarista, si sarebbe poi trasformato a poco a poco in una feroce tirannide militaresca capace di affossare il lascito politico e sociale della rivoluzione russa. I lunghi anni di ricerca trascorsi presso l’Archivio centrale del partito comunista a Mosca gli hanno consentito di studiare il comportamento di tutti i protagonisti politici e sociali dell’epoca fino a fargli osservare quegli avvenimenti sotto una luce diversa. “Innanzitutto quella del 1917 non fu affatto una rivoluzione socialista, poiché non fece leva sulla coscienza di classe – spiega Cinnella –  fu invece la più grande rivoluzione plebea della storia russa. Per conseguire il potere Lenin usò quel movimento per i propri scopi e poi non esitò a reprimerlo”. Il volume offre anche una costante comparazione storica con la cosiddetta “prima” rivoluzione – I moti falliti del 1905 – che la pubblicistica sovietica ha sempre cercato di far passare come la prova generale del 1917, “travisando però quanto accadde realmente”, sostiene lo studioso. “Nel 1905 la società russa cercò di liberarsi dai ceppi e dalle catene e per la prima volta fece sentire la sua voce. Tutti i ceti sociali, le nazionalità e i partiti che agivano nella clandestinità nell’impero zarista poterono finalmente esprimersi. Fu un tentativo di rinnovamento dell’arcaico mondo russo che, se non fosse fallito, avrebbe potuto davvero cambiare il corso della storia. Ma non fu la prova generale del 1917. Tra i due eventi ci furono profonde differenze, su tutte il contesto internazionale e il conflitto mondiale. È tuttavia indispensabile tornare proprio ai moti del 1905 per comprendere quello che accadde poco più di un decennio più tardi”.
Quale fu la reale natura della rivoluzione del 1917?
È vero che alla fine fu un partito socialista di ispirazione marxista a prendere il potere, ma questo era espressione soltanto di una parte minoritaria della classe operaia. Rappresentò un singolo aspetto della rivoluzione russa, e neanche il principale. Quella del 1917 fu in realtà la più grande rivoluzione plebea della storia umana, nella quale decine di milioni di persone si sollevarono nelle campagne e insorsero. In questo non vi fu niente di socialista, fu la riproduzione su scala molto più ampia delle jacqueries (i movimenti contadini di rivolta antifeudale). Vi furono poi i soldati che abbandonarono le trincee e tornarono a casa per partecipare alla grande spartizione e al saccheggio delle terre nobiliari. Questo fu lo sfondo sociale di un grande sommovimento plebeo che iniziò a settembre e proseguì fino al gennaio del 1918, all’interno del quale ebbe luogo il colpo di mano a Pietrogrado che diede il potere formale ai bolscevichi. Ma questi non sarebbero mai riusciti a restare al potere senza altri fattori, ad esempio i socialisti rivoluzionari di sinistra che si staccarono dal partito e organizzarono la rivoluzione nelle campagne e la socializzazione delle terre non seguendo il programma bolscevico bensì quello populista ed egualitario dei socialisti rivoluzionari. “La terra è di Dio, la terra è di chi la lavora” era il motto dominante. Continua la lettura di 1917, la plebe contro lo zar

Testimoni della rivoluzione del 1917

Avvenire, 18.1.2017

Quei nomi in codice – Davis, Cole, Lane – corrispondevano rispettivamente a Lenin, Trotsky e Kerensky e ricorrevano spesso nei dispacci ricevuti dai servizi segreti britannici nel 1917. Somerville, la spia che li inviava sotto falso nome da San Pietroburgo, era in realtà il grande scrittore e commediografo inglese William Somerset Maugham, mandato in Russia dall’intelligence di Sua Maestà per cercare di ostacolare il colpo di stato dei bolscevichi. Ormai giunto al culmine della sua fama, Maugham fingeva di lavorare come inviato di un noto quotidiano, ma era invece impegnato a fornire sostegno al governo provvisorio di Kerensky, che guidò il paese nei pochi mesi che separarono l’abdicazione dello zar dall’ascesa al potere di Lenin. Il suo sguardo appare uno dei più informati di fronte alla portata storica di quanto stava accadendo in quei giorni, e che di lì a poco avrebbe cambiato per sempre la Russia e il mondo intero. Al contrario dello zar Nicola II il quale, secondo quanto raccontò l’ambasciatore statunitense David Francis, “sembrava non rendersi conto di essere seduto sul bordo di un vulcano”.
Il 24 febbraio 1917, mentre nelle strade di San Pietroburgo riecheggiano i colpi di fucile, la principale preoccupazione dei ricchi frequentatori dei teatri cittadini è quella di trovare i biglietti per la prima dell’Ispettore generale di Gogol. Il giorno dopo, mentre i manifestanti invadono la città, un diplomatico francese esclude categoricamente che la rivoluzione stia per dilagare perché – spiega – “gli insorti non hanno alcol, né un leader, né obiettivi precisi”. Arthur Ransome, giornalista inglese del Daily News, è invece uno dei pochi a comprendere fin da subito la gravità della situazione, e in una lettera alla sua famiglia scrive che la vita in città si fa ogni giorno più difficile, e pane, latte, burro e zucchero sono ormai quasi introvabili. Nel suo nuovo, affascinante libro Caught in the Revolution. Petrograd, Russia, 1917 (Hutchinson), la storica britannica Helen Rappaport ricostruisce l’atmosfera dei giorni della rivoluzione russa di febbraio attraverso gli sguardi increduli della variegata comunità straniera presente a San Pietroburgo. Diplomatici, giornalisti, impresari, commercianti e operatori di enti benefici che prima del conflitto mondiale erano stati attirati dalla straordinaria crescita economica del paese e trascorrevano le loro giornate nei club, nelle ambasciate o nelle sale del lussuoso hotel Astoria, quasi senza accorgersi di essere diventati un’isola in una polveriera di malcontento pronta a esplodere da un momento all’altro. Mentre il popolo era alla fame, i saccheggi e le sparatorie si susseguivano giorno dopo giorno e il governo stava per proclamare lo stato d’assedio, loro continuavano a fumare sigari pregiati e a pasteggiare a champagne tenendo diari o scrivendo lettere che inviavano regolarmente in patria. È anche su questo materiale – finora in gran parte inedito – che Rappaport ha incentrato la ricerca confluita in questo volume, uscito opportunamente proprio in occasione del centenario della rivoluzione. Già autrice di opere importanti sulla dinastia Romanov e sull’era Vittoriana, la storica inglese non offre un resoconto organico su quei giorni cruciali ma una prospettiva affascinante e del tutto inedita, attingendo a piene mani dagli archivi russi, statunitensi, francesi e britannici. Continua la lettura di Testimoni della rivoluzione del 1917