Archivi tag: kigali

Shoah-Ruanda: orrori a confronto

Ci sono tanti, troppi punti in comune tra il genocidio del Ruanda – di cui ricorre adesso il ventennale – e l’Olocausto, che fino a non molto tempo fa veniva considerato un evento unico e quindi incomparabile nella storia recente dell’umanità. Evidenziare le analogie e le somiglianze tra questi due orrori non è un esercizio accademico né una sterile comparazione tra contabilità delle vittime e atti di brutalità. È piuttosto un’esigenza dettata dalla memoria e dal bisogno di comprendere le responsabilità e le cause di due eventi che risultano assai meno distanti del mezzo secolo di storia che li separa. In un saggio breve ma intenso, Shoah, Ruanda. Due lezioni parallele (Giuntina), Niccolò Rinaldi declina in modo efficace l’inevitabile parallelismo tra i due maggiori orrori del XX secolo, senza scordare le inevitabili differenze. Shoah RuandaLa prima e più eloquente di queste sta nella modalità: le vittime dell’Olocausto morirono nelle camere a gas, nei forni crematori e nei campi di concentramento; in Ruanda fu invece distrutto circa un milione di vite umane a colpi di machete, oppure bruciando gruppi di persone chiusi in chiese o scuole, o ancora seppellendo i vivi e i morti insieme. Differente è stata anche la presa di coscienza post-genocidio, poiché nel caso del Ruanda non c’è ancora stata una condanna unanime, al contrario di quanto è accaduto invece per l’Olocausto. Rinaldi – esperto di “memorie” e già autore di altri libri importanti su Afghanistan e Africa – delinea invece il parallelismo Shoah-Ruanda attraverso un caleidoscopio di parole attorno alle quali fa ruotare una narrazione che non scade mai nella retorica. Parole che hanno in alcuni casi un significato opposto (crudeltà e pietà, oblio e memoria, revisionismo e riconoscimento, rassegnazione e resistenza) e che rappresentano i punti di partenza di un percorso di approfondimento che risulta assai utile per fugare una volta per tutte l’equivoco più pericoloso: considerare ciò che è accaduto in Ruanda vent’anni fa uno “scontro tribale”, come a lungo l’Occidente  ha volu­to credere. Fu invece anch’esso, al pari della Shoah, uno sterminio pianificato basato su divisioni antiche e causate da politiche che, finita l’epoca colonialista, non hanno mai smesso nei fatti d’essere colo­nialiste, sostituendo il dominio territoriale con il con­trollo e lo sfruttamento economico. Dagli anni ’50 in poi il Ruanda è stato violentato per decenni da studiosi e da antropologi che hanno raccontato la storia del paese in termini di guerra tra razze, e a lungo le tradizioni del piccolo paese africano sono state demonizzate e occultate dagli hutu che le attribuivano solo alla cultura tutsi. È quindi confortante che in questi ultimi anni sia apparsa una nuova generazione di storici capace di fornire un’altra lettura della storia antica ruandese, non basata su pregiudizi razzisti ma su un passato comune. La tragedia del Ruanda conferma purtroppo che affermare “mai più” non basta per evitare gli orrori del passato. “C’è poco da stare tranquilli – conclude Rinaldi – ma se conosciamo siamo tutti più forti”.
RM

Quel silenzio francese sul Ruanda

(di Niccolò Rinaldi)*

I risultati della Commissione d’inchiesta ruandese dicono cose gravissime, terribili. Raccontano forse la peggiore onta di cui si sia macchiato un paese della civile Europa dal dopoguerra a oggi. Delineano una notte oscura dove ogni etica è morta. La forma più depravata di politica estera, di ingerenza, di giocare con la vita dei civili africani. Oltre questo abisso della politica, se ne sta aprendo un altro. Per molto meno, a Srebrenica, un governo olandese, seppure col tempo, si dimise. Per colpe ben meno gravi il Belgio ha chiesto formalmente scusa al Ruanda. Le denunce del Ruanda sul ruolo della Francia nel genocidio meriterebbero quantomeno di aprire un dibattito agitato in Francia e nel resto dell’Europa, dovrebbero provocare articoli e inchieste, trasmissioni televisive e ricerca delle responsabilità individuali, dovrebbero agitare le coscienze dei cittadini e quelle dei politici. Dovrebbero installare il sacro dubbio sulle nostre fragili certezze, scalfire la nostra sicurezza di civiltà. Kouchner, che della moral politik faceva una bandiera, ha balbettato poche cose. La stampa preferisce mescolare il tutto alla diatriba con l’indagine di Bruguière, come se questo riducesse di un palmo la pesantezza di quegli interrogativi: noi (francesi, europei) chi eravamo nel 1994? Noi dove eravamo nel 1994? Forse eravamo dove si trovava, nell’aprile di quell’anno, il Primo Ministro Balladur, che poneva una corona di fiori ad Auschwitz e pronunciava giuste parole sulle responsabilità del collaborazionismo di stato del suo paese nella caccia all’ebreo, mentre, in quegli stessi momenti, il suo paese armava i genocidari in Ruanda, quel paese per il quale, secondo Mitterand, “un genocidio non è una questione troppo importante”.
Intanto, oltre alla colpevole indifferenza con la quale media, politica e opinione pubblica guarda a queste cose, ci sfugge anche qualcos’altro che la Commissione d’inchiesta ruandese indica. Per la prima volta – è, sì, la prima volta – una paese che fu a lungo colonizzato mette a nudo le responsabilità di una potenza europea, una di quelle che in Africa è abituata da tempo a fare il bello e il cattivo tempo. La Francia ha perso la guerra in Ruanda, sconfitta militarmente dall’FPR. Adesso perdiamo tutti anche un’altra guerra, quella di capire che la storia sta cambiando, che pian piano c’è un’Africa che sta alzando la testa, che comincia a giudicare, perfino a rompere relazioni diplomatiche se si sente profondamente ferita, che sfida l’Europa mostrandoci più deboli di quello che siamo, meno padroni di un mondo che ci illudiamo poter dominare per sempre.

* Segretario generale aggiunto al Parlamento europeo, scrittore e saggista. Il suo ultimo libro è “L’invenzione dell’Africa”