Archivi tag: karadzic

Il massacro, l’ingiustizia, il perdono

Avvenire, 1.8.2018

In tribunale si sono mostrati sprezzanti fino alla fine, senza manifestare il minimo segno di pentimento per la strage che avevano compiuto all’inizio della guerra in Bosnia, nell’estate del 1992. Nei giorni scorsi la Corte d’appello di Belgrado li ha assolti tutti, in via definitiva, sebbene vi fossero prove schiaccianti della loro colpevolezza. Il codice penale serbo non contempla il reato di associazione a delinquere per i crimini di guerra e i giudici non hanno potuto accertare le responsabilità individuali nel massacro di Skočić, vicino a Zvornik, a sessanta chilometri da Srebrenica. Sono tornati così in libertà i “cetnici di Simo”, una delle più efferate bande operanti all’epoca nella zona, agli ordini di Simo Bogdanović, un criminale di guerra morto in carcere alcuni anni fa. Non avranno alcuna giustizia le ventisette vittime civili di quel massacro, un’intera comunità di rom musulmani, tra cui anche donne e bambini, seviziati e uccisi a sangue freddo. La decisione dei giudici ribalta il verdetto di primo grado del 2013 – che aveva condannato gli imputati a 73 anni di carcere – e suona come una terribile beffa per il 34enne Zijo Ribic, unico sopravvissuto a quella strage.

Nella foto: Zijo Ribic

Al momento della lettura della sentenza era in aula anche lui, e ha assistito all’assoluzione dei carnefici della sua famiglia. Ci ha spiegato che continuerà a lottare per ottenere giustizia, intentando una causa presso l’Alta Corte di Strasburgo. Ma quello che stupisce è il suo perdono. “Anni fa ho deciso di non odiarli, gliel’ho detto anche in faccia che li perdonavo purché rivelassero la verità. Non cambio idea neanche adesso che sono tornati liberi”.
All’epoca dei fatti Zijo Ribic aveva appena otto anni, un’età sufficiente per far sì che quell’orrore si fissasse per sempre nella sua mente. Viveva in quel villaggio con i suoi genitori, le sorelle e il fratellino. “Mio padre lavorava da alcuni anni dall’altra parte del fiume Drina, in Serbia. In quell’estate del 1992 il suo datore di lavoro, un serbo, ci suggerì di abbandonare Skočić spiegando che di lì a poco si sarebbe scatenato l’inferno. Ci allontanammo per qualche giorno ma poi decidemmo di tornare per non abbandonare le nostre case, e fu la fine”. La sera del 12 luglio arrivarono due camion con i paramilitari serbi. “Fecero saltare in aria la moschea del villaggio, poi accerchiarono la nostra casa e ci fecero uscire tutti”, racconta Zijo. “Davanti ai nostri occhi ammazzarono uno degli uomini con un colpo alla testa, poi violentarono le ragazze, tra cui una delle mie sorelle che aveva solo tredici anni. Infine ci caricarono sui camion e ci portarono via”. Li fecero scendere lungo un fossato e li freddarono uno dopo l’altro, a colpi di pistola, o sgozzandoli con i coltelli. “Mi dettero una coltellata alla nuca, ferendomi solo di striscio, e mi credettero morto. Finii sui corpi dei miei parenti ma il destino aveva deciso che dovevo sopravvivere per diventare testimone di quel massacro, nel quale ho perso mio padre, mia madre incinta di otto mesi, sei sorelle e un fratellino di due anni”. Ferito ma ancora vivo, Zijo riuscì a scappare, e con l’aiuto di alcuni soldati fu affidato alle cure dell’ospedale di Zvornik, dove rimase nascosto per oltre due anni prima di essere trasferito all’estero. Tornato in Bosnia dopo la guerra, è cresciuto in un orfanotrofio e con l’aiuto del Centro per il diritto umanitario di Belgrado diretto da Nataša Kandić ha intrapreso una lunga battaglia legale. “Inizialmente la rabbia e l’odio mi avevano travolto, ma poi ho deciso di perdonare quei criminali, che nonostante tutto non sono riusciti a togliermi la voglia di vivere. La nostra cultura ci ha abituati a lasciare il dolore nel luogo dove sono avvenuti i fatti. E a ricominciare da capo”. Da anni Zijo vive con la sua compagna a Tuzla, dove lavora come cuoco. “Sei mesi fa è nata nostra figlia, adesso è lei a darmi la forza di andare avanti”. Ogni tanto torna a Skočić, il villaggio della sua infanzia diventato ormai un luogo spettrale, dove si trova anche il cimitero di famiglia. Solo di recente è riuscito a dare una degna sepoltura ai suoi cari. Nelle fosse comuni sono stati rinvenuti prima i resti dei suoi genitori poi, due anni fa, quelli di quattro sorelle. Infine, l’anno scorso, sono stati ritrovati anche un’altra sorella e il fratellino. “Ormai manca solo l’ultima sorella. Poi li avrò sepolti tutti”.
RM

La giustizia imperfetta dell’Aja

Avvenire, 10 dicembre 2017

Il sipario è calato definitivamente pochi giorni fa, con l’immagine-choc del generale croato che inghiottiva il veleno in diretta tv, davanti ai giudici dell’Aja. Ma nella lunga storia della prima istituzione di giustizia internazionale dai tempi della Seconda guerra mondiale non sono mancati i colpi di scena. Basti ricordare la fine improvvisa del principale imputato, l’ex presidente serbo Slobodan Milosevic, che nel 2006 morì in carcere prima della sentenza, o il misterioso suicidio in cella di Milan Babic, leader dei serbi di Krajina, appena una settimana prima. O ancora la vicenda della giornalista francese Florence Hartmann, che l’anno scorso fu rinchiusa per alcuni giorni in isolamento all’Aja accanto al genocida Ratko Mladic. Era stata tra le prime a denunciare le operazioni di pulizia etnica, poi aveva lavorato come portavoce del procuratore capo Carla Del Ponte, infine era stata condannata per aver citato in un libro alcune decisioni riservate della corte. Fu forse l’atto più paradossale di un organismo che sarà consegnato alla storia attraverso una lettura in chiaroscuro, solcata da molte ombre ma anche da una serie di innegabili successi.

Slobodan Milosevic

Il tribunale dell’Aja per l’ex Jugoslavia fu istituito dall’Onu nel 1993, a conflitto ancora in corso, sulla falsariga dei tribunali creati cinquant’anni prima a Norimberga e a Tokyo, allo scopo di processare i criminali di guerra che avevano agito in Bosnia Erzegovina e in Croazia. Nel corso degli anni è stato poi ampliato fino a includere le violazioni commesse durante i conflitti in Kosovo e in Macedonia. Molti lo considerano ancora oggi soltanto uno strumento con il quale la comunità internazionale ha cercato di pulirsi la coscienza di fronte all’indignazione dell’opinione pubblica per l’inerzia mostrata a lungo nei Balcani. Nell’arco di circa un quarto di secolo, il lavoro dei giudici dell’Aja è stato accusato di faziosità, criticato per l’eccessiva lunghezza dei processi, stigmatizzato per alcune assoluzioni, su tutte quelle del leader dei radicali serbi Vojislav Šešelj, del generale croato Ante Gotovina e del comandante dell’Uck Ramush Haradinaj. Persino le grandi speranze riposte in un suo possibile effetto catartico sono state completamente deluse. Molti anni fa, il giurista italiano Antonio Cassese, che fu il primo presidente del tribunale dell’Aja, scrisse in un rapporto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu che il tribunale si proponeva di promuovere la riconciliazione tra i popoli: un obiettivo del tutto disatteso, che mesi fa è stato persino smentito dall’attuale presidente, il maltese Carmel Agius, il quale ha affermato che la riconciliazione non rientrava tra gli obiettivi del tribunale. L’organismo dell’Aja non è riuscito neanche a fare i conti con una memoria selettiva e arbitraria. Oggi la Bosnia è un paese profondamente diviso su base etnica, con molti criminali di guerra ancora liberi e impuniti, dove i condannati si credono vittime e i nazionalisti di ciascuna fazione continuano a promuovere una narrazione incentrata sul revisionismo e il negazionismo. Secondo un recente sondaggio d’opinione appena un cittadino su sei, in Bosnia, ritiene che le tre etnie presenti nel paese abbiano raggiunto un livello accettabile di integrazione, e circa il 30% degli intervistati è convinto che un ritorno alle armi rappresenti uno scenario più che plausibile.
Con queste premesse, l’esperienza del tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia sembrerebbe essersi risolta in un fallimento. Ma osservarne i limiti senza citare i successi porterebbe inevitabilmente a un giudizio riduttivo, e quindi fuorviante. Quella dell’Aja passerà infatti alla storia come la prima corte che è stata capace di incriminare un capo di stato per i reati di genocidio e crimini contro l’umanità, anche se Milosevic è morto prima di arrivare al verdetto. Combinando tradizioni giuridiche spesso incompatibili, in assenza di molti poteri di base dei sistemi giudiziari nazionali, è riuscito a giudicare i responsabili di alcuni degli atti più feroci commessi in Europa negli ultimi decenni, dimostrando che ormai nessuno può godere dell’impunità o sfuggire alla giustizia, di fronte a certi crimini. Muovendosi nel sottile crinale che divide la sovranità nazionale e la responsabilità internazionale, nella zona grigia tra ambito giudiziario e politico, ha incriminato persone appartenenti a tutti i gruppi etnici facendo sì che nessun popolo dell’ex Jugoslavia possa proclamarsi esclusivamente vittima di quanto è accaduto. Dopo aver stabilito che l’eccidio di Srebrenica fu un genocidio, la corte dell’Aja ha condannato per la prima volta lo stupro come forma di tortura e la schiavitù sessuale come crimine contro l’umanità. Ma il suo contribuito allo sviluppo del diritto internazionale umanitario si è spinto anche oltre, ispirando l’istituzione dei tribunali speciali per i crimini di guerra in Ruanda, in Sierra Leone, a Timor Est, in Libano e in Cambogia, nonché la Corte penale internazionale istituita nel 2002. In Bosnia, in Croazia, in Serbia e in Kosovo ha inoltre favorito la creazione di tribunali nazionali per processare gli imputati di crimini di guerra di medio e basso rango. Il 19 dicembre i motori della macchina dell’Aja saranno ufficialmente spenti e il testimone passerà a un “meccanismo residuale” incaricato di portare avanti i procedimenti in corso e altre funzioni del tribunale, tra cui il sostegno e la protezione dei testimoni, il controllo dell’esecuzione delle pene e la conservazione dei suoi imponenti archivi.
RM

Srebrenica, il calcio cura le ferite

Avvenire, 12.5.2017

C’è qualcosa di unico e di inspiegabile nella storia del FK Guber, la squadra di calcio di Srebrenica. In un’area della Bosnia che circa vent’anni fa è stata teatro del più grande orrore compiuto in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale, in una città ancora paralizzata dai fantasmi del genocidio, per una volta è il pallone a favorire la convivenza, la tolleranza e l’amicizia tra i giovani di tutte le etnie. Come se una misteriosa alchimia avesse reso possibile sul campo da gioco quello che ancora oggi rimane un miraggio nella vita di tutti i giorni. Per cercare di spiegare le ragioni di questo vero e proprio miracolo sportivo è necessario risalire alle sue radici. Ci si imbatte nel piccolo stadio del Guber poco prima di arrivare a Srebrenica, qualche chilometro dopo l’imponente memoriale di Potocari, dedicato agli ottomila bosniaci musulmani massacrati dalle milizie serbe nel 1995. La squadra di calcio fu fondata nel 1924 da un serbo e da un musulmano che donarono i loro appezzamenti di terreno confinanti per consentire la realizzazione del campo e delle piccole tribune. Nella sua storia ormai quasi centenaria, il Guber ha sempre militato nelle serie minori dando spazio a giocatori e dirigenti di tutte le etnie.

Una formazione del FK Guber Srebrenica

Raramente si è affacciato nel calcio che conta, ma i più anziani ricordano ancora la straordinaria impresa compiuta nel 1989 nei sedicesimi di finale della coppa nazionale di Jugoslava, quando i biancazzurri di Srebrenica si concessero il lusso di battere ai rigori una squadra di prima divisione, il Buducnost di Titograd (l’attuale Podgorica). A indossare i panni dell’eroe, quel giorno, ci pensò il portiere Jusuf Malagic, parando il rigore decisivo calciato da un giovane campione, fresco vincitore dei mondiali juniores e pronto a diventare la stella del Partizan Belgrado e poi del Real Madrid: Predrag Mijatovic. Partite e allenamenti sono proseguiti anche durante la prima fase della guerra degli anni ’90, quasi a voler esorcizzare i massacri e le deportazioni attraverso il potere salvifico dello sport. Ma di lì a poco anche quella piccola e fragile utopia sarebbe stata travolta dalla barbarie, molti dei suoi giocatori furono uccisi e finirono nelle fosse comuni disseminate nella campagna, lungo il corso della Drina. La ricostruzione sarebbe arrivata una decina d’anni più tardi, nel 2004. Tra i rifugiati che fecero ritorno in città c’era anche Malagic, il portiere “eroe” del 1989. Fu lui il primo a credere che il Guber potesse rinascere dalle proprie ceneri e tornare a promuovere quei principi che erano stati spazzati via insieme a tante vite umane. A poco a poco, grazie al fondamentale aiuto finanziario di alcune Ong e federazioni calcistiche europee, è stata rimessa in piedi una scuola calcio per i più giovani. All’inizio erano in pochi a credere in un progetto che traeva la propria forza dall’integrazione e dal dialogo interculturale. Ma col tempo la passione è riuscita a prevalere sulla diffidenza e sul pregiudizio, mentre la prima squadra ha cominciato a scalare le classifiche dei campionati dilettantistici. “Alcuni dei nostri ragazzi hanno perso i familiari durante la guerra oppure hanno avuto padri, zii o fratelli maggiori che hanno combattuto gli uni contro gli altri”, spiega l’allenatore Emir Bektic. “Eppure oggi il passato non li divide più e grazie al calcio sono riusciti a diventare amici”. L’anno scorso la squadra è stata promossa nella seconda divisione della Repubblica Srpska, il corrispettivo della Lega Pro per il campionato di calcio italiano. Anche adesso che si trova appena due gradini sotto l’ambitissima Premier League bosniaca, continua ad annoverare nel suo organico giocatori serbi, croati e musulmani. “Riuscire a convivere è la nostra vera vittoria – conclude Bektic – credo che il Guber rappresenti un modello di speranza per il futuro di Srebrenica e di tutta la Bosnia”.
RM

Chiesto l’ergastolo per Ratko Mladic

ratko-mladic

“Qualsiasi pena inferiore al massimo previsto dalla legge sarebbe un insulto alle vittime, oltre che un affronto alla giustizia”. È quanto ha affermato ieri all’Aja il procuratore del Tribunale penale per l’ex Jugoslavia Alan Tieger, concludendo la sua requisitoria al processo per crimini contro l’umanità a carico di Ratko Mladic. Al termine di un’istruttoria durata oltre quattro anni l’accusa ha dunque chiesto l’ergastolo per il 74enne ex generale serbo-bosniaco, soprannominato il “boia dei Balcani” e chiamato a rispondere di ben undici capi d’imputazione, tra i quali figurano il genocidio di Srebrenica, le violenze contro la popolazione civile di Sarajevo e l’imprigionamento dei militari delle forze di pace delle Nazioni Unite. Arrestato in Serbia nel 2011 dopo una latitanza durata ben sedici anni, Mladic ha ribadito durante il processo la sua innocenza nonostante le prove schiaccianti prodotte contro di lui, a cominciare dalle intercettazioni radio dell’assedio di Sarajevo, nelle quali l’ex generale ordinava di aprire il fuoco sui quartieri “dove abita un minor numero di serbi” e di privare la popolazione di acqua, luce e aiuti umanitari per ridurla alla fame. Quello a suo carico è l’ultimo grande processo del tribunale per l’ex Jugoslavia: dopo l’arringa della difesa, la settimana prossima ci saranno le repliche finali, mentre la sentenza di primo grado è attesa per l’anno prossimo. Intanto, proprio tre giorni fa l’ex leader dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic ha presentato ricorso all’Aja contro la sentenza che nel marzo scorso l’aveva condannato a 40 anni di reclusione. Le obiezioni del cosiddetto “architetto della pulizia etnica” sono contenute in un lungo documento che cita una cinquantina di vizi sostanziali e procedurali, e afferma che “un processo errato ha portato a un esito ingiusto”.

Serbia, assolto Seselj, il “duce” dei cetnici

Avvenire, 1.4.2016

Seselj.gun.90sSe la sentenza della settimana scorsa contro Radovan Karadzic aveva deluso i familiari delle vittime di Sarajevo e di Srebrenica, il verdetto emesso ieri dal Tribunale penale per l’ex Jugoslavia contro l’ultranazionalista serbo Vojislav Šešelj ha sorpreso tutti, ed è destinato a far discutere a lungo. L’attuale leader del partito radicale serbo è stato infatti prosciolto da tutte le accuse a suo carico, tra le quali figurava la deportazione dei civili non serbi per motivi politici, religiosi e razziali, la violazione degli usi e costumi di guerra, l’omicidio, la tortura e la devastazione. “Da oggi Šešelj è un uomo libero”, ha affermato il presidente del Tribunale Jean Claude Antonetti, a conclusione del primo grado di un processo durato ben dodici anni. Nove erano i capi d’accusa contro di lui (tre crimini contro l’umanità e sei crimini di guerra), ma in ciascun caso Šešelj è stato dichiarato non colpevole per mancanza di prove o perché l’accusa non ha potuto dimostrare che il suo ruolo di leader o i suoi discorsi abbiano influenzato i miliziani nel commettere i crimini. Il Tribunale ha sostanzialmente scollegato il suo operato durante la guerra dagli eventi che furono commessi al di fuori dei confini nazionali, affermando che una volta inviate al fronte, le milizie paramilitari serbe non sarebbero state controllate direttamente da lui. Lo stesso progetto della “Grande Serbia”, che l’accusa aveva portato come prova dei crimini commessi tra il 1991 e il 1993, non è stato considerato passibile d’incriminazione. “Propagare ideologie nazionaliste non è reato”, ha dichiarato lo stesso Antonetti. I giudici hanno ritenuto che la procura non sia riuscita a contraddire l’affermazione della difesa, secondo la quale i civili che fuggirono dalle aree di combattimento per trovare rifugio e gli autobus che portarono via la popolazione croata lo fecero per motivi umanitari e non per obbligarli ad abbandonare le loro abitazioni. La richiesta dell’accusa a 28 anni di carcere è stata quindi rigettata dalla Corte quasi all’unanimità, con l’unica voce discordante della giudice italiana Flavia Lattanzi. Al momento della lettura della sentenza l’imputato Šešelj – che si è difeso sempre da solo, come Karadzic – non si trovava in aula. Alla fine del 2014, a causa di un tumore, aveva infatti ottenuto la possibilità di recarsi in Serbia per essere curato. Da Belgrado ha fatto sapere che, nonostante l’assoluzione, non cambia il suo giudizio nei confronti di una Corte che reputa “anti-serba e strumento del nuovo ordine mondiale”. Šešelj ha poi preannunciato anche una richiesta di 14 milioni di euro come risarcimento per gli anni che ha trascorso in carcere. Il presidente serbo Tomislav Nikolic si è detto “indifferente” verso la sentenza, mentre i politici e i mezzi d’informazione in Croazia e in Bosnia hanno reagito con sdegno. A partire dal premier croato Tihomir Oreskovic, che ha parlato di sentenza “vergognosa” anche in considerazione del fatto che Šešelj “non si è mai pentito di nulla”. Da Sarajevo il premier del governo centrale bosniaco Denis Zvizdic ha invece manifestato incredulità, affermando però di sperare ancora in una condanna in appello. Nei prossimi giorni la procura del Tribunale deciderà se presentare ricorso.
RM

CHI È VOJISLAV SESELJ
Nato a Sarajevo nel 1954, docente di diritto, Vojislav Šešelj diviene nel 1991 il leader del partito radicale serbo SRS. Anni prima era finito in carcere a causa delle sue idee granserbe, che l’avevano portato a teorizzare la riduzione della Croazia a quanto si può vedere dalla guglia della cattedrale di Zagabria e a vantarsi di essere il vojvoda, ovvero il duce della milizia cetnica. Dotato di un grande carisma e di un’oratoria eccezionale, incita i suoi connazionali alla rivolta armata e diviene uno degli ideologi della pulizia etnica. Il suo nome viene spesso accostato alle “Aquile bianche”, uno dei gruppi paramilitari che radono al suolo la città croata di Vukovar. Nel gennaio 2003 il Tribunale internazionale dell’Aja lo accusa d’aver organizzato le milizie ultranazionaliste che tra il 1991 e il 1993 operarono in Croazia, in Bosnia e in Vojvodina. Un mese dopo si consegna spontaneamente e viene estradato all’Aja, dove resta in carcere fino alla fine del 2014. Anche dopo la guerra, i suoi interventi al vetriolo hanno sempre soffiato sul fuoco dell’odio nazionale tra le varie comunità balcaniche.