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Srebrenica, il calcio cura le ferite

Avvenire, 12.5.2017

C’è qualcosa di unico e di inspiegabile nella storia del FK Guber, la squadra di calcio di Srebrenica. In un’area della Bosnia che circa vent’anni fa è stata teatro del più grande orrore compiuto in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale, in una città ancora paralizzata dai fantasmi del genocidio, per una volta è il pallone a favorire la convivenza, la tolleranza e l’amicizia tra i giovani di tutte le etnie. Come se una misteriosa alchimia avesse reso possibile sul campo da gioco quello che ancora oggi rimane un miraggio nella vita di tutti i giorni. Per cercare di spiegare le ragioni di questo vero e proprio miracolo sportivo è necessario risalire alle sue radici. Ci si imbatte nel piccolo stadio del Guber poco prima di arrivare a Srebrenica, qualche chilometro dopo l’imponente memoriale di Potocari, dedicato agli ottomila bosniaci musulmani massacrati dalle milizie serbe nel 1995. La squadra di calcio fu fondata nel 1924 da un serbo e da un musulmano che donarono i loro appezzamenti di terreno confinanti per consentire la realizzazione del campo e delle piccole tribune. Nella sua storia ormai quasi centenaria, il Guber ha sempre militato nelle serie minori dando spazio a giocatori e dirigenti di tutte le etnie.

Una formazione del FK Guber Srebrenica

Raramente si è affacciato nel calcio che conta, ma i più anziani ricordano ancora la straordinaria impresa compiuta nel 1989 nei sedicesimi di finale della coppa nazionale di Jugoslava, quando i biancazzurri di Srebrenica si concessero il lusso di battere ai rigori una squadra di prima divisione, il Buducnost di Titograd (l’attuale Podgorica). A indossare i panni dell’eroe, quel giorno, ci pensò il portiere Jusuf Malagic, parando il rigore decisivo calciato da un giovane campione, fresco vincitore dei mondiali juniores e pronto a diventare la stella del Partizan Belgrado e poi del Real Madrid: Predrag Mijatovic. Partite e allenamenti sono proseguiti anche durante la prima fase della guerra degli anni ’90, quasi a voler esorcizzare i massacri e le deportazioni attraverso il potere salvifico dello sport. Ma di lì a poco anche quella piccola e fragile utopia sarebbe stata travolta dalla barbarie, molti dei suoi giocatori furono uccisi e finirono nelle fosse comuni disseminate nella campagna, lungo il corso della Drina. La ricostruzione sarebbe arrivata una decina d’anni più tardi, nel 2004. Tra i rifugiati che fecero ritorno in città c’era anche Malagic, il portiere “eroe” del 1989. Fu lui il primo a credere che il Guber potesse rinascere dalle proprie ceneri e tornare a promuovere quei principi che erano stati spazzati via insieme a tante vite umane. A poco a poco, grazie al fondamentale aiuto finanziario di alcune Ong e federazioni calcistiche europee, è stata rimessa in piedi una scuola calcio per i più giovani. All’inizio erano in pochi a credere in un progetto che traeva la propria forza dall’integrazione e dal dialogo interculturale. Ma col tempo la passione è riuscita a prevalere sulla diffidenza e sul pregiudizio, mentre la prima squadra ha cominciato a scalare le classifiche dei campionati dilettantistici. “Alcuni dei nostri ragazzi hanno perso i familiari durante la guerra oppure hanno avuto padri, zii o fratelli maggiori che hanno combattuto gli uni contro gli altri”, spiega l’allenatore Emir Bektic. “Eppure oggi il passato non li divide più e grazie al calcio sono riusciti a diventare amici”. L’anno scorso la squadra è stata promossa nella seconda divisione della Repubblica Srpska, il corrispettivo della Lega Pro per il campionato di calcio italiano. Anche adesso che si trova appena due gradini sotto l’ambitissima Premier League bosniaca, continua ad annoverare nel suo organico giocatori serbi, croati e musulmani. “Riuscire a convivere è la nostra vera vittoria – conclude Bektic – credo che il Guber rappresenti un modello di speranza per il futuro di Srebrenica e di tutta la Bosnia”.
RM

Chiesto l’ergastolo per Ratko Mladic

ratko-mladic

“Qualsiasi pena inferiore al massimo previsto dalla legge sarebbe un insulto alle vittime, oltre che un affronto alla giustizia”. È quanto ha affermato ieri all’Aja il procuratore del Tribunale penale per l’ex Jugoslavia Alan Tieger, concludendo la sua requisitoria al processo per crimini contro l’umanità a carico di Ratko Mladic. Al termine di un’istruttoria durata oltre quattro anni l’accusa ha dunque chiesto l’ergastolo per il 74enne ex generale serbo-bosniaco, soprannominato il “boia dei Balcani” e chiamato a rispondere di ben undici capi d’imputazione, tra i quali figurano il genocidio di Srebrenica, le violenze contro la popolazione civile di Sarajevo e l’imprigionamento dei militari delle forze di pace delle Nazioni Unite. Arrestato in Serbia nel 2011 dopo una latitanza durata ben sedici anni, Mladic ha ribadito durante il processo la sua innocenza nonostante le prove schiaccianti prodotte contro di lui, a cominciare dalle intercettazioni radio dell’assedio di Sarajevo, nelle quali l’ex generale ordinava di aprire il fuoco sui quartieri “dove abita un minor numero di serbi” e di privare la popolazione di acqua, luce e aiuti umanitari per ridurla alla fame. Quello a suo carico è l’ultimo grande processo del tribunale per l’ex Jugoslavia: dopo l’arringa della difesa, la settimana prossima ci saranno le repliche finali, mentre la sentenza di primo grado è attesa per l’anno prossimo. Intanto, proprio tre giorni fa l’ex leader dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic ha presentato ricorso all’Aja contro la sentenza che nel marzo scorso l’aveva condannato a 40 anni di reclusione. Le obiezioni del cosiddetto “architetto della pulizia etnica” sono contenute in un lungo documento che cita una cinquantina di vizi sostanziali e procedurali, e afferma che “un processo errato ha portato a un esito ingiusto”.

Serbia, assolto Seselj, il “duce” dei cetnici

Avvenire, 1.4.2016

Seselj.gun.90sSe la sentenza della settimana scorsa contro Radovan Karadzic aveva deluso i familiari delle vittime di Sarajevo e di Srebrenica, il verdetto emesso ieri dal Tribunale penale per l’ex Jugoslavia contro l’ultranazionalista serbo Vojislav Šešelj ha sorpreso tutti, ed è destinato a far discutere a lungo. L’attuale leader del partito radicale serbo è stato infatti prosciolto da tutte le accuse a suo carico, tra le quali figurava la deportazione dei civili non serbi per motivi politici, religiosi e razziali, la violazione degli usi e costumi di guerra, l’omicidio, la tortura e la devastazione. “Da oggi Šešelj è un uomo libero”, ha affermato il presidente del Tribunale Jean Claude Antonetti, a conclusione del primo grado di un processo durato ben dodici anni. Nove erano i capi d’accusa contro di lui (tre crimini contro l’umanità e sei crimini di guerra), ma in ciascun caso Šešelj è stato dichiarato non colpevole per mancanza di prove o perché l’accusa non ha potuto dimostrare che il suo ruolo di leader o i suoi discorsi abbiano influenzato i miliziani nel commettere i crimini. Il Tribunale ha sostanzialmente scollegato il suo operato durante la guerra dagli eventi che furono commessi al di fuori dei confini nazionali, affermando che una volta inviate al fronte, le milizie paramilitari serbe non sarebbero state controllate direttamente da lui. Lo stesso progetto della “Grande Serbia”, che l’accusa aveva portato come prova dei crimini commessi tra il 1991 e il 1993, non è stato considerato passibile d’incriminazione. “Propagare ideologie nazionaliste non è reato”, ha dichiarato lo stesso Antonetti. I giudici hanno ritenuto che la procura non sia riuscita a contraddire l’affermazione della difesa, secondo la quale i civili che fuggirono dalle aree di combattimento per trovare rifugio e gli autobus che portarono via la popolazione croata lo fecero per motivi umanitari e non per obbligarli ad abbandonare le loro abitazioni. La richiesta dell’accusa a 28 anni di carcere è stata quindi rigettata dalla Corte quasi all’unanimità, con l’unica voce discordante della giudice italiana Flavia Lattanzi. Al momento della lettura della sentenza l’imputato Šešelj – che si è difeso sempre da solo, come Karadzic – non si trovava in aula. Alla fine del 2014, a causa di un tumore, aveva infatti ottenuto la possibilità di recarsi in Serbia per essere curato. Da Belgrado ha fatto sapere che, nonostante l’assoluzione, non cambia il suo giudizio nei confronti di una Corte che reputa “anti-serba e strumento del nuovo ordine mondiale”. Šešelj ha poi preannunciato anche una richiesta di 14 milioni di euro come risarcimento per gli anni che ha trascorso in carcere. Il presidente serbo Tomislav Nikolic si è detto “indifferente” verso la sentenza, mentre i politici e i mezzi d’informazione in Croazia e in Bosnia hanno reagito con sdegno. A partire dal premier croato Tihomir Oreskovic, che ha parlato di sentenza “vergognosa” anche in considerazione del fatto che Šešelj “non si è mai pentito di nulla”. Da Sarajevo il premier del governo centrale bosniaco Denis Zvizdic ha invece manifestato incredulità, affermando però di sperare ancora in una condanna in appello. Nei prossimi giorni la procura del Tribunale deciderà se presentare ricorso.
RM

CHI È VOJISLAV SESELJ
Nato a Sarajevo nel 1954, docente di diritto, Vojislav Šešelj diviene nel 1991 il leader del partito radicale serbo SRS. Anni prima era finito in carcere a causa delle sue idee granserbe, che l’avevano portato a teorizzare la riduzione della Croazia a quanto si può vedere dalla guglia della cattedrale di Zagabria e a vantarsi di essere il vojvoda, ovvero il duce della milizia cetnica. Dotato di un grande carisma e di un’oratoria eccezionale, incita i suoi connazionali alla rivolta armata e diviene uno degli ideologi della pulizia etnica. Il suo nome viene spesso accostato alle “Aquile bianche”, uno dei gruppi paramilitari che radono al suolo la città croata di Vukovar. Nel gennaio 2003 il Tribunale internazionale dell’Aja lo accusa d’aver organizzato le milizie ultranazionaliste che tra il 1991 e il 1993 operarono in Croazia, in Bosnia e in Vojvodina. Un mese dopo si consegna spontaneamente e viene estradato all’Aja, dove resta in carcere fino alla fine del 2014. Anche dopo la guerra, i suoi interventi al vetriolo hanno sempre soffiato sul fuoco dell’odio nazionale tra le varie comunità balcaniche.

“Nessuno scambio tra Srebrenica e Sarajevo”

Nel ventennale del genocidio di Srebrenica l’ex generale Jovan Divjak, eroe della resistenza di Sarajevo, ribadisce l’assenza di un accordo per far finire l’assedio.

Da “Avvenire” di oggi

“Srebrenica e tanti altri massacri avvenuti in Bosnia vent’anni fa rappresentano una ferita aperta che temo non si rimarginerà mai. Non avremo verità, giustizia e riconciliazione finché ci saranno tre versioni diverse della stessa storia, una croata, una serba e una bosniaca. Oggi ai giovani serbi non viene raccontato il genocidio ma solo i bombardamenti Nato su Belgrado”. Quella mattanza travestita da guerra, il generale Jovan Divjak l’ha vissuta in prima persona e continua a sentirla ogni giorno sulla propria pelle. Lui che, serbo, si trovò a difendere Sarajevo durante un assedio durato quasi quattro anni, che causò oltre diecimila morti. divjak-1_376234S1Nel 2006, per il lavoro svolto da allora con gli orfani di guerra, è stato nominato ambasciatore universale di pace. In città lo considerano tutti un eroe eppure molti, in Serbia, continuano a definirlo un disertore. “Ero comandante della difesa territoriale della Bosnia-Erzegovina – ci dice oggi, a margine delle celebrazioni del ventennale di Srebrenica – ho fatto solo il mio dovere, quello che mi era stato insegnato, cioè aiutare gli indifesi. Per questo, quando è iniziata la guerra, sono rimasto dalla parte dei più deboli, cioè dei civili”. Davanti ai suoi occhi, ancora oggi, ci sono quei giorni terribili d’inizio luglio del 1995: “Nessuno poteva prevedere una tragedia di quella entità. Srebrenica era isolata dal mondo, il nostro stato maggiore riusciva a comunicare con l’area solo un paio di volte al giorno, grazie ai radioamatori locali. Il 6 luglio i serbi cominciarono a bombardare la cittadina e le fragili linee difensive caddero una dopo l’altra. I 400 caschi blu olandesi che dovevano difenderla abbandonarono le loro postazioni, e migliaia di uomini di Srebrenica cercarono di fuggire attraverso i boschi per raggiungere la vicina città di Tuzla. Gran parte di loro furono uccisi dai serbi con bombe e armi leggere. Trentamila civili inermi si ammassarono nella vicina base Onu di Potocari, dove i serbi risparmiarono gran parte delle donne, dei vecchi e dei bambini. Ma uccisero tutti gli altri”. Da allora, c’è chi continua a sostenere che l’esercito bosniaco abbia abbandonato le enclave orientali – tra cui Srebrenica – per ottenere in cambio la fine dell’assedio di Sarajevo. Una tesi che Divjak respinge senza mezzi termini: “No, questo è inaccettabile, la colpa di quanto è accaduto è delle truppe di Mladic, il problema fu semmai che l’esercito e il governo della Bosnia non fecero niente per difendere Srebrenica. Ed era semplicemente folle pensare che un piccolo contingente di caschi blu potesse proteggere un’area che era stata completamente smilitarizzata. La difesa della cittadina disponeva solo di un paio di carri armati e di qualche mortaio ma era totalmente priva di artiglieria pesante”.
Da quei giorni, Divjak ha smesso d’indossare la divisa. Dalla fine della guerra dirige l’associazione locale Obrazovanje Gradi BiH (L’educazione costruisce la Bosnia), che difende il diritto all’istruzione dei più giovani fornendo borse di studio a bambini e ragazzi che non hanno risorse sufficienti per continuare gli studi. “Sono stato bambino anch’io dopo la Seconda guerra mondiale – ci spiega – e sapevo bene che si sarebbero ripresentati di nuovo gli stessi problemi con i profughi, gli invalidi, gli orfani. E che i primi da aiutare sarebbero stati i bambini”.
La sua disillusione sull’efficacia dell’operato delle Nazioni Unite risale a due decenni fa e poggia su basi molto solide, non può quindi stupirlo la notizia della risoluzione su Srebrenica bocciata tre giorni fa dal Consiglio di sicurezza a causa del veto russo. “Niente di nuovo – conclude con un sospiro – ma quello che servirebbe, più degli atti dei governi, sarebbe un impegno duraturo per sconfiggere tutti i nazionalismi”.
RM

Srebrenica, il parco della memoria

Da “Avvenire” di oggi

Oltre 8mila alberi e piante per tenere viva la memoria del peggior crimine compiuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, per simboleggiare la risurrezione di altrettante vittime innocenti. Mentre si avvicina il ventesimo anniversario del genocidio di Srebrenica, sono stati piantati i primi alberi del “Bosco della memoria 8372”, un progetto ideato dall’associazione bosniaca Muftijstvo Gorazde con il sostegno del governo, del cantone e del comune. srebrenica1Per dar vita al primo complesso memoriale del genere in Bosnia è stata scelta una collina che domina la cittadina di Gorazde, un’area di oltre quattro ettari di terreno al centro della quale sarà issato un grande fiore, simbolo di Srebrenica, verde al centro e circondato da undici petali bianchi. Ricorderà per sempre quello che accadde poco lontano da qui l’11 luglio del 1995, quando le truppe serbo-bosniache del generale Ratko Mladic trucidarono almeno 8372 persone, in gran parte vecchi, bambini e ragazzi, macchiandosi del più grave atto di pulizia etnica delle guerre balcaniche degli anni ’90. Il parco ospiterà alberi di castagno, frassino e abete rosso – uno per ciascuna delle vittime del genocidio – oltre a diverse specie di piante, che si alterneranno a sentieri, terrazze con viste panoramiche e panchine per i visitatori. 
Sette arbusti saranno invece piantati per ricordare il mese del genocidio. Pochi giorni fa, nel corso della piantumazione delle prime piante, è stato spiegato che il progetto non è dedicato soltanto a Srebrenica, ma a tutte le vittime delle guerre, presenti e passate. “Dopo la Seconda guerra mondiale – ha detto il muftì di Gorazde, Remzija Pitic – abbiamo detto ‘mai più’, ma purtroppo il mondo non ha imparato alcuna lezione da quello che è accaduto a Srebrenica, come possiamo vedere oggi in Siria, in Iraq, in Ucraina e in molti altre parti del mondo. Vogliamo che questo parco della memoria ricordi per sempre i drammi del passato e contribuisca a evitare che drammi simili si ripetano in futuro”.
Il lancio del progetto “8372 Srebrenica Memorial Forest” inaugura di fatto le commemorazioni che si terranno come sempre l’11 luglio ma che quest’anno assumono un carattere particolare per via di un ventennale che purtroppo non si annuncia privo di polemiche, sia per l’annunciata defezione del presidente serbo Tomislav Nikolic, che ha già declinato l’invito all’annuale cerimonia che si tiene nella piana di Potocari, il luogo dove si consumò il dramma, sia per la sentenza d’appello che qualche settimana fa ha confermato l’assoluzione di Thomas Karremans, il comandante olandese delle truppe Onu accusato di non aver protetto le migliaia di sfollati che finirono nelle mani degli uomini di Mladic.
Non è un caso che un’iniziativa come quella del “Bosco della memoria 8372” nasca proprio a Gorazde, piccola cittadina bosniaca di poco più di 22mila abitanti a meno di cento chilometri da Sarajevo, sulla riva sinistra della Drina. Nella primavera del 1994 si consumò qua un tragico assedio da parte delle truppe serbo-bosniache, che si fecero beffe delle risoluzioni Onu uccidendo centinaia di persone in poco più di un mese. Le postazioni di artiglieria dell’esercito serbo-bosniaco guidate dal generale Mladic, appostate sulle colline circostanti, bombardarono la città a un ritmo di tre granate al minuto, mentre i carri armati colpivano dalla riva destra della Drina. La presunta “zona di sicurezza” di Gorazde che le Nazioni Unite avrebbero dovuto proteggere era in realtà destinata a rivelarsi un fallimento: l’enclave musulmana fu facilmente attaccata dai serbi, proprio come sarebbe accaduto l’anno dopo a Srebrenica, seppur con esiti assai più drammatici. Oggi, con un effimero senno di poi, si può affermare che la diplomazia internazionale avrebbe potuto – e dovuto – far tesoro di quanto accaduto a Gorazde per evitare il genocidio di Srebrenica.
RM

Bosnia: religione, nazionalismo e pedofilia

di Rodolfo Toè, Osservatorio Balcani e Caucaso

Le rivelazioni sugli abusi sessuali del vescovo di Tuzla, padrino spirituale di Karadžić e Mladić, trascinano la Chiesa ortodossa serba in uno dei più gravi scandali degli ultimi anni. Le dichiarazioni delle vittime, la ricostruzione del giornalista bosniaco entrato in possesso dei verbali degli interrogatori dei testimoni

La piazza centrale di Tuzla
La piazza centrale di Tuzla

In una sua lettera, nell’ottobre del 2012, il Patriarca della Chiesa ortodossa serba aveva deciso di rivolgersi direttamente al premier Ivica Dačić. Nella missiva, Irinej esprimeva la propria inquietudine per “l’immagine morale” di Belgrado e della Serbia, “dei nostri secoli di cultura cristiana e della dignità della nostra famiglia come cellula fondamentale della razza umana”. “Scrivo a tutti voi in nome della Chiesa ortodossa serba – aggiungeva – e dei suoi fedeli: le autorità devono provvedere immediatamente a far cessare lo scandalo”.
Irinej non si riferiva, però, ai casi di pedofilia che – resi noti a partire dall’estate del 2012 – cominciavano a impensierire l’opinione pubblica. Al contrario, le sue invettive si volgevano scandalizzate contro il gay pride di Belgrado. Difficile ipotizzare che Irinej ignorasse quelle notizie che – nonostante tutti i tentativi di insabbiamento avvenuti – avrebbero avuto nei mesi successivi una portata tale da scuotere l’intera struttura ecclesiastica in Serbia e Bosnia Erzegovina. Monaci, seminaristi e religiosi, di fronte a un’apposita commissione guidata dal vescovo di Nikšić, Joanikije, cominciavano a rivelare gli abusi sessuali perpetrati dal vescovo di Tuzla e Zvornik, Ljubomir Kačavenda. Abusi che sarebbero durati per decenni.
“Kačavenda mi chiedeva di fornirgli bambini di dieci anni”
Il primo a parlare di quanto accaduto è stato Bojan Jovanović, un ex pope che aveva prestato servizio proprio nell’episcopato di Kačavenda, prima di allontanarsi, una volta per tutte, dal mondo ecclesiastico.
Il vescovo di Tuzla non è un personaggio secondario nel panorama delle autorità ecclesiastiche ortodosse. In passato era stato colpito da pesanti accuse, mossegli anche per il comportamento tenuto durante la guerra. Ljubomir Kačavenda, nato nel 1938 a Sarajevo, è stato una sorta di padrino spirituale di Ratko Mladić e Radovan Karadžić. Lo si può vedere in numerosi video , alla caduta di Srebrenica, mentre auspica la pulizia etnica del territorio conquistato dalle milizie serbe. La sua figura non è uscita esattamente immacolata dagli anni del conflitto: nel 2009, l’associazione Žena-Žrtva Rata (Donna-vittima di guerra) aveva raccolto la testimonianza di una ragazza musulmana di Doboj, appena sedicenne, che accusava Kačavenda di averla stuprata dopo averle imposto il battesimo. Continua la lettura di Bosnia: religione, nazionalismo e pedofilia

Srebrenica, il negazionismo e l’ignavia

“Srebrenica? In Serbia non ho sentito nessuno definirlo genocidio, e non l’ho fatto neanch’io”. Alla vigilia del suo viaggio istituzionale in Italia, il neopremier serbo Tomislav Nikolic non rinnega il suo nazionalismo e non si vergogna affatto di esporre all’anestetizzata giornalista del Corriere della Sera le sue tesi negazioniste sul peggiore crimine contro l’umanità compiuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Personalmente non smetto mai di stupirmi di fronte all’ignavia di quello che viene considerato il più autorevole quotidiano italiano, incapace di ricordare, come sarebbe doveroso in un’occasione come questa, che quanto accaduto a Srebrenica nel luglio 1995 è stato riconosciuto come genocidio dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e dalla Corte internazionale di giustizia.

Riportiamo sotto la replica inviata dalla giornalista bosniaca Azra Nuhefendic al Corriere, che per il momento non è stata pubblicata…

Gentile Direttore,

Riguardo all’intervista con il presidente serbo Tomislav Nikolic, pubblicata dal Corriere della Sera, volevo informarvi che, secondo il Tribunale Internazionale dell’Aja per l’ex Jugoslavia, a Srebrenica è stato compiuto un genocidio vero e proprio e non, come afferma Nikolic, un “crimine … compiuto da alcune singole persone appartenenti al popolo serbo”.
Il Parlamento Europeo ha proclamato l’11 luglio Giornata della memoria con una risoluzione in cui afferma che il genocidio di Srebrenica è stato il maggior crimine di guerra perpetrato in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale
Il signor Nikolic può dire quello che vuole, ma per un’informazione completa e accurata la giornalista (e il vostro quotidiano) doveva informare i lettori e porre l’accento che si trattava dell’opinione di Nikolic e che questa sua opinione contraddice quanto appurato dal Tribunale dell’Aja. Per questo credo che il titolo o sottotitolo accurato dell’intervista sarebbe: “Nikolic nega il genocidio”.
C’è una differenza sostanziale tra i termini “genocidio” e “crimine”, e Tomislav Nikolic né è ben consapevole. Basta leggere i titoli dei giornali, le agenzie e i portali web, che ripetono le sue parole: “A Srebrenica non c’è stato genocidio”.
Secondo la definizione adottata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, costituiscono genocidio “gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, razziale o religioso. Ed è proprio quello che i serbi hanno fatto a Srebrenica, secondo il Tribunale dell’Aja.
Contrariamente a quanto sostenuto nell’intervista da T. Nikolic, vari politici serbi sono stati processati/condannati per il genocidio di Srebrenica, tra gli altri l’ex presidente serbo Slobodan Milosevic che, secondo l’imputazione dell’Aja, “ha partecipato a un’organizzazione criminale il cui scopo era il trasferimento forzato e permanente fuori dalla Bosnia Erzegovina dei non serbi”.
Il genocidio non è una cosa spontanea, ma ben organizzata. Ad esempio, per trasportare i bosniaci nei posti dell’esecuzione sono stati utilizzati gli autobus pervenuti dalla Serbia, e i musulmani bosniaci sono stati fucilati con le pallottole prodotte nella “Zastava” di Kragujevac, tutto affermato preso Tribunale di Aja.
Attualmente all’Aja è sotto processo il generale Ratko Mladic, e l’ex presidente dei serbi bosniaci Radovan Karadjic, entrambi accusati per il genocidio di Srebrenica.
Quando T. Nikolic dice che a Srebrenica è stato commesso un crimine non fa altro che negare il genocidio, e la negazione è l’ultima fase del genocidio.
Azra Nuhefendic

Quando il negazionismo rasenta la follia

La guerra in Bosnia Erzegovina è iniziata per un “piano di destabilizzazione” ordito dall’Arabia Saudita e da Al Qaeda, in combutta con la Nato, gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Durante la guerra i cittadini di Sarajevo non sono stati bombardati dall’esercito di Mladić, ma si sono bombardati da soli. Srebrenica, infine, non è mai esistita (gli omicidi di massa perpetrati nel luglio del ’95 dall’esercito e dalla polizia serbo-bosniaca sono un’invenzione).
A sostenerlo non è Radovan Karadžić dalla sua cella dell’Aja, ma l’ultimo numero di Latinoamerica, la rivista diretta da Gianni Minà che, oltre alla stravagante ricostruzione del conflitto in Bosnia Erzegovina, presenta un’analisi dell’attuale situazione del Kosovo.
La prospettiva è la stessa. Le maggiori potenze mondiali si sono coalizzate contro i serbi, un popolo che però “ha una grande storia di lotte, conquiste, e anche nelle sconfitte ha sempre continuato a resistere […] e nella sua dignitosa e millenaria storia è sempre riuscito a trovare e produrre forze e grandi uomini che l’hanno guidato e rappresentato degnamente, uomini che hanno dato la vita per il proprio popolo, senza indietreggiare o mettersi in vendita”.
2012, sono passati venti anni. Eppure la lettura razzista delle guerre balcaniche (da una parte i popoli eletti, dall’altra la feccia) continua a riscuotere successo. È quanto sostenevano i teorici della purezza e della pulizia etnica all’inizio della guerra, ognuno ascrivendo al proprio popolo una storia più o meno grande. Qualcuno di loro è finito in carcere, ma quella visione non è mai stata sconfitta. Il problema è che questi articoli non sono solo una deformazione della realtà. Sono un insulto per migliaia di vittime, e per i loro famigliari. È triste che questo insulto venga dall’Italia. Peccato per Latinoamerica, altrimenti un’ottima rivista. Sull’America Latina.
(da Osservatorio Balcani e Caucaso. Vedasi anche, sullo stesso argomento, l’intervento di Azra Nuhefendic)

Le ferite aperte di Sarajevo

Intervista ad Azra Nuhefendić uscita oggi su Avvenire (versione integrale)

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Sono passati vent’anni ma le ferite di Sarajevo sanguinano ancora. Chi è sopravvissuto al più lungo assedio della storia moderna, iniziato il 5 aprile del 1992 e durato quasi quattro anni, ancora non riesce a spiegarsi come sia stato possibile che l’incolpevole popolazione di una moderna città europea sia stata lasciata sola per 44 mesi a fronteggiare le granate, i cecchini, il freddo, la fame. Oltre 11000 persone – tra cui almeno 1500 bambini – hanno perso la vita in quell’interminabile accerchiamento che ha trasformato Sarajevo nel simbolo della disfatta della civiltà. “Ancora mi chiedo come abbiamo fatto a sopravvivere”, spiega Azra Nuhefendić, una delle più autorevoli giornaliste bosniache, che all’inizio della guerra lavorava per il quotidiano Oslobodjenje e la tv di Stato e che dal 1995 vive a Trieste. “Il dopoguerra bosniaco non è ancora finito perché non abbiamo avuto veri programmi di ricostruzione, e soprattutto perché è mancata la voglia di punire i colpevoli”. Quella che ci racconta oggi è una Sarajevo diversa, con una geografia urbana asservita agli interessi economici degli investitori stranieri ma che è riuscita, nonostante tutto, a mantenere in vita la sua anima tollerante. Nuhefendić è anche autrice del recente libro “Le stelle che stanno giù” (ed. Spartaco), diciotto istantanee sulla memoria della guerra in Bosnia raccontate con coraggio, incredulità e dolcezza.
Cosa prova guardandosi alle spalle e pensando che sono passati ormai due decenni dall’inizio dell’assedio?
Incredulità, ancora. Non riesco a capire come siamo riusciti a sopravvivere. Una media di 350 granate al giorno, i cecchini, la fame, il freddo. Da una parte c’era l’ex armata jugoslava, all’epoca la quarta potenza militare in Europa, e dall’altra i bosniaci disarmati, con le mani legate anche dalle Nazioni Unite, che avevano imposto un embargo all’importazione di armi che di fatto colpiva solo le vittime. E poi l’indifferenza, anzi la falsa obiettività della comunità internazionale. Chi rimane imparziale di fronte a un’aggressione, diceva l’arcivescovo Desmond Tutu, sta dalla parte dell’aggressore.
Che rapporto hanno i sarajevesi con la memoria di quegli anni?
La gente non vuole parlarne. Quattro anni di guerra sono stati fin troppi e le persone sentono di aver perso ogni ora, ogni secondo di quegli interminabili 1427 giorni d’assedio. Quello che è successo a Sarajevo e nel resto della Bosnia unisce la tragedia collettiva con migliaia di tragedie intime, individuali, e la popolazione ha imparato che il mondo non crede alle lacrime, né all’innocenza. Chi per quattro anni ha ripetuto che “tutti sono colpevoli” deve spiegarci com’è stato possibile che i cittadini di una moderna città europea siano stati lasciati soli a fronteggiare il più lungo assedio della storia contemporanea. Continua la lettura di Le ferite aperte di Sarajevo

Bosnia, l’oblio dopo gli stupri

di Riccardo Noury, Amnesty International sezione italiana

L. (non è il suo vero nome) viveva a Zvornik, nella Bosnia ed Erzegovina nordorientale. Quando nel 1992 scoppiò la guerra dei Balcani, aveva un figlio di un anno ed era incinta del secondo. Suo marito era in Croazia, aveva trovato lavoro lì. Quando Zvornik venne invasa dai paramilitari serbi, L. riuscì a fuggire e si nascose nei boschi per mesi, insieme ad altri abitanti. Nel gennaio 1993, i profughi di Zvornik uscirono dai loro rifugi per andare verso Tuzla in cerca di cibo e riparo: l’inverno era impossibile.  Durante il tragitto, L. e suo figlio rimasero separati dagli altri. Perse i sensi per lo sfinimento. Si risvegliò in un ospedale di Zvornik, circondata da soldati serbi. Le dissero che suo figlio era morto. Incinta all’ottavo mese, la torturarono fino a farle perdere il secondo figlio che aveva in grembo. I serbi prelevarono L. dall’ospedale e la fecero passare per tre diversi centri di prigionia dalle parti di Zvornik e di Bijeljina, dove venne stuprata più volte.  La foto mostra un monumento fatto in uno dei villaggi della zona di Zvornik, per ricordare le oltre 120 donne che, con L., vennero stuprate; 27 di loro furono assassinate. Alla fine L.  fu liberata, in uno scambio di prigionieri. Riuscì ad arrivare a Tuzla, dove rincontrò suo marito.
Finita la guerra, la coppia ha avuto due figli. L. sta male, la sua salute fisica e quella mentale sono compromesse e, ciò nonostante, è lei a occuparsi dei figli, del marito e dei suoceri. A quasi 17 anni dagli accordi di Dayton, che hanno posto fine al conflitto balcanico, L. e altre centinaia di donne della Bosnia ed Erzegovina continuano a convivere con le conseguenze dello stupro e della tortura, senza avere un’assistenza medica e psicologica adeguata, per non parlare di un sussidio economico. Continua la lettura di Bosnia, l’oblio dopo gli stupri