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Il più grande romanzo mai scritto in irlandese

Avvenire, 14.10.2017

Può apparire paradossale, ma fino a un paio d’anni fa, uno dei più grandi romanzi irlandesi del XX secolo era rimasto inaccessibile al grande pubblico persino in Irlanda. Per un motivo semplice: era stato scritto in gaelico e non era mai stato tradotto in inglese. Nel 1948 Cré Na Cille, capolavoro indiscusso di Máirtin O Cadhain, figura leggendaria tra gli scrittori di lingua irlandese del Novecento, era uscito a puntate sul quotidiano Irish Press e l’anno dopo era stato pubblicato da un piccolo editore di Dublino, divenendo subito un caso letterario nelle aree occidentali dell’isola dove storicamente si concentra il maggior numero di persone che conoscono l’antico idioma dell’Irlanda. Ma divenne presto anche un libro di culto per generazioni di studiosi, che non esitarono a definirlo un capolavoro assoluto paragonabile a classici come Joyce e Beckett, un’opera modernista la cui forma sperimentale è stata incensata per decenni dal mondo accademico e dai più influenti scrittori irlandesi contemporanei, a cominciare da Colm Toibin. Eppure ci sono voluti ben sessantasei anni perché la prima traduzione inglese vedesse finalmente la luce. Un ritardo apparentemente incomprensibile, che qualcuno ha provato a giustificare sostenendo che fosse stato lo stesso O Cadhain – morto nel 1970 – a vietarne la trasposizione. Tuttavia il contratto originario di cessione dei diritti non prevedeva alcuna clausola del genere e indicava invece un compenso per lo scrittore nel caso in cui l’opera fosse stata pubblicata in altre lingue. Ma il timore reverenziale suscitato da quel libro ricco di neologismi coniati dall’autore era cresciuto col trascorrere del tempo, facendo sfumare qualsiasi ipotesi di traduzione. Nessuno sembrava essere all’altezza, o voleva cimentarsi con un’impresa ad alto rischio di insuccesso, che secondo il grande poeta Thomas Kinsella avrebbe richiesto anni di lavoro. Finché qualcosa non si è sbloccato e nel 2015, a distanza di pochi mesi, sono comparse due  traduzioni con titoli diversi. Una firmata dal grande scrittore e drammaturgo Alan Titley, intitolata The Dirty Dust, l’altra tradotta da Tim Robinson e Liam Mac Con Comaire, col titolo Graveyard Clay. A curare la pubblicazione di entrambe non è stato un editore irlandese o britannico, bensì una casa editrice accademica statunitense, la Yale University Press, a riprova del fatto che spesso la letteratura irlandese supera gli angusti confini dell’isola e prende forma oltreoceano, complice anche la presenza della numerosa e influente comunità Irish-American. Due traduzioni molto diverse tra loro, secondo la critica irlandese: quella di Titley che ha colto l’umorismo, l’energia e la carica  rabelaisiana di O Cadhain, mentre quella di Robinson e Mac Con Comaire è apparsa più fedele all’originale. In ogni caso, pur con colpevole ritardo, l’opera di ha trovato una seconda vita che l’ha resa accessibile a un vasto pubblico, promuovendone un’ulteriore diffusione, come dimostra l’opportuna edizione italiana fatta uscire proprio in questi giorni dall’editore Lindau (Parole nella polvere, traduzione di Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano), e basata proprio sulla seconda trasposizione inglese. Dunque – nonostante il doppio passaggio traduttivo – anche i lettori italiani avranno finalmente la possibilità di conoscere questo romanzo-pietra miliare, la cui trama si svolge interamente sotto terra, in un cimitero di campagna del Connemara, sulla costa ovest dell’Irlanda, al tempo della Seconda guerra mondiale. I personaggi del libro sono tutti morti e sepolti, imprigionati nelle loro bare, non sono spiriti ma essere umani privati di qualsiasi libertà corporea o incorporea, con la sola eccezione della voce. Sono un gruppo di cadaveri chiacchieroni, pettegoli, maligni e vendicativi, che danno vita a una singolare sinfonia di voci e mantengono, anche da morti, i difetti che avevano da vivi schiudendo un mondo rurale fatto di storielle di paese, imicizie e piccole faide familiari. I loro monologhi si trasformano in dialoghi – non a caso il libro divenne una trasmissione radiofonica di successo – e sono animati dai più comuni vizi degli esseri umani come la gelosia e il rancore, indugiano nelle lamentele e nei ricordi personali, oppure tendono alla presa di giro, o agli insulti veri e propri. Alcuni si lanciano in discussioni di politica, o in proclami. Su tutte le voci si erge quella di Caitriona Phaídín, una donna dal carattere infernale che se la prende continuamente con un’assente, sua sorella Nell, che ancora non l’ha raggiunta nell’aldilà ed è colpevole di aver sposato un uomo amato da entrambe. L’inizio del libro la vede scagliarsi eloquentemente contro la taccagneria dei vivi, nel timore di non essere stata sepolta nella parte più importante del cimitero, “Chissà se mi hanno sotterrata nel lotto da un sterlina o in quello da quindici scellini. O il diavolo li avrà convinti a buttarmi nel lotto da mezza ghinea, dopo tutte le mie raccomandazioni”. Caitriona è forse il personaggio centrale di un caleidoscopio di figure del tutto prive di slanci filosofici o spirituali, anche se è in realtà il parlato il protagonista principale di questa favola dall’umorismo nero che ricorda le opere di un altro gigante del modernimo irlandese, Flann O’Brien. Continua la lettura di Il più grande romanzo mai scritto in irlandese

Un “Ulisse” tutto da ridere

Quest’anno il “Bloomsday” di Joyce si terrà sabato 16 giugno alle 11 alla biblioteca di Sesto Fiorentino (FI)
Ogni anno gli appassionati dello scrittore irlandese si danno appuntamento proprio il 16 giugno per celebrare il “Bloomsday”, una delle date più famose della letteratura mondiale. Per gli appassionati italiani quest’anno c’è un motivo in più per festeggiare, ed è la nuova traduzione del romanzo, che sabato 16 giugno alle 11 sarà presentata alla biblioteca Ernesto Ragionieri di Sesto Fiorentino (FI) (piazza della biblioteca 4), alla presenza del traduttore e curatore Enrico Terrinoni e del filosofo Giulio Giorello.

Erano ancora gli anni ‘50 quando il grande anglista Giulio De Angelis fu definito “un pazzo” e “un imprudente” per aver intrapreso un’opera quasi proibitiva come la traduzione in italiano di Ulysses, il capolavoro di James Joyce. Nel 1960, dopo anni di lavoro, e senza disporre di approfondite conoscenze della letteratura e della storia irlandese, De Angelis fece uscire nella collana “Medusa” di Mondadori diretta da Elio Vittorini un’edizione destinata a rimanere per oltre mezzo secolo l’unica trasposizione in italiano. Le revisioni e gli aggiornamenti che negli anni successivi hanno arricchito quel lavoro pionieristico non sono bastate a evitare che uno dei testi fondamentali del letteratura contemporanea giungesse fino ai giorni nostri legato a canoni linguistici e interpretativi di un’altra epoca. Col passare del tempo, l’opera è divenuta un testo sempre meno leggibile da un pubblico italiano di non specialisti. Ecco perché era auspicabile che la scadenza dei diritti d’autore sulle opere di Joyce – caduta nel gennaio scorso – coincidesse con un’occasione di rilettura critica del grande romanzo dello scrittore dublinese. A cogliere al volo tale opportunità, bruciando sul tempo anche la concorrenza di editori più specializzati, è stata Newton Compton, che ha dato alle stampe una nuova edizione italiana tradotta e curata da Enrico Terrinoni, corredandola con un apparato critico paragonabile a quello delle grandi edizioni annotate in lingua inglese. Docente di letteratura inglese all’Università di Perugia, già autore di numerosi scritti su Joyce, Terrinoni ha impiegato quattro anni di lavoro per ultimare l’opera, e adesso basta sfogliare le due edizioni per notare subito grandi differenze stilistiche e lessicali. “La mia versione mira a rispettare la colloquialità del testo – ci spiega – Ulysses è un libro tutt’altro che inaccessibile, è al contrario un libro comico, con un linguaggio raramente aulico, è un’opera intesa da Joyce per il lettore comune”. Già, il lettore comune. Proprio quello che di fronte alla consistenza del volume e alla scarsa punteggiatura tipica del flusso di coscienza joyciano era solito scappare a gambe levate, abbandonando il volume alle prime pagine o, peggio, a condannarlo per sempre alla polvere delle librerie. A detta di molti critici De Angelis non era riuscito a cogliere fino in fondo lo humour di Joyce mentre questa nuova traduzione, oltre che essere resa in un italiano inevitabilmente più moderno, cerca di riprodurre per quanto possibile tutta la comicità del libro, dando anche la giusta importanza alla componente linguistica e culturale irlandese. Terrinoni ci è riuscito seguendo le orme di illustri studiosi irlandesi come Declan Kiberd, Seamus Deane, John McCourt e altri, che lavorano da anni per affermare il carattere popolare di Joyce, partendo dalla riscoperta linguistica e dalle potenzialità semantiche del suo capolavoro. Ma sostiene che non avrebbe mai potuto tradurre Ulysses senza un apparato di solide conoscenze critiche maturato in lunghi anni di lavoro a Dublino, e gli studi condotti in Italia nell’ambito della scuola joyciana di Giorgio Melchiori, ora proseguita da Franca Ruggieri. “Melchiori fu uno dei consulenti di De Angelis, entrambi grandi traduttori. Il mio lavoro, grazie anche alla consulenza di Carlo Bigazzi, tenta di emanciparsi da quell’impresa pionieristica, ma non posso non provare un debito di riconoscenza nei loro confronti”. Terrinoni aveva già curato la trasposizione di opere di autori in lingua inglese come l’irlandese Brendan Behan e gli scozzesi Muriel Spark e John Burnside, “ma con Joyce – sostiene – siamo su un altro pianeta. Ulisse è un testo “plurale” che richiede una miriade di strategie traduttive. Ogni episodio possiede la propria tecnica, e gli stili con cui Joyce si cimenta sono innumerevoli. La mia traduzione ha seguito il principio dell’inclusività: quando un’espressione si scompone in ramificazioni multiple, ci vuole una resa molteplice, polisemica, per creare un’ambiguità parallela a quella originale. È il lettore ad avere sempre l’ultima parola”.
RM

Ulysses, una nuova traduzione italiana per il capolavoro di Joyce

Intervista uscita oggi su Avvenire

Un curioso gioco del destino accomuna Giulio De Angelis, il traduttore e saggista diventato famoso per la prima e finora unica versione italiana di Ulysses, ed Enrico Terrinoni, curatore della nuova trasposizione: entrambi hanno ultimato la traduzione del capolavoro di James Joyce a 35 anni. L’impresa di De Angelis, spentosi nel 2000, fu data alle stampe da Mondadori nel 1960 e dopo mezzo secolo presenta inevitabilmente qualche segno del tempo. Inoltre, a detta di molti critici, non è riuscita a cogliere fino in fondo lo humour di Joyce. Quella di Terrinoni, che uscirà il 5 gennaio per Newton Compton, è resa in un italiano più moderno, che vuole dare la giusta importanza alla componente linguistica e culturale irlandese. Docente di letteratura inglese all’Università di Perugia, già autore di numerosi scritti su Joyce, Terrinoni ha impiegato quattro anni di lavoro a tempo pieno per ultimare l’opera.
Professor Terrinoni, cosa si prova ad affrontare la traduzione di un testo così monumentale e complesso?
In passato ho tradotto autori difficili come Spark, Burnside, Behan e altri, ma con Joyce siamo su un altro pianeta. Tradurre Ulisse prevede una conoscenza puntuale di nove decenni di critica, senza i quali sarebbe “intraducibile”. Mi hanno aiutato i tanti anni a Dublino e le ricerche per la tesi di dottorato su Ulysses, lavorando con Declan Kiberd, curatore del testo per la Penguin e allievo del biografo di Joyce, Richard Ellmann; ma sono stati fondamentali anche gli studi condotti in Italia nell’ambito della scuola joyciana di Giorgio Melchiori, ora proseguita da Franca Ruggieri. Melchiori fu uno dei consulenti di De Angelis, entrambi grandi traduttori. Il mio lavoro tenta di emanciparsi da quell’impresa pionieristica, ma non posso non riconoscere un debito nei confronti di quegli studiosi. Continua la lettura di Ulysses, una nuova traduzione italiana per il capolavoro di Joyce

Il metalmeccanico che tradusse Joyce

(Ritratto uscito anche su “Diario” in edicola oggi)

Luigi Schenoni se n’è andato a 73 anni, qualche giorno fa, lasciando incompiuta l’edizione italiana del Finnegans Wake, l’opera più complessa del grande scrittore irlandese. Per tradurre quel libro in un’altra lingua – diceva il genio di Dublino – non sarebbero bastati trecento anni.

Schenoni era solo un giovane studente di lingue alla Bocconi quando, alla fine degli anni ‘50, si accostò per la prima volta alle opere non ancora tradotte del sublime Joyce. Nel 1960 Mondadori manda in stampa la prima edizione italiana di Ulysses (tradotta da Giorgio Melchiori) ma Finnegans Wake continuava a essere considerata da tutti un’opera assolutamente incomprensibile e intraducibile. La laurea gli apre le porte della Riva Calzoni, un’azienda bolognese di impianti industriali, dove lavorerà per circa vent’anni come traduttore tecnico-commerciale. Ma la passione per la letteratura lo spingerà ben presto a confrontarsi con il più impenetrabile puzzle linguistico creato da Joyce, il libro che nessuno è ancora riuscito a rendere in un’altra lingua. Una sfida che inizia nel 1974, dopo la perdita della prima moglie, morta durante la gravidanza, e la separazione dalla seconda, dopo sette anni di matrimonio. Raccoglie guide, mappe e vocabolari di diversi idiomi per cimentarsi in un lavoro più da alchimista che da semplice traduttore; inizia a frequentare i simposi joyciani, dove si confronta con studiosi americani ed europei; pubblica i primi tentativi di trasposizione sulla statunitense “James Joyce Quarterly” e su riviste letterarie italiane come “Paragone” e “Carte segrete”. Infine Mondadori gli propone di pubblicare i primi quattro capitoli dell’opera. Sono appena un centinaio di pagine (sulle 630 totali), ma per penetrare il substrato profondissimo dell’opera, trasporre il maggior numero di riferimenti del testo originale, restando fedele al ritmo, alle assonanze e ai giochi di parole ci vogliono nove anni di lavoro, in media circa cinque-sei ore al giorno. Senza voler apparire immodesto spiegava che la sua non era solo una traduzione ma una “ri-creazione”, ricordando che Stephen Joyce, nipote ed erede dello scrittore, aveva espressamente proibito di definire ‘traduzione’ qualsiasi rifacimento di Finnegans Wake in altra lingua. Nel giugno 1982 si apre a Dublino l’ottavo simposio internazionale su Joyce, nel centenario della nascita, e Schenoni è il personaggio del giorno, l’uomo qualunque guardato con ammirazione anche dagli studiosi più illustri, perché proprio in quei giorni esce il primo volume della sua traduzione. L’anno prima aveva lasciato la fabbrica per iniziare l’attività di traduttore editoriale. Da quel momento lavora per alcuni dei più importanti editori italiani, traducendo, tra gli altri, libri di John Updike, Charles Bukowski, Robert Coover, John Ford, Ann Tyler, Thomas Eliot e John Le Carré. Ma la “suprema sintesi verbale” creata da Joyce resta la sua magnifica ossessione: nel 2001 appare il secondo volume, il terzo solo tre anni più tardi. Sognava di completare la “ri-creazione” nel 2014, per il 75° anniversario dell’opera.

RM