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Marcinelle: sacrificati al progresso

Avvenire, 6.8.2016

Marcinelle“C’è ormai da temere che la catastrofe sia totale. Essa si amplia come un incubo in un tetro quadro di torri metalliche, squallidi capannoni, caligine, neri fantasmi. E se per le troppe vittime la fine è stata ugualmente atroce, se il pianto della madre belga è uguale al pianto di una delle nostre, è pur anche comprensibile che noi si pensi soprattutto ai 139 partiti dall’Italia per farsi una minuscola faticatissima fortuna e imprigionati per l’eternità dalla terra straniera che doveva dar loro, a costo di incredibili calvari, un modestissimo avvenire”. Così scrisse Dino Buzzati in un editoriale che uscì sul Corriere della Sera il 9 agosto 1956, all’indomani del disastro della miniera di Marcinelle, in Belgio. Sessant’anni fa, un’Europa da poco uscita dalle macerie del Dopoguerra fu sconvolta da un’immane tragedia mineraria che inghiottì a quasi mille metri di profondità le vite di 262 minatori di dodici nazionalità, uccisi dalla mancanza di misure di sicurezza e dalla disorganizzazione, vittime sacrificali di un modello produttivo basato sulla rincorsa frenetica all’energia. Le commissioni d’inchiesta avrebbero poi accertato le gravi inadempienze della direzione della miniera, che era vecchia e spremuta all’inverosimile, accertando anche la fatale inadeguatezza delle misure intraprese dopo lo scoppio dell’incendio, che impedirono di salvare un maggior numero di vite. Fu l’Italia a pagare il più alto tributo di sangue: 136 morti erano immigrati provenienti in gran parte dall’Abruzzo, in cerca di un futuro migliore a costo di enormi sacrifici. Toni Ricciardi, docente di storia delle migrazioni all’università di Ginevra, li definisce eloquentemente “braccia e vite offerte dai governi italiani per far ripartire l’economia del paese e far diventare l’Italia una grande potenza”. In un autorevole saggio appena uscito (Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carbone, Donzelli) Ricciardi traccia un necessario bilancio storiografico dell’evento più doloroso della recente storia dell’emigrazione italiana, riportando le vittime al centro della narrazione e cercando di fare i conti con la memoria collettiva di quella tragedia. “Quella degli italiani in Belgio fu in quegli anni una vera e propria emigrazione di stato, conseguenza di un accordo siglato con Bruxelles il 23 giugno del 1946, due giorni prima che si insediasse l’Assemblea Costituente, il cosiddetto scambio ‘minatori-carbone’, che seguendo una logica meramente geopolitica affondava le radici nell’antico rapporto tra i due regni”. “Il governo De Gasperi – prosegue lo storico – copiò di fatto un accordo siglato nel 1937 dall’Italia fascista con i nazisti per spedire braccianti in Germania e creò il più grande sistema di esportazione di forza lavoro della storia dell’Occidente, impegnandosi a trasferire cinquantamila lavoratori da destinare alle miniere belghe, una media di duemila a settimana”.
L’Italia, da nord a sud, fu tappezzata di manifesti rosa che incitavano a partire per i distretti minerari del Belgio, a scavare nelle viscere della terra quella risorsa necessaria al rilancio economico del paese. Ma ben presto si scoprì che le forniture di carbone tardavano ad arrivare, o erano molto inferiori del previsto, mentre molti emigrati rimpatriavano o venivano arrestati perché si rifiutavano di sottostare alle condizioni disumane stabilite tra Roma e Bruxelles. I minatori e le loro famiglie erano ospitati in baracche prive di acqua, gas ed elettricità, con tetti precari e bagni collettivi rigorosamente all’esterno. “Emerse con evidenza – prosegue Ricciardi – il contrasto tra un’Italia del benessere, proiettata verso nuovi consumi e stili di vita, che divenne in pochi anni la settima potenza economica mondiale e un Italia stracciona, miserabile, che stava vivendo un processo migratorio gigantesco. Usando un cliché identitario vagamente xenofobo i belgi ci chiamavano ‘macaronì’, con l’accento sull’ultima i, e ci accolsero come dei prigionieri di guerra”. I nostri connazionali arrivavano dopo 24 ore di viaggio in treno nello scalo merci di Bruxelles, perché non dovevano essere visti, e poi montati sui camion che avevano appena scaricato il carbone, quindi sporchi e maleodoranti. Infine venivano portati negli ex campi di concentramento della Seconda guerra mondiale che erano ancora disseminati in tutto il paese. Insieme ai centri di emigrazione si sviluppò in quegli anni anche la rete dei trafficanti di migranti, “individui privi di scrupoli, cooperative, società di spregiudicati che illegalmente reclutavano nelle campagne braccia e famiglie da destinare al fruttuoso business dell’immigrazione”. Una tragedia che assomiglia per molti aspetti all’attualità. Basato sulle più recenti ricerche d’archivio, il saggio di Ricciardi inquadra la centralità storica della strage di Marcinelle, che segnò di fatto il momento di cesura di un percorso migratorio. “Proprio nel 1956 – spiega lo storico – l’Italia firmò accordi simili in mezza Europa, in primo luogo con la Svizzera, e quindi interruppe la direttrice verso il Belgio, dove dal 1840 al 1965 erano morte nelle miniere di carbone oltre 24mila persone, una cifra peraltro calcolata per difetto”. Quella catastrofe rappresentò uno spartiacque anche perché per la prima volta fu raccontata in diretta dalla radio, facendo ascoltare gli elenchi dei dispersi e dei sopravvissuti, e cambiando per sempre il modo di fare giornalismo. “L’opinione pubblica italiana rimase all’epoca molto colpita da quella tragedia e in poche settimane furono raccolti oltre 534 milioni di lire in solidarietà, poi nel 1968 fu istituita una commissione d’inchiesta per chiarire com’erano stati spesi quei soldi, e non è chiaro dove ne finì una buona parte, circa 200 milioni”. L’ondata emotiva durò circa un paio di mesi, dopodiché su quei fatti calò una fitta coltre di oblio, che avrebbe relegato i 262 minatori morti e le loro famiglie in un angolo remoto della storia italiana per circa 40 anni. Il dramma di Marcinelle è stato riscoperto solo in tempi recenti: nel 2001 fu istituita una giornata della memoria dei morti dell’emigrazione e da allora tanti studi, analisi e film hanno contribuito a renderlo un momento centrale della nostra memoria collettiva recente. “Quattro decenni sono una distanza quasi fisiologica per rielaborare certi fatti – conclude Ricciardi – e ormai Marcinelle rappresenta un mondo lontano, quello delle miniere di carbone, che in Europa non esiste più. Ma rileggendo i documenti dell’epoca si capisce chiaramente come quelle persone furono davvero svendute sull’altare dell’industrializzazione”.
RM

I no global avevano ragione

di Curzio Maltese

La telefonata di Vito di Indymedia arrivò poco prima di mezzanotte di domenica. «Corri, perché qui alla scuola Diaz stanno facendo un massacro». Nessuno aveva voglia di credergli. Eravamo a cena a Castelletto, la collina di Genova dove, secondo una splendida poesia di Caproni, si prende l´ascensore per il Paradiso. Un risarcimento, dopo quattro giorni d´inferno, violenza, rabbia e impotenza. L´aria dolce e fresca della collina, il vino bianco gelido per consolare la gola bruciata dai lacrimogeni. Però andiamo lo stesso, prendiamo l´ascensore da Castelletto all´inferno della Diaz, dove la storia è anche peggiore delle parole di Vito. La scena che si presenta è la materializzazione dei peggiori incubi della nostra adolescenza. Elicotteri che volano bassi, assordanti, con i fari sparati sugli occhi, senz´altra ragione che simulare una guerra. Cordoni di poliziotti che spingono, premono, provocano, cercano ogni occasione buona per lo scontro. Cerchiamo di entrare nella Diaz sventolando il tesserino da giornalisti, ma davanti ai nostri occhi piove una manganellata sul deputato verde Cento, che mostrava addirittura il cartellino di parlamentare. Hanno avuto l´ordine di non far passare nessuno a nessun costo ed è un ordine che gli piace tanto. Si resta fuori a guardare increduli la scena cilena dei ragazzi portati via in barella, coperti di sangue, rantolanti verso le ambulanze. Fino a notte fonda, quando fanno entrare per vedere i resti della macelleria in quelle aule per bambini.
Quando si ripensa a Genova 2001 le prime cose che vengono in mente sono l´incredulità, la vergogna, l´indignazione di vedere dopo tanti anni un vero fascismo in azione, sotto il marchio dello Stato democratico. Ricordo la mattina del venerdì passata sulla terrazza dell’hotel President, la più alta di Genova, a osservare l´assurda strategia della polizia. I Black bloc attaccano oltre il ponte della ferrovia, ma le forze dell´ordine li ignorano e preferiscono scagliarsi con cariche e lacrimogeni contro il corteo autorizzato di via Tolemaide. Nell´inchiesta diranno che si erano sbagliati perché non conoscevano la città: un albi da impuniti. Nel pomeriggio l´assassinio di Carlo Giuliani e il delirio di piazza Alimonda, il tentativo di attribuire la morte ai suoi compagni: «Siete stati voi a ucciderlo, bastardi, con le vostre pietre». Per un momento ci ho creduto perfino io. La sera, i ragazzi presi a manganellate o caricati sulle camionette soltanto perché avevano un´aria “di sinistra”. Infine, la vergogna del sabato, con il grande corteo pacifico schiacciato dai reparti di polizia e io che mi ritrovo sugli scogli sotto Boccadasse, in compagnia del regista Mario Martone, a domandarsi che diavolo è successo, mentre i gommoni militari sono già pronti a giocare allo sbarco dei marines.
Dieci anni dopo si ricorda ancora questa vergogna di giornate che furono anche gloriose, importanti, ricche di idee. Parlare con le mille associazioni arrivate a Genova di acqua e globalizzazione, mercati finanziari e agricoltura, aveva significato la riscoperta di una politica vera, alta, lungimirante. Il decennio seguito al 2001 si è incaricato di dar ragione al movimento nato fra Seattle e Genova su tutti i fronti. Gli ultimi G8 hanno adottato nei documenti finali le idee per cui quei ragazzi della Diaz e delle strade di Genova venivano presi a manganellate e portati nella caserma di Bolzaneto. Con un programma incentrato sulla green economy invocata dal popolo di Seattle fra i lacrimogeni, Obama otterrà il più largo mandato della storia dei presidenti americani. Perfino gli ultimi referendum vinti con un plebiscito sull´acqua pubblica e il nucleare sono figli di quel movimento e di quelle giornate, ed è un paradosso che a promuoverli sia stato proprio Antonio Di Pietro, che all´epoca prese in blocco le difese dell´azione criminale delle forze dell´ordine, senza se e senza ma, e impedì la creazione di una commissione parlamentare sui fatti del G8, votando con Berlusconi e la Lega. Nel frattempo sono diventati “no global” anche i vescovi e Giulio Tremonti.
Capita di rado in politica di assistere a uno scontro dove il torto e la ragione sono nettamente separati in due campi. Genova 2001 fu questo, ma si risolse in una lunga vittoria della cattiva politica sulla buona. La criminalizzazione dei manifestanti, sui media controllati, spianò la strada al decennio peggiore della nostra vita, al trionfo della politica del malaffare e del conflitto d´interessi, al regno del berlusconismo senza limiti. Soltanto adesso, dopo i colpi della crisi internazionale, a un passo dalla bancarotta del Paese, la buona politica comincia a risollevare la testa.

(da La Repubblica del 12 luglio 2011)

Non celebriamo l’Italia, ma le Italie

Molti italiani vorrebbero festeggiare il 150° anniversario dell’unità facendo tabula rasa di tutte le entità politiche e culturali non italofone che compongono lo stato italiano. La loro equazione è molto semplice: Italia = italiani = italofoni. In questo modo dimenticano che la penisola contiene popoli con storie che precedono l’unità di molti secoli. E’ necessario chiarire una volta per tutte che negando le culture non italofone presenti nella penisola:

1) Si calpesta la Costituzione: l’articolo 6 afferma che “La Repubblica protegge con apposite norme le minoranze linguistiche”. Approvata nel 1947, la nostra fu la prima Costituzione dell’Europa post-bellica a prevedere espressamente questa tutela: è un primato del quale dovremmo essere orgogliosi.

2) Si abbraccia lo stesso nazionalismo ottuso e intollerante che per quasi mezzo secolo ha contraddistinto la posizione del Movimento Sociale Italiano. Il partito di Almirante, infatti, dichiarava apertamente l’obiettivo di cancellare l’autonomia sudtirolese. Allo stesso modo, faceva di tutto per limitare i diritti della minoranza slovena di Trieste. In modo del tutto incoerente, però, invocava la tutela della minoranza italiana stanziata in Jugoslavia. Evidentemente i neofascisti erano mossi dall’anticomunismo e dalla slavofobia, anzichè da un sincero interesse per i diritti delle minoranze. Altrimenti avrebbero capito che non si può difendere le proprie minoranze all’estero mentre si dimenticano quelle straniere che vivono in Italia.

3) Si dimentica (o si dimostra di non conoscere) il proprio patrimonio storico. La minoranza grecanica stanziata in varie regioni meridionali è l’erede della Magna Grecia; quella albanese è arrivata nella penisola in seguito a migrazioni che risalgono alla fine del quattordicesimo secolo; in Val d’Aosta il francese è lingua ufficiale dal 1561, etc. Eppure si rivendicano poeti, scrittori e artisti che sono vissuti nei secoli passati: Dante, Goldoni, Leopardi, Michelangelo, Petrarca…
L’Italia non è nata come un fungo nel 1861, ma è il frutto di un lungo processo storico al quale hanno contribuito anche tanti non italofoni. Metterli da parte equivale a mutilare la propria storia. Continua la lettura di Non celebriamo l’Italia, ma le Italie