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Wole Soyinka: “liberare la libertà”

Intervista al premio Nobel per la letteratura Wole Soyinka
(Avvenire, 23.5.2018)

Due anni fa Wole Soyinka strappò il suo permesso di soggiorno e decise di abbandonare per sempre gli Stati Uniti dopo l’elezione di Donald Trump, in segno di protesta per le sue politiche anti-immigrati. Dopo aver lottato tutta la vita per la libertà – spiegò – non sopportava di vedere un presidente statunitense che erigeva muri “non solo nelle menti degli americani, ma in tutto il mondo”. Si interruppe così, con un gesto plateale, un esilio durato due decenni che aveva visto il più famoso intellettuale africano contemporaneo insegnare in un numero imprecisato di università e istituzioni statunitensi. Soyinka si è sempre battuto con coraggio in difesa delle proprie idee, denunciando apertamente gli orrori del suo paese, dal genocidio del Biafra al terrorismo odierno di Boko Haram. Dagli anni ‘60 è protagonista delle lotte contro i soprusi e le violenze delle dittature africane: durante la guerra civile nigeriana fu accusato di cospirazione con i ribelli del Biafra per aver pubblicato un articolo che invitava a cessare il fuoco e finì in cella di isolamento per 22 mesi. Negli anni ‘90 venne a lungo perseguitato e infine condannato a morte e costretto all’esilio dalla dittatura militare di Sani Abacha. Nigeriano di etnia Yoruba ma da sempre pervaso da un profondo senso di appartenenza all’intero continente africano, Soyinka è un intellettuale estremamente poliedrico – drammaturgo, romanziere, poeta, saggista – che nel 1986 divenne anche il primo africano insignito del premio Nobel per la letteratura. Da quando ha lasciato gli Stati Uniti è tornato a trascorrere gran parte della sua vita in Nigeria, dividendosi tra Abeokuta, la città che gli ha dato i natali nel 1934, e la capitale Lagos, dove l’abbiamo raggiunto al telefono per questa intervista, rilasciata in occasione del suo nuovo arrivo in Italia. Sabato 26 maggio Soyinka riceverà infatti il premio internazionale “Dialoghi sull’uomo” all’omonimo festival di antropologia del contemporaneo che si svolge a Pistoia.
Da sempre lei sostiene la necessità di un dialogo tra l’Africa e l’Europa. Come mai finora non è stato possibile?
Perché per adesso più che un dialogo abbiamo avuto piuttosto un monologo, dove a parlare era soltanto l’Europa, o comunque il mondo occidentale. Purtroppo non c’è mai stato uno scambio o un riconoscimento reciproco che prendesse atto delle condizioni economiche profondamente cambiate negli ultimi tempi, bensì un confronto mono-direzionale. Lo vediamo con la risposta che l’Europa dà alle istanze che arrivano dall’Africa, e che rappresentano criticità in tutti i campi, dal commercio, alla cultura, alle questioni umanitarie. Ovviamente anche i leader africani hanno le loro responsabilità. È un peccato, perché un dialogo tra pari favorirebbe non poco lo sviluppo delle relazioni umane.
In che modo è cambiato il concetto di libertà in un mondo sempre più connesso come quello nel quale stiamo vivendo?
Senza dubbio la crescente connessione, non solo in tempi recenti, ma direi a partire dall’epoca post-coloniale, ha definitivamente approfondito e favorito la causa della libertà. Lo dimostra il proliferare di studiosi, scrittori e intellettuali, e anche di politici progressisti, provenienti dal continente africano nell’ultimo mezzo secolo. Dopo la decolonizzazione, una volta raggiunta l’indipendenza, le singole nazioni africane hanno dovuto affrontare il cosiddetto colonialismo interno, nelle relazioni tra i leader africani e le rispettive popolazioni. Gli attivisti politici e le forze progressiste hanno potuto però ispirarsi all’esempio degli ex colonizzatori e dire ai tiranni, ‘perché non offrite anche a noi quei modelli di partecipazione che contemplano una maggiore libertà di espressione e associazione?’. Tuttavia le grandi opportunità offerte da Internet non sono esenti da rischi.
Ovvero?
Prendiamo per esempio quanto accadde con le cosiddette “Primavere arabe”. È chiaro che gran parte di esse sono state favorite proprio da internet e dalla connettività. In molti casi si è riusciti a cacciare i dittatori, a scoprire e a denunciare i loro crimini e le loro ruberie in un modo che in passato non sarebbe stato possibile. Molti di essi si erano limitati a sostituire i vecchi imperi coloniali con imperi personali. Non dobbiamo però illuderci che il potere ci consenta sempre di usare il massimo della tecnologia, poiché ci saranno sempre delle limitazioni. Inoltre Internet ha favorito anche il proliferare di notizie false o distorte, e purtroppo a volte la democratizzazione della tecnologia ha fatto finire il potere nelle mani delle persone sbagliate, aumentando quindi i rischi in termini di oppressione politica.
Nel suo saggio “Smurare la libertà”, lei sostiene che la religione rappresenta uno spazio di libertà. Come spiega che oggi le persone siano sempre più spesso impaurite dalla religione?
Innanzitutto ci tengo a fare una distinzione tra la religione e la spiritualità, talvolta innata, delle persone. Quando questa spiritualità, qualunque forma essa abbia assunto, è costretta in uno strumento di controllo degli esseri umani, prima o poi si sviluppano forme di fondamentalismo estremamente pericolose, che sono capaci di distruggere la società e il dono individuale della scelta. E di conseguenza, tutti quelli che dissentono diventano automaticamente nemici da perseguitare, torturare, decapitare. Mi riferisco ovviamente al fondamentalismo dilagante di gruppi come Isis (anzi Daesh, questo è il nome che preferisco di gran lunga), Al-Shabaab, Al Qaeda, Boko Haram. Quando la religione è usata come uno strumento per soffocare, diventa un’espressione di tirannia.
Qual è la radice dell’intolleranza religiosa nel suo paese?
È stata portata dall’esterno. Non esiste alcuna forma di fanatismo nella tradizione religiosa degli Orisha, le divinità dell’Africa occidentale, che è tipica degli Yoruba, il mio popolo. È una religione ecumenica, del tutto priva di fanatismo, al cui interno non c’è nessuno spazio per l’estremismo. Quelli di Boko Haram sono barbari che vogliono islamizzare la nazione, il cui fondamentalismo religioso si unisce a una sete smisurata di risorse petrolifere. Poi ci sono anche molti politici corrotti che cercano di manipolarlo, quell’estremismo religioso.
In luglio cadrà il centenario della nascita di Nelson Mandela, al quale lei dedicò il suo discorso del Nobel, denunciando la segregazione razziale in Sudafrica. La sua lotta è stata una fonte di ispirazione anche per lei?
Proprio la settimana scorsa sono stato a Johannesburg e ho partecipato a un’iniziativa per il centenario di Mandela. In un certo senso è stato il mio fratello maggiore, ma forse io ero già troppo vecchio perché potessi trarre ispirazione da lui. Penso che in primo luogo Mandela sia stato – e sia ancora – un modello di possibilità, una giudiziosa combinazione di combattività e di compassione umana che ha reso possibile il progresso dell’umanità verso una società nonviolenta, da raggiungere attraverso la libertà e la dignità umana. Era assolutamente privo della sete di potere che è invece una delle piaghe di molti leader africani.
RM

80 anni dopo Guernica bombe fasciste sul Rojava

Gianni Sartori

Con un drammatico appello l’Unione delle Comunità del Kurdistan (KNK) ha informato l’opinione pubblica che l’esercito turco sta attaccando i curdi yezidi e i villaggi del Rojava. Aerei da guerra turchi hanno bombardato Şengal (Sinjar-Iraq/Kurdistan) e Dêrik (Karaçokê-Rojava/Kurdistan). Sarebbero almeno ventisei gli aerei da guerra turchi che hanno attaccato Amûd e Geliyê Kersê di Şengal/Sinjar. In queste ore (tarda serata del 25 aprile) il bombardamento è ancora in corso. Preventivamente, in vista dei bombardamenti, a Dêrik e nelle zone circostanti sono state completamente interrotte le reti di comunicazione. Molti civili e molti combattenti curdi sono rimasti uccisi e altri feriti a causa degli attacchi aerei.
La scorsa notte aerei da guerra turchi avevano bombardato Dengê Rojava Radio e ÇIRA-FM e anche il quartier generale delle YPG a Karaçokê presso la città di Dêrik. Dal comando generale delle YPG era partito un appello all’autodifesa e all’insurrezione rivolto alla popolazione del Rojava.
Riporto testuale:
“Alle 2.00 di martedì, 25 aprile 2017, aerei da guerra turchi hanno lanciato un attacco su larga scala sul quartier generale del Comando Generale delle Unità di Difesa del popolo (YPG) sul monte Karaçokê vicino alla città di Dêrik, dove si trovano anche un media center, una radio locale, il quartier generale della comunicazione e alcune istituzioni militari. Questo vile attacco ha portato la morte e il ferimento di diversi nostri compagni. Ulteriori dettagli sulle loro generalità verranno resi noti più avanti.
E il comunicato prosegue:
“Noi come Unità di Difesa del Popolo ribadiamo che questo vile attacco non scoraggerà la nostra determinazione e la nostra libera volontà di combattere e scontrarci con il terrorismo. Chiediamo anche al nostro popolo nel Rojava con tutte le sue componenti di prendere posizione al fianco delle sue forze legittime a fronte di questa offensiva.”
Per il co-presidente del PYD “questi attacchi aerei vengono eseguiti per dare sostegno a ISIS e per questo le forze della coalizione devono chiarire la loro posizione”. Ha poi specificato che l’aviazione turca sta attaccando “una società che sta combattendo contro il terrorismo. Le forze della coalizione non devono rimanere in silenzio di fronte a questo. Nessuno deve accettare questo attacco.”
Appare evidente che con questi atti irresponsabili (azzardo un’ipotesi: terrorismo di stato?) il governo turco sta tentando di neutralizzare l’operato anti-Isis dei curdi a Raqqa.
Ed è esattamente questa la convinzione espressa dalla Assemblea Siriana Democratica (MSD): Mentre è in corso l’operazione a Raqqa e le nostre forze stanno prendendo il sopravvento su ISIS, aerei da guerra turchi stanno bombardando il nostro quartier generale sia nella zona di Karaçokê che di Şengal. Questi attacchi mostrano che lo Stato turco vuole neutralizzare l’operazione a Raqqa per far prendere fiato a ISIS.
Ma in ogni caso, ribadisce la MSD: “un attacco del genere servirà solo a rafforzare la nostra determinazione contro il terrorismo”.

Kurdistan: la lotta continua

di Gianni Sartori

I prigionieri curdi del PKK e le prigioniere curde del PAJK (Partito della Liberazione delle Donne del Kurdistan) hanno iniziato uno sciopero della fame nelle prigioni turche dove sono rinchiusi. Lo sciopero si preannuncia a tempo indeterminato e in alternanza, a turno.
kurdsignhungerwebDeniz Kaya, parlando a nome del PKK e del PAJK, ha dichiarato che questa protesta dei prigionieri va interpretata come un “avvertimento” al presidente turco Recep Tayyp Erdogan e al governo AKP. Con questo sciopero i prigionieri intendono rivendicare “il riconoscimento dell’autonomia per il popolo curdo e le liberazione di Abdullah Ocalan”.
I prigionieri hanno così voluto portare all’attenzione dell’opinione pubblica l’attuale politica di annientamento  condotta, con una barbarie senza precedenti, dal governo turco contro la popolazione curda. Deniz Kaya si è rivolto a quanti si considerano “intellettuali, scrittori o giornalisti, ma restano in silenzio sul brutale massacro” chiedendo loro di “rispettare i valori umani” mettendo poi in guardia sul fatto che “la guerra condotta da Erdogan contro i curdi sta portando la Turchia sull’orlo di un baratro”.
E proseguiva: “Noi dobbiamo dire chiaramente  che non abbiamo mai ceduto davanti a questi politici corrotti durante 43 anni e che non abbiamo mai abbandonato la lotta. Bruciando la gente ancora viva dentro gli scantinati e appendendo i corpi nudi delle vittime, il governo AKP dimostra apertamente di non rispettare né le leggi di guerra, né l’umanità”.
Appare evidente come Erdogan e i suoi complici abbiano ormai superato il limite della decenza e “un giorno saranno giudicati dal popolo curdo” avverte il comunicato. Nel comunicato si informa che lo sciopero iniziato oggi (6 marzo 2016) proseguirà condotto da gruppi di prigioniere e prigionieri che si alterneranno ogni dieci giorni. Rivolge poi un appello tutte le “orecchie sensibili” affinché denuncino pubblicamente le atrocità commesse dal governo turco e diano sostegno al popolo curdo. Continua la lettura di Kurdistan: la lotta continua

La memoria lunga di Boris Pahor

da “Avvenire” di oggi

DSC_9024_1_48998192_300Ormai giunto sulla soglia dei 103 anni, Boris Pahor ha ancora la forza per scrivere, per tenere conferenze, per incontrare i giovani. E la voglia d’indignarsi. Sloveno di cittadinanza italiana, nato a Trieste quando la città faceva ancora parte dell’Impero asburgico, Pahor ha vissuto in prima persona i più grandi orrori del passato recente: la repressione fascista della Venezia Giulia, i due conflitti mondiali, l’esperienza nei campi di concentramento nazisti, infine il duro ostracismo comunista subito ai tempi di Tito. È autore di decine di opere tradotte in ogni parte del mondo, tutte di contenuto sociale, molte delle quali legate a esperienze di vita vissuta, ed è stato più volte candidato al Nobel. Come scrittore ha ottenuto un successo tardivo in parte ripagato da una straordinaria longevità, che l’ha reso ormai l’ultima memoria letteraria del Secolo breve. Anche per questo sente il dovere morale di denunciare la deriva etica dei nostri tempi, mettendo in guardia soprattutto le giovani generazioni. È quanto ha fatto, in modo esemplare, con Quello che ho da dirvi, un libro edito dalla casa editrice Nuova Dimensione che raccoglie i dialoghi di questo grande testimone della Storia con sei studenti diciottenni. In Slovenia, dove ha trascorso il passaggio al nuovo anno, ci ha concesso un’intervista nella quale non nasconde il suo stupore e il suo rammarico per una gioventù “che conferma di essere sempre più ignara della barbarie del XX secolo e delle tragiche rimozioni della storia che hanno condizionato la questione del confine orientale, e non solo”. Ma non è soltanto questo il motivo per cui esprime profonda preoccupazione per il futuro. “Di questo passo, andremo definitivamente verso la rovina”, ammonisce. “Mi riferisco ai bombardamenti decisi dai governi francese, inglese e statunitense per reprimere il fondamentalismo islamico. Purtroppo l’11 settembre non ci ha insegnato niente. Le parole di Noam Chomsky, che nel 2001 fu uno dei primi a denunciare la necessità per l’Occidente di fare un serio esame di coscienza, sono rimaste inascoltate e nessuno si preoccupa di comprendere le cause di quanto sta accadendo”. “Cercando di distruggere il terrorismo in questo modo non faremo altro che radicalizzare i terroristi sempre di più”. Per rispondere alla minaccia del sedicente stato islamico, sostiene, “dovremo fare qualcosa di simile a quanto è stato fatto con il clima. Vorrei vedere tutti i governanti della Terra riuniti in una specie di congresso mondiale, per fare in modo che nel XXI secolo non esistano più le enormi disuguaglianze che purtroppo vediamo ancora oggi. Non è concepibile che una larga parte dell’umanità continui a soffrire la fame, la povertà, le malattie”.
Tra i giovani Pahor vuole gettare semi per un futuro migliore, lasciando dietro di sé un messaggio che vada oltre i suoi libri. È questo il senso profondo della lunga conversazione che ha intrapreso con questi ragazzi sull’identità e la lingua, la storia e la cultura. Ma anche su Dio e sulla fede. Temi sui quali, richiamando Spinoza e Einstein, afferma di avere un’anima panteista, di essere cioè religioso ma non credente e di essere diventato ateo durante gli anni del lager, come rivelò qualche anno fa. “Di fronte all’infinitezza dell’universo mi inchino e capisco di non essere nessuno, di non contare niente. E sull’idea della divinità, penso che l’uomo sia stato creato libero e come essere libero sia responsabile di quello che fa”. Eppure, gli anni cruciali della sua giovinezza, quelli in cui i fascisti cercarono di annientare l’identità culturale degli sloveni triestini – un tema che ricorre in quasi tutte le sue opere – videro persino una lunga esperienza in seminario e studi di teologia portati avanti fino all’età di 25 anni. “Ma non ho mai voluto diventare sacerdote”, precisa. Di lì a poco, Pahor fu deportato dai nazisti per aver collaborato con la resistenza antifascista slovena. La distruzione dell’identità del suo popolo avrebbe avuto su di lui un effetto indiretto anche in seguito, quando non riuscì in alcun modo a trovare un editore italiano disposto a pubblicare il suo capolavoro, Necropoli. “Lo mandai all’Espresso, all’attenzione di Primo Levi, ma anni dopo venni a sapere che non gli fu mai sottoposto, semplicemente perché un autore tradotto dallo sloveno all’italiano non poteva avere un editore”. L’opera, un doloroso viaggio nella memoria dei suoi giorni nel lager di Natzweiler-Struthof, uscì per la prima volta in Slovenia nel 1967 ma dovette aspettare oltre quarant’anni dalla sua prima stesura per essere scoperta da un editore italiano (Fazi). Nel frattempo, a partire dagli anni ’70, Pahor era stato bandito anche dalla Jugoslavia socialista per le sue critiche nei confronti del regime di Tito. Proprio in Necropoli, scrisse che dopo tutto il male che aveva attraversato il XX secolo non sarebbero bastati cento, forse duecento anni per ristabilire una vita normale. “Oggi servirerebbe un governatore mondiale – ci dice – qualcuno che possa gestire tutta la Terra, una sorta di padre che cerchi di stabilire una democrazia senza il dominio di nessuno. Era anche un’idea di Dante: l’imperatore come guida per tutti e il papa per il dominio spirituale”. In questo senso, Pahor sostiene d’aver apprezzato moltissimo l’anatema di papa Francesco contro tutte le guerre e il suo recente viaggio apostolico in Africa: “la mia speranza è che Bergoglio riesca ad agire concretamente per promuovere la giustizia sociale e la riduzione delle disuguaglianze”.
RM

Siria, un poeta contro il baratro

La Siria avrà un futuro di pace perché non si possono sconfiggere le colombe “che continuano a volare istericamente in cielo durante i bombardamenti, per resistere all’aereo che ha invaso la loro patria e il loro spazio (…). Come l’aereo sparisce dal cielo, patria delle colombe, così la tirannia sparirà dalla mia patria, perché le colombe ci sono alleate nel viaggio verso la libertà”. La letteratura e la poesia hanno aiutato Muhammad Dibo, giornalista e scrittore siriano non ancora quarantenne, ad affrontare la mostruosa esperienza delle carceri siriane, l’angoscia, l’umiliazione, la tortura. Adesso rappresentano la stella polare delle speranze che nutre per il futuro del suo paese. Arrestato, incarcerato e torturato per aver preso parte fin dal 2011 alla rivoluzione contro il regime di Bashar al-Assad, i suoi compagni di cella l’avevano soprannominato “il poeta perfido” perché nei lunghi periodi di detenzione recitava a memoria le poesie del mistico al-Hallaj e del grande poeta arabo al-Mutanabbi. “Farlo mi rendeva felice – ci racconta oggi dal suo esilio a Beirut – perché nei loro visi vedevo il desiderio di libertà e riuscivo, almeno in quei momenti, a farli evadere da un mondo di oppressione verso il mondo dell’amore e della poesia. La bellezza della poesia ci aiutava a dissolvere le tenebre e a resistere al carcere e alla morte”. Proprio in questi giorni è arrivato nelle librerie italiane il suo ultimo libro E se fossi morto? (pubblicato dalle edizioni Il Sirente con la traduzione di Federica Pistono), un’opera assolutamente originale, a metà strada tra il romanzo, il trattato politico e il diario intimistico, nella quale Muhammad Dibo ci offre una lunga testimonianza sulla Siria contemporanea, dalle primavere arabe alla successiva repressione, fino agli odierni interventi stranieri.

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Quale può essere il ruolo degli intellettuali siriani di fronte a quanto sta accadendo?
Gli intellettuali hanno un compito molto importante oggi in Siria, perché devono raccontare alla gente la verità, e devono farlo senza ambiguità. Devono spiegare al popolo la complessità di questo momento e renderlo comprensibile a tutti. L’intellettuale deve essere critico e radicale nel dire la verità, senza curarsi del consenso. Il suo compito oggi appare più importante che in passato, perché in virtù della sua cultura è il solo capace di guardare oltre la superficie, attraverso le tenebre e il caos, di vedere gli errori di un popolo e di affrontare la verità, a qualunque prezzo. L’intellettuale ha inoltre il compito di trasmettere la speranza alle persone, rassicurandolole sul fatto che ciò che sta accadendo oggi non rappresenta la fine della storia. In fondo al tunnel c’è la speranza, nonostante tutte le difficoltà, e bisogna lavorare per realizzarla.
Ma come può lei nutrire ancora speranza nel futuro?
Quando mi interrogano sul futuro, mi piace rispondere che vedo con pessimismo il futuro a breve termine ma sono molto ottimista per quello a lungo termine. Ciò significa che i prossimi cinque-dieci anni saranno un periodo molto duro per noi siriani, un inferno in cui ci sarà caos e assoluta mancanza di orizzonti. Una fase simile a quella che la Siria ha vissuto tra il 1920 e il 1936. Ma sono sicuro che la Siria riuscirà a rialzarsi con le proprie gambe, troverà la strada verso la libertà e il posto che merita nel mondo, nonostante il disastro di oggi. Ne sono sicuro come sono sicuro del fatto che sto scrivendo queste righe.
Lei è caporedattore della testata dissidente “Syria Untold” e collabora con numerose testate internazionali, occupandosi di attivismo civile. Ha quindi uno sguardo privilegiato sull’attualità. Come immagina il suo paese tra dieci o vent’anni?
Personalmente, sto lavorando oggi per la Siria del futuro dal momento che, nonostante la cupa disperazione e la morte, spero che la Siria, tra venti o trent’anni, sia diventato uno Stato unitario, laico e democratico. Mi auguro di raggiungere questo obiettivo, anche dopo un lungo percorso.
In che modo l’Occidente dovrebbe affrontare la crisi siriana?
Innanzitutto dovrebbe impegnarsi a non mantenere in piedi la dittatura con il pretesto della lotta al Daesh, perché la sopravvivenza della dittatura implica la continuazione della guerra. Poi credo che la risposta al terrorismo dello stato islamico non debba essere solo di natura militare, ma sia necessario anche eliminare le cause che hanno prodotto fenomeni come il Daesh.
Com’è oggi, la sua vita in esilio?
Sono in Libano perché amo il mio Paese e voglio restargli vicino ma non sono stato io a scegliere l’esilio: è lui che ha scelto me. Non ho scelto il Libano, sono stati la necessità e il caso a trattenermi fino ad ora in questo paese. Ogni mattina mi chiedo cosa ci faccio qui, mentre la vita passa. Resto in Libano perché è il paese più vicino alla Siria, e da qui è possibile aiutare i miei a casa, restare in contatto con ciò che succede e con coloro che escono dal mio paese. La mia famiglia è ancora in patria, ma qui i miei familiari possono venire a trovarmi e io posso comunicare con loro. Sono qui perché rifiuto l’idea di essere un profugo costretto a elemosinare cibo, acqua e protezione, perché l’inferno costruito da Assad costringe il nostro popolo a una vita disumana. E poi, forse sono in Libano anche perché mi sono immerso nel lavoro e non ho pensato a un’altra opzione.
RM