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Irlanda, la frontiera impossibile

Avvenire, (9 luglio 2017)

“Pettigo, questo piccolo villaggio di quattrocento anime al confine tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, rappresenta uno dei più grandi paradossi della guerra. Alcune strade, alcune case e alcuni abitanti sono coinvolti nel conflitto ma basta attraversare un ponte per trovare la pace, cibo in quantità, alcol e tabacco”. È quanto scrisse in un giorno d’agosto del 1945 Phillip Callahan, un aviatore dell’esercito statunitense arrivato in quel paesino della contea di Donegal durante gli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale. Il suo sguardo stupito di osservatore straniero spiega come la neutralità di Dublino e la belligerenza di Belfast avessero messo impietosamente a nudo l’assurdità della divisione artificiale dell’Irlanda. Un confine schizofrenico correva ormai da oltre vent’anni lungo 500 chilometri dell’isola, dall’estuario del fiume Foyle al mare d’Irlanda, formando una delle più atipiche frontiere del mondo, la cui stessa esistenza sarebbe stata a lungo oggetto di controversie per il diritto internazionale e per la costituzione irlandese. Un paradosso geopolitico e amministrativo che rischia di riesplodere anche adesso, in tutta la sua complessità, a seguito del referendum sulla Brexit. Alla consultazione del 2016 la maggioranza assoluta degli elettori dell’Irlanda del Nord si è espressa infatti a favore del “Remain” aprendo scenari del tutto impensabili fino a qualche mese fa, e non privi di implicazioni d’interesse europeo. Con l’uscita di Londra dall’Unione anche quella tra le due parti dell’Irlanda diventerebbe infatti una frontiera esterna all’UE – e dunque sensibile come quella tra Grecia e Turchia – e alcuni, a Dublino, temono persino che l’irrigidimento di quel confine possa avere conseguenze negative per il processo di pace irlandese. In questo quadro è dunque assai interessante e opportuna la retrospettiva storica sul tema compiuta da Peter Leary, studioso di Oxford e autore del recente volume Unapproved Routes: Histories of the Irish Border, 1922-1972 (Oxford University Press). Quasi un secolo fa, dopo anni di sanguinose guerre anticoloniali, Londra impose a tutta l’Irlanda il durissimo compromesso della divisione. Sei delle nove contee dell’Ulster andarono a costituire un’entità politica mai esistita fino ad allora, frutto della convergenza di interessi tra il governo britannico e la borghesia industriale dell’Ulster: lo stato dell’Irlanda del nord, pari al 17% scarso del territorio dell’isola, con un proprio parlamento nel palazzo di Stormont, alle porte di Belfast. Formato da quattro contee a maggioranza protestante (Antrim, Armagh, Down e Londonderry) e due a maggioranza cattolica (Fermanagh e Tyrone), il nuovo staterello aveva confini tracciati in modo tale da assicurare complessivamente una maggioranza di due terzi ai protestanti. Da allora l’Irlanda sarebbe rimasta divisa sine die, contro la volontà della maggioranza della popolazione e qualsiasi logica politico-giuridica. Continua la lettura di Irlanda, la frontiera impossibile

“La mia lotta in carcere con Bobby Sands”

Intervista a Séanna Walsh (Avvenire, 9.7.2017)

La svolta definitiva verso la pace in Irlanda del Nord arrivò il 28 luglio 2005, quando l’IRA annunciò la fine della lotta armata e l’avvio dello smantellamento del proprio arsenale. Mai prima  d’allora l’esercito repubblicano irlandese aveva fatto leggere un comunicato da un volontario a volto scoperto. Davanti alla telecamera, accanto a un tricolore irlandese, comparve lui: Séanna Walsh, una delle figure più note e rispettate all’interno del movimento repubblicano. Poco meno che cinquantenne, aveva trascorso ventuno anni in carcere, gran parte dei quali nei famigerati blocchi H di Long Kesh dove a partire dalla seconda metà degli anni ’70 si svolsero durissime proteste carcerarie.

Nella foto: Séanna Walsh

Ma soprattutto, Walsh era legato da un’amicizia fraterna con Bobby Sands, il martire irlandese morto il 5 maggio del 1981, dopo 66 giorni di sciopero della fame. L’abbiamo incontrato nelle stanze della City Hall di Belfast, dove oggi lavora come consigliere comunale per il partito repubblicano Sinn Féin, per chiedergli un ricordo di Sands. “Lo vidi per la prima volta nel 1972, avevo solo sedici anni ed ero appena entrato a Long Kesh dopo essere stato catturato durante un’operazione”, ci ha raccontato. “Mi misero in una delle baracche del campo, dov’era rinchiuso anche Bobby. Fu lui a introdurmi in quel mondo. Aveva solo due anni più di me, era estremamente alla mano. Diventammo subito grandi amici e trascorremmo più di tre anni là dentro insieme. Fummo rilasciati entrambi nel 1976, ci ritrovammo nell’IRA in quei pochi mesi che lo videro libero. Finché non ci catturarono di nuovo, io in agosto, Bobby in ottobre. Di fatto siamo rimasti in carcere insieme fino alla sua fine, anche se non nello stesso braccio. Le cose peggiorarono notevolmente quando Londra abolì lo status di prigioniero politico per quelli come noi. Lo scontro carcerario divenne durissimo.
Quando lo vide per l’ultima volta?
Nel settembre 1979, a una visita. Si era tagliato i capelli e la barba, era irriconoscibile. Lo abbracciai e gli augurai buona fortuna. Avevo capito che non l’avrei rivisto mai più.
Cosa ricorda di quei 66 giorni che lo condussero alla morte?
Due settimane dopo l’inizio dello sciopero della fame mi scrisse una lettera segreta nella quale mi confidò di essere molto preoccupato per la sua famiglia, sapeva che stava soffrendo molto a causa della sua decisione di entrare in sciopero ma diceva anche di essere fiducioso di arrivare a un accordo che potesse consentirgli di interrompere la protesta. Era convinto che se lui fosse morto per primo, gli inglesi sarebbero stati costretti a cedere e tutti gli altri avrebbero potuto salvarsi. Sperai con tutto me stesso che avesse ragione, ma purtroppo le cose andarono diversamente.
Non servì a niente neanche farlo eleggere in parlamento proprio durante lo sciopero.
Ricordo quando emerse l’idea di candidarlo alle elezioni supplettive. Fino a quel momento eravamo sempre stati assai sospettosi nei confronti dello strumento elettorale, eravamo convinti che non fossero in grado di cambiare niente. Ma pensai che se fosse stato eletto gli inglesi non avrebbero potuto consentire a un membro del parlamento di morire in quel modo. Mi sbagliavo.
Cos’è cambiato per lei dopo la sua morte?
Quando morì non mi sono permesso di piangere. Diventai ancora più determinato nel voler vedere la fine della presenza britannica in Irlanda. Fui rilasciato dal carcere tre anni dopo, nel 1984. Per prima cosa andai davanti alla sua tomba, al cimitero di Milltown, a giurare che avrei dedicato tutto me stesso al conflitto, fino alla riunificazione del paese e fino alla nascita di una nuova repubblica. Solo allora mi sono permesso di piangere. Nel 1988 fui arrestato di nuovo durante un attacco contro l’esercito britannico. Sono tornato in libertà solo nel settembre 1998, in seguito agli accordi del Venerdì Santo. Porto ancora Bobby nel mio cuore, sarà sempre nei miei ricordi più cari, ma non è il solo motivo per cui sono ancora un repubblicano convinto. Noi ricordiamo i nostri morti, ma continuiamo a lottare per i vivi.
RM

“Storia del conflitto”, una nuova edizione aggiornata

A otto anni esatti dalla prima edizione (luglio 2009) torna finalmente nelle librerie il mio Storia del conflitto anglo-irlandese. Questa nuova ristampa – la terza – si è resa necessaria sia perché le due precedenti sono completamente esaurite da tempo e il libro continua a essere richiesto anche dalle scuole, sia perché a quasi un decennio di distanza il volume aveva inevitabilmente bisogno di un aggiornamento e di alcune piccole modifiche. Oltre alla doverosa revisione, ho aggiunto un nuovo capitolo dal titolo “Pace senza giustizia” che fa il punto sulla situazione attuale delle numerose inchieste concluse o tuttora in corso. Le verità che col tempo sono venute a galla come quella sulla “Glenanne gang” – un gruppo composto da paramilitari lealisti, agenti dello stato britannico e della polizia nordirlandese che mise a segno decine di attentati – hanno aperto grossi interrogativi, anche in ambito giudiziario. La nuova edizione ha anche una nuova copertina.

Grande carestia o grande fame?

Focus Storia n. 128, giugno 2017

C’è chi la chiama Great Famine (Grande Carestia), chi invece ritiene più corretto definirla Great Hunger (Grande Fame). Quella che a prima vista può apparire solo una piccola sfumatura lessicale, rivela in realtà una differenza di fondo capace di riaccendere rancori antichi e persino di innescare possibili richieste di risarcimenti a distanza di tanto tempo. Ma comunque la si voglia chiamare, quella che si verificò in Irlanda tra il 1845 e il 1850 fu la più immane tragedia avvenuta in epoca moderna nel Vecchio Continente prima dell’Olocausto. In poco meno di cinque anni, circa un milione di irlandesi furono uccisi dalla fame, dal tifo e dal colera, e altri due milioni furono costretti all’emigrazione. Le dimensioni epocali di quell’ecatombe, peraltro enormemente aggravate da un indubbio cinismo politico, avrebbero segnato per sempre i futuri rapporti con l’Inghilterra.
All’inizio del XIX secolo l’Irlanda era stata privata del proprio parlamento e costretta all’unione politica con l’isola vicina. Era dunque diventata parte integrante del potente Impero britannico e gli irlandesi erano a tutti gli effetti sudditi della regina Vittoria. All’epoca l’Irlanda era anche il paese più sovrappopolato d’Europa – oltre otto milioni e mezzo di abitanti, la più consistente densità media per chilometro quadrato di tutto il continente – e aveva enormi squilibri sociali. Non più del 20% della popolazione era composto infatti da ricche famiglie immigrate protestanti di origine inglese o scozzese mentre il restante 80% era costituito da autoctoni di religione cattolica divisi in due categorie, gli affittuari e gli operai agricoli. Al fine di favorire gli interessi dell’Impero, da almeno un secolo l’Irlanda era stata trasformata in un’enorme fattoria che riforniva di prodotti alimentari a basso costo le classi industriali britanniche attraverso un modello di sfruttamento economico studiato appositamente per impedire ai contadini di elevare il loro tenore di vita.
La patata era l’unico alimento che garantiva la sussistenza di gran parte della popolazione ma nell’estate del 1845 la rapida diffusione della Phytophtora infestans, un fungo proveniente dall’America del nord, causò la completa distruzione del raccolto e creò le premesse di una delle più gravi carestie dell’Europa contemporanea. Quando la gente cominciò a morire per le strade, i grandi latifondisti inglesi si preoccuparono soltanto di salvare i loro averi facendo espellere migliaia di contadini dalle loro terre e innescando un gigantesco esodo dal paese. In assenza di stime ufficiali è praticamente impossibile calcolare con precisione quante persone morirono di fame e malattie in quegli anni, ma gran parte degli storici e dei demografi considera attendibile la cifra di almeno un milione di morti. Quanto agli emigrati, si calcola che nello stesso quinquennio circa tre quarti delle persone che lasciarono l’Irlanda siano sbarcate negli Stati Uniti e in Canada effettuando viaggi transoceanici in condizioni disumane nelle cosiddette “navi bara” (coffin ships), dando vita alla grande diaspora irlandese. Nell’arco di una sola generazione l’isola conobbe un declino demografico senza paragoni in Europa e perse circa un terzo della sua popolazione. Anche in quegli anni l’Irlanda continuò a essere un’importante produttrice di grano e di altre materie prime che sarebbero state più che sufficienti per sfamare la popolazione, se non fossero state sistematicamente esportate in Inghilterra per pagare i debiti fondiari ai proprietari terrieri. Per questo motivo sono in molti, ancora oggi, a considerare quantomeno riduttivo sostenere che tutto ciò avvenne soltanto a causa della malattia delle patate. Le catastrofiche conseguenze della perdita dei raccolti dipesero dal contesto socio-economico di stampo coloniale e dall’atteggiamento del governo inglese, che decise di non intervenire per salvare coloro che da quasi mezzo secolo erano ormai a tutti gli effetti cittadini britannici. Per sottrarli alla morte sarebbe stato sufficiente interrompere le massicce esportazioni di generi alimentari che negli anni della Carestia proseguirono come se niente fosse dai porti irlandesi, conseguenza degli esosi affitti imposti a milioni di fittavoli poverissimi. Solo durante il cosiddetto Black ’47, l’anno più nero della Carestia, circa quattromila navi cariche di generi alimentari lasciarono l’isola con direzione Bristol, Glasgow, Liverpool e Londra.
Continua…

Martin McGuinness 1950-2017

Avvenire, 22.1.2017

Da leader della guerriglia a uomo-chiave del processo di pace. Da capo di stato maggiore dell’IRA a candidato presidente della Repubblica d’Irlanda. La parabola politica di Martin McGuinness – morto ieri a Belfast all’età di 66 anni – può raccontare da sola il lungo percorso che ha fatto uscire l’Irlanda del Nord dal più lungo conflitto europeo del XX secolo. Originario di una famiglia operaia del ghetto cattolico di Derry, James Martin Pacelli McGuinness abbandonò la scuola a quindici anni ed entrò nell’IRA giovanissimo, prima della famigerata Bloody Sunday, la strage di civili compiuta dai paracadutisti inglesi nella sua città natale il 30 gennaio del 1972. L’anno dopo finì in carcere per possesso di esplosivi e in tribunale dichiarò di essere “orgoglioso di far parte dell’esercito repubblicano irlandese”. In breve tempo divenne una delle figure più importanti e rispettate all’interno dell’IRA, fino a ricoprire la carica di Capo di Stato Maggiore dal 1978 al 1982. Tra gli innumerevoli attentati compiuti dagli indipendentisti irlandesi in quel periodo ci fu quello nel quale perse la vita il cugino della regina, Lord Louis Mountbatten. Ma quelli furono anche anni decisivi perché segnarono la svolta ‘politica’ del movimento repubblicano, seguita allo scontro carcerario che portò alla morte di Bobby Sands e altri nove attivisti per sciopero della fame.
Fin dagli anni ’70 McGuinness si era dimostrato formidabile anche nelle vesti di politico. Eletto all’assemblea di Belfast per la prima volta nel 1982, grazie al suo carisma riuscì a rassicurare i militanti più scettici agli albori del processo di pace. “La guerra contro il dominio britannico – affermò pubblicamente nel 1986 – continuerà finché non sarà conquistata la libertà”. Nella fase cruciale che precedette la firma dell’Accordo del Venerdì Santo del 1998 fu il capo negoziatore del partito repubblicano Sinn Féin – all’epoca il braccio politico dell’IRA – e in seguito entrò nel governo di Belfast con la carica di ministro dell’educazione. Il suo fascino personale gli consentì di conquistare la fiducia di alcuni dei suoi più acerrimi nemici di un tempo, tra tutti il reverendo Ian Paisley, campione dell’estremismo presbiteriano filobritannico.

Un giovane McGuinness con Gerry Adams (a sinistra) e Ruairi O Bradaigh (al centro)

Candidato alla presidenza della Repubblica d’Irlanda nel 2011 (ottenne circa il 15% dei voti), è stato vice primo ministro dell’Irlanda del Nord dal 2006 al gennaio scorso, quando è stato costretto a rassegnare le dimissioni per motivi di salute. La sua eredità politica è però destinata a restare controversa e a dividere chi, nel suo paese, lo ritiene un eroe e chi invece lo considera un traditore che ha sacrificato gli ideali di un tempo sull’altare del pragmatismo e della realpolitik. Assai più delle strette di mano con la regina Elisabetta fece scalpore, nel 2009, quando fu proprio lui a definire pubblicamente “traditori” i dissidenti che si ostinavano a non accettare i compromessi del processo di pace. Molti di loro erano stati suoi compagni di lotta in passato. Da circa un anno soffriva di una grave malattia genetica che l’ha portato alla morte e gli ha impedito di vedere realizzato il suo sogno: la riunificazione dell’Irlanda.
RM

Spoon River d’Irlanda

Reportage dal cimitero cattolico di Milltown, Belfast, uscito su Avvenire il 10 marzo 2017

Bobby Sands e i martiri dell’indipendenza irlandese dormono su una collina che sovrasta il centro di Belfast, in un luogo che anche col trascorrere delle epoche storiche ha mantenuto intatta tutta la sacralità del suo passato. Nel cuore dell’ex ghetto cattolico di Falls road, il quartiere che fu per decenni il crocevia della lotta dell’IRA, si erge silenzioso e imponente il cimitero di Milltown. L’area che lo circonda è diventata ormai un percorso turistico e talvolta si stenta quasi a riconoscerla. La gigantesca stazione di polizia che ai tempi del conflitto incombeva sull’ingresso della necropoli con il suo massiccio apparato di sistemi di sicurezza è stata demolita alcuni anni fa: tonnellate di cemento e lamiera sono state rimosse per lasciare spazio a una piccola piazza, all’angolo con Springfield road. Sull’altro lato della strada le enormi volumetrie di una catena di supermercati inglesi hanno affiancato impietosamente quell’antologia di lapidi e croci celtiche, e le sue insegne luminose oscurano con irriverenza la prospettiva del cimitero.
Fin dagli anni ’20, le strade circostanti sono state teatro dei brutali pogrom anticattolici che alcuni decenni più tardi avrebbero innescato gli scontri culminati nei cosiddetti Troubles e nella fase moderna del conflitto anglo-irlandese. Milltown non è semplicemente un luogo della memoria, del silenzio e della preghiera, perché nelle sue pietre raccoglie oltre due secoli di storia della causa indipendentista irlandese. Nessun cimitero in tutta l’Irlanda – neanche il monumentale Glasnevin di Dublino – può annoverare al suo interno un numero così grande di caduti per la libertà del paese. Nel 1869 Patrick Dorrian, vescovo di Down e Connor, investì poco più di quattromila sterline per acquisire ventidue ettari di terreno sui quali fece realizzare un cimitero che, contrariamente al vicino City cemetery, doveva essere destinato esclusivamente alla sepoltura dei cattolici. Le tombe che ospita oggi sono circa 200mila, e tra queste soltanto una appartiene a un protestante: James Moore Neeley Hunter, un carpentiere navale morto nel 1954 all’età di 75 anni, sposato con una donna cattolica.

A Milltown si accede varcando il grande arco triangolare in pietra che segna l’ingresso principale, su Falls road, e percorrendo i viali che digradano giù verso l’autostrada e il centro cittadino. Curiosamente, sono poche le tombe risalenti alle due guerre mondiale – in totale centocinquanta – e l’unico monumento di rilievo è quello eretto a ricordo delle vittime non identificate del blitz dell’aviazione nazista che distrusse Belfast nella primavera del 1941. Basta spingersi poche centinaia di metri oltre l’ingresso per ritrovarsi nei cosiddetti poor ground, i prati dove sono state inumate decine di migliaia di vittime dell’influenza spagnola che flagellò l’Europa nel 1918 e solo a Belfast causò la morte di quasi ottantamila persone. I loro corpi giacciono anonimi in una zona che è quasi un’immensa fossa comune. Poco più avanti inizia il pantheon dei martiri della causa repubblicana indipendentista, disseminato in più aree non distanti tra loro. Il primo Republican Plot, dedicato alla memoria del feniano William Harbinson, morto nel 1867, ospita i resti di alcuni dei più noti caduti dell’IRA degli anni ’20, tra i quali spiccano Liam Mellows e Rory O’Connor, fucilati dalle truppe governative irlandesi durante la guerra civile nel 1922. Percorrendo sentieri costellati di lapidi e croci celtiche, ci si imbatte in un grande memoriale nero restaurato di recente che rappresenta un tributo ai caduti repubblicani della Contea di Antrim, dalla rivolta del 1798 ai giorni nostri. Più avanti, una stele nera segnata dal tempo ricorda Winifred Carney, una delle più grandi figure femminili della Rivolta di Pasqua del 1916. Fu la più stretta collaboratrice del leader socialista James Connolly, nonché l’unica donna che combatté con i rivoltosi asserragliati nell’edificio delle Poste Centrali di Dublino. Centinaia di cattolici caduti durante il conflitto e di volontari dell’IRA sono sepolti nelle rispettive tombe di famiglia. Tra questi c’è anche Tom Williams, uno dei più importanti martiri della storia repubblicana, impiccato ad appena diciotto anni nel 1942 per aver preso parte all’attentato contro un poliziotto. I suoi resti sono stati traslati a Milltown soltanto nel 2000, dopo essere rimasti per decenni nel vecchio carcere cittadino di Crumlin road, ormai chiuso. Tra i testimoni illustri della complessità del passato irlandese ci sono religiosi che hanno scritto la storia della comunità cattolica di Belfast dalla fine del XIX secolo. In uno spazio dedicato ai padri redentoristi riposa da tre anni Alec Reid, figura di spicco del processo di pace, che rese il vicino monastero di Clonard uno dei simboli del dialogo negli anni più cupi del conflitto. Bobby Sands è sepolto nel cosiddetto New Republican Plot, un vialetto circoscritto da un piccolo muro e costellato di lapidi ornate da corone di fiori e sormontato da un monumento sul quale sventola il tricolore irlandese. Il suo nome è iscritto su una lapide di marmo nero insieme a quello di Joe McDonnell (il compagno che prese il suo posto nello sciopero della fame del 1981 e morì qualche settimana dopo di lui) e Terence O’Neill. Purtroppo la sua tomba viene periodicamente profanata e sfregiata da attacchi che confermano quanto certe ferite siano ancora aperte e al tempo stesso ne riconoscono, implicitamente, l’importanza storica. Nel 2004 fu addirittura distrutta da un blitz dei fanatici orangisti, mentre l’ultimo oltraggio risale all’estate scorsa, e vide tutta l’area circostante imbrattata con graffiti e slogan neonazisti. Ma il fatto più tragico avvenne il 16 marzo 1988, quando il cimitero divenne teatro di una strage. Durante i funerali di tre volontari dell’IRA uccisi a Gibilterra dalle forze di sicurezza britanniche, Michael Stone, militante del gruppo paramilitare lealista Ulster Defence Association attaccò la folla a colpi di granate e fucilate, a pochi passi dalla tomba di Bobby Sands. Uccise tre persone e ne ferì una quarantina prima di sfuggire al linciaggio grazie all’intervento di una pattuglia della polizia. L’agghiacciante sequenza, ripresa dalle televisioni, è tristemente passata alla storia come uno dei fatti più tragici avvenuti negli ultimi anni del conflitto.
RM

Bobby Sands, l’internazionalismo inciso sul corpo

La recensione uscita ieri sul Manifesto del mio “Bobby Sands. Un’utopia irlandese”, a firma di Enrico Terrinoni, traduttore di Joyce e docente di letteratura inglese all’Università di Perugia.

«Di tutti i rivoluzionari irlandesi del passato che avevi imparato a conoscere in carcere, era quello che ammiravi di più. Per le sue idee, per il suo coraggio, per il sacrificio che mezzo secolo prima l’aveva visto cadere, abbattuto da un plotone di esecuzione nei giorni della guerra civile. Aveva ventisette anni, gli stessi che avevi tu, quando il tuo corpo si spense per sempre dopo quei sessantasei giorni di agonia. Chissà se avresti mai immaginato di ritrovarti al suo fianco tra i martiri repubblicani del cimitero di Milltown».
Pochi studiosi possono permettersi di dare del tu a Bobby Sands. Riccardo Michelucci è uno di questi. Già autore di una imprescindibile storia del conflitto anglo-irlandese, pubblica in questi giorni, per la collana «Sorbonne» delle Edizioni Clichy, Bobby Sands, un’utopia irlandese (p. 117, euro 7,90).
È un libro composito. Al suo nucleo e cuore, un monologo drammatico già perfetto per il palcoscenico che ripercorre l’esistenza di Sands, affianca pagine di puntuale biografia, a stralci dagli scritti di questo rivoluzionario che fu anche poeta, e a significative foto di quel conflitto che in tanti vogliono dimenticato.
Michelucci non è solo un attento osservatore della situazione in Irlanda del Nord. A Belfast e dintorni è addirittura di casa: «Oggi stenteresti a riconoscerla, Falls Road, il luogo che più di ogni altro fu il crocevia della vostra lotta. C’è chi dice che quegli odierni simboli del benessere rappresentino la svendita dei vostri ideali. Forse è davvero così, ma mi conforta sapere che quando torno a Belfast ci sei tu ad accogliermi con quel sorriso senza tempo, a indirizzare in uno spazio fisico la geografia della memoria che mescola le emozioni del presente con quelle del passato».
Sono parole vere più che mai oggi, in un momento storico in cui l’ebbrezza economica di parti dell’isola stona ancor di più con la situazione delle periferie dell’ultima colonia d’Europa, dove il tasso di disoccupazione è il più alto della Gran Bretagna.
A Derry, seconda città dell’Irlanda del Nord, spetta persino il primato doppio della disoccupazione giovanile e dei suicidi.
È certo un tradimento degli ideali di Sands, che a muso duro aveva dichiarato: «Non mi fermerò finché non raggiungerò la liberazione della mia nazione, finché l’Irlanda non diventerà una repubblica socialista, sovrana e indipendente».
Bobby non fu il primo né l’ultimo dei socialisti che hanno sperato di poter fondere le lotte di autodeterminazione con la speranza di un futuro di uguaglianza. Si muoveva sul solco di James Connolly, per cui la causa del lavoro e quella della nazione erano un tutt’uno. Ma anche di Wolfe Tone, che come ricorda Michelucci, aveva giurato, duecento anni prima di «rovesciare il dominio inglese in Irlanda», a due passi dalla prima casa di Sands.
Ma Wolfe Tone aveva anche lottato per una repubblica di people of no property, iscrivendo così sin dai suoi albori il repubblicanesimo nel novero delle lotte che oggi chiameremmo anticapitaliste.
In carcere, il giovanissimo Bobby si formò agli scritti di Marx, Fanon, Connolly e Guevara, e mai scinderà il suo impegno per il proprio popolo da una visione socialista e internazionalista del mondo. Un retaggio per fortuna sopravvissuto in scenari in cui il repubblicanesimo contemporaneo si muove quasi esclusivamente a sinistra dei conservatorismi bigotti.
Bobby Sands iniziò lo sciopero della fame il 1 marzo del 1981, e la sua esistenza si concluderà il 5 maggio. Un sacrificio, il suo, che ancora riecheggia tra le strade di Belfast, sui cui murales spesso campeggia la scritta, improntata a un eroico ottimismo della volontà, «la nostra vendetta sarà il sorriso dei nostri bambini». Una certezza grazie a cui Bobby e i nove compagni morti dopo di lui hanno saputo resistere a condizioni disumane, volute da apparati di una delle più antiche democrazie del mondo: «Quanto dolore per quelle madri che venivano a farvi visita e scoppiavano a piangere vedendovi ridotti a cadaveri ambulanti, con i capelli e la barba lunga, avvolti in quelle luride coperte. Ma il vostro fisico scheletrico e segnato dalle percosse mascherava in realtà la superiorità morale degli oppressi, la furia del pensiero indomabile di chi lotta per la giustizia».

(Enrico Terrinoni, da “Il Manifesto”, 1.3.2017)

Una spia di origine italiana a Belfast

Venerdì di Repubblica, 13.1.2017

“Quando chi fa le leggi è anche colui che le infrange, non esiste più legge”: una scritta a caratteri cubitali sulle mura di Derry, cittadina martire dell’Irlanda del Nord, esprime con eloquenza lo scontento della popolazione dopo quasi vent’anni di pace senza giustizia. Dalla firma degli Accordi del Venerdì Santo nel 1998 lo stato britannico resta ancora sotto accusa per la cosiddetta ‘guerra sporca’, una prassi sistematica di collusione ad altissimo livello che per anni ha visto le sue forze di sicurezza alleate con i gruppi paramilitari protestanti e coinvolte in omicidi settari e operazioni sotto copertura contro i civili. Uno scandalo più grande e diffuso della Bloody Sunday, la strage compiuta dall’esercito inglese nel 1972, sulla quale un’inchiesta lunga dodici anni ha già stabilito come andarono le cose, pur senza punire i colpevoli. Proprio sulla falsariga di quell’inchiesta è appena cominciata l’“Operation Kenova”, un’indagine giudiziaria che intende far luce sul ruolo dell’esercito, dei servizi segreti MI5 e della squadra politica della polizia nordirlandese nell’omicidio di decine di sospetti informatori. La figura-chiave sulla quale un gruppo di esperti britannici e internazionali è chiamato a indagare è l’agente soprannominato “Stakeknife”, da anni noto come la più importante spia infiltrata dall’esercito all’interno dell’IRA, ritenuto responsabile della morte di almeno una cinquantina di persone e pagato 80.000 sterline l’anno dal governo su un conto bancario segreto a Gibilterra. La sua identità è stata rivelata alcuni anni fa da fonti molto attendibili: si tratterebbe di Alfredo “Freddie” Scappaticci, ormai ultrasettantenne, originario di una famiglia italiana immigrata a Belfast nel Dopoguerra, per anni internato nel carcere di Long Kesh prima che il Consiglio militare dell’IRA lo mettesse a capo di una squadra speciale incaricata di eliminare i presunti informatori.

Nella foto: Freddie Scappaticci
Nella foto: Freddie Scappaticci

Un uomo violento e senza scrupoli che agiva da giudice, da giuria e da carnefice determinando la vita o la morte di decine di persone spesso innocenti, e che per almeno quindici anni sarebbe stato anche il collaboratore più prezioso dell’esercito britannico, tanto che il generale John Wilsey, ufficiale in comando in Irlanda quegli anni, l’ha definito “una gallina dalle uova d’oro”. Dopo aver negato con forza ogni accusa, Scappaticci ha fatto perdere le sue tracce, sapendo di rischiare non tanto il carcere quanto l’ineluttabile vendetta dei suoi ex compagni. Molti ritengono che sia già morto, altri sostengono invece che viva in Italia, dalle parti di Cassino, ormai irriconoscibile grazie a una plastica facciale.
L’indagine che lo riguarda durerà almeno cinque anni e sarà guidata da Jon Boutcher, capo della polizia del Bedfordshire, che ha già reso nota l’esistenza di nuove prove. Se andrà a buon fine scoprirà finalmente il vaso di Pandora sulla ‘guerra sporca’ accertando quanti e quali crimini sono stati compiuti dai membri dell’esercito e dei servizi di sicurezza collusi con i paramilitari protestanti. La ricercatrice Anne Cadwallader del Pat Finucane Centre, un’ong irlandese che si batte per i diritti umani, si dice fiduciosa. Molto più scettico è invece Ed Moloney, veterano dei giornalisti investigativi irlandesi: “l’inchiesta rischia di scoprire fatti talmente sensibili che non potranno essere resi pubblici, e i suoi esiti saranno secretati com’è già accaduto in passato”.
RM

Fame di ideali

BobbySands375_300“Se morirò, Dio capirà”: è quanto disse Bobby Sands al giornalista dell’Irish Times Brendan Ó Cathaoir che andò a intervistarlo in carcere il 3 marzo del 1981, il terzo giorno dello sciopero della fame che l’avrebbe portato alla morte due mesi più tardi. Appena 27enne, rinchiuso nel braccio di massima sicurezza di Long Kesh, a Belfast, dove stava scontando una pena a quattordici anni per possesso di arma da fuoco, Sands chiarì in quell’occasione di essere disposto a morire per i suoi ideali. A qualunque costo. Non servì a niente neanche l’appello di papa Woytjla, che tramite il vescovo John Magee gli recapitò un messaggio chiedendogli d’interrompere il digiuno. Quello sciopero che attirò l’attenzione del mondo intero culminò il 5 maggio di quell’anno con la fine di Sands ma proseguì anche nei mesi successivi con la morte di altri nove detenuti irlandesi, cambiando per sempre la natura del conflitto anglo-irlandese, avviandolo verso un lungo ma irreversibile processo conclusivo. Da quel momento in poi, Bobby Sands e gli altri martiri del ‘blocco H’ furono trasfigurati in icone della lotta di liberazione irlandese, in parte disumanizzati per divenire simboli universali di quel terribile scontro carcerario. Esattamente 35 anni più tardi, ormai trascorso un periodo di tempo sufficiente per garantire il giusto distacco emotivo da quei fatti, è uscito in Gran Bretagna 66 Days, uno splendido documentario firmato dal regista Brendan J. Byrne che riesce per la prima volta a raccontare Bobby Sands per immagini anche attraverso un uso innovativo dei diari nei quali annotò le ultime memorie dalla prigione. Prima che le sue condizioni di salute iniziassero ad aggravarsi in modo irreversibile, il rivoluzionario-poeta raccontò i primi diciassette giorni del suo sciopero della fame scrivendo in clandestinità, su minuscoli pezzi di carta igienica, alcune delle pagine più toccanti della letteratura carceraria del ‘900. “Sto qui, sulla soglia di un altro mondo palpitante. Possa Dio avere pietà della mia anima”, scrisse all’inizio del suo diario, “Sono pieno di tristezza perché so di aver spezzato il cuore della mia povera madre e perché la mia famiglia è stata colpita da un’angoscia insopportabile. Ma ho considerato tutte le possibilità e ho cercato con tutti i mezzi di evitare ciò che è divenuto inevitabile: io e i miei compagni vi siamo stati costretti da quattro anni e mezzo di vera e propria barbarie. Sono un prigioniero politico. Sono un prigioniero politico perché sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra”. Costruito come un conto alla rovescia verso la fine, 66 Days scorre giorno per giorno gli oltre due mesi di autoprivazione del cibo che condussero Sands alla morte. Lo fa alternando in modo magistrale una drammatica ricostruzione scenica interpretata dall’attore originario di Belfast Martin McCann, uno straziante repertorio iconografico e una serie di interviste non solo agli amici e agli ex compagni di prigionia di Sands ma anche ad alcuni protagonisti dell’epoca, come l’ex secondino di Long Kesh Dessie Waterworth e il giornalista Charles Moore, biografo di Margaret Thatcher. Trovando un giusto equilibrio tra le voci repubblicane e l’analisi storica, 66 Days ha dunque il grande merito di riuscire per la prima volta a inquadrare quei fatti in una prospettiva storica. Non ci erano riuscite, per la loro stessa natura, due importanti opere di finzione realizzate in passato, il recente Hunger – interpretato da Michael Fassbender con la regia di Steve McQueen, premiato a Cannes nel 2008 – e Some Mother’s Son (La scelta d’amore) di Terry George, del 1996. Rispetto a queste due pur intense prove cinematografiche, il lavoro di Byrne rende finalmente giustizia appieno alla figura di Sands e alla sua lotta per la libertà.
Nato nel 1954 alla periferia di Belfast e costretto giovanissimo, insieme alla sua famiglia, ad abbandonare la propria abitazione a causa delle violenze e degli attacchi settari contro la comunità cattolico-nazionalista dell’Irlanda del Nord, poi costretto ad abbandonare il lavoro per lo stesso motivo, si avvicina all’IRA appena diciottenne, nel 1972, durante l’anno più nero del conflitto angloirlandese. Quando finisce in carcere è un giovane volontario come tanti altri e niente fa presagire che di lì a poco, ristretto in un brutale regime carcerario, emergerà la sua statura di leader che lo porterà a guidare i compagni alla riscoperta delle loro tradizioni, della loro cultura, attraverso un percorso interiore che diventerà tutt’uno con la lotta carceraria, esprimendosi con l’arma nonviolenta e ancestrale del rifiuto del cibo, come gli antichi eroi gaelici. Durante lo sciopero, a poche settimane da una fine che appare ogni giorno sempre più ineluttabile, Sands viene eletto al parlamento di Westminster nel corso di una drammatica tornata elettorale suppletiva, che lo vede aggiudicarsi il seggio di Fermanagh South Tyrone con oltre trentaduemila preferenze. Ma neanche quello basta a salvargli la vita – poiché Londra non cede alle richieste dei prigionieri irlandesi – ma riesce invece a cambiare il corso della storia irlandese, portandola una volta per tutte verso una dinamica elettorale che arriverà infine a escludere l’uso delle armi. Il film di Byrne ricostruisce in modo esemplare quelle settimane drammatiche senza dimenticare che in quegli stessi giorni l’IRA uccise una giovane madre, Joanne Mathers, solo per aver contribuito alla campagna elettorale dell’avversario di Sands. I decenni trascorsi da allora hanno favorito un certo distacco ma non sono stati sufficienti a sopire del tutto le tensioni dell’epoca. Alcuni parlamentari unionisti-protestanti hanno contestato la concessione di fondi pubblici per la realizzazione del documentario nel quale colpisce, ancora una volta, l’assenza di alcune voci. Anche in questa occasione la famiglia di Sands si è infatti rifiutata di partecipare al progetto. La madre, le sorelle e il figlio Gerard, oggi quarantenne, non hanno voluto prendere parte a un lavoro orchestrato dal Bobby Sands Trust, la fondazione che detiene i diritti d’autore sugli scritti di Sands, e che loro accusano da tempo di agire con scarsa trasparenza e a scopo di lucro.
RM

(“Avvenire”, 28.8.2016)

La memoria vivente della rivolta di Pasqua

FATHERMALLIN-600x300Il gesuita irlandese Joseph Mallin è l’unico figlio tuttora rimasto in vita dei martiri della rivolta di Pasqua del 1916. Nei giorni scorsi ha compiuto 102 anni e ha confermato che le sue condizioni di salute gli impediranno di partecipare alle grandi commemorazioni che si terranno in Irlanda per il centenario di quell’epica rivolta. Vive tuttora a Hong Kong, dove si è trasferito come missionario nel lontano 1948. Gran parte della sua lunghissima esistenza l’ha trascorsa al Wah Yan College, una scuola superiore cattolica di quella che fino al 1997 è stata l’ultima colonia britannica in Oriente.

Il comandante Michael Mallin (1874-1916)
Il comandante Michael Mallin (1874-1916)

Suo padre era il comandante Michael Mallin, vice di James Connolly alla guida dell’Irish Citizen Army. Durante la settimana di Pasqua del 1916 guidò insieme alla contessa Markievicz le operazioni dei ribelli dal presidio di St. Stephen’s Green. Padre Joseph non ha alcun ricordo di suo padre in vita. Non potrebbe averlo. Aveva infatti appena due anni quando suo padre fu mandato al patibolo nella prigione dublinese di Kilmainham, pochi giorni dopo la conclusione della rivolta. Il 7 maggio del 1916, la notte prima dell’esecuzione di suo padre, il piccolo Joseph fu portato nel carcere di Kilmainham dalla madre, che all’epoca aspettava il suo quinto figlio, per dare l’ultimo saluto a un padre che non ha mai conosciuto. Quel padre che pure avrebbe avuto il tempo di tracciare il percorso della sua vita. “Joseph, piccolo uomo, fatti prete se puoi”, scrisse il comandante Mallin nella sua lettera di commiato.
Di professione tessitore, d’idee socialiste e con un passato nell’esercito britannico, Michael Mallin aveva appena 41 anni quando fu abbattuto dal plotone d’esecuzione britannico nel cortile del carcere noto come Stonebreaker’s Yard. Suo figlio Joseph avrebbe preso i voti giovanissimo e nell’estate del 1948 si sarebbe imbarcato alla volta dell’Estremo Oriente, in un viaggio che durò un mese e avrebbe cambiato per sempre la sua vita. A Hong Kong padre Joseph ha trascorso un’esistenza devota alla religione cattolica e alla ricerca della giustizia sociale. Quella stessa giustizia sociale per la quale suo padre aveva combattuto fino alla morte.
RM