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Nessun mea culpa inglese per l’Irlanda. Neanche sulla “Bloody Sunday”

Dieci anni di pace non sono bastati per convincere finalmente Londra che è tempo di ammettere le proprie gravissime responsabilità storiche sulla guerra che ha devastato l’Irlanda del nord per circa trent’anni. E’ quanto si evince dal libro appena uscito scritto dal diplomatico inglese Jonathan Powell, braccio destro e ‘uomo ombra’ di Tony Blair durante tutto il processo di pace anglo-irlandese. La versione della storia è purtroppo la solita di sempre: il governo inglese – con i suoi soldati e le sue forze di polizia che torturavano e ammazzavano civili – avrebbe svolto un ruolo di pacificazione. La guerra sarebbe stata causata soltanto dai soliti ‘terroristi’ e dagli ‘odi ancestrali tra le comunità irlandesi’. Un delirio che vale, manco a dirlo, anche per le 14 vittime della “Bloody Sunday” del 1972. Se non fosse tragico, sarebbe tutto da ridere. Sembra proprio che il tempo, tra i palazzi del potere di Downing street, sia trascorso invano.

Approfondimenti nell’articolo uscito oggi su “Avvenire”.

Dieci anni di pace in Irlanda del Nord. Un convegno a Roma

E’ trascorso un decennio esatto dalla firma dell’Accordo del Venerdì Santo di Belfast, storico approdo del lungo processo di pace anglo-irlandese. Nell’occasione, la mattinata di sabato 5 aprile si tiene a Roma il convegno “Ulster: storia di un conflitto e di un processo di pace”. Interverranno  John Gibney, docente all’Università di Galway e Silvia Calamati, giornalista e scrittrice, autrice del pluripremiato libro “Figlie di Erin”.

L’appuntamento, rivolto a insegnanti, cultori della materia e appassionati, si terrà presso la sede dell’AICI, associazione interculturale italo-irlandese, in Via Tiberio Imperatore 5, Roma. Tel. +39 06 5412597 – Fax +39 06 54275266 – aiciroma@tin.it

Questo video ripercorre a grandi linee la storia del processo di pace anglo-irlandese:

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Verso la riunificazione dell’Irlanda

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“La riunificazione dell’Irlanda non è un sogno lontano ma un obiettivo al quale stiamo lavorando”: l’ha affermato oggi il presidente di Sinn Féin Gerry Adams nel corso delle celebrazioni svolte a Dublino per il 92esimo anniversario della Rivolta di Pasqua del 1916. Adams ha ribadito l’appello a tutti i partiti irlandesi che sostengono il progetto di riunificazione affinché lavorino a stretto contatto per raggiungerla prima possibile. “Dobbiamo impegnarci soprattutto per convincere il mondo unionista dei benefici dell’unità dell’isola e di un futuro condiviso fondato sul rispetto per le singole tradizioni. Stiamo per completare il lavoro iniziato dai ribelli del 1916.” Altri dettagli sulle dichiarazioni di Adams sono in questo articolo dell’Irish Times.

Sarebbe straordinario che la riunificazione dell’Irlanda arrivasse entro il 2016, per il centesimo anniversario dell’Easter Rising

Sono finalmente on-line anche le gallerie fotografiche sui murales di Belfast

 

Stanno per cadere i muri di Belfast?

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Chiunque abbia visitato Belfast in tempi recenti non può non essersi imbattuto nella cosiddette “peacelines”, denominazione eufemistica e involontariamente ironica per definire le terrificanti barriere di cemento e lamiera che continuano a dividere i quartieri cattolico-nazionalisti da quelli unionisti-protestanti). Dieci anni dopo la firma dell’Accordo che ha concluso il conflitto, pur di fronte a una pace effettiva ed ‘esemplare’, la città continua a essere divisa da una quarantina di questi veri e propri “muri”, indispensabili per evitare violenze tra le due comunità (lanci di sassi e bottiglie incendiarie sono tuttora all’ordine del giorno).100_0448.jpg

Il primo fu eretto nel 1969, l’ultimo appena questa estate per proteggere la scuola elementare mista di Hazelwood. Secondo politici, amministratori locali e vari opinion leader la popolazione continuerebbe a volerli per motivi di sicurezza. Eppure alcune settimane fa un sondaggio indipendente effettuato da un’organizzazione di irlandesi d’America ha ribaltato completamente questa convenzione: l’80% degli intervistati dice che è l’ora di eliminare gli ultimi muri che ostacolano la pace. Dimostrando che forse sono proprio queste barriere fisiche e culturali a inibire l’integrazione.


Brendan O’Regan (1917-2008)

Imprenditore “visionario” e pacifista ante litteram, nel 1979 dette vita a “Cooperation Ireland”, la prima Ong che voleva riavvicinare gli abitanti delle due parti dell’isola attraverso progetti di cooperazione. Mentre il conflitto in Irlanda del nord viveva gli anni più drammatici, lui si convinse che solo creando rapporti costruttivi tra la Repubblica e il nord britannico sarebbe stato possibile promuovere uno sviluppo socio-economico per tutta l’isola, e che questo poteva essere il grande motore della pace. All’epoca sembrò un’impresa utopica, invece col tempo si rivelò rivoluzionaria e lungimirante, tanto da lasciar intravedere quale sarebbe stato il futuro del paese nei decenni successivi.

Nel corso della sua vita O’Regan aveva già mostrato grandi capacità di guardare lontano: nel 1950, da responsabile del servizio ristorazione presso il piccolo aeroporto di Shannon, sulla costa atlantica, trasformò un minuscolo chiosco di alimentari nel primo negozio al mondo che adottò la formula del “duty free”, poi imitata in tutto il mondo. In seguito, mentre i suoi connazionali continuavano ad emigrare, si è dedicato allo sviluppo dell’economia turistica dirigendo l’Ente del turismo irlandese per quindici anni. Da imprenditore, ebbe sempre a cuore lo sviluppo sociale del suo paese. Quando la pace sembrava irraggiungibile, continuava a sostenere che la via della cooperazione avrebbe avuto successo e sarebbe stata un’esperienza utile anche in altre aree di conflitto. Il tempo doveva dargli ragione.