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Strategia della tensione “British Style”

Dici ‘terrorismo in Irlanda’ e la mente corre immediatamente all’IRA e ai lunghi anni costellati da autobombe e attentati. Lo strapotere della propaganda britannica è riuscito a celare completamente all’opinione pubblica internazionale l’esistenza di un terrorismo di matrice unionista-protestante: quello dei seguaci della Regina, pronti a tutto pur di mantenere il legame con l’antica madrepatria d’Albione. Ben più sanguinario anche perché armato e in molte occasioni indirizzato e guidato dalla stessa Londra. É quindi assai naturale che in pochi sappiano, o ricordino, che la peggior strage di tutto il pluridecennale conflitto anglo-irlandese sia stato perpetrata in un pomeriggio di maggio di 34 anni fa, ad opera degli squadroni della morte protestanti e dei servizi segreti di Sua Maestà. Stiamo parlando delle autobombe che il 17 maggio del 1974 portarono morte e distruzione a Dublino e a Monaghan, nel cuore della Repubblica d’Irlanda, nominalmente indipendente da Londra, di fatto vittima di una sudditanza psicologica e politica che ne ha condizionato a lungo lo sviluppo. In totale trentatre civili (26 a Dublino e 7 a Monaghan) rimasero uccisi e centinaia furono feriti e mutilati.

Anche se non arrivò alcuna rivendicazione, fu subito chiaro che le bombe erano state piazzate dai paramilitari lealisti come gesto estremo di una strategia politica che mirava a far crollare il primo tentativo di governo consociativo, ma fin dall’inizio affiorarono gravi sospetti che i gruppi lealisti non fossero gli unici responsabili. La dinamica delle stragi di Dublino e Monaghan (per le quali nessuno è mai stato incriminato) è stata in gran parte chiarita molti anni dopo da un programma televisivo e da un libro dello storico irlandese John Bowyer Bell: l’operazione fu progettata e decisa dai servizi segreti militari inglesi ai danni di uno stato estero.

Proprio in questi giorni l’associazione dei familiari delle vittime e l’amministrazione comunale di Dublino hanno messo una nuova serie di lapidi in memoria delle vittime innocenti di quella barbarie. Si trovano in Parnell Street, Talbot Street e South Leinster Street, nei punti precisi dove 34 anni fa esplosero le bombe.

Lezioni di pace ai bambini in fuga dai conflitti

Quella di Betty Williams, premio Nobel per la pace 1976, sembrava una sfida velleitaria e irrealizzabile: creare un centro per l’accoglienza dei minori in fuga dai conflitti e per lo studio delle energie rinnovabili in un luogo destinato ad ospitare il più grande deposito di scorie nucleari d’Italia. Cinque anni fa una lunga protesta popolare bloccò definitivamente la discarica prevista nella cittadina lucana di Scanzano Jonico.

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Oggi, grazie alla testardaggine di questa irlandese impegnata anima e corpo da oltre trent’anni in difesa dei diritti dell’infanzia, il progetto della “Città della pace dei bambini” è uscito dal libro dei sogni per cominciare ad assumere una forma concreta. Qualche mese fa la Regione Basilicata ha finalmente stanziato 4 milioni e 400mila euro per finanziare l’avvio del progetto della Ong irlandese World Centers of Compassion for Children International presieduta dalla Williams, che adesso è pronto a entrare nella fase esecutiva. La “Città della pace” ospiterà i bambini vittime delle guerre ma sarà anche un polo d’eccellenza per l’educazione alla pace, per la ricerca sulle energie pulite e per lo studio di nuove tecnologie in campo medico. L’intervista che abbiamo realizzato con Betty Williams è uscita qualche settimana fa su “Avvenire”

L’eredità di Bobby Sands

A volte è il tempo a rendere giustizia a certi morti diventati icone, riconoscendo loro un ruolo decisivo al crocevia della storia di un paese. È quanto col trascorrere degli anni è accaduto a Bobby Sands, il prigioniero politico irlandese morto esattamente 27 anni fa, il 5 maggio 1981, dopo 66 giorni di sciopero della fame nel carcere britannico di massima sicurezza di Long Kesh, alla periferia di Belfast. Nei due mesi successivi nove suoi compagni di lotta morirono come lui, rifiutando il cibo per ottenere il riconoscimento dello status di prigioniero politico negato dal governo di Londra. Il loro sacrificio favorì l’avvio della decisiva svolta politica culminata in tempi recenti con la creazione di un esecutivo solido in grado di implementare gli accordi di pace e con l’addio alle armi da parte dei gruppi paramilitari. I dieci giovani morti nella tragica primavera del 1981 non furono i soli a prendere parte a quella forma estrema e terribile di lotta carceraria: altri prigionieri repubblicani vi parteciparono, ed essendone usciti vivi, hanno avuto in seguito la possibilità di analizzare criticamente quei fatti. Tredici di loro sono morti negli anni successivi (il loro fisico rimase per sempre segnato dalle conseguenze dello sciopero) ma chi è sopravvissuto oggi concorda nel ritenere che il movimento repubblicano irlandese abbia cominciato ad abbandonare la strategia della lotta armata proprio in seguito alla protesta che causò quelle dieci bare. E che allora quello fu un sacrificio necessario e inevitabile. Tutto ciò ci venne spiegato due anni fa, in occasione del 25esimo anniversario della morte di Bobby, quando raccogliemmo per il settimanale “Diario” la testimonianza di alcuni sopravvissuti allo sciopero della fame del 1981.

Da segnalare infine, che una delle principali sezioni del prossimo festival cinematografico di Cannes si aprirà con un film dedicato alle ultime settimane di vita di Bobby Sands. “Hunger”, opera prima del regista inglese Steve McQueen, una delle pellicole più attese alla rassegna, andrà in scena il prossimo 15 maggio.

A Belfast si indaga sull’omicidio di Rosemary Nelson

È finalmente iniziata l’inchiesta su uno degli omicidi politici più controversi della recente storia del conflitto anglo-irlandese. L’avvocato Rosemary Nelson fu uccisa a Lurgan, nell’Irlanda del nord, il 15 marzo 1999 in un attentato che venne rivendicato da un gruppo paramilitare lealista, ma fin da subito emersero gravi sospetti di collusione da parte delle forze di sicurezza britanniche. L’indagine indipendente avviata la scorsa settimana ha l’obiettivo di fare luce una volta per tutte sulle circostanze dell’omicidio e sul coinvolgimento dei servizi segreti britannici e delle forze di polizia. Soprannominata “la voce dei senza voce”, Rosemary Nelson aveva 40 anni ed era un avvocato molto noto anche negli U.S.A., per le sue lotte in difesa dei diritti umani nel nord dell’Irlanda. Per questo era divenuta oggetto dell’odio settario dei gruppi paramilitari protestanti. Prima di essere uccisa aveva denunciato pubblicamente le minacce e le molestie subite dalla stessa polizia. Pochi mesi prima di essere barbaramente uccisa, la Nelson era stata chiamata a testimoniare di fronte al Congresso degli Stati Uniti sulla situazione dei diritti umani in Irlanda del Nord, e nel corso del suo intervento aveva denunciato le numerose minacce di morte ricevute anche nei confronti dei membri della sua famiglia. Fino quando non sarà venuta fuori la verità sulla sua morte e su quella del suo collega Pat Finucane (ucciso nel 1989), il conflitto anglo-irlandese non potrà dirsi realmente concluso.

Nessun mea culpa inglese per l’Irlanda. Neanche sulla “Bloody Sunday”

Dieci anni di pace non sono bastati per convincere finalmente Londra che è tempo di ammettere le proprie gravissime responsabilità storiche sulla guerra che ha devastato l’Irlanda del nord per circa trent’anni. E’ quanto si evince dal libro appena uscito scritto dal diplomatico inglese Jonathan Powell, braccio destro e ‘uomo ombra’ di Tony Blair durante tutto il processo di pace anglo-irlandese. La versione della storia è purtroppo la solita di sempre: il governo inglese – con i suoi soldati e le sue forze di polizia che torturavano e ammazzavano civili – avrebbe svolto un ruolo di pacificazione. La guerra sarebbe stata causata soltanto dai soliti ‘terroristi’ e dagli ‘odi ancestrali tra le comunità irlandesi’. Un delirio che vale, manco a dirlo, anche per le 14 vittime della “Bloody Sunday” del 1972. Se non fosse tragico, sarebbe tutto da ridere. Sembra proprio che il tempo, tra i palazzi del potere di Downing street, sia trascorso invano.

Approfondimenti nell’articolo uscito oggi su “Avvenire”.